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L’uomo che scoprì l’Asia
Un’altra
Italia, protagonista della cultura nel mondo. Si fa colpa a Tucci di non essere
stato antifascista. Di aver tratto profitto della politica antibritannica di
Mussolini, che ne 1925 e nel 1926 corteggiò lo scrittore indiano premio Nobel
Tagore, finanziandone il progetto di università indiana con una cattedra di
sanscrito, affidata a Tucci. Colpevole anche di avere creato l’Ismeo, l’Istituto
italiano per il Medio e l’Estremo Oriente, col filosofo Gentile ministro di Mussolini,
e di avere organizzato col governo nello stesso anno, 1933, il viaggio di esplorazione
del Tibet che molte visuali ha aperto e molte tracce ha lasciato, nella “scoperta”
del buddismo. Ma un’altra spedizione Tucci era in grado di effettuare nel 1948,
dopo la commissione di epurazione – l’ultimo contatto con il Tibet, prima che
la Cina se ne impadronisse e lo chiudesse.
Può
darsi, anzi senz’altro, che la figura e le attività di Tucci nel Centro Asia
fossero di convenienza politica, come tutto ciò che l’Italia promuoveva a danno
dell’Inghilterra. Ma questo non ne condizionò l’attività di ricerca. Che nel
1979, a 85 anni, cinque prima della morte, gli ha valso il premio Nehru, assegnato
dal governo indiano, col contagocce, ai costruttori di ponti e di pace, “per
la comprensione internazionale” - dopo Martin Luther King e il dr. Salk, e prima di Nelson Mandela. Quanto all’Ismeo, invece, si può fare colpa
all’Italia repubblicana di averlo trascurato. Di averne trascurato l’attività
di ricerca, documentazione, promozione culturale - fino a fonderlo, per risparmiare
qualche centesimo, con l’Istituto italiano per l’Africa, in un Isiao, Istituto
Italiano per l’Africa e l’Oriente (che è stato poco più di una sigla, e da quindici
anni è chiuso).
L’approccio
complessivo di Tucci all’Oriente si può dire del resto un progetto politico, il
Tibet e il buddismo avendo analizzato e proposto come sostrato culturale
comune, euroasiatico. La sua ricerca ambientando nella rilevazione di una
memoria comune – lui stesso era partito studiando dapprima il cinese, poi il
sanscrito, poi il tibetano. Nello spirito del viaggio, del contatto, delle esperienze dirette (il buddismo vissuto), dell’approfondimento
vicendevole – una sorta di imprinting marchigiano, dei suoi luoghi di origine
(era di Macerata), che tanti esploratori culturali hanno generato, a partire
dai primi missionari, Mateo Ricci e altri. Degli innesti: lo studio delle culture antiche come invito a un nuovo viaggio.
Giuseppe
Cederna, che anima il documentario, lo spiega a più riprese: studiare come condividere,
viaggiare, andare sui luoghi. Lo studio delle culture antiche prospettando come
ponti verso il novo, un nuovo viaggio. E, soprattutto, privilegiando l’esperienza
diretta. Sulle strade, on the road, è il logo del personaggio. Come mettono
in rilievo la biografa, Alice Crisanti, e i tanti commentatori, in prevalenza
accademici dell’Orientale di Napoli - più l’entusiasta, più convincente, Cederna.
Massimo
Ferrari, Giuseppe Tucci. Sulle strade dell’Est, Rai 3, RayPlay
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