giovedì 30 maggio 2024
Secondì pensieri - 536
Verità
–
Parte da se stessi? Per sant’Agostino, secondo il quale imparare è
ricordare, ma non c’è niente da imparare fuori: sì, c’è la verità eterna, dice,
ma la conoscenza di sé è il primo indispensabile passo. Avrà conosciuto se
stesso, magari (auto)confessandosi? Non si è se non si crede, a se stessi.
L’irruzione del male nel tinello
L’irruzione del male, in
ambito familiare, giovanile, sereno, ilare. Il vecchio tema tragico, di tanto
Shakespeare ma già degli antichi greci, riproposto in termini attuali,
cronachistici, della violenza sulle donne. Tanto più percutente se giovanile, e
tra persone “ordinarie”, noi o voi, che acutizza il vecchio leitmotiv tragico,
da Eschilo in qua.
Un racconto dapprima lieto,
poi operoso, poi turbolento: la violenza ha il sopravvento – non ci sono altre
difese, la società organizza polizie ma non anticorpi. Una tragedia dura. Senza
effetti squatter, ma analogamente percutante – peggio perché sofferta al
chiuso, in casa.
Ivano De Matteo, Mia,
Sky Cinema, Now
mercoledì 29 maggio 2024
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (561)
Giuseppe Leuzzi
Il generale Mori rinviato a
giudizio, per l’ennesima volta, sempre per “i fatti di Palermo”, in questo caso
per le stragi a Firenze e Milano nel 1993. Dalla Procura di Firenze, che ha il
privilegio di indagare sulle stragi. Dopo trentun’anni. Poiché Mori ha 85 anni
qualsiasi giudice può fare a mano di lavorare. Se non, nel frattempo, alla carriera,
per un’indagine così importante, su un colpevole illustre: qualcuno del pool è
già diventato Procuratore Capo, qualcun altro lo diventerà. E questa è tutta la
“giustizia antimafia”, trentun’anni di carriere. Per non molti, ma che carriere
- poi dice che Sciascia ci vedeva male.
In una cosa il Sud è allineato
al Nord, al Centronord: nell’evasione fiscale. Totale e pro capite. Un’elaborazione
statistica del “Quotidiano del Sud” sui dati del Tesoro mostra che la stima
d’evasione fiscale, 172 miliardi, è così suddivisa: 129 miliardi al Centronord,
il 67,2 del totale, per il 66,5 per cento della popolazione, e 63 miliardi al
Sud, il 32,8 per cento dell’evasione totale, per il 33,5 per cento della
popolazione.
Non si dà pace l’ex sindaco di
Rende Marcello Manna, di centro-destra, cacciato dal prefetto un anno fa, insieme
con il consiglio comunale, per “infiltrazioni mafiose”, e scrive a Mattarella:
questi scioglimenti sono discrezionali, cioè arbitrari, quindi
incostituzionali, non c’è nessun contraddittorio, nessuna accusa specifica è stata
mossa a nessuno. Ha scritto a Mattarella invece di fare causa per
incostituzionalità. E forse non sa che gli scioglimenti, come già il soggiorno obbligato,
sono un’antimafia di copertura. Però, si è cautelato: la lettera l’ha resa
pubblica.
La mafia è recente
Mafia è recente, come passepartout
mondiale - un export della Sicilia nel trentennio del terrore, 1963-1993, da
Ciaculli ai Georgofili. In America, dove i passepartout mondiali si
fanno, era mob – la mob siciliana era Cosa Nostra.
I dizionari inglesi e
americani non registrano la parola fino agli anni 1960. Quelli spagnoli nemmeno.
Il Petit Robert ne data l’introduzione al 1868, come “maffia”, nel senso di audacia,
spacconeria, e al 1933 nel senso proprio (ma non dà il riferimento, se a uno o
più testi) – per “maffieux” riporta al 1980, per “mafieux” al 1987 (“Libération”).
Nel 1952 si pubblica a New
York, da primaria casa editrice, Random House, un libro esplicito, “Mafia”, di
Ed (Edward) Reid, un giornalista investigativo, sulla mafia a New York – l’anno
dopo che Reid aveva ricevuto il premio Pulitzer (sarà tradotto nel 1956 dall’editore
fiorentino Parenti, con prefazione di Calamandrei, e sarà un successo, ma in
una serie “Gialli veri. La realtà supera l’immaginazione”: la prima copertina,
bianca con indice, saggistica, sarà succeduta da una gialla, n. 2 della collana,
quindicinale, e poi da una nera). Ma nel “Padrino”, sia in quello di Puzo
(1969) nel romanzo che in quelli di Coppola al cinema, a partire dal 1971, la parola mafia non c’è. Anzi, soprattutto i film, per il carisma di Marlon Brando, danno
una strana immagine collegata al brand, di quella che Sciascia aveva detto
la vecchia mafia, onorata (nella prima riflessione in tema, 1957, l’anno dopo “Le
parrocchie di Regalpetra”, per la rivista di Silone, “Tempo Presente”, un breve
saggio ora ripreso in “Pirandello e la Sicilia”, in forma di recensione di Reid,
e di “Questa mafia” del maggiore dei Carabinieri Renato Candida, l’ufficiale
leccese che gli servirà da modello per il Bellodi del “Giorno della civetta”, indulge ancora alla mafia vecchia, buona, e ha perfino una
“mafia di sinistra”, consentendo con l’ufficiale dei Carabinieri, portato dalla
divisa all’equidistanza). Mentre imperversavano già da un
decennio autobombe, tritolo e kalashnikov, spietati, a tradimento, senza limiti
ai morti.
Su questa assenza varie
mitologie si sono create. La parola non c’è perché l’Italian American Civil Rights
Movement si oppose. Con metodi mafiosi: minacce telefoniche ai dirigenti Paramount,
in particolare al produttore Robert Evans, e “avvertimenti” (furti e sabotaggi
di materiale costoso fin dai primi sopralluoghi, nel 1972). Niente riprese a
Little Italy, e niente “mafia”. Finché Evans non decise di accordarsi col
fondatore e presidente dell’Italian American Movement, Joseph
Colombo, capo dell’omonima “famiglia” di mafia, una delle tre di New York. Che
impose: “Né la parola ‘Mafia’ né ‘Cosa Nostra’ devono comparire”. Non tutti i
mafiosi a New York gradirono la benedizione al film, continua la leggenda nera,
e pochi mesi dopo Colombo fu punito dalle cosche rivali, Gambino e
Costello-Luciano.
Cominciava il mito della mafia.
I fatti sono leggermente diversi. Il primo “Padrino” fu girato in 80 giorni, da
fine maggio ai primi di agosto 1971. Colombo fu sparato il 28 giugno 1971, al
Columbus Circle di Manhattan, davanti a decine di migliaia di persone, da un killer
afroamericano, Jerôme Johnson, poco abile (e subito freddato dai figli e la
scorta di Colombo), ma non per il film, per conto del concorrente Joe Gallo –
Colombo sopravviverà paralizzato per sette anni, fino al 1978, in tempo per sapere
dello stratosferico successo della serie, ma senza alcun potere. Evans era il capo della Paramount, il produttore era Al Ruddy, morto di questi giorni, quasi centenario, produttore di molti film di successo - sua la scelta di Marlon Brando.
La serie “Il Padrino” era nata,
come si sa, per il regista Peckinpah (che fu poi licenziato per motivi
sconosciuti – alcol? cocaina?), quindi più azione e botti che parole, pause, sguardi
e psicologia. La Paramount arrivò a Coppola dopo contatti infruttuosi con
Sergio Leone, Kazan e Arthur Penn. Coppola era già famoso, ma per film a basso
costo, e di più come sceneggiatore, premio Oscar non ancora trentenne per questa
attività, con “Patton, generale d’acciaio”. “Il Padrino”, senza “mafia”, sarà
opera sua in tutti i sensi.
Un incidente in Calabria
Tra le uscite di Rogliano e
Altilia Grimaldi, sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, cica 20 km. a Sud di
Csenza, si è formata nella lunga discesa in direzione di Reggio Calabria una
fila. Per un incidente. Pare un tamponamento. Sono le 14, fa caldo, ma siamo su
un cavalcavia, e con i finestrini aperti c’è aria. Tutti sembrano aspettare pazienti.
Si passa il tempo sui cellulari, qualcuno telefona, i più scorriamo i social.
Alle 15 passa, senza clamore,
un’auto della Polizia. Dopo qualche minuto la segue una Panda colorata dell’Anas,
con due in tuta arancione. Qualcuno scende dalla macchina, si conversa, si
ipotizza: libereranno il passaggio, prese le misure e fatte le fotografie del
tamponamento.
Alle 16 passa una grossa Bmw,
tipo Suv, vetri fumé. Avanza con prudenza, ma con decisione. Che sia il
magistrato? La voce corre. Ma allora, si ipotizza, ci saranno feriti. Ecco
perché tutto resta bloccato. Non ci sono dubbi. Anche perché in rete va un sito
di Cosenza che parla di un incidente mortale tra Rogliano e Altilia, una donna
sarebbe morte – dice anche l’età, 34 anni.
Subentra il silenzio. Nel
senso che non si fa più small talk per ingannare l’attesa. Qualcuno fa telefonate
lunghe. Qualcuno mette mano alle carte, per portare avanti il lavoro. Ma d’un tratto,
verso le 17, la colonna si muove. In prima, procedendo e fermandosi, specie i
primi minuti, prima che si avvii la pratica dell’alternanza nelle precedenze,
per fare delle due file una, si avanza per un paio di chilometri. Finché uno
dei due uomini arancione dell’Anas non invita vigorosamente a passare di carreggiata
e invertire la marcia: hanno ristretto il traffico sulla carreggiata in salita,
rado, a una sola corsia, e in quella interna invitano a tornare indietro.
Ripartiamo titubanti, non
conoscendo i luoghi. I più però sfrecciano, sanno cosa fare, saranno del luogo,
conviene accodarsi. Usciamo a Rogliano. Non siamo in molti, all’uscita si forma
una coda, ma la fila è corta. E un altro uomo in arancione, affannato, invita a
muoversi. S e non che non ci sono indicazioni: dove andare? Chiedere è inutile:
l’uomo affannato in arancione urla di prendere una qualsiasi direzione pur di
liberare l’uscita dall’autostrada, che comincia a intasarsi.
Si prende una direzione qualsiasi.
Finché, finita la coda, non ci si può fermare, e chiedere la direzione. “È
semplice”, dice un ragazzo, “fino a Grimaldi, poi da Grimaldi ad Altilia, e lì
riprendete l’autostrada”. “In questa direzione?” “Su questa strada”. È fatta, finalmente
un punto fermo, dopo tre ore o quattro d’incertezza.
Sono passate quattro ore, ma
pazienza. Se c’è stato un incidente mortale – uno inconsciamente si congratula
con se stesso. È campagna piena, molto verde, e la strada è ben tenuta. Solo
che Grimaldi non si vede. Curve e controcurve, ma niente cartelli e niente
Grimaldi. E se la direzione fosse sbagliata? L’incertezza subentra di nuovo. Anche
la campagna, è molto verde, ma non è coltivata, non ci sono orti, non si olivi
né alberi da frutta. E non c’è a chi chiedere. Tornare indietro? Andare avanti?
Tornare non è opportuno. L’ansia cresce. Ma poi qualche macchina s’incontra. Una
è ferma nella nostra direzione. Accostiamo. Una ragazza è appoggiata alla macchina
e digita. Solleva appena il capo, l’occhio witty, e dice subito, non
ancora interpellata: “Avanti ancora un po’, c’è il bivio per Altilia”. E così
è. È che i chilometri dall’autostrada a Grimaldi sono una quindicina, bastava
dirlo o segnalarlo. Un’altra decina ci saranno per Altilia, ma a cuor leggero, la
fiducia essendo stata ristabilita.
Si può apprezzare la coolness.
In fondo, quattro o cinquemila macchine in fila non sono un disastro. Ma quando
c’è – ci sarà - il terremoto? In fondo, è stato semplice. Ma non lo è: in una
vera emergenza, come sarebbe successo, come ci si sarebbe organizzati?
Il giorno dopo il giornale
locale non fa cenno alla lunga coda. Digitando furiosamente, si trova una
cronaca locale con la foto dell’incidente: un tir ha preso fuoco, l’autostrada è
rimasta chiusa per cinque ore, per i rilievi d’uso nelle assicurazioni. Di
quale mondo?
Napoli illuminata,
Pavia reazionaria
Stefania de Bonis fa sul supplemento “Mimì” del “Quotidiano del Sud”
la storia vera, che non si conosceva, di Anna Kuliscioff. In un saggio dal
titolo “Laureate, che fatica essere donne”. Sulle difficoltà di una donna, fino
al primo Novecento, a dirsi dottore, avvocato, ingegnere e a esercitare la professione.
“Ne seppe qualcosa Anna Kuliscioff, nata in Crimea, fuggita in Svizzera per
studiare filosofia e poi arrivata in Italia, dove fu arrestata con l’accusa di
cospirare con gli anarchici. Nel gennaio 1984 giunse a Napoli, accolta
cordialmente dal professor Arnaldo Cantani, per dedicarsi, nella clinica
ostetrico-ginecologica, allo studio delle malattie femminili.
“Per approfondire le ricerche sulle «febbri puerperali», necessarie alla
sua tesi, si recò nel laboratorio di Golgi a Pavia, chiedendo il trasferimento
nell’ateneo cittadino. Il rettore Alfonso Corradi e altri docenti, irritati dalla
sua richiesta (preoccupati dal possibile contagio politico della platea
studentesca) si opposero. Benché la prefettura avesse assicurato che la
studentessa non appariva più «pericolosa» e aveva promesso di «vivere
senz’altro scopo che quello di completare gli studi».
“Corradi fu irremovibile.
La giovane laureanda fu difesa soltanto da alcuni universitari. In particolare
Achille Monti, che scrisse sulla «Lombardia» un articolo contro il rettore,
«uomo dai cento raggiri», e gli altri studenti «giovani inetti».
“Risultato dell’articolo
fu un duello fra Monti e il giovane Camillo Broglio, offeso e contrario
all’arrivo della laureanda. Qualche graffio, la sospensione di Monti dal collegio
e il mesto ritorno a Napoli della Kulisciofff. Che, dopo la laurea a Napoli, si
dedicò a battaglie politiche e sociali al fianco di Filippo Turati, suo
compagno di vita, e fondò il quindicinale «La Difesa delle Lavoratrici»”.
Cronache della differenza: Sicilia
Si ricordano a Messina, ancora negli anni
1950, le banchine del porto d’inverno occupate da botti. Di limoni, si diceva. Di succo? Sembrava troppo. Di bucce? Dell’uno e delle
altre. Le
bucce per le marmellate Silver Shred di Robertson, che sono sempre buone, dopo
un secolo e mezzo. Il succo per lo scorbuto. Contro lo scorbuto, ovviamente: s’imbarca
a barili su ogni nave in partenza, ancora oggi, dopo la scoperta nel 1747 del medico
navale James Lind.
E se la Sicilia
fosse stata inglese, come Malta per esempio? Improponibile. Che l’Inghilterra
ambisse alla Sicilia, l’abbia dotata perfino di una costituzione, per impadronirsi
del limone, prima del marsala, e dei pistacchi di Bronte, è plausibile. Ma le
costituzioni ai siciliani non dicono nulla.
Scrivendo della sua Sardegna nel 1951, sul “Ponte”
(“L’avvenire della Sardegna”), Emilio Lussu parte con questa affermazione, a
proposito della diffidenza e dell’isolamento tra sardi: “È il fatto che la
regione è un’isola – la Sicilia non lo è affatto”.
Pur avendo avviato il “volgare”
(l’italiano) con Federico II e la sua corte, “la Sicilia rimarrà isolata dall’Italia
dopo la pace di Caltabellotta (1302), che sancirà un autonomo regno di Trinacria”
– Stefano Lanuzza,”Storia della lingua italiana”, p. 27. Si ritorna al latino,
e al dialetto.
“Dopo la caduta della Sicilia e del
Meridione sotto il dominio angioino, il primato del volgare comincia a passare
alla Toscana” - Lanuzza, ib.
Emily Lowe, intraprendente gentildonna
britannica, saluta l’isola nel 1859, sbarcandovi, come “terra amata da tutti gli dei”. E
alla partenza, al termine del suo tour con la mamma, come quella “che possiede tutto e non gode di nulla” – “Unprotected
Females in Sicily, Calabria and
on the Top Of
Mount Aetna (1859).
L’editrice Sellerio ha varie antologie
di racconti, soprattutto di “gialli”, dei suoi autori. I siciliani sono tutti sicilianisti, sfegatati
– anche Piazzese, che pure aborre i luoghi comuni. Malvaldi non è così buono con i suoi
vecchietti di Marina di Pisa – “BarLume”. Recami, fiorentino, è perfino antifiorentino (sporcizia, “un genera
le difetto di creanza”, l’“Arno d’argento” è una pozza, puteolente…). Perfino Giménez-Bartlett
ha da ridire su Barcellona, se non altro per i troppi turisti – ma questa scrittrice di
Barcellona non è catalana, è castigliana… I siciliani invece no: mari, monti, cucina, arabi, donne, è
tutto un tripudio. Alla Sicilia, come a Milano, non difetta l’autocompiacimento. Ma non
fruttifica.
Oppure
sì? L’isola è decima per reddito, complessivo
e pro capite, tra le regioni italiane. Ma è la quinta per ammontare totale di
depositi bancari - ne ha più dell’Emilia-Romagna (4,8 milioni di abitanti contro
4,5, ma 17 mila euro di reddito pro capite, contro 35 mila, più del doppio), e
del Piemonte (4,2 milioni di abitanti, ma 30 mila euro di reddito pro capite).
leuzzi@antiit.eu
Splendore di Pompei, in gita solitaria
Un imperdibile racconto di Pompei, la
vecchia e la nuova, quella che si viene riscoprendo. Con tutti i protagonisti,
a partire dal direttore del Parco Archeologico, Zurchtriegel. Come era e viveva
Pompei, fuori dai miti e le frasi fatte.
Come si è prodotto il cataclisma, nomento di notevoli precisazioni. E come le
macerie siano ancora un tesoro da dissotterrare. Vecchi e nuovi ambienti e
nuove immagini Angela ha potuto illustrare, in un sito tutto per sé. In un unico
piano sequenza (probabilmente puù simulato che reale, data la lunghezza e la
complòessità delle ripese), come se facessimo un giro insieme con lui. Ben
detto o simulato, col fiatone anche, dovendo muoversi e insieme dire, mostrare,
spiegare. Come una gita solitaria, in solitudine, con un amico, il Parco tutto per
noi.
Un miracolo tutto Rai, sceneggiature,
scenografie, maestranze, permessi. Di ricezione tripudiante – sui social
perlomeno, essendo auditel in sciopero (ma Angela è uno che da solo fa il 16-18
per ceto di share in prime time, anche il 20). Che la Rai annega
in una maratona senza interruzioni, due ore e un quarto. E senza promozione –
lo sapevano in pochi, più gli smanettanti. Dopo l’interminabile e ormai insopportabile
“Affari tuoi”, i “pacchi” immorali di Amadeus, che regala soldi a caso. Si dice
che la Rai è frastornata dalla politica, ma forse non sa più che cosa sta
facendo.
Alberto Angela, Pompei, le nuove
scoperte, Rai 1, Raiplay
martedì 28 maggio 2024
L’Italia non è un paese per automobili
Carlos Tavares, l’amministratore
delegato di Stellantis, si chiede retoricamente: “Un milione di auto fabbricate
in Italia?” E si risponde, per dire no: “Ci vuole l’ambiente imprenditoriale
giusto”.
Dice un’ovvietà. Che si fa
finta – media di destra e di sinistra uniti nella lotta - sia un trucco da sfruttatore:
dopo l’Inghilterra negli anni 1960 (pausa tè, pausa sigaretta, pausa pipì…), che
costrinse le case americane a scappare in Germania e in Spagna, il sindacalismo
italiano ha aiutato la delocalizzazione e scoraggiato qualsiasi tipo d’investimento.
Per salvare Pomigliano Marchionne dovette sfidare il sindacato.
Trent’anni fa il paddock
del Gran Premio di Montecarlo era popolato da team italiani o inglesi, domenica
di (mezzo) italiana c’era solo Ferrari.
L’Inghilterra, rinsavita
dopo la Thatcher, fabbrica ancora un milione di auto l’anno. La Francia pure. La
Spagna due milioni. La Germania, dove l’IG Metall è molto più forte delle
Fim-Fiom, e i metalmeccanici stanno molto meglio di quelli italiani, quattro e
mezzo.
Giallo controvoglia
Per la promozione celebrativa “Eco della
Memoria”, la collana che identifica l’editrice, una proposta che vuole essere
un regalo. E, involontariamente?, un ponte tra Barcellona e Palermo - anche se la
Sicilia qui non c’enra. È sempre Petra Deliacdo che si racconta. Ma, comincia
come in molti “Montalbano”, con un incubo-prefigurazione: con una bara, un
morto, e molta violenza, inconsulta, sul cadavere. Come dire: la vita del
poliziotto è la morte.
La vicenda si svolge tra Barcellona e
Roma, con una componente italiana decisiva. Si scoprono – si scoprivano dodici
ani fa – le pratiche, alcune delle pratiche, del riciclaggio, delle tre mafie
italiane, quella propriamente detta, la ‘ndragheta e la camorra (qui si tratta
della camorra), attraverso le vene di spesa più bizzarre (qui presunte
forniture tessili per articoli di moda). Le polizie sono intraprendenti, e
arrivano sempre in tempo. Ma si mena in
lungo, cinquecento pagine. E come controvoglia: a tratti sembra di leggere una
caricatura del giallo. Non di proposito, però. Per smagliature evidenti.
Si elogia “la grande forza magnetica dei
bar di Barcellona”, ma l’unico che ricorre, ogni poche pagine, è castgiliano, “Jarra
de Oro” - è la Barcellona degli anni 2010, del catalanismo, ma potrebbe essere
una qualsiasi città del “Regno di Spagna”, anonima. Anche i funzionari e i
personaggi hanno nomi castigliani. Petra e il suo vice Fermìn si comportano da
sbirri, con “trainelli” direbbe Montalbano. Il finale è prevedibile – una delle
cause nobili, o denunce nobili, del Millennio. Petra, moglie innamorata, al
terzo matrimonio, in missione a Roma per tre gioni, al secondo va a letto col
collega italiano, con grande soddisfazione. La parte forse più emozionante si
svolge a Ronda, ma l’Andalusia è solo un posto strano, pieno di madonne,
processioni, corride. Ci sono quatro delitti, due precedenti la vicenda – è un cold
case – e due nel corso. E di questi due non sappiamo come. Del quarto anzi,
molto scenografico, a Roma, nemmeno chi. Come un compitino - sulla scia dell’ultimo
Camilleri, che per ogni trama tesseva una rete fatta di quotidianeità, lo sbarco
dei migranti, quello della droga, le ragazze dell’Est, cause nobili.
Si lege soprattutto prr la curiosità. Un
chiama e rispondi bizzarro tra Barcellona e la Sicilia, che pure si ignorano, con
Camilleri che si ispira a Montalbàn, e Gimenez-Bartlett che onora la Sicilia,
nella casa editrice che l’ha valorizzata, con premi e riconoscimenti vari, e
qui nella figura del capo dell’antimafia Torrisi, un vero dominatore senza
parerlo - sa tutto dei mafiosi, anche quello
che loro non sanno, e li schiaccia quando bisogna.
Alicia Gimenez-Bartlett, Gli onori di
casa, Sellerio, pp. 511, ril., 1+1 € 10
lunedì 27 maggio 2024
Problemi di base intelligenti artificiali bis - 808
spock
Si tornerà
bambini, portati per mano dall’intelligenza artificiale?
Generare intelligenza,
se ne era perduto il metodo?
Sarà l’intelligenza
artificiale più padre o più madre?
Di che mandare
in crisi Freud?
Artificiale, l’intelligenza,
non è una contraddizione?
O è solo un
modo per copiare i compiti in classe?
spock@antiit.eu
Maglia rosa alla pacchianeria
Un capolavoro kitsch, la
premiazione al Giro d’Italia, di pacchianeria. Dopo una pedalata “imperiale” da
Casal Palocco al Colosso, come ultima tappa – alla presenza di pasanti più
incuriositi che interessati, non il milione che dicono gli organizzatori. Un
Pogačar più ragazzino che mai, tutto solo su un piedistallo sotto l’Arco di
Tito, col Colosseo sullo sfondo, in attesa delle Autorità. Un’immagine che
doveva immortalarlo nel mondo, ma che il ciclista, con tutta evidenza immemore
di dove si trovava e cosa significava, mostrava di non apprezzare. Forse
infreddolito benché facese caldo, per non essersi cambiato la maglia, più che
altro incuriosito dalla strana premiazione. Finché il patron Urbano Cairo non è
arrivato con la presidente del consiglio Meloni. Alla quale ha mollato una coppa
a forma di serpente alta un metro o poco meno. Che la presidente ha avuto
problemi a maneggiare. E poi a porgere al ciclista sul podio alto, per quanto
lei si elevasse sulla punta dei piedi e il ragazzotto provasse ad abbassarsi.
Con difficoltà poi a maneggiare la strana coppa, di cui con tutta evidenza non
capiva il significato, e non gliene importava.
La cerimonia completava un panel
Rai non più classico-agreste come la premiazione, ma tecno, di quattro
personaggi dietro un bancone in plexiglass, che non sapendo evidentemente come
occupare il tempo vagavano tra Merckx e Hinault. Rabberciati dal conduttore che
ad alta voce proclamava la cerimonia grandiosa e strepitosa. Da rivedere.
Premiazione Giro d’Italia, Rai 2, Raiplay
domenica 26 maggio 2024
Ombre - 721
Si susseguono i buy-back
delle banche (Unicredit, Intesa, Bpm, Bper…) di azioni proprie che se non
finalizzati all’annullamento, minacciano minusvalenze giganti. “Il Sole 24 Ore”
documenta e spiega che Warren Buffett, l’“oracolo” dei mercati finanziari, cioè
la sua Berkshire Hathaway, si tiene prudentemente liquida. Prudentemente, ma
per un record di 189 miliardi di dollari: meglio non guadagnare niente, o
quasi, che perdere. Il problema è che Wall Street “vale” 53 mila miliardi di
dollari, il pil degli Stati Uniti solo la metà, 28 mila.
Qualcosa non funziona nell’inchiesta
Toti? Da alcuni giorni non c’è più la novità giornaliera, il nuovo tesoretto
sotto il materasso, la nuova concussione, la nuova spesa a Montecarlo. Mentre
mancano ancora un paio di settimane al voto. C’è il rischio che Toti si difenda.
La polizia israeliana
indirizza i coloni e l’estrema destra su dove e come attaccare gli aiuti umanitari
per Gaza. Così come li aiuta, col rinforzo dell’esercito, a cacciare i palestinesi
da casa loro in Cisgiordania. Non è genocidio, come dice Liliana Segre, ma solo
perché non è dichiarato, in un “Mein Kampf”.
Italia, Slovacchia, Ungheria
e Austria, che ricevono gas russo via Ucraina, con la fine dell’anno cesseranno
l’approvvigionamento. L’accordo scade, dice il portavoce della Commissione europea
per le questioni energetiche, Tim McPhee, e non sarà rinnovato. Cioè per due
anni e passa si è detto no al gas russo, e invece transitava. Via Ucraina. Le
forniture erano interrotte solo per far salire i prezzi?
Gli Stati Uniti non hanno
adottato la Corte Penale Internazionale di giustizia, e hanno impedito che giudicasse
i loro crimini, nel caso delle torture nel carcere di Abu Ghraib in Iraq, e a
Guantanamo. Ma hanno denunciato e fatto condannare tutti i personaggi a loro
per qualche motivo invisi, specie nella ex Jugoslavia. E subito contro Putin,
il giorno in cui attaccò l’Ucraina, o il giorno dopo. Ora che lavora a condannare
Netanyahu aprono il fronte delle sanzioni contro la stessa Corte.
Molte paginate di
cordoglio per la morte del presidente dell’Iran Raisi in un incidente aereo.
Uno illustre solo come boia: giudice di tribunali speciali che ha condannato a
morte decine di migliaia di persone. Soprattutto islamici, ma contrari al
khomeinismo. Uno dei suoi processi nel carcere di Evin è esperienza incancellabile,
per il menefreghismo, la fretta, l’irrisone, con claque di teste rasate
schierate in divisa tra il pubblico, i futuri pasdaran.
Si continua a parlare
nell’occasione di rivoluzione in Iran. Mentre il regime khomeinista, che si avvia
al secolo, è solo una dittatura. Articolata, occhiuta, totalitaria. Su un paese
che, bene e male, era in precedenza organizzato come una democrazia. Il solo regime
costituzionale nel Medio Oriente, all’infuori di Israele – e del disastrato Libano.
,
Entusiasta addio del
Liverpool e i suoi tifosi all’allenatore Klopp dopo nove anni, un campionato
vinto e due finali di Coppa dei Campioni. Lo stesso giorno che la Juventus
allontanava con gli avvocati l’allenatore Allegri, due finali di Champions e
alcuni campionati e coppe vinte. C’entra la micragnosità di Torino –
l’allenatore è licenziato per risparmiare sull’ingaggio. Ma il Liverpool è
quello dell’Heysel, una squadra e un tifo espulsi poi per sei anni dalle coppe.
Il “grande cuore” vantato dagli italiani annega nell’acido, dell’opportunismo.
Un’ordinanza
“criticabile”, perché “non compiutamente ragionevolmente attenta al complessivo
contesto”, e “non implausibilmente viziata” nelle motivazioni, ma “resa nel
perimetro di legge”. Si diverte Ferrarella con gli amati giudici (nel caso la
Procura della Cassazione, niente di meno, la Suprema Corte…) sul “Corriere
della sera”, che rigettano con questo linguaggio le sanzioni disciplinari
disposte dal ministro Nordio a carico dei giudici che diedero la semilibertà a
un russo, Artem Uss, subito poi irreperibile. Dopo ponderazione di tredici
mesi. Non c’è speranza.
Giallo curiosità
Una guida Vallardi, quando ancora usavano
le guide, trent’anni fa - trent’ann fa era prima di internete. E una guida al
giallo, quando ancora il genere non era popolare in Italia, trent’anni fa - trent’anni
fa Camilleri era per pochi, mentre oggi non si scrivono che gialli. Con molte
sorprese, oltre le catalogazioni.
“La pietra di Luna”, di Wilkie
Collins,1868, “considerato il primo vero romanzo poliziesco che si mai stato scritto”,
era anche considerato da T.S. Eliot “il più originale e moderno dei romanzi
polizieschi”. Ma già c’era stato Poe naturalmente. E molte tracce si trovano nei
racconti di Dickens, “Barnaby Rudge”, “Grandi speranze, “Edwin Drood”, “Casa
desolata”.
Si risale, quanto a origini, alla Bibbia
- a Caino - e a Sofocle, alle “Mille e una notte”, ma se non c’è la polizia,
“pubblica o privata che sia”? Ma, poi, poliziesco sta in italiano (come giallo)
impropriamente, per “crime story”. Che ha molte sottocategorie, e la polizia
può anche non entrarci, se non come indagine.
In Italia ha attecchito con difficoltà. Nel
1941 fu addirittura messo fuorilegge dal ministero della Cultura popolare, due
studenti arrestati per furto avendo dichiarato a discolpa di essersi ispirati
alla lettura di un giallo. E, “anche senza dimenticare he diversi scrittori, Chiara,
Soldati, Gadda e Sciascia hanno colorato di giallo alcune loro opere, il
romanzo poliziesco italiano ricomincia a far parlare di sé nella seconda metà
degli anni Sessanta Grazie a Giorgio Scerbanenco” (più letto in Francia, per la
verità, che in Italia), e al suo Duca Lamberti.
Il dizionario è diviso in due parti: gli
autori, fino a James Ellroy, con molte curiosità su molti autori, e i
personaggi, compresi quelli dei film, e dei fumetti. Con una copiosissima
filmografia, divisa per personaggi. Con un indice dei nomi e una larga appendice
di ricette di gialli (Van Dine, Chandler, Reginald Knox, P. Highsmith, et
al.).
Franco Fossati, Dizionario del genere poliziesco, Garzanti-Vallardi, pp. 381,
ill, pp.vv.
venerdì 24 maggio 2024
Problemi di base intelligenti artificiali - 807
spock
Perché non si eviterebbero le guerre con l’intelligenza
artificiale?
O sarà sempre guerra, con l’intelligenza artificiale?
Come saranno il bene e il male con l’intelligenza
intelligente?
E la verità con il falso?
O anche l’intelligenza in laboratorio sarà stupida – potrà
esserlo?
E dirà le bugie?
spock@antiit.eu
Giallo scolorito
Ogni mese un racconto. Con
tutti gli autori di casa Sellerio, Camilleri, Piazzese, Manzini, Malvaldi, usw.
Una raccolta disuguale, con poche perle. È scialbo perfino Camilleri, che
doverosamente apre la raccolta: è gennaio, è la Befana, e Camilleri fa omaggio
al suo pupillo Savatteri, mettendo in scena Saverio Lamanna, lo scrittore-detective
della serie “Màkari” - ma in tutti racconti si fa in genere omaggio di sfuggita
a un autore della casa: più che una antologia è una celebrazione. Al BarLume
Malvaldi si fa allettare da internet, dal mercato globale, tristemente. Ad
aprile il biblioterapista di Fabio Stassi è ancora più gelido, volendo
riprodurre Garcia Marquez, “L’amore al tempo del colera”.
Specialmente freddi i
racconti di autrici. Agnello Hornby è debolissima – si può capirla, è
nell’antologia per fare numero, non essendo giallista, e partecipa con un
racconto, sembra di capire, della sua
preistoria di giudice dei minori, databile pare al 1983. Melenso il
giallo turco, di una pur acclamata Aykol: Erdogan soffre di epilessia? La Petra
di Giménez-Bartlett è sempre più spinster,
moglie di un uomo al terzo matrimonio, con due figli da mogli diverse, e ha il
terrore dei “doveri coniugali” – beve anche, molta birra naturalmente.
Di notevole il fenomeno
delle baby-gang a Londra nel racconto di Agnello Hornby, sudamericane e
caraibiche, specie se il racconto è del 1983 – ma anche per il 2017, quando la
compilazione è stata fatta, è un’anticipazione notevole.
AA.VV., Un anno in giallo, Sellerio, pp. 536,
ril. 1+1 €10
giovedì 23 maggio 2024
La Dc tedesca torna guardiana contro l’estrema destra
La
Cdu-Csu cerca in Europa e a Bruxelles una sponda a destra, per contrastare in
casa l’Afd, il partito di estrema destra che aumenta i consensi in Germania. Ci
ha provato con Salvini dopo la vittoria della Lega alle Europee del 2019.
Corteggia Meloni da quando ha vinto le elezioni. Subito con Manfred Weber, il
presidente dei Popolari europei, venuto a incontrare Meloni in qualità di
presidente dei Conservatori europei. Poi con Ursula von der Leyen. Ora con
Söder, il presidente della Baviera e leader della Csu, dei cristiano-sociali
bavaresi.
Compito
precipuo di democristiani in Germania è stato nella Repubblica di Bonn e di più
adesso, con la valanga Afd, nella ex Germania Est e altrove, di controllare e
ridimensionare le tentazioni nazionaliste oltranziste. Compito assolto dalla
Csu principalmente, la democrazia cristiana bavarese, ma anche della Cdu:
prevenire e contenere una deriva di estrema destra.
I
quattro cancellierati Merkel hanno lasciato un’area molto vasta libera a destra
– la cancelliera operava soprattutto contro la concorrenza a sinistra,
socialdemocratica, attuando politiche di sinistra (migranti, salvataggi, intese
con la Russia, abbandono del carbone, abbandono del nucleare, diritti della
persona).
E adesso, povero Elkann
12 maggio, Atalanta-Roma
2-1.
15 maggio, Juventus-Atalanta
1-0, Coppa Italia.
22 maggio Bayer-Atalanta
0-3, Europa League. Con tre goal di Lookman, lo stesso centravanti di
Juventus-Atalanta.
Gande festa dell’Atalanta e
dei suoi sostenitori. Diventati per una note 6 o 7 milioni, quanti ne hanno
seguito l’impresa in tv, un record. Mentre subito dopo la vittoria
sull’Atalanta e la coppa Italia, il patron della Juventus ha licenziato
l’allenatore, “non compatibile con i valori dela Juventus” e le tradizioni
della Casa. Una Casa che aveva tramato per quattro mesi contro questo allenatore
– per non pagargli l’ingaggio pattuito. Innervosendo i calciatori. E allertando
i loro manager, a convulse cacce per uscirne indenni al meglio – per quatro
mesi era questo l’“allenamento” tra una partita e l’altra.
Elkann possiede giornali
importanti, e i giornalisti lo trattano con riguardo. Ma ha rivoltato il potere
e il fascino della Famiglia, della Fiat – che peraltro ha subito venduto. Non
ha nuovi fan Juventus tra gli adolescenti,
non offre nessuna sopresa, nessuna meraviglia, e allontana i veterani. Come ha
fatto con la Ferrari, che ha gestito con dirigenze e tecnici incredibili, ancora
più degli incapaci che messo in capo alla Juventus, lasciando i nuovi appassionati,
e anche i vecchi, alle imprse di Hamilton per un decennio e ora di Verstappen.
Tramando, anche qui, contro i suoi piloti, quelli che paga.
Ora, essere popolari richiede
un’arte. Ma un minimo di decenza, personale, contrattuale, in affari?
Ma mezza Europa combatteva nelle SS
Si fa scandalo, si scandalizzano anche Salvini e Le Pen, perché il capo dell’estrema destra tedesca Afd al voto europeo, Maximilian Krah, ha detto: “Non direi mai che chiunque indossava una uniforme SS era automaticamente un criminale”. Si fa finta di non sapere che le SS combattenti era a fine guerra 900 mila. Di cui 500 mila erano ucraini (330 mila ucrani fecero domanda di arruolamento, 30 mila furono accettati), russi, croati, sloveni, serbi, cosacchi, cechi, mussulmani della Bosnia ed Erzegovina e dell’Albania. E norvegesi, danesi, olandesi, fiamminghi, valloni, francesi (la divisione francese Charlemagne si distinse nella difesa di Berlino a fine guerra), spagnoli. Organizzati in 25 delle 38 divisioni delle Waffen-SS. Volontari, non reclutati di forza. Che poi sono stati pensionati dalla Repubblica Federale.
Il giallo donna
Impaginato come un catalogo,
molto illustrato, il volume raccoglie le fantasie dell’autrice, la prima e a lungo
unica libraia americana specializzata in gialli, su tutto ciò che è donna nel
genere. Autrici, misfatti, trucchi, per uccidere o per scoprire il colpevole. Una
escursione in un mondo tutto femminile, come se il crimine, praticato o immaginario,
fosse femminile.
L’autrice si è divertita: “Tutto
cominciò in modo innocente: un omicidio al giorno, assaporato nell’intimità della
mia poltrona. Poi diventai insaziabile”. Il gotico. Il soprannaturale. Il
sesso. Il perché? Con molti ritratti di autrici. Molti aneddoti, motli casi
(bambini, matrimonio, gita…).
Un capitolo è “Certe
ambigue signore”, che comincia: “Una volta per tutte, aboliamo il mito dela
brava donna”, eccetto lo strangolamento riesce loro tutto – “le donne uccidono tanto
spesso quanto sono uccidse”. Che in tempi di femminicidi sembra superato – o
no?
Un divertimento, per
ridere. Ma anche un’opera anticonformista in anticio sui tempi, già
antifemminista – anti femminismo della diferenza – agli albori del femminimso,
come se sapesse in anticipo dove si si sarebbe andati a finire.
Un volume da raccolta. Da
leggere, compulsare, tenere.
Dilys Winn, Anonima assassine, Milano Libri pp.
270, ill. pp. vv.
mercoledì 22 maggio 2024
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (560)
Giuseppe Leuzzi
Tra il 2016 e il 2023, gli anni repertoriati da Banca
Intesa in uno studio sulle esportazioni, quelle dal Mezzogiorno sono aumentate
in misura maggiore rispetto al resto d’Italia. Il Mezzogiorno è – resta –
miserabile e irresponsabile per la parte Pubblica, Comuni, Regioni, Stato –
pulizia, polizia, strade e altre opere pubbliche, sanità. Per la debolezza
(arretratezza) politica, ferma ai favori.
Se non che Comuni e Regioni
sono gestiti da meridionali, e in gran parte anche lo Stato. Infetto è lo
“Stato”, l’amministrazione pubblica, del Meridione.
“Il Sole
24 Ore”: l’Italia ha il maggiore consumo pro capite di olio d’oliva; “in Italia
3 bottiglie su 4 di olio d’oliva sono straniere”; la produzione di olio in
Italia è concentrata, l’80 per cento, in Sicilia, Calabria, Puglia. Dove i
produttori, si può aggiungere, lamentano scarsa redditività, mancanza di
manodopera, parassiti vari. Più che l’affare poté il lamento.
L’olio nei bistrot e ristoranti delle tre
regioni, in bustina o nell’oliera (oggi bottiglietta da un decimo), è
solitamente di Crescenzago, o di Lecco. Dove non ci sono ulivi. Il Sud vuole
far rifiorire le aree dove non cresce l’ulivo? In una prospettiva green?
Si digiti: Orlando Sculli, “I palmenti di Ferruzzano”, Ibs-la Feltrinelli risponde vari titoli de “I Bastardi di Pizzofalcone” – anche un “Leoni di Sicilia”. Li lega come Sud. Un riflesso condizionato - là sotto è terra incognita?
“L’Italia è la nazione che,
tenuto conto della sua superficie, ha più dialetti”, Stefano Lanuzza, “Storia della
lingua italiana”, 70. E più in uso, correntemente.
Nel 1923 la riforma
scolastica di Gentile “ridimensiona il ruolo della grammatica nei programmi
scolastici” e, contro le stesse opinioni fasciste, afferma il ruolo positivo
dei dialetti”, id. p.73. Nel 1926 se ne vieta l’uso per decreto – anche se
“continuano ad essere utilizzati da maestri e alunni”.
“Informazione, poche le voci
per il Meridione”, lamenta “Il Quotidiano del Sud”, e chiede “una par condicio
territoriale”. Ma un problema insorge: Bruno Vespa, che è abruzzese, lo consideriamo settentrionale?
Il Sud si riforma facile con Sgarbi
Candidato alle Europee al
Sud, Sgarbi fa campagna elettorale, spiega al “Corriere della sera” senza
comizi né pranzi, semplicemente si fa vedere, passeggia. “Mi conoscono tutti,
dai nove ai novantanove”, e con simpatia. Fece cos’ anche trent’anni fa, eletto
nella circoscrizione jonica della provincia di Reggio Calabria – con i voti dei
radicali di Giustizia Giusta, delle famiglie dei carcerati. E fece poi il
deputato, sempre “di strada”. Incivilendo con semplici consigli, ascoltati: la pavimentazione
a Gerace, Serra San Bruno, Mileto, il colore delle case a Ardore, eletto borgo
dei gelati tanti erano, e sono, i gelatai, la riscoperta di Mattia Preti a
Taverna. E la gente obbediva, le strade si pavimentavano. Poi al solito si
scocciò, e abbandonò la Calabria. Poi ci ripensò e si fece sindaco in Sicilia:
si candidò e fu eletto sindaco, con notevole beneficio di Salemi – sindaco lo sarà
poi di molti paesi, ora lo è di Arpino, sopra Formia.
Alla domanda di Alessandra
Arachi: “Come si muove lei tra i paesi del meridione?” può rispondere: “In
tutti i paesi dove vado trovo qualcosa di me”. Proseguendo con una “sgarbiata”,
ma non una insensata: “Rappresento il riscatto italiano del Meridione. È lì il
futuro, in quello che è celato e che deve venire fuori. Come succede a Pompei,
continuamente. Questo non c’è in nessun paese del Nord”. Lui, da solo, ha fatto
molto. La buona politica, semplice, fattiva, può molto.
La mamma finisce col mercato
La “mamma” italica, l’invenzione
dell’ultimo Corrado Alvaro, 1952, non è più. Non è scomparsa, è impossibilitata.
Cioè, è praticamente impossibile fare la mamma – del “mammismo”, che è
propriamente l’invenzione di Alvaro, non si sa, perdurando i “bamboccioni”, i
figli amati che non se ne vanno di casa.
Gli studi convergono che,
anche volendolo, è praticamente impossibile fare la mamma in Italia. Cioè avere
figli. A meno di non lasciare il lavoro. Cioè di avere una situazione patrimoniale
o familiare tale che consenta alla madre di dedicarsi esclusivamente ai figli.
Ma anche in questo caso, la
maternità non è poi agevole. Il declino demografico si accompagna infatti con
la “legge ferrea” del salari, che non è stata formulata da nessuno studioso ma è
nei fatti: la concorrenza comprime e riduce il salario, il valore reale del
reddito. Una concorrenza o mercato a cui non si può nemmeno opporre una preclusione
politica, anti-capitalista. Perché si esercita a vantaggio sì dei pochi fortunati
in carriera, ma soprattutto delle sterminate dell’Africa e dell’Asia, i quattro
quinti della popolazione mondiale che erano rimasti fuori fino a trent’anni fa
del perimetro della concorrenza – la concorrenza era anche una rete protettiva.
Ora lo steso lavoro si può fare, a costo inferiore, e con resa anche maggiore,
in un qualsiasi borgo dell’Europa orientale, o della Cina, dell’India, o del Marocco, del Sudafrica,
della Nigeria.
Sardegna, il futuro è il passato
Emilio Lussu pubblicava su “Il
Ponte” (n. VII, 1951) tre quarti di secolo fa, sotto il titolo “L’avvenire
della Sardegna”, un ritratto secco e preciso,
non benevolo, “critico”, sulla sua isola – con categorie che si applicano a
molta parte del Sud, Calabria, Lucania, salernitano, Salento. Partendo dalla domanda:
“Perché la Sardegna ha vissuto un periodo così lungo di vita meschina?”
Per l’atavismo. “Soffriamo di complessi che sono
certamente in gran parte atavici. Noi conosciamo
bene il nostro stato e vediamo le nostre debolezze: li confessiamo a noi
stessi, ma non amiamo che gli estranei li facciano propri…
Per l’asocialità. “Ma questa unità psicologica non ci ha mai unito, né ci unisce
tuttora. Poiché la disunione è la prima nostra impronta. Noi siamo tutti, e i nostri figli lo saranno certamente
meno di noi, malamente
individualisti, con tutti i guai che l’individualismo, questo orgoglio mal piazzato comporta…
“La nostra ostinazione a non voler ammettere la fatale sconfitta collettiva
come popolo ci ha offerto solo la rivincita di un ripiegamento
sulla personalità del singolo….
“Noi siamo stati sempre
disuniti e nemici fra noi stessi, sotto gli spagnoli, sotto gli aragonesi,
sotto i giudicati, sotto i romani, sotto i cartaginesi, sempre.
Loro solo erano uniti. Il loro Stato non era il nostro Stato, e impotenti a
sbarazzarcene, ci ripiegavamo su noi stessi, ognuno per proprio conto, nella
famiglia e nel villaggio: e villaggio contro villaggio, l’uno contro l’altro
nello stesso villaggio”.
Fra i sardi il fenomeno è
molto più marcato: “A Sassari gli abitanti oltre la regione cittadina, sono
ancora chiamati «i sardi»… Giovanni Siotto Pintor, che
appartiene alla borghesia colta della prima metà del secolo XIX, scrive la
Storia civile dei Popoli Sardi del suo secolo. Popoli sardi, quasi che la
Sardegna fosse un impero di popoli vari, e non un’ isola di malapena 500.000
abitanti, a quell’epoca”.
Per il malgoverno. “Dal periodo aragonese alla metà
del secolo XIX i contadini e i pastori lavoravano per mantenere in vita oltre
350 feudatari, tanti l’Isola allora spopolata più che non oggi, ne contava,
compresi quelli viventi in Ispagna. Vero è che se i sudditi erano miserevoli,
i signori non lo erano meno. Dovevano vivere solo di albagia come, ogni collina
un castello, la piccola nobiltà di Guascogna affamata. Le loro case sono la
testimonianza della loro piccola vita. Nessun palazzo di antico feudatario
esiste da noi che assurga alla dignità del modesto edifizio per la servitù che
a Pesaro i duchi di Urbino posero di fronte alla loro signorile dimora. Niente
di grandioso essi hanno costruito o conosciuto, all’ infuori della loro ingordigia”.
Sardegna, il futuro è il passato
Per
l’impolitica. “Fino al ‘900, niente lotta politica”.
“Non abbiamo avuto neppure la guerra partigiana”.
“Ci è mancata l’arte.
E’ che anche l’arte è storia. E perciò, non avendo avuto l’una, non
potevamo avere l’altra”.
“Le tanto
decantate nostre qualità ataviche - sentimento dell’onore, coraggio,
disciplina, lealtà, fedeltà alla parola data ed altre consimili – sono favole.
Non siamo né migliori né peggiori degli altri. …. E la nostra
costanza - l’ostinazione – è la stessa nel bene e nel male. Abbiamo
troppo sofferto sempre, perciò la nostra caratteristica non è la bontà: direi
anzi i1 contrario. Noi siamo tutti piuttosto cattivi, a freddo, senza trasporti
sentimentali…
“La nostra umanità è nel profondo della nostra
sofferenza che ci è stata tramandata da una generazione all’altra.
“Questa umanità è legata al
ricordo del dolore dentro di noi, e che finora non abbiamo espresso in forma
creativa, neppure in politica, e tanto meno in politica.”
Cronache della differenza: Calabria
La
segretaria storica Pd di Cosenza, Jlenia Sardana, licenziata il 31 dicembre
2022 per riduzione
del personale, scopre che le devono alcune mensilità, e naturalmente aspetta la liquidazione.
Non arriva niente, e allora si rivolge alla Cgil. Che fa causa al Pd. Il
Tribunale le dà ragione,
ma scopre che è stata contrattualizzata solo sette anni, prima era in nero.
Settis
ricorda sul “Robinson” Vincenzo Di Benedetto, grecista alla Normale di Pisa, ne
ricorda “la prodigiosa
padronanza che aveva del greco classico. Si diceva scherzando chela sua prima
lingua era il
calabrese e la seconda il greco antico”. E aggiunge: “Il suo non era solo
talento filologico, ma qualcosa
di intimamente connesso alla lingua calabra”. Una “lingua calabra” non c’è, ce
ne sono almeno
due: una è il cosentino, latino, il reggino invece è greco, basicamente.
Il dialetto
non è una lingua, ma in un senso è di più, è un linguaggio, della persistenza.
Se
così è, Di Benedetto è però un’eccezione. Nato a Altomonte, cresciuto a
Saracena, studi a Castrovillari,
cioè tra i Casali di Cosenza e l’Alto Jonio, o Sibaritide. Dove evidentemente
la Grecia
s è conservata sotterranea, sebbene solo di recente rintracciata, nello stesso
sito di Sibari, a Trebisacce
(Micenei), e altrove.
Rizziconi,
paese di commercianti industri, e di famiglie di mafia, celebra il campionato dell’Inter
con una
gigantografia, “Rizziconi è nerazzurra”. Nove metri per tre: un notevole
impegno grafico. Anche
il telaio è solido, e l’impalcatura di sostegno. Poi si dice che il Sud manca
di applicazione, e di
capacità.
Si
torna a non votare a San Luca, nessuno si candida. Ci sono un sindaco e una giunta che hanno fatto
bene, candidati cinque anni fa dal questore di Reggio. Parsimoniosi anche, non
hanno speso un euro
per sé e lasciano una cassa piena, dopo le micragne dei commissariamenti
prefettizi. Ma hanno ricevuto
un avviso di garanzia, anzi tre. Cinque mesi fa, quando si cominciava a pensare
al voto. Gli avvisi
sono caduti nel nulla, ma il sindaco li ha letti come un “avvertimento”, nel
linguaggio del luogo.
Che il
linguaggio possa essere comune e mafia e giudici sembra strano, ma non o è. È
che il sindaco propende
per la destra, per Forza Italia, e il Procuratore di Locri per la sinistra.
Si
apre in Calabria “Adolphe”, il romanzo celebre di Constant sui tormenti d’amore provocati da un giovane irresoluto. “Molti anni fa viaggiavo in Italia” è l’incipit: “Uno straripamento del Neto mi costrinse a fermarmi in una locanda di Cerenza”. Dove alloggia anche un altro straniero. Che ha un malore, ed è curato dal cerusico locale. Poi parte da solo. A Napoli lo scrittore riceverà una lettera dell’albergatore di Cerenza, “insieme con una cassetta trovata nella strada per Strongoli”, con dentro “un ritratto di donna e un quaderno contenente il racconto”. I riferimenti, val di Neto, Cerenza, Strongoli, sono precisi. Constant li ha ricavati dalle memorie degli ufficiali napoleonici dieci anni prima? “Adolphe” è anteriore alle
rivolte calabresi, scritto di getto, pare, nel 1806, ma è scuramente rivisto
dieci anni dopo, per la
pubblicazione.
Una storia
che non si fa (si sa), quella delle rivolte “massiste” in Calabria contro la
Francia, tra il 1806 e
il 1809, che pure hanno lasciato molti segni.
leuzzi@antiit.eu
Italianità della Meloni
“Italianità delll Meloni”,
in italiano, è il titolo online che la rivista dà alla corrispondenza dell’inviata
speciale a Roma a due anni dalla vittoria elettorale e l’insediamento a palazzo
Chigi. Una corrispondenza centrata sulle “nuove priorità culturali del governo”
della “prima donna al governo in Ialia e primo leader di estrema destra a
governare nel cuore dell’Unione E uropea”. Un ritratto perfino benevolo,
sapendo che la rivista è molto progressista.
Il ritratto è di “un
raccogliticcio partito di opposizione al potere per la prima volta, pronto a esigere
qualche punizione e voglioso di mettere i suoi fidi in posizioni importanti ma
privo di una lunga fila di dirigenti sperimentati e di intellettuali presentabili”.
E dell’aggiornamento (“mainstreaming”) di una destra postfascista che cerca di
rifare un po’ la storia, enfatizzando, sottovalutando. Ma che tenta, spesso con
goffaggine e carenza di nuove idee, di creare una destra moderna in un paese
che manca di una tradizione conservatirce (paragonabile, per fare un esempio,
ai conservatori Uk), a parte il fascismo”.
Il giudizio è più scettico
sul Paese: “Soprattuto, è l’immagine di un paese che invecchia preoccupato del
futuro e ancorato a un’idea di passato”. Che spiega la destra: “Più si penetra
in Italia, più si capisce perché tante innovazioni politiche qui sono state di
destra: Futurismo, fascismo, la politica personalistica e postideologica di
Silvio Berlusconi, il tecnopopulismo e la rabbia social che nell’ultimo decennio
hanno portato al potere partiti anti-establishment e di destra”. Non proprio
nell’ultimo decennio, ma quasi.
Rachel Donadio, Meloni’s Cultural Revolution, “The New
York Review of Books” 6 giugno, online
martedì 21 maggio 2024
Ma la Cina non è vicina a Mosca
Putin a Pechino, un giorno
sì e l’altro pure. Xi paterno benedicente. Sembra un idillio. E ha cancellato
un dato di fatto geopolitico e storico? La Russia del Novecento si riteneva
assediata. Dalla Germania, anche dalla Germania divisa, che in parte
presidiava. E dalla Cina. E confidava negli Stati Uniti per allentare la morsa.
Non è una barzelletta, è un
fatto. Noto agli storici, quando si faceva storia. Ne dà un quadro plastico
Giulio Bollati in una delle brevi prose ora pubblicate come “Memorie minime”,
“Il tartufo di Kruscëv”, su una intervista nel 1964 al leader sovietico, da
parte diuna minidelegazione composta da Giulio Einaudi, Vittorio Strada e lo
stesso Bollati, accompagnati da Clara Strada e Renata Einaudi, che doveva
servire da prefazione a “un suo piccolo libro”.
Invece che per mezz’ora,
Kruscev parlò per ore. “Non presi appunti e non ricordo i particolari”, scrive
Bollati, “ma ricordo bene il senso e il tono del discorso che Kruscëv ci fece,
accalorandosi via via che parlava. Il centro di quel discorso era un’immagine: la
Russia stretta in una tenaglia, formata
dalla Germania a ovest, dalla Cina a est….La speranza era che gli americani
capissero e diventassero amici”.
Bollati dice che quella fu
la vera novità dell’intervista: “La novità vera era per noi quell’accenno a una
Cina ostile, assolutamente inconsueto a quella data”. E più in là esuma “un
altro racconto, più serio, che ci aveva fatto Lazarev, lo storico dell’arte, e
che sul momento non avevo capito. Era, ci disse, un suo incubo ricorrente:
milioni e milioni di cinesi, uomini donne vecchi bambini, passavano il confine
e avanzavano lentamente verso Mosca. Impossibile fermarli. Camminavano notte e
giorno e si avvicinavano a Mosca”.
La proliferazione nucleare
Ci sono testate nucleari e
scorte di plutonio in grado di distruggere ogni forma vivente, e anche qualcosa
di più. Le testate nucleari censite sobo 13.400. Le scorte di plutonio
dichiarate (come civili) sono 370 tonnellate. Poiché si fabbrica una bomba di
media potenza con 6 kg. di plutonio, le scorte denunciate consentirebbero di
fabbricare altri 62 mila ordigni nucleari.
Le 13 mila testate nucleari
censite sono così suddivise: Russia 6.370, Stati Uniti 5.800, Cina 320, Francia
290, Gran Bretagna 195, Pakistan 160, India 150, Israele 90, Corea del Nord 35.
Le scorte di plutonio dichiarate sono: Gran Bretagna 116,4, Francia 106,2,
Russia 64,5, Stati Uniti 49,2, Giappne 45,1. L’alta quantità di plutonio
immagazzinato in Gran Bretagna e Francia deriva dalle centrali nucleari a uso
civile. I due apesi immagazzinano anche molto plutonio di altri paesi, derivato
dal ritrattamento delle scorie delle centatrli nucleari a uso civile - delle 45,1 tonnellate di
plutonio di cui dispone il Giappone, quatro quinti sono in Francia, dove vengono
ritrattate le scorie delle centrali.
Su Hiroshima fu usata una
bomba a uranio arricchito, su Nagasaki una al plutonio. Dal 1962, quando gli
Stati Uniti provarono la prima bomba termonucleare, l’armamento nucleare è da
combinazione fissione-fusione, o plutonio-idrogeno.
Quando Calvino finì in prigione
L’infanzia in Molise, a
Benevento e Boiano, il padre inquieto, ingegnere della Edison, che poi sceglie
l’Africa, Parma che è la sua città, benché affrontata il primo anno con accento
molisano, a scuola da Attilio Bertolucci e Pietrino Bianchi, e alcune avventure
minime. La gita quasi aziendale in cinque, in Francia, Costa Azzurra, interrotta
al primo albergo dall’arresto e l’espulsione di Calvino, “persona non grata”
per avere “partecipato a un congresso dei Partigiani della Pace”. Una giornata
a palazzo Leopardi, coccolato dalla contessa, e dalla sua bella famiglia, i ragazzi, il marito, alla vana ricerca dei
“figurati armenti” di Giacomo sulle mure domestiche – un flirt, molto intenso, a distanza. L’intervista fiume con Kruscev a
Mosca nel 1964, per la prefazione a un suo libro, in folta ambasceria, con
Giulio Einaudi, Vittorio Strada e consorti.
Prose gradevoli, non invadenti
ma attraenti. Di scrittura semplice – Magris ricorda di Bollati in prefazione
l’“aristocratica signorilità, intrisa di nobile pigrizia”. Di immagini: “La
memoria è cinematografica, le persone si muovono; nel ricordo da svegli la
memoria è fotografica, procede per immagini fisse, di una meravigiosa
immobilità definitiva”. La passione per la musica, da ragazzo, a Parma durante
la guerra - staffetta in bicicletta di un disco da un amico all’altro, subisce
anche lui un fermo, “trattenuto per ore da una pattuglia di mongoli, feroci
ausiliari della Wehrmacht”. Torino amusicale – anche la casa editrice, il solo
Mila eccettuato. Come trapiantare un oleandro. E quando guida, di notte, al
ritorno dalla gita in Costa Azzurra, “un’idea non si muove, si ripete sempre uguale:
che cosa ci mettiamo dentro la pace, detro tutte le grandi parole che sembrano
dei contenuti e sono dei contenitori?”
L’incontro con Kruscev da
mezz’ora diventa interminabile. Anche perché i torinesi hanno portato in dono
un tartufo, e il capo di tutte le Russie vorrebbe addentarlo, subito.
Giulio Bollati, Memorie minime, Bollati Boringhieri,
pp. € 10
lunedì 20 maggio 2024
Breve storia dell’accoglienza in Italia
Gli accordi con l’Albania sugli
immigrati non sono una novità – se non che quelli Meloni-Rama sono incruenti. Una
breve sintesi se ne poteva fare sei anni fa su questo sito, il 12 novembre 2018,
“Quando l’Italia respingeva, con morti”:
“Rimpatri di massa e respingimenti, ora non più possibili nemmeno a
Salvini, furono la prima risposta italiana alle immigrazioni di massa, allora
di albanesi. Il primo rimpatrio di massa si effettuò per lo sbarco più
spettacolare. Del mercantile albanese “Vlora”, che, sequestrato a Valona da
uomini armati, dovette caricarsi all’inverosimile di albanesi, 17 mila la prima
conta, 20 mila la seconda, allo sbarco, e fece rotta su Brindisi. Dove
l’ingresso in porto fu rifiutato dalla locale Capitaneria.
“La foto del “Vlora” coperto di esseri umani fece il giro del mondo, e al
mercantile fu allora consentito l’approdo a Bari, per le pessime condizioni
igieniche a bordo e per il rischio di naufragio. I 17 mila furono rinchiusi
nello stadio, e sfamati dall’alto con gli elicotteri. Finché l’operazione
rimpatrio non fu pronta: un paio di jeans, una maglietta, 50 mila lire in
contanti ognuno, e circa 20 mila albanesi, più di quanti erano arrivati col
“Vlora”, furono rimpatriati in tre giorni con un ponte aereo impressionante, di
cargo militari e aerei Alitalia, e di mezzi della Marina.
Fu l’ultimo momento di gloria per l’Italia in Germania – il rimpatrio con
50 mila lire. Era l’agosto del 1991. Era presidente del consiglio Andreotti,
ministro dell’Interno Scotti, capo della Polizia, e ideatore del rimpatrio,
Vincenzo Parisi. Furono rimpatriati tutti gli albanesi sottomano, eccetto
1.500, per i quali era aperta la pratica di rifugiato politico.
“L’operazione fu ripetuta, in dimensioni non così gigantesche ma significative,
in condizioni giuridicamente sovraesposte e censurabili, sei anni dopo, sempre
in agosto, presidente del consiglio Prodi, ministro dell’Interno Napolitano. A
marzo ne erano arrivati 10 mila, ma 7 mila, già irreperibili, si faticò a
ritrovarli qua do il rimpatrio forzoso infine fu deciso.
“Intanto, a fine marzo, c’era stato lo speronamento di una motovedetta
albanese, la Katër i Radës, “quattro in rada”, da parte della corvetta Sibilla
della Marina militare, nel tentativo di impedirne l’approdo sulla costa
italiana. I morti erano stati 105-108. L’imbarcazione albanese era
piccola, per nove membri di equipaggio, ma aveva caricato 142
persone.
“Il blocco navale “Balena Bianca” deciso dal governo Prodi era stato
dichiarato “illegale” dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, in quanto la
materia immigrazione era regolata da un accordo bilaterale tra il governo
italiano e quello albanese, dal quale non provenivano quindi iniziative ostili”.
Cronache dell’altro mondo –cino-nippponiche (273)
Sa di déja vu la campagna
americana contro la Cina: dazi, contingenti, filippiche democratiche ripetono
quanto negli anni 1970-1980, soprattutto con la presidenza Reagan, fu
utilizzato contro il Giappone. Che aveva la leadership
nell’informatica, e vendeva auto migliori a prezzi più bassi. Gli stessi
argomenti di quando fu imoosto il VHS, uno scatolone, per la registrazione dei
film, invece dell’elegante, minuscoclo superotto Sony. O delle auto giapponesi
si diceva che erano “il vuoto”. Che andassero ad aria compressa. Mentre in
Africa, p.es., come ora con le auto cinesi, sulle piste e perfino nei deserti,
si potevano sperimentare brillanti e robuste, seppure con le balestre
rinforzate (allora le sospensioni erano con le balestre) – il mito Toyota nacque
in Africa.
E si arriva oggi come col
Giappone anni 1980. Che i marchi giapponesi cominciarono a investire negli
Stati Uniti. Nelle arree sottosviluppate, facendo cioè man bassa delle
sovvenzini e gli aiuti economici, del govern federale americano agli Stati
poveri.
La Cina certo non è il Giappone.
Per il regime politico. E per la grandezza. Ma gli argomenti sono gli stessi –
il Giappone non era comunista, era liberaldemocratico ma corrotto.
Contro la “mossa giapponese”, gli
investimenti cinesi in America, Huawei, TikTok, sono state introdotte le
nazionalizzazioni. Che l’Ameirca ha sempre aborrito e aborrisce, e sono
illegali secondo il diritto inetrnazionale. Ma fino a qando l’America non
troverà la Cina, di nuovo come trent’anni fa, quando era più comunista di oggi,
con Tienamen e i tanti morti, conveniente.
Il toscano era il più latino
Per mille lire appena
trent’anni fa, mezzo euro, una storia della lingua che, non così profusa come
il Migliorini ma è altrettanto ben raccontata nei suoi sviluppi. Dal volgare illustre
di Dante al Rinascimento, con l’apogeo e l’improvviso declino del latino, e
quindi della promozione della lingua. Nelle fattezze del toscano. Una storia
aggiornata fino ai “postgaddiani”, i dimenticati Silvano Ambrogi e Gianni Toti,
con Vincenzo Consolo e Stefano D’Arrigo.
Un percorso noto, che però
si racconta in modo affascinante. Il toscano s’impone non perchéèla lingua
delle banche e le fiere, ma perché è il volgare più affine al latino. Filtrato
dal provenzale. Come già, agli albori dellapoesia “italiana”, nela scuola
siciliana, il dialetto o volgare si basava sulle parole di origine latina. Via
Provenza: Iacopo da Lentini tiene a battesimo il sonetto dal provenzale
“sonnet”, piccolo suono. Ancora Boccaccio usa il verbo a fine frase, “alla
maniera siciliana”, altro aspetto del volgare latineggiante. Così in
contempranea i “Proverbi de femene” in Veneto, serie di quartine anti-femminili,
e a Genova nel 1190 circa il genovese del provenzale Raimbaut (Rambaldo) di
Vaqueiras. E come si passa dal provenzale al “Novellino”? E il Dolce Stil Novo,
naturalmente, che “nasce alla scuola del bolognese Guido Guinizzelli”.
Il toscano s’impone dopo
che la Sicilia viene viene segregata dall’Italia, con la pace di Caltabellotta,
1302. Ma con lentezza, ancora nel ’500 la lingua di Dante è ritenuta priva di
“decoro”. E prima del fiorentino erano in voga il lucchese e il pisano. Il
toscano lo impone l’emiliano Ariosto, a metà Cinqecento: “Infarcito di padovano
letterario e di latinismi nella prima edizione (1516), il ‘Furioso’ viene emendato
nel 1521, e profondamente rivisto in senso toscano nel 1532”. Nelo stesso tempo
il “modulo toscano” si diffonde in Europa – “non sono poche le parle italiane fancesizzate: macarons, macaronique, parfum, balcon, …” – Lanuzza
ne elenca una ventina. Sempre nel ‘500 compaiono “democarzia”, “luterano”,
“potestante”, “gesuita”, “indifeso”, “concerto”, “bravura”, “bravata”, et al.
“Scarrupato” è nel “Candelaio” di Bruno – coma “bardascio” (invertito).
Nel 1779 l’abate Galiani
pubblica un trattato “Del dialetto napoletano”, ma lo scrive in toscano. Presto
però si delinea una lingua che non è più il toscano. In contemporanea con
Manzoni che risciacquava “i panni in Arno”, Leopardi invece annota, sulla
questione se Firenze e la Toscana debbano sempre considerarsi il centro della
lingua, che “è lo stesso che dire che gli italiani ddebbano scrivere in lingua
antica e morta (giacché la letteratura toscana è morta”).
Non è inutile ricordare che
Vittorio Emanuele II sapeva parlare solo piemontese e francese. E che “l’Italia
è la nazione che, tenuto conto della sua superficie, ha più daletti”, e più
pervicaci.
E altre cose interssanti. Sui
dialtti - il friulano di Pasolloni è letteario, non propriamente dialettale.
Sui gerghi (“sindacalese”, “sinistrese”, “burocratese”), gli anglicismi
diffusi, i linguaggi settoriali, politico, pubblicitario, sportivo (“tutto
aggettivi e sostantivi aggettivanti”), e le “parole interdette”, o turpiloquio,
anche questo sempre più diffuso – “varietà gergale non disdegnata nemmeno dal
papa Benedetto XIV, che, rimproverato di ripetere troppo spesso la parola
‘sporca’, sbraitava: «Cazzo! Cazzo! Lo ripeterò finché non sarà più sporca!»”.
Una rilettura benefica
anche perché non se ne possono più fare – qualcuno ha studiato o studia la lingua
e la sua evoluzione?
Stefano Lanuzza, Storia della lingua italiana, Tascabili
Economici Newton, pp. 93 pp.vv.
domenica 19 maggio 2024
Ombre - 720
“Essere giovani oggi è tremendo. Perché
sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun coetaneo che vada a votare,
e nessuno che vada in chiesa”. Cazzullo becca sul “Corriere della sera” Ultimo,
uno dei millecento cantautori con milioni di follower. Che per sola esperienza sa quanto non sanno storici,
sociologi e psicologi.
Se i giovani sono così, da curare non
sono le famiglie? Non c’è solo la denatalità, la confusione viene dalla
generazione precedente, quella della globalizzazione, della perdita di ogni riferimento,
anche solo lavorativo, reddituale.
Dopo l’esonero dell’allenatore della
Juventus, l’ex presidente del club Andrea Agnelli ha twittato in sua difesa. “la
Repubblica” e “la Stampa” non ne fanno cenno. Autocensura, all’unisono? I due
giornali rispondo al “cugino” Elkann? Il cugino Elkann – la Fiat non c’è più –
ha un ufficio Protezione?
John Elkann va in tv, la sera in cui la
sua Juventus infine vince una partita, per prendersene il merito. Poche ora prima
di licenziare l’allenatore, che quella partita ha preparato, diretto e vinto.
Dopo avergli per mesi sottratto la sedia sotto il sedere – facendolo sapere
agli amici.
Tremano i tifosi della Juventus, dopo
quelli Ferrari e di “Repubblica”, il giornale che fu di Scalfari. Per le scelte
dell’ing. Elkann, dappertutto sventurate. Dopo spese enormi, un miliardo e
mezzo col club di calcio, e chissà quanto con la Ferrari corse, ogni anno una
macchina e un team nuovi, e sempre inefficienti - inferiori, di anno in anno, a
Mercedes, Red Bull (Red Bull?), Mac Laren (oggi perfino a Imola, “feudo”
Ferrari). Ora, si vede, si applica al calcio, il club torinese avendo affidato
a un management di contabili, in età.
“Siamo felicissimi”, dice Salis padre, “ma
nel governo c’è stato un grande immobilismo”. Non ha fatto la guerra all’Ungheria
per sua figlia? Ma accanto lo stesso giornale che ne raccoglie il lamento certifica
“il lavoro diplomatico «sommerso» tra Roma e Budapest”. Tutto si può dire, soprattutto
lamentarsi. E farsi spesare dalla sinistra.
Il “leciti” che si trasforma in “illeciti”,
nella testimonianza di uno Spinelli jr. a Genova sui finanziamenti politici disposti
dal padre non è un errore. Non c’è errore nella trascrizione immediata, c’è nella
redazione in bela copia. Rivista e autorizzata dalla giudice del caso, nascosta
nelle decine di pagine dell’interrogatorio – sperando in una rilettura sbadata
del testimone? Non c’è differenza tra il giudice, nel caso una donna, e l’accusa:
i procuratori sono giudici, i giudici si vogliono procuratori, accusatori.
Magari solo per “uscire sul giornale”.
Si rinvia l’interrogatorio di Toti di
una quindicina di giorni per poter occupare le cronache con nuove
indiscrezioni? Ogni giorno ce n’è una. Intanto, per tenere aperto il teatro, si
invita a ritestimoniare Spinelli jr., se
ha detto “leciti” oppure “illeciti”. Non si può ridere perché i giudici si offendono
facile, ma c’è da impensierirsi.
Non c’è solo il peta “impegnato” a
sparare contro il primo ministro slovacco Fico. Fico e i suoi ministri, di
destra, sono da quando vincono, d a una decina d’anni, sotto il tiro dei media
e dei giudici, con carcerazioni e poi assoluzioni. È strano che la sinistra sia
in Europa giudiziaria, carceraria. Si direbbe stalinista, orfana di Stalin –
lui faceva così (certo, non li scarcerava, li fucilava).
Va il segretario di Stato americano
Blinken a Kiev in un momento in cui i comandi militari si dicono sulla
difensiva, e tre immagini vengono diffuse di allegria. Blinken che scherza con
Zelensky e il ministro degli Esteri Kuleba. Blinken in pizzeria con Kuleba.
Blinken alla chitarra in un club di Kiev, anche cantante. Accanto a un altro messaggio
rassicurante: anche l’Estonia, un esercito di 7 mila soldati, è pronta alla
guerra.
Stellantis richiama 600 mila vetture C 3 e DS 3 Citroën. Sembra grave, la raccomandazione è di non guidarle, ma è una non-notixzia. Una breve o niente del tutto.
L’amministrazione americana valuta se
bloccare le importazioni di uranio arricchito dalla Russia. L’uranio arricchito
russo alimenta un quarto delle centrali nucleari americane.
Le sanzioni sono imposte solo dalla
(alla) Europa.
Accumuliamo debito, dice Monti, o Prodi,
o come si dice, sulle spalle dei nostri nipoti. No, sulle spalle nostre, paghiamo noi, 50 miliardi l’anno, il debito è
caro. Per una spesa che è un spreco, mai un investimento.
“L’Italia non è un paese per mamme”, certifica
il “Corriere della sera” con molti numeri. Come, il paese della “mamma”? È che
una su cinque deve lasciare il lavoro dopo il primo figlio. Se non ha familiari
stretti che glielo accudiscano. Mancando i servizi all’infanzia. Un altro mito
che se ne va.
“Il Sole 24 Ore”: l’Italia ha il
maggiore consumo pro capite di olio d’oliva, “in Italia 3 bottiglie su 4 di
olio d’oliva sono straniere”, la produzione di olio in Italia è concentrata, l’80
per cento, in Sicilia, Calabria, Puglia. Dove i produttori, si può aggiungere,
lamentano scarsa redditività, mancanza di manodopera, parassiti vari. Più che l’affare
poté il lamento.
