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domenica 9 agosto 2026

Secondi pensieri - 589

zeulig


Intelligenza Artificiale
– “Le intelligenze artificiali più potenti non sono state programmate, ma addestrate. Funzionano, ma nessuno – nemmeno chi le costruisce – sa con esattezza cosa accada al loro interno” – Gilberto Corbellini su “Sole 24 Ore Domenica” 26 luglio. Qual è la differenza? Dello strumento programmato si sa il funzionamento, di quello addestrato c’è un margine d’incertezza, il meccanismo potrebbe “reagire” all’interlocuzione.
L’IA non è una macchina, razionalista. Ma nemmeno la ragione lo è, di fatto.  Qual è il problema? Che la macchina faccia concorrenza all’uomo? Forse, ma solo per la pubblicità – per attrarre, con argomentazioni civetta, e vendere spazi.
Memoria – È culturale, storica. Si sa, ora sarebbe “provato”: scienziati austriaci di neurologia ci sono arrivati seguendo “lo sviluppo dell’ippocampo, la regione del cervello coinvolta nella memoria, nel cervello dei topi, dalla nascita all’età adulta”. Ma era l’esito delle analisi di Chomsky, p.es., del linguaggio, nell’innatismo, o grammatica universale.
 
Populismo
– Rimanda a Hobbes, in linea diretta, senza deviazioni.
Va rivisitato, rispetto alle prime analisi dieci o quindici ani fa: perché si è imposto largamente, e perché l’analisi, forse, è evoluta – meno preconcetta (“basta la parola”). È diventato maggioritario ovunque – in Occidente, ma probabilmente anche altrove, anche se il Resto del mondo continua a non fare opinione. Va reinterpretato. E la chiave, più o meno, è il ritorno a Hobbes, al patto politico che si genera con la paura. L’Occidente è ricco ma, insomma, ha paura. Probabilmente ha sempre avuto paura, sarà stata la molla (la giustificazione, psicologica e  morale) del suo imperialismo. Ma probabilmente oggi di se stesso, essendosi da tempo ridotto a vuoto, di ambizioni (traguardi) e di difese (argomenti). Aperto quindi, nel vuoto, a ogni possibile accesso (politica, cultura, comunicazione, storia, linguaggi, relazioni umane, futuro, passato – insomma l’intelligenza del mondo che si vive).Tutti è proteso a un’innovazione di cui solo si considerano e si valutano (si  conoscono) i benefici economici – non per tutti – e nessun altro possibile esito. Il futuro prospettandosi come un’app, che si apre su un circuito pre-parato (come il pre-pagato): più una trappola che una via d’uscita o un sentiero che si biforca. Nel dissolversi dalla Cosa Pubblica – comunità, patto speciale, politica -  quando più se ne sente la necessità, il bisogno. Con la crescita, esplosiva, di domanda di bene pubblico: dal wifi alla laserterapia.
Un populismo come “Ersatz¨, una esercitazione sul vuoto, nel nome del niente. Un appello forse, indistinto, “salvateci tutti!”, rivolto a un non si sa chi. Non essendo individuato il nemico non si sa poi chi è o deve essere il protettore.   
 
Occasionalmente, nelle comunità poi più periferiche se non povere, questo bisogno di protezione si estrinseca nella guerra all’immigrato. Di cui poi tutti hanno più o meno bisogno – l’unico umano disponibile, e a buon mercato..Il “mercato” ha fatto promesse che non ha mantenuto – non ha arricchito tutti, e molti poveri li ha creati. Non per i ceti che più hanno bisogno, più o meno reale o prospettivo, di protezione, le libertà che i prospettavano salvifiche e rigeneranti materializzandosi piuttosto come un lusso – per chi è già “protetto”. La domanda di diritti, la solita fuga in avanti dell’America urbana di ristrette élites, intellettualoidi più che intellettuali (l’America, certa America, vibra  al diapason del fashion, del passeggero, mobile, amovibile). È di protezione che il “mondo” ha  bisogno, e cioè di Bene Pubblico, Funzione Pubblica, Stato. Solo qui la libertà si conforma per i più.
(continua)
 
Selfie – La letteratura – narrativa e poetica-  autocentrata, la “letteratura dell’ombelico”, è antevista (analizzata) da Cesare Pavese ìn uno dei suoi ultimi scritti. “L’arte di maturare” (pubblicato postumo su “Cultura e Realtà”, n.2, ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”): “La scoperta romantica che gli stampi mitici della sensibilità, i simboli che orienteranno la nostra vita, risalgono ai primi contatti con la realtà –in sostanza alla nostra fanciullezza – ha riempito la narrativa di bambini saputi, di piccoli ribelli primitivi”.etc. Una “voga”, che “ha logicamente  coinciso col gusto della caratterizzazione storica”, etc.:“L’antico tirocinio di un poeta, di un narratore, era l’educazione ai valori perenni e comuni…. l’inserimento in una mitologia collettiva in cui si lavorava come un moderno tecnico o inventore lavora sui dati tradizionali delle scienze. Il tirocinio romantico invece corrisponde alla scoperta che ogni valore assoluto è transeunte e che quindi non resta che erigere la propria esperienza, la propria mitologia in una cultura che paradossalmente riesca assoluta e normativa a tutti gli altri, alla collettività”.
Tutto preciso. Eccetto che per la conclusione: “E siccome ogni assoluto si fonda sulle origini, sul principio, ecco che tutti prendiamo le mosse dall’unico principio a noi noto – la nostra individuale prima età”. No, la prima età, come lo “storione familiare”, è un processo a ritroso, una (ri)costruzione, anche molto selettiva, perfino radicale. Per l’autorità anche di Shakespeare (“King Lear”) che Pavese cita: “man must endure\ his going hence e’en as is coming hither.\ Ripeness is all”, l’uomo deve sopportare\ il suo girovagare.\ La maturità è tutto”.  
 
Storia – “La vera conoscenza della storia è un procedimento di immedesimazione emotiva. La sua origine è l’ignavia del cuore, l’acedia” – W. Benjamin, ultimo scritto.

zeulig@antiit.eu

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