skip to main |
skip to sidebar
L’identità è molteplice – basta uscire dall’Europa
Mosè,
il fondatore dell’ebraismo, era un egiziano. L’opera di Freud, “L’uomo Mosé. Un
romanzo storico”, tarda e sparsa, malgrado
i progetti e i tentativi di più decadi, che ragiona sulla nascita dell’ebraismo,
Dio unico compreso, a opera di un egiziano, “Mosè il Madianita, il genero di Ietro,
quello del Sinai, dell’Oreb”. Che la Legge impone al popolo ebraico riottoso,
seppure povero e isolato nel deserto - da cui viene infine assassinato. Un r
apporto di cui Freud era convinto, ma gli fu difficile spiegare, benché ci provasse
in vario modo in varie epoche. Forse per via del suo rapporto sempre confuso con
l’identità ebraica, si può aggiungere, come si evince dalla corrispondenza con
Lou Adreas-Salomè, e dalla sua stessa prefazione alla traduzione ebraica di “Totem
e tabù”, dove si diffonde sullo “stato d’animo dell’autore, il quale non
conosce la lingua sacra, è completamente estraneo alla religione dei padri – come
ad ogni altra – né può condividere ideali nazionalistici, eppure non ha mai rinnegato
l’appartenenza al proprio popolo, sente come ebraico il suo particolare modo di
essere e non lo desidera diverso da quello che è”.
Said
lo sente, e fa di questo Freud, di Freud de “L’uomo Mosè”, un antevisionario di
come, in prospettiva, il mondo ebraico avrebbe potuto porsi, nella diaspora e nel
sionismo, se non fosse stato accecato dal nazionalismo. Dal suo essere europeo –
germanico in effetti: si potrebbe argomentare con fondamento (v. G. Leuzzi, “Gentile
Germania”) che i tedeschi sono “ebrei” e gli ebrei sono “tedeschi”, per mille
rivoli. In Fred, nel suo “Mosè”, Said vede il “non europeo”, un uomo e una
cultura che non fanno del nazionalismo la bandiera. Sa che Freud non lo
pensava, poiché spiegava ex post, scrivendo all’amico Stefan
Zweig, che considerava l’opera fallita. Ma solo “alla terza sezione, una teoria
della religione, niente di nuovo per me dopo ‘Totem e tabù’”. Le due parti precedenti
Said trova congruenti: Freud è critico anticipato di Israele “Stato ebraico”,
che si sforza “archeologicamente” di avere un titolo di possesso esclusivo sula
Palestina: “La complessa stratificazione del passato è stata cancellata dall’Israele
ufficiale. Freud al contrario … aveva lasciato aperto uno spazio considerevole
a quanto di non ebreo vi è dell’ebraismo, nelle sue origini come nel suo presente”.
Fred
non era il solo né il primo a porsi il problema, riflette Said: Schiller, “La
missione di Mosè”, l’influente kantiano Karl Leonhard Rheinhold, “I misteri ebraici
ovvero la più antica massoneria religiosa”, Goethe, “Israele nel deserto” (in “Divan
orientale-occidentale”: “una rilettura poetica del racconto biblico dell’Esodo,
che s’ispirava al ‘Levitico’, al “Libro dei numeri’ e al ‘Pentateuco’”). E poi Thomas
Mann, “La Legge”, il racconto “scritto su commissione nel 1943” (doveva uscire
in una raccolta di racconti che restaurava il senso morale delle cose, fu
pubblicato sotto il titolo “Ten short Novels of Hitler’s War against the Moral
Code", dieci racconti brevi della guerra di Hitler contro il codice morale):
è il racconto in cui Mosè è raffigurato come Michelangelo – giusto il “Mosè” di
Michelangelo – e si immagina che Mosè, “nato da un «rapporto irregolare», aveva
sviluppato un intenso amore per «la regola, l’inviolabile»”, e “tra i
madianiti, popolo di pastori e mercanti che vivevano nel deserto, aveva conosciuto
un dio invisibile, un nume chiamato Jeova”, per giungere infine alla
conclusione, dopo varie ipotesi e collegamenti, “che Jeova non fosse se non il
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il dio dei padri, intendo dire dei padri
di quelle povere e oscure tribù asservite, sradicate, e già completamene
confuse nell’adorazione della loro divinità, che ora dimoravano in terra d’Egitto”.
“Una
delle ultime sue apparizioni in pubblico”, di Said, Giovanbattista Tusa, che ha
curato l’edizione, spiega, “tormentato da una lunga malattia che lo porterà alla
morte”. Ma il saggio-discorso era stato preparato per l’annuale celebrazione
della nascita di Freud il 6 maggio 2001 su invito della Sigmund Freud
Gesellschaft di Vienna, salvo disdetta dell’invito all’ultimo momento, quando
fu pubblicata una foto di Said in atto di lanciare una pietra alle celebrazioni
per ritiro di Israele dal Libano (Said provò a spiegare le circostanze della
foto, ma l’invito restò revocato). La postfazione di Tusa, che prende poco meno
della metà del volumetto, “«Fondazioni». Freud, Said e il non europeo”, è in
realtà un altro saggio. Meno irto di quello di Said – la malattia forse ha
inciso sulla solita chiarezza.
Mosé
egizio non è una curiosità. È il tema, semplice, del saggio – come del “romanzo”
di Freud: contro “la riduzione dell’identità a una di queste greggi
nazionaliste o religiose, in cui tanti vorrebbero rifugiarsi a tutti i costi”,
che è una limitazione - perché non una mutilazione? Freud lo sapeva: “Perfino
nella più definibile, nella più identificabile, la più irremovibile identità
comune – per lui era l’identità ebraica – esistono limiti innati che
impediscono che essa possa essere incorporata in una sola e unica unità. Per
Freud il simbolo di questi limiti era il fatto che il fondatore dell’identità
ebraica fosse un egizio non europeo.
Edward
W. Said, Freud e il non europeo, Meltemi, pp. 104 € 9
Nessun commento:
Posta un commento