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domenica 13 febbraio 2022

Malinconia del sapiente

Una cornucopia di versi e prose liriche che Borges pubblicò per la sua compagna di vita da ultimo, Maria Kodama. “Il più intimo”, lo dice nel “Prologo”, dei suoi libri. Quasi una confessione, o un autoritratto, di sé stesso a futura memoria – la “notte” essendo la cecità incombente, come la dice lui stesso, ma anche un presentimento di morte, benché Borges abbia poi vissuto un’altra decina d’anni, spesso in viaggio, laureato e premiato, e pubblicato altri tre o quattro libri. Sempre gnomico, anche nella dedica, di “cose disparate, che sono forse, come presentiva Spinoza, mere figurazioni e facce di un’unica cosa infinita”.
Un libro d’amore malinconico. Vanitas vanitatum è il basso continuo. Su un fondo di eremitaggio. Non misantropico, la socievolezza è parte del carattere preponderante, l’amicizia, il quartiere (Palermo), la città (Buenos Aires), la famiglia (gli avi sempre importanti, di padre e di madre), la Francia, che gli ha appreso l’esametro. Ma distaccato: per “L’innamorato” del componimento omonimo non c’è arte e non c’è storia, veramente, “farò finta che queste cose esistano”. E non c’è altro, “fingerò che altri esistano. È menzogna”. Per proporsi fedele d’amore. Ma a chi, a che? Il poeta è, come l’incolpevole G.A. Bürger a Gottinga nel Settecento, di “sapienza tanto inutile\ quanto lo sono i corollari di Spinoza\ o le magie della paura”,
Una despedida, un addio. Precoce, in forma di libro d’amore, ma pieno di malinconia, di quello che fu e non è, e di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Dei ricordi, di ciò che fu, o avrebbe potuto essere – “a volte la memoria mi spaventa”, si dice con sant’Agostino. Ma per questo il libro più personale, meno elusivo, di Borges. “L’amore che non abbiamo condiviso” e “Il figliolo che non ho avuto” sono tra i rimpianti delle “cose che avrebbero potuto essere e non sono state”.
Un repertorio dei temi sempre cari. Borges rivede, riracconta, tutti i suoi topoi: la tigre, il leone, la Francia, l’Islanda, i vichinghi, l’amico morto, qui Manuel Peyrou, “prigioniero di una casa\ piena di libri senza più le lettere”, la biblioteca naturalmente, personaggi e geografie germaniche di sua invenzione, Gunnar Thorgilsson, l’Islanda, i Vichinghi, che non vollero scoprire un impero, la biblioteca di Alessandria, Milton, e le “Mille e una notte”, con milonghe, e coltelli.  Molte enumerazioni, per la consueta vertigine della lista, con molti elenchi, di cose, trattazioni, fantasie, monumenti, storia.
Un epicedio da vivo. In una cornice di stanchezza. Un riesame come un esame di coscienza. Della vanità, anche, del sapere. Che è stato la sua gioia: “La biblioteca di mio padre è stata l’evento capitale della mia vita”, è la penultima riga del libro. L’ultima: “La verità è che non ne son mai uscito, come Alonso Quijano non uscì mai dalla sua”.
Versi per più aspetti sempre prosastici. Insonori per lo più, rare le rime. Una poesia anche qui didascalica, raramente “poetica”, ritmica, suggestiva, espansiva (lirica, elegiaca, idilliaca, epica) – in questa edizione, con l’originale a fronte, la lettura curiosamente ispira più nella traduzione, di Francesco Fava. Versi enigmatici e didattici - enigmatici per essere didattici: la magia di Borges sarà stata quella segreta del maestro di scuola, sapiente, sorprendente.
Jorge Luis Borges, Storia della notte, Adelphi, pp.126 €12
 

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