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Comunismo – “Le origini del totalitarismo” fu impubblicabile in Francia per 22 o 23
anni dopo l’uscita, e Hannah Arendt, benché avesse vissuto e operato a Parigi per
una decina d’anni, poco meno, persona non grata, perché “serva dei padroni” –
“Le origini dell’imperialismo” era “un attacco diretto contro l’Unione Sovietica,
finanziato nientemeno che dalla Cia!” – Hannah Arendt. “Una lucida pensatrice”,
p. 114.
Fausto Coppi – Nell’autunno del 1992 l’“Autocronolgia” di Arbasino registra, nello
Stadsschouwburg di Amsterdam, “l’imbarazzante commedia musicale locale ‘Fausto’,
di autori olandesi, sul «leggendario» Fausto Coppi”.
Cremlino – “È come il Vaticano”, Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, fa
dire all’ambasciatore Quaroni, che di ritorno da Mosca fa visita al papa, Pio
XII, “suo amico personale”. Alla domanda del papa su che ne pensasse del regime
sovietico, gli avrebbe risposto: “Ogni volta che entro al Vaticano trovo la stessa
atmosfera del Cremlino”.
Hitler – Un criminale, non un cretino – B. Brecht: “I
grandi criminali politici…. non sono grandi criminali politici, ma uomini che
hanno commesso grandi crimini politici, il che è qualcosa di completamente
diverso. Il fallimento di Hitler non indica che fosse uno sciocco” (Note a
“L’irresistibile ascesa di Arturo Ui”).
Manzoni – Uno “scultore
greco” lo vuole Silvio d’Amico nel memoriale “Regina Coeli” (sul mese di ottobre
1943 da lui passato in prigione, p.53) al confronto di Dostoevskij: “Quanto ad
arte i ‘Karamazov’ stanno ai ‘Promessi sposi’ come l’opera di un geniale,
gagliardo, potente sbozzatore può stare a quella del più perfetto e spirituale
scultore greco”.
Giansenista? No, arguisce lo stesso D’Amico, commentando “La storia del giansenismo
in Italia” di Jemolo, lettura del carcere fornitagli dal cappellano-bibliotecario:
“La spirituale ferocia del Giansenismo italiano, la sua nobile disperazione, la
sua religiosità piuttosto stantia, certo tendente a un ascetismo individuale meglio
che a una diffusa carità, mi paion tutte cose, quale più quale meno, sostanzialemnte
lontane da quello che fu il largo pensiero, la sennata comprensione, l’umanità
caldissima e consolante del Manzoni maturo”.
Mia Eccellenza – Silvio D’Amico
prende per buono, in “Regina Coeli”, il racconto della sua carcerazione post-8
settembre, “la storiella inventata dai maligni sul conto del compianto Luigi
Siciliani, che quand’era sottosegretario delle Belle Arti, a chi gli chiedeva
per telefono «con chi parlo?» rispondeva: «lei parla con Mia Eccellenza Luigi
Siciliani»”.
Nonfinito – La
“riscrittura”, che inalbera come metodo di lavoro, Arbasino la collega a un certo
punto (“Autocronologia”, p. 124) a Michelangelo. Parlando di “Fratelli
d’Italia”, riscritto per l’ennesima volta, spiega che si propone “di evitare i
lineamenti mortuari del finito” – a tale fine “la struttura viene tenuta
decisamente frammentaria, mai sistematica. La parola dovrebbe apparire non già
funzionale, ma soprattutto espressiva” – poetica, mallarmeana?
Parigi – Già nel 1933
era diventata una sorta di capitale culturale austro-tedesca, ospitando Brecht,
Heinrich Mann, Joseph Roth, Hannah Arendt, Arthur Koestler, Stefan Zweig, Lion
Feuchtwanger, Alfred Döblin, Manès Sperber, Walter Benjamin.
Proust – È “la Francia
che non esiste più, che comincia a non esistere più nelle pagine di Proust”,
per Malaparte, nel 1948, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 81: “Proust
scriveva infatti su carta assorbente, la scrittura si è a poco a poco estesa, è
penetrata nella carta, non è ormai che una pallida macchia di inchiostro di
china, una sorta di palinsesto su cu le impressioni, i ritratti, i ricordi si
sovrappongono, si mescolano in un ricamo d’ombra di rami come un bosco nella
nebbia”.
Regina Coeli – “«Er Coëli
pronunciano”, della prigione romana, “con la c dura e la dieresi, i bulli
della malavita romanesca” - Silvio D Amico, “Regina Coeli”.
Riccardo Cuor di Leone – “Non proprio un inglese”, Barbara Tuchman lo diceva nel 1956 nel suo bestseller
sulla mania inglese per il Mediterraneo e i Luoghi Santi, e quindi per la
Crociate, “Bible and Sword”: “La figura del solo Riccardo assorbe le tradizioni
e la gloria dell’Inghilterra alle crociate. E tuttavia con difficoltà si può dire
un inglese, la sua Regina non mise mai piede in Inghilterra, e lui steso passò
non più di sette mesi dei dodici anni di regno nel paese di cui portava la
corona”. Era bello e valoroso ma “fu la Palestina che ne fece un eroe inglese…
Fu in Palestina che divenne Riccardo Cuor di Leone e in Palestina che fu trasformato
dal litigioso, irruento, incosciente figlio dell’Aquitania e dell’Anjou nel
primo eroe inglese dal tempo di Alfredo… Che ne sapeva l’Inghilterra di lui
come re valoroso? Un’apparizione imponente, rossa di pelo, al tintinnio della
spada, col temperamento furioso degli Angevini che sbarcavano nel paese solo per
esservi coronati e per esigere dai locali ogni esigibile penny per pagare la
sua crociata”. Andava così di fretta che l’Inghilterra si accorse a stento di
lui, se non per la pioggia di tasse che precipitò per pagare la crociata, che
finì solo per dilagare nuovamente quando dovette essere riscattato dalla prigione
dell’imperatore (Enrico VI, n.d.r.), a cui Leopoldo d’Austria lo aveva consegnato”.
Nella via per la Terra Santa, a Messina liberò la sorella Giovanna,
vedova del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, rinchiusa dai successori in un
castello per non restituirle la dote. E fu raggiunto dalla promessa sposa Berengaria
di Navarra, o Berengaria Sanchez – che sposò poi a Cipro, quando ebbe occupato l’isola.
Meno fortunato che a Cipro fu a Gerusalemme. Ma si divertì molto: “Si batteva,
perlomeno in Palestina, per divertimento, non per la libertà. Il resto, forse
il novanta per cento della sua vita adulta, lo spese combattendo su e giù per
la Francia contro suo padre o il re di Francia o altri rivali feudali, ma questo
si dimentica per il ricordo brillante della sua crociata. La favola si
compiacque di consideralo un secondo re Artù, cui niente lo avvicinava”. Fece amicizia col Grande Saladino, il condottiero curdo che si era fatto
signore del Medio Oriente, dal Cairo a Sanaa e Damasco, e concepì anche il
piano di sposare Giovanna al fratello di Saladino, e alla coppia assegnare il regno
di Gerusalemme – “il cortese e diplomatico Saladino prolungò i negoziati con
grande capacità oratoria e un costate flusso di doni”.
Virgilio – Malaparte lo
fa celta, a preferenza che etrusco, di ascendenza gallica – in una articolata
riflessione nel “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 96-97. Mantova era
“città etrusca”, ma “ai tempi di Virgilio circondata da campagna abitata da popolazioni
galliche…. In città aristocrazia etrusca
e aristocrazia gallica si erano fuse, e vivevano in buoni rapporti. Virgilio proveniva
da una famiglia di ricchi contadini, di piccoli proprietari probabilmente gallici”.
Malaparte non sa circostanziare la sua deduzione, se non per la poesia di
Virgilio: “Tutto, nella poesia di Virgilio, rivela che era di origine gallica.
Il suo sentimento della natura, la sua dolcezza, e quella specie di poesia en
plein air che, non diversamente dalla pittura en plein air decisamente francese
scaturisce con ogni probabilità dal sentimento della natura così tipico dei
Galli…. Virgilio è un impressionista”. Etc.: Virgilio è “il poeta della luna”,
Virgilio è il poeta della natura, “per la prima volta, con Virgilio, la natura
fa il suo ingresso nella poesia antica: la natura nel senso moderno”, degli
impressionisti francesi. Degli antichi Galli “non conosciamo poemi, né pitture,
né sculture”, ma era un popolo che “viveva nella natura, con i suoi cavalli”, e
aveva “come insegna l’allodola (e l’allodola è il fiore dei campi, è l’uccello
del mattino, è la natura ancora umida di rugiada)”.
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