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L‘emozione è magia
C’è un ostacolo? Imprevisto, imprevedibile,
inabituale? No problem, la coscienza si attiva, e pescherà nel suo
profondo una difesa-rimedio. Si? Ma non come intelligenza artificiale, non pesca
in un deposito, un datacenter. No, è inventiva: un “atto libero”: l’emozione
è una strtaegia, difensiva ma anche offensive, d’attacco, che la coscienza mette in moto a
fronte di eveneto\atto\persona che appare nuovo e forse anche minaccioso. Si direbbe
una strategia, di difesa ma anche di attacco – basti dire l’innamoramento. Qualcosa
di molto simile all’immaginazione – tema di altra riflessione di Sartre, “Immaginazione”appunto,
che la precedente traduzione della “Teoria delle emozioni” (Bompiani) pubblicava
congiuntamente.
La conclusione è un po’ empirea – irta,
scimmiottando il linguaggio di Heidegger: l’emozione “è la totalità del rapporto
della realtà umana con il mondo. Il passaggio all’emozione è una modificazione
totale dell’essere nel mondo secondo le leggi particolarissime della magia”.
La collera, la paura passiva
(chiudere gli occhi, svenire), la tristezza passiva, la tristezza attiva, che
si vuole fare compiangere, la gioia? Tutte manifestazioni di difesa, per una
sensazione di pericolo o di minaccia – compresa la gioia-emozione, uno “stato
d’impazienza”, non la gioia-sentimento: istantanee, non organizzate (istruite,
argomentate, preparate). L’emozione è “una condotta magica”. Un trattato breve,
e una metodologia introduttiva alla psicologia, che come tale ha formato più
generazioni in Francia, alle magistrali e all’università.
Sartre ne progettò il debutto nel
1936, con un trattato, “La Psyché”. Le “Idee” sono i materiali metodologici,
pubblicati due anni dopo come “Abbozzo di una teoria delle emozioni” –
precedute nello stesso 1936 da “L’immaginazione”, e nel mezzo, nel 1937, da “La
trascendenza dell’Ego”. Il tutto, sembra, di malavoglia. L’anno successivo
Sartre debutterà con più convinzione nella narrativa, con “La nausea”, cui
seguiranno nel 1939 i racconti de “Il muro”, e poi molto teatro.
Il capitolo iniziale
dell’abbozzo, “Le teorie classiche”, è un lungo Janet vs. William
James – Pierre Janet è uno psichiatra, che la gloriola francese considera
anticipatore della psicologia dinamica e della psicanalisi. Segue la novità, la
fenomenologia. Fenomenologicamente, il “mondo”, o essenza, della psicologia è
la coscienza. La quale “esiste nella misura esatta in cui è coscienza di
esistere”. C’è quindi “prossimità assoluta della coscienza in rapporto a se
stessa”. I due termini dei “fati psichici”, l’uomo e il mondo, coincidono:
“L’esistente di cui dobbiamo fare l’analisi è noi stessi. L’essere di questo
esistente è mio” (Heidegger, Essere e tempo”, p. 41). Senza
illusioni: la fenomenologia è lo studio dei fenomeni, non dei fatti: “Esistere per
la coscienza è apparirsi, secondo Husserl”. Con l’avvertenza che la
fenomenologia è agli inizi, e ancora non s’è fatta un’antropologia.
Una coscienza autoreferenziale è
tautologica: si conosce perché si conosce. Ma l’esercizio vale come saggio
letterario, Sartre stesso si accontenta
di poco. L’emozione? Per uno scrittore è facile, è come scrivere: “Per esempio,
in questo momento scrivo, ma non ho coscienza di scrivere”. Che non è tracciare
dei segni, per abitudine o pratica: “Sarebbe assurdo. Ho forse l’abitudine di
scrivere, ma non queste parole in questo ordine”.
Del resto, “l’atto di scrivere non è affatto incosciente, è una struttura
attuale della mia coscienza”. La particolarità è che “non è cosciente di se
stesso. Scrivere è prendere una coscienza attiva delle parole che
nascono sotto la mia penna”. Sapendo che “le parole che io scrivo sono
delle esigenze” – “l’azione come coscienza spontanea irriflessa
costituisce un certo strato esistenziale nel mondo”.
Analogamente, un’emozione è come
una febbre, “lo sconvolgimento volgare e totale del corpo”. Oppure è “una
trasformazione del mondo”. Le argomentazioni sono di questo tipo, apodittiche -
o forse da manuale scolastico. Il mondo ha “carattere duplice”: “È da una parte
un oggetto nel mondo e dall’altra il vissuto immediato della coscienza”. Su di
esso la coscienza si proietta come “un fenomeno di accettazione”: “La coscienza
non si limita a proiettare dei significati affettivi sul mondo che l’attornia:
essa vive il mondo nuovo che ha costituito”. Gli altri sbocchi
essendo sbarrati, “la coscienza si precipita sul mondo magico delle emozioni”.
Con esiti sorprendenti: attraverso le emozioni la coscienza (intesa
evidentemente come ratio) si degrada: “L’origine delle emozioni è
una degradazione spontanea e vissuta della coscienza di fronte al mondo. Ciò
che essa non può sopportare in certo modo, tenta di impadronirsene in altro
modo, dormendo, avvicinandosi alle coscienze del dormiveglia, del sogno e
dell’isteria”. I sovvertimenti fisiologici non sono “nient’altro che
l’accettazione vissuta dalla coscienza”. Insomma, “la coscienza vittima
della sua propria trappola”. E, poi, l’emozione è “magica” – il magico essendo
“lo spirito serpeggiante tra le cose” di Alain. O “una sintesi irrazionale di
spontaneità e passività”, eccetera.
L’abbozzo si ricorda per la
contestazione della psicanalisi: “L’interpretazione psicanalitica concepisce il
fenomeno cosciente come la realizzazione simbolica di un desiderio rimosso
dalla censura”. Se così è, “bisogna rinunciare integralmente al cogito cartesiano
e fare della coscienza un fenomeno secondario e passivo”. La fenomenologia
delle emozioni deve “fare a meno di queste contraddizioni”. Tutta farina del
suo sacco – per quello che che le “Idee” valgono? Sartre non sapeva quanto Heidegger,
se non Husserl, disprezzava Descartes e il “cogito”, oppure si adeguava?
Jean-Paul Sartre, Idee per una teoria
delle emozioni, Il Saggiatore, pp. 96 €
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