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Intelligenza Artificiale
– “Le intelligenze artificiali più potenti non sono state programmate, ma
addestrate. Funzionano, ma nessuno – nemmeno chi le costruisce – sa con
esattezza cosa accada al loro interno” – Gilberto Corbellini su “Sole 24 Ore
Domenica” 26 luglio. Qual è la differenza? Dello strumento programmato si sa il
funzionamento, di quello addestrato c’è un margine d’incertezza, il meccanismo potrebbe
“reagire” all’interlocuzione.
L’IA non è una macchina, razionalista. Ma nemmeno la ragione
lo è, di fatto. Qual è il problema? Che la
macchina faccia concorrenza all’uomo? Forse, ma solo per la pubblicità – per
attrarre, con argomentazioni civetta, e vendere spazi.
Memoria – È culturale, storica. Si sa, ora sarebbe “provato”: scienziati austriaci
di neurologia ci sono arrivati seguendo “lo sviluppo dell’ippocampo, la regione
del cervello coinvolta nella memoria, nel cervello dei topi, dalla nascita all’età
adulta”. Ma era l’esito delle analisi di Chomsky, p.es., del linguaggio, nell’innatismo,
o grammatica universale.
Populismo –
Rimanda a Hobbes, in linea diretta, senza deviazioni.
Va rivisitato, rispetto alle prime analisi dieci o quindici
ani fa: perché si è imposto largamente, e perché l’analisi, forse, è evoluta –
meno preconcetta (“basta la parola”). È diventato maggioritario ovunque – in
Occidente, ma probabilmente anche altrove, anche se il Resto del mondo continua
a non fare opinione. Va reinterpretato. E la chiave, più o meno, è il ritorno a
Hobbes, al patto politico che si genera con la paura. L’Occidente è ricco ma,
insomma, ha paura. Probabilmente ha sempre avuto paura, sarà stata la molla (la
giustificazione, psicologica e morale) del
suo imperialismo. Ma probabilmente oggi di se stesso, essendosi da tempo ridotto
a vuoto, di ambizioni (traguardi) e di difese (argomenti). Aperto quindi, nel
vuoto, a ogni possibile accesso (politica, cultura, comunicazione, storia, linguaggi,
relazioni umane, futuro, passato – insomma l’intelligenza del mondo che si vive).Tutti
è proteso a un’innovazione di cui solo si considerano e si valutano (si conoscono) i benefici economici – non per
tutti – e nessun altro possibile esito. Il futuro prospettandosi come un’app,
che si apre su un circuito pre-parato (come il pre-pagato): più una trappola
che una via d’uscita o un sentiero che si biforca. Nel dissolversi dalla Cosa Pubblica
– comunità, patto speciale, politica - quando più se ne sente la necessità, il
bisogno. Con la crescita, esplosiva, di domanda di bene pubblico: dal wifi alla
laserterapia.
Un populismo come “Ersatz¨, una esercitazione sul vuoto,
nel nome del niente. Un appello forse, indistinto, “salvateci tutti!”, rivolto
a un non si sa chi. Non essendo individuato il nemico non si sa poi chi è o
deve essere il protettore.
Occasionalmente, nelle comunità poi più periferiche se
non povere, questo bisogno di protezione si estrinseca nella guerra
all’immigrato. Di cui poi tutti hanno più o meno bisogno – l’unico umano disponibile,
e a buon mercato..Il “mercato” ha fatto promesse che non ha mantenuto – non ha
arricchito tutti, e molti poveri li ha creati. Non per i ceti che più hanno bisogno,
più o meno reale o prospettivo, di protezione, le libertà che i prospettavano salvifiche
e rigeneranti materializzandosi piuttosto come un lusso – per chi è già
“protetto”. La domanda di diritti, la solita fuga in avanti dell’America urbana
di ristrette élites, intellettualoidi
più che intellettuali (l’America, certa America, vibra al diapason del fashion, del passeggero, mobile, amovibile). È di protezione che il
“mondo” ha bisogno, e cioè di Bene Pubblico,
Funzione Pubblica, Stato. Solo qui la libertà si conforma per i più.
(continua)
Selfie – La letteratura – narrativa e
poetica- autocentrata, la “letteratura
dell’ombelico”, è antevista (analizzata) da Cesare Pavese ìn uno dei suoi
ultimi scritti. “L’arte di maturare” (pubblicato postumo su “Cultura e Realtà”,
n.2, ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”): “La scoperta romantica
che gli stampi mitici della sensibilità, i simboli che orienteranno la nostra
vita, risalgono ai primi contatti con la realtà –in sostanza alla nostra fanciullezza
– ha riempito la narrativa di bambini saputi, di piccoli ribelli primitivi”.etc.
Una “voga”, che “ha logicamente coinciso
col gusto della caratterizzazione storica”, etc.:“L’antico tirocinio di un
poeta, di un narratore, era l’educazione ai valori perenni e comuni…. l’inserimento
in una mitologia collettiva in cui si lavorava come un moderno tecnico o inventore
lavora sui dati tradizionali delle scienze. Il tirocinio romantico invece corrisponde
alla scoperta che ogni valore assoluto è transeunte e che quindi non resta che
erigere la propria esperienza, la propria mitologia in una cultura che paradossalmente
riesca assoluta e normativa a tutti gli altri,
alla collettività”.
Tutto preciso. Eccetto
che per la conclusione: “E siccome ogni assoluto si fonda sulle origini, sul
principio, ecco che tutti prendiamo le mosse dall’unico principio a noi noto –
la nostra individuale prima età”. No, la prima età, come lo “storione familiare”,
è un processo a ritroso, una (ri)costruzione, anche molto selettiva, perfino
radicale. Per l’autorità anche di Shakespeare (“King Lear”) che Pavese cita: “man must endure\ his going hence e’en as is
coming hither.\ Ripeness is all”, l’uomo deve sopportare\ il suo girovagare.\
La maturità è tutto”.
Storia – “La vera conoscenza della storia è
un procedimento di immedesimazione emotiva. La sua origine è l’ignavia del cuore,
l’acedia” – W. Benjamin, ultimo
scritto.
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