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venerdì 15 maggio 2026

Letture - 613

letterautore


Comunismo – “Le origini del totalitarismo” fu impubblicabile in Francia per 22 o 23 anni dopo l’uscita, e Hannah Arendt, benché avesse vissuto e operato a Parigi per una decina d’anni, poco meno, persona non grata, perché “serva dei padroni” – “Le origini dell’imperialismo” era “un attacco diretto contro l’Unione Sovietica, finanziato nientemeno che dalla Cia!” – Hannah Arendt. “Una lucida pensatrice”, p. 114.
 
Fausto Coppi – Nell’autunno del 1992 l’“Autocronolgia” di Arbasino registra, nello Stadsschouwburg di Amsterdam, “l’imbarazzante commedia musicale locale ‘Fausto’, di autori olandesi, sul «leggendario» Fausto Coppi”.
 
Cremlino – “È come il Vaticano”, Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, fa dire all’ambasciatore Quaroni, che di ritorno da Mosca fa visita al papa, Pio XII, “suo amico personale”. Alla domanda del papa su che ne pensasse del regime sovietico, gli avrebbe risposto: “Ogni volta che entro al Vaticano trovo la stessa atmosfera del Cremlino”.
 
Hitler – Un criminale, non un cretino – B. Brecht: “I grandi criminali politici…. non sono grandi criminali politici, ma uomini che hanno commesso grandi crimini politici, il che è qualcosa di completamente diverso. Il fallimento di Hitler non indica che fosse uno sciocco” (Note a “L’irresistibile ascesa di Arturo Ui”).  


Manzoni – Uno “scultore greco” lo vuole Silvio d’Amico nel memoriale “Regina Coeli” (sul mese di ottobre 1943 da lui passato in prigione, p.53) al confronto di Dostoevskij: “Quanto ad arte i ‘Karamazov’ stanno ai ‘Promessi sposi’ come l’opera di un geniale, gagliardo, potente sbozzatore può stare a quella del più perfetto e spirituale scultore greco”.
 
Giansenista? No, arguisce lo stesso D’Amico, commentando “La storia del giansenismo in Italia” di Jemolo, lettura del carcere fornitagli dal cappellano-bibliotecario: “La spirituale ferocia del Giansenismo italiano, la sua nobile disperazione, la sua religiosità piuttosto stantia, certo tendente a un ascetismo individuale meglio che a una diffusa carità, mi paion tutte cose, quale più quale meno, sostanzialemnte lontane da quello che fu il largo pensiero, la sennata comprensione, l’umanità caldissima e consolante del Manzoni maturo”.
 
Mia Eccellenza – Silvio D’Amico prende per buono, in “Regina Coeli”, il racconto della sua carcerazione post-8 settembre, “la storiella inventata dai maligni sul conto del compianto Luigi Siciliani, che quand’era sottosegretario delle Belle Arti, a chi gli chiede
va per telefono «con chi parlo?» rispondeva: «lei parla con Mia Eccellenza Luigi Siciliani»”.

 
Nonfinito – La “riscrittura”, che inalbera come metodo di lavoro, Arbasino la collega a un certo punto (“Autocronologia”, p. 124) a Michelangelo. Parlando di “Fratelli d’Italia”, riscritto per l’ennesima volta, spiega che si propone “di evitare i lineamenti mortuari del finito” – a tale fine “la struttura viene tenuta decisamente frammentaria, mai sistematica. La parola dovrebbe apparire non già funzionale, ma soprattutto espressiva” – poetica, mallarmeana?
 
Parigi – Già nel 1933 era diventata una sorta di capitale culturale austro-tedesca, ospitando Brecht, Heinrich Mann, Joseph Roth, Hannah Arendt, Arthur Koestler, Stefan Zweig, Lion Feuchtwanger, Alfred Döblin, Manès Sperber, Walter Benjamin.
 
Proust – È “la Francia che non esiste più, che comincia a non esistere più nelle pagine di Proust”, per Malaparte, nel 1948, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 81: “Proust scriveva infatti su carta assorbente, la scrittura si è a poco a poco estesa, è penetrata nella carta, non è ormai che una pallida macchia di inchiostro di china, una sorta di palinsesto su cu le impressioni, i ritratti, i ricordi si sovrappongono, si mescolano in un ricamo d’ombra di rami come un bosco nella nebbia”.
 
Regina Coeli – “«Er Coëli pronunciano”, della prigione romana, “con la c dura e la dieresi, i bulli della malavita romanesca” - Silvio D Amico, “Regina Coeli”.  
 
Riccardo Cuor di Leone – “Non proprio un inglese”, Barbara Tuchman lo diceva nel 1956 nel suo bestseller sulla mania inglese per il Mediterraneo e i Luoghi Santi, e quindi per la Crociate, “Bible and Sword”: “La figura del solo Riccardo assorbe le tradizioni e la gloria dell’Inghilterra alle crociate. E tuttavia con difficoltà si può dire un inglese, la sua Regina non mise mai piede in Inghilterra, e lui steso passò non più di sette mesi dei dodici anni di regno nel paese di cui portava la corona”. Era bello e valoroso ma “fu la Palestina che ne fece un eroe inglese… Fu in Palestina che divenne Riccardo Cuor di Leone e in Palestina che fu trasformato dal litigioso, irruento, incosciente figlio dell’Aquitania e dell’Anjou nel primo eroe inglese dal tempo di Alfredo… Che ne sapeva l’Inghilterra di lui come re valoroso? Un’apparizione imponente, rossa di pelo, al tintinnio della spada, col temperamento furioso degli Angevini che sbarcavano nel paese solo per esservi coronati e per esigere dai locali ogni esigibile penny per pagare la sua crociata”. Andava così di fretta che l’Inghilterra si accorse a stento di lui, se non per la pioggia di tasse che precipitò per pagare la crociata, che finì solo per dilagare nuovamente quando dovette essere riscattato dalla prigione dell’imperatore (Enrico VI, n.d.r.), a cui Leopoldo d’Austria lo aveva consegnato”.
Nella via per la Terra Santa, a Messina liberò la sorella Giovanna, vedova del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, rinchiusa dai successori in un castello per non restituirle la dote. E fu raggiunto dalla promessa sposa Berengaria di Navarra, o Berengaria Sanchez – che sposò poi a Cipro, quando ebbe occupato l’isola. Meno fortunato che a Cipro fu a Gerusalemme. Ma si divertì molto: “Si batteva, perlomeno in Palestina, per divertimento, non per la libertà. Il resto, forse il novanta per cento della sua vita adulta, lo spese combattendo su e giù per la Francia contro suo padre o il re di Francia o altri rivali feudali, ma questo si dimentica per il ricordo brillante della sua crociata. La favola si compiacque di consideralo un secondo re Artù, cui niente lo avvicinava”. Fece amicizia col Grande Saladino, il condottiero curdo che si era fatto signore del Medio Oriente, dal Cairo a Sanaa e Damasco, e concepì anche il piano di sposare Giovanna a
l fratello di Saladino, e alla coppia assegnare il regno di Gerusalemme – “il cortese e diplomatico Saladino prolungò i negoziati con grande capacità oratoria e un costate flusso di doni”.

 
Virgilio – Malaparte lo fa celta, a preferenza che etrusco, di ascendenza gallica – in una articolata riflessione nel “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 96-97. Mantova era “città etrusca”, ma “ai tempi di Virgilio circondata da campagna abitata da popolazioni galliche….  In città aristocrazia etrusca e aristocrazia gallica si erano fuse, e vivevano in buoni rapporti. Virgilio proveniva da una famiglia di ricchi contadini, di piccoli proprietari probabilmente gallici”.
Malaparte non sa circostanziare la sua deduzione, se non per la poesia di Virgilio: “Tutto, nella poesia di Virgilio, rivela che era di origine gallica. Il suo sentimento della natura, la sua dolcezza, e quella specie di poesia en plein air che, non diversamente dalla pittura en plein air decisamente francese scaturisce con ogni probabilità dal sentimento della natura così tipico dei Galli…. Virgilio è un impressionista”. Etc.: Virgilio è “il poeta della luna”, Virgilio è il poeta della natura, “per la prima volta, con Virgilio, la natura fa il suo ingresso nella poesia antica: la natura nel senso moderno”, degli impressionisti francesi. Degli antichi Galli “non conosciamo poemi, né pitture, né sculture”, ma era un popolo che “viveva nella natura, con i suoi cavalli”, e aveva “come insegna l’allodola (e l’allodola è il fiore dei campi, è l’uccello del mattino, è la natura ancora umida di rugiada)”.

letterautore@antiit.eu

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