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domenica 17 maggio 2020

La “casa dell’ebreo”, contrassegno italico

Una raccolta di saggi di storia pisana, di cui Luzzati è specialista. Attorno ad alcuni documenti ed eventi concernenti gli ebrei in Toscana, a Pisa, nel Quattro-Cinquecento.  Storie tutte di fortuna, legata alla fenerazione – al prestito a interesse. Di ebrei  romani, che convennero a Pisa dapprima attratti dalle condizioni di favore offerte, quando a metà Trecento la repubblica marinara in disarmo provò a rilanciarsi con i commerci. E poi, quando Pisa passò sotto Firenze (commissario politico delle truppe fiorentine era Machiavelli), dalle concessioni medicee. Di Cosimo su spinta della moglie Eleonora de Toledo, la figlia del viceré di Napoli, che era stata educata da donna Bienvenida Abravanel, esponente di un casato ebraico di progenie iberica, che annoverava statisti e pensatori – Bienvenida era cognata di Leone Ebreo.
Pisa era stata a lungo terminale per i commerci con l’Oriente. Fra le tante vicende della repubblica marinara Luzzati ricorda l’arrivo a Pisa ai primi dell’801 di due messi del califfo Harun-el-Rashid, quello delle “Mille e una notte”, per Carlo Magno, che si trovava a Pavia, e di uno dell’emiro di Tunisi, el-Abbasiya. In risposta all’invio da parte di Carlo Magno quattro anni prima di tre suoi ambasciatori. Uno dei quali, Issac Iudeus, stava per tornare, via Africa - sarebbe sbarcato a settembre a Portovenere con un elefante, dono del califfo al primo imperatore dei Romani, al quale riuscirà a recapitarlo vivo, nel luglio 802, ad Aquisgrana.  
Undici saggi di storia locale. Di fortune ebraiche alterne. Ma non più della precarietà dell’epoca – e degli affari, che per natura sono mobili. Quando Cosimo nel 1570 adottò, per avvicinarsi a Roma, al papato, il ghetto che papa Paolo IV aveva instaurato nel 1556, il provvedimento fu applicato anche a Pisa. Cioè, non fu applicato: i Da Pisa, i Leucci, e le altre famgilie di fortuna continuarono le loro attività senza restrizioni. Qualcuno anche spostandosi su Firenze, per accrescere il volume degli affari.
Una raccolta disintossicante. La storia degli ebrei in Italia, da qualche tempo minata dalle diffidenze, è la storia dell’“unico gruppo non cristiano cui sia stato consentito vivere tra i cristiani”. Con limitazioni inferiori che altrove. E, prima e dopo il ghetto, non di isolamento. Senza contare, come Cases racconta nelle “Memorie di un ottuagenario”, il suo bisavolo, rabbino di Reggio nell’Emilia, che protestò con Napoleone Primo Console per l’abolizione del ghetto: quelle leggi che volevano tutti eguali senza distinzione di razza e senza ghetti, sostenendo, intaccavano la sua identità di buon ebreo.
Nei due ultimi saggi della raccolta, Luzzatti evidenzia che, “all’insegna della pazienza, della prudenza e della cautela, e non senza errori di calcolo o prospettiva”, gli ebrei in Italia hanno sempre mantenuto un loro spazio. Con una limitazione, nota allargando lo sguardo su tutta la penisola: di tenere limitata la presenza. Che quindi si trova diffusa in Italia in tutte le comunità, ma in nessuna con nuclei consistenti. Da qui il titolo: la “casa del’Ebreo” era il nucleo attorno a cui si raccoglievano le minuscole rappresentanze ebraiche così disseminate, paesane o cittadine. La casa del “prestatore”, l’ebreo per antonomasia.  
Michele Luzzatti, La casa dell’Ebreo, Nistri Lischi, pp. 317 € 20


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