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mercoledì 8 aprile 2026

L’uomo che scoprì l’Asia

Un’altra Italia, protagonista della cultura nel mondo. Si fa colpa a Tucci di non essere stato antifascista. Di aver tratto profitto della politica antibritannica di Mussolini, che ne 1925 e nel 1926 corteggiò lo scrittore indiano premio Nobel Tagore, finanziandone il progetto di università indiana con una cattedra di sanscrito, affidata a Tucci. Colpevole anche di avere creato l’Ismeo, l’Istituto italiano per il Medio e l’Estremo Oriente, col filosofo Gentile ministro di Mussolini, e di avere organizzato col governo nello stesso anno, 1933, il viaggio di esplorazione del Tibet che molte visuali ha aperto e molte tracce ha lasciato, nella “scoperta” del buddismo. Ma un’altra spedizione Tucci era in grado di effettuare nel 1948, dopo la commissione di epurazione – l’ultimo contatto con il Tibet, prima che la Cina se ne impadronisse e lo chiudesse.
Può darsi, anzi senz’altro, che la figura e le attività di Tucci nel Centro Asia fossero di convenienza politica, come tutto ciò che l’Italia promuoveva a danno dell’Inghilterra. Ma questo non ne condizionò l’attività di ricerca. Che nel 1979, a 85 anni, cinque prima della morte, gli ha valso il premio Nehru, assegnato dal governo indiano, col contagocce, ai costruttori di ponti e di pace, “per la comprensione internazionale” - dopo Martin Luther King e il dr. Salk, e prima di Nelson Mandela. Quanto all’Ismeo, invece, si può fare colpa all’Italia repubblicana di averlo trascurato. Di averne trascurato l’attività di ricerca, documentazione, promozione culturale - fino a fonderlo, per risparmiare qualche centesimo, con l’Istituto italiano per l’Africa, in un Isiao, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (che è stato poco più di una sigla, e da quindici anni è chiuso).
L’approccio complessivo di Tucci all’Oriente si può dire del resto un progetto politico, il Tibet e il buddismo avendo analizzato e proposto come sostrato culturale comune, euroasiatico. La sua ricerca ambientando nella rilevazione di una memoria comune – lui stesso era partito studiando dapprima il cinese, poi il sanscrito, poi il tibetano. Nello spirito del viaggio, del contatto, delle esperienze dirette (il buddismo vissuto), dell’approfondimento vicendevole – una sorta di imprinting marchigiano, dei suoi luoghi di origine (era di Macerata), che tanti esploratori culturali hanno generato, a partire dai primi missionari, Mateo Ricci e altri. Degli innesti: lo studio delle culture antiche come invito a un nuovo viaggio.  
Giuseppe Cederna, che anima il documentario, lo spiega a più riprese: studiare come condividere, viaggiare, andare sui luoghi. Lo studio delle culture antiche prospettando come ponti verso il novo, un nuovo viaggio. E, soprattutto, privilegiando l’esperienza diretta. Sulle strade, on the road, è il logo del personaggio. Come mettono in rilievo la biografa, Alice Crisanti, e i tanti commentatori, in prevalenza accademici dell’Orientale di Napoli - più l’entusiasta, più convincente, Cederna.
Massimo Ferrari, Giuseppe Tucci. Sulle strade dell’Est, Rai 3, RayPlay

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