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giovedì 30 maggio 2024

Secondì pensieri - 536

zeulig


Destra-sinistra
– Sono entrambe virtuose, grazie al radicale che condividono, -rt di virtù. Ma solo in italiano. Inglese, francese, tedesco e spagnolo fanno la destra virtuosa, su base -rt, e la sinistra smarriscono tra farfugli e sibili.
Bisogna dunque essere di destra per essere virtuosi? Certo, la sinistra è ambigua. È ipocrita, quindi stupida. E infida, per chi non concepisce l’amicizia a danno degli altri. La complicità a danno degli altri non è solidarietà di classe, è mafia - quello che i carabinieri per non lavorare chiamano omertà, oberandone, chissà perché, i meridionali.
Diversità – È il proprio dell’umanità – della natura, si direbbe. Pur nei “sistemi”, le catalogazioni, le famiglie. Abbiamo tante vite, per cambiamenti considerati di poco conto e innocui, lo studio, la professione, la città, perfino i diversi anni dello studio, o la diversa ubicazione del posto di lavoro nella stessa città, o dell’abitazione. La vita urbana nasconde nell’apparente uniformità diversità profonde. O l’opinione pubblica, quando non è critica – rituale, noiosa, livellatrice, storditrice (pubblicità mascherata)
 
Filosofia-poesia
Può essere che abbia ragione Zambrano, e il ruolo della poesia sia conteso dalla filosofia. E che il duello s’incarni in Platone, nato per la poesia, preso dalla dialettica, vinto dal mito. “Io”, dice Socrate a Fedro, “non ho ancora avuto il tempo di conoscere me stesso”. Come se fosse possibile, sia pure la conoscenza onnivora.
La filosofia non inventa nulla, che Dürer mostra parata di cartigli, pendenti, filatteri per i Libri dell’amore di Celtis, grassa sninfia seduta soddisfatta. Si vive di poesia, inclusa quella scadente dei persuasori occulti, anche orientali.
 
Giordano Bruno – È “il” Moderno? “La terra, dunque, non è assolutamente al centro dell’universo”- “De l’infinito, universo e mondi” (“Dialoghi metafisici”, I, p.316).
 
Globalizzazione – Ha favorito i nazionalismi di ritorno. È riflessione di Biagio de Giovanni, in calce al suo “Giordano Bruno Giambattista Vico e la filosofia meridionale”,142: “Questioni identitarie, relative ai caratteri delle civiltà, tornano da ogni parte e in mille forme, anche guerresche; e la connettività universale sembra essere più fonte di conflitti che realizzazione della pace perpetua”.
 
Intellettuale – Curiosa figura, con l’ambizione dell’apoditticità – anche se ora dismessa, dopo tre secoli di trionfi. Essendo concrezione della nostalgia del non democratico Platone, il dittatore del sapere, dovrebbe sapere di non sapere – in quanto depositario di verità è, al meglio, Epimenide cretese.


Sepoltura – È l’inizio dell’umanità per Vico – per le forme memoriali, affettive, familiari di cui è espressione si direbbe. Si va all’incinerazione per ragioni igieniche, si dice. In realtà pratiche più che igieniche, di spazi e di costi. E di perdita della memoria.
 
StoriaLe novità accelerano la storia. Non c’è storia senza novità - cambiamento?
 
Un ritorno alla casella base s’impone necessario, dacché “la storia greca sta attraversando una crisi”. Arnaldo Momigliano l’ha rilevato già nel 1953, spiegandosi dieci anni dopo a Berkeley: “Siamo sempre più consapevoli del fatto che i greci, come gli ebrei, svilupparono alcuni dei tratti più caratteristici della loro civiltà all’interno dell’impero persiano”.
La nostra storia greca è nata male, spiega Momigliano, quando Erodoto, l’autorità in fatto di storia persiana, fu messo da parte a favore di Tucidide - o la storia delle connessioni a favore di quella delle nazioni. Il fatto non è senza conseguenze se l’Occidente è nato a Maratona - “la battaglia di Maratona, anche come evento della storia inglese, è più importante della battaglia di Hastings”, stabilisce John Stuart Mill. Maratona, dove i persiani furono fermati dagli ateniesi, era già stata assunta quale inizio dell’Occidente nel modello “ariano” – ma l’Occidente non era nato dieci an-ni prima con Temistocle a Salamina? Da Tucidide a Ranke, per duemila anni la storia è stata politica. Ma se il suo inizio è in Ecateo di Mileto, allora la storia comincia così: “Io dico come pare a me”. Il genere letterario più diffuso al culmine dell’impero, nel primo e secondo secolo, da Atene esportato a Roma, fu la storia favolosa: si gareggiava a inventare eventi, personaggi, meraviglie. Non c’è Roma del resto nella storia greca: negli scrittori greci fino a epoca tarda non si fa cenno dell’impero.

Verità – Parte da se stessi? Per sant’Agostino, secondo il quale imparare è ricordare, ma non c’è niente da imparare fuori: sì, c’è la verità eterna, dice, ma la conoscenza di sé è il primo indispensabile passo. Avrà conosciuto se stesso, magari (auto)confessandosi? Non si è se non si crede, a se stessi.
 
Ci sono molti modi o strade in cui s’incontra la verità, dice Karen Blixen. Non è un cammino rettilineo.
 
“La verità vuol star di sopra”, è assioma di Bertoldo. Non importa scopra che o chi, ma deve cavalcare.  
Ci sono quattro forme di scetticismo, secondo il De Ruggiero: in senso proprio, lo scettico che osserva, lo zeletico, che cerca la verità, l’effetico, che sospende il giudizio, e l’aporetico, di chi non trova la solu-zione. Ma sono dieci i tropi su cui Enesidemo fonda il dubbio. Più i cin-que che Sesto Empirico fa risalire a Agrippa, di cui nient’altro si sa: l’op-posizione dei giudizi, il regresso all’infinito, la relatività dell’oggetto, le proposizioni universali dei dommatici, il diallelo o circolo vizioso.
 
Virtù - Miss Anscombe – la”Dragon Lady” di Wittgenstein, di cui era discepola diligente - l’ha riscoperta, la virtù, e la fa sodale della verità - ma la verità, dice Lacan, è bugiarda.
I radicali secondo Rousseau sono imitativi, e dunque la virtù ha qualcosa di duro dentro. Mallarmé invece dà la virtù al fonema st-: “In molte lingue indica stabilità e franchezza, durezza, massa, insomma incitazione”. In stronzo per esempio? o stupido, stinto, stanco. E non sarà tr- il vizio? Il treno, o destra e sinistra.

zeulig@antiit.eu

L’irruzione del male nel tinello

L’irruzione del male, in ambito familiare, giovanile, sereno, ilare. Il vecchio tema tragico, di tanto Shakespeare ma già degli antichi greci, riproposto in termini attuali, cronachistici, della violenza sulle donne. Tanto più percutente se giovanile, e tra persone “ordinarie”, noi o voi, che acutizza il vecchio leitmotiv tragico, da Eschilo in qua.
Un racconto dapprima lieto, poi operoso, poi turbolento: la violenza ha il sopravvento – non ci sono altre difese, la società organizza polizie ma non anticorpi. Una tragedia dura. Senza effetti squatter, ma analogamente percutante – peggio perché sofferta al chiuso, in casa.
Ivano De Matteo, Mia, Sky Cinema, Now

mercoledì 29 maggio 2024

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (561)

Giuseppe Leuzzi
Il generale Mori rinviato a giudizio, per l’ennesima volta, sempre per “i fatti di Palermo”, in questo caso per le stragi a Firenze e Milano nel 1993. Dalla Procura di Firenze, che ha il privilegio di indagare sulle stragi. Dopo trentun’anni. Poiché Mori ha 85 anni qualsiasi giudice può fare a mano di lavorare. Se non, nel frattempo, alla carriera, per un’indagine così importante, su un colpevole illustre: qualcuno del pool è già diventato Procuratore Capo, qualcun altro lo diventerà. E questa è tutta la “giustizia antimafia”, trentun’anni di carriere. Per non molti, ma che carriere - poi dice che Sciascia ci vedeva male.
 
In una cosa il Sud è allineato al Nord, al Centronord: nell’evasione fiscale. Totale e pro capite. Un’elaborazione statistica del “Quotidiano del Sud” sui dati del Tesoro mostra che la stima d’evasione fiscale, 172 miliardi, è così suddivisa: 129 miliardi al Centronord, il 67,2 del totale, per il 66,5 per cento della popolazione, e 63 miliardi al Sud, il 32,8 per cento dell’evasione totale, per il 33,5 per cento della popolazione.
 
Non si dà pace l’ex sindaco di Rende Marcello Manna, di centro-destra, cacciato dal prefetto un anno fa, insieme con il consiglio comunale, per “infiltrazioni mafiose”, e scrive a Mattarella: questi scioglimenti sono discrezionali, cioè arbitrari, quindi incostituzionali, non c’è nessun contraddittorio, nessuna accusa specifica è stata mossa a nessuno. Ha scritto a Mattarella invece di fare causa per incostituzionalità. E forse non sa che gli scioglimenti, come già il soggiorno obbligato, sono un’antimafia di copertura. Però, si è cautelato: la lettera l’ha resa pubblica.
 
La mafia è recente
Mafia è recente, come passepartout mondiale - un export della Sicilia nel trentennio del terrore, 1963-1993, da Ciaculli ai Georgofili. In America, dove i passepartout mondiali si fanno, era mob – la mob siciliana era Cosa Nostra.
I dizionari inglesi e americani non registrano la parola fino agli anni 1960. Quelli spagnoli nemmeno. Il Petit Robert ne data l’introduzione al 1868, come “maffia”, nel senso di audacia, spacconeria, e al 1933 nel senso proprio (ma non dà il riferimento, se a uno o più testi) – per “maffieux” riporta al 1980, per “mafieux” al 1987 (“Libération”).
Nel 1952 si pubblica a New York, da primaria casa editrice, Random House, un libro esplicito, “Mafia”, di Ed (Edward) Reid, un giornalista investigativo, sulla mafia a New York – l’anno dopo che Reid aveva ricevuto il premio Pulitzer (sarà tradotto nel 1956 dall’editore fiorentino Parenti, con prefazione di Calamandrei, e sarà un successo, ma in una serie “Gialli veri. La realtà supera l’immaginazione”: la prima copertina, bianca con indice, saggistica, sarà succeduta da una gialla, n. 2 della collana, quindicinale, e poi da una nera). Ma nel “Padrino”, sia in quello di Puzo (1969) nel romanzo che in quelli di Coppola al cinema, a partire dal 1971, la parola mafia non c’è. Anzi, soprattutto i film, per il carisma di Marlon Brando, danno una strana immagine collegata al brand, di quella che Sciascia aveva detto la vecchia mafia, onorata (nella prima riflessione in tema, 1957, l’anno dopo “Le parrocchie di Regalpetra”, per la rivista di Silone, “Tempo Presente”, un breve saggio ora ripreso in “Pirandello e la Sicilia”, in forma di recensione di Reid, e di “Questa mafia” del maggiore dei Carabinieri Renato Candida, l’ufficiale leccese che gli servirà da modello per il Bellodi del “Giorno della civetta”, indulge ancora alla mafia vecchia, buona, e ha perfino una “mafia di sinistra”, consentendo con l’ufficiale dei Carabinieri, portato dalla divisa all’equidistanza). Mentre imperversavano già da un decennio autobombe, tritolo e kalashnikov, spietati, a tradimento, senza limiti ai morti.
Su questa assenza varie mitologie si sono create. La parola non c’è perché l’Italian American Civil Rights Movement si oppose. Con metodi mafiosi: minacce telefoniche ai dirigenti Paramount, in particolare al produttore Robert Evans, e “avvertimenti” (furti e sabotaggi di materiale costoso fin dai primi sopralluoghi, nel 1972). Niente riprese a Little Italy, e niente “mafia”. Finché Evans non decise di accordarsi col fondatore e presidente dell’Italian American Movement, Joseph Colombo, capo dell’omonima “famiglia” di mafia, una delle tre di New York. Che impose: “Né la parola ‘Mafia’ né ‘Cosa Nostra’ devono comparire”. Non tutti i mafiosi a New York gradirono la benedizione al film, continua la leggenda nera, e pochi mesi dopo Colombo fu punito dalle cosche rivali, Gambino e Costello-Luciano.
Cominciava il mito della mafia. I fatti sono leggermente diversi. Il primo “Padrino” fu girato in 80 giorni, da fine maggio ai primi di agosto 1971. Colombo fu sparato il 28 giugno 1971, al Columbus Circle di Manhattan, davanti a decine di migliaia di persone, da un killer afroamericano, Jerôme Johnson, poco abile (e subito freddato dai figli e la scorta di Colombo), ma non per il film, per conto del concorrente Joe Gallo – Colombo sopravviverà paralizzato per sette anni, fino al 1978, in tempo per sapere dello stratosferico successo della serie, ma senza alcun potere. Evans era il capo della Paramount, il produttore era Al Ruddy, morto di questi giorni, quasi centenario, produttore di molti film di successo - sua la scelta di Marlon Brando.
La serie “Il Padrino” era nata, come si sa, per il regista Peckinpah (che fu poi licenziato per motivi sconosciuti – alcol? cocaina?), quindi più azione e botti che parole, pause, sguardi e psicologia. La Paramount arrivò a Coppola dopo contatti infruttuosi con Sergio Leone, Kazan e Arthur Penn. Coppola era già famoso, ma per film a basso costo, e di più come sceneggiatore, premio Oscar non ancora trentenne per questa attività, con “Patton, generale d’acciaio”. “Il Padrino”, senza “mafia”, sarà opera sua in tutti i sensi.
 
Un incidente in Calabria
Tra le uscite di Rogliano e Altilia Grimaldi, sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, cica 20 km. a Sud di Csenza, si è formata nella lunga discesa in direzione di Reggio Calabria una fila. Per un incidente. Pare un tamponamento. Sono le 14, fa caldo, ma siamo su un cavalcavia, e con i finestrini aperti c’è aria. Tutti sembrano aspettare pazienti. Si passa il tempo sui cellulari, qualcuno telefona, i più scorriamo i social.
Alle 15 passa, senza clamore, un’auto della Polizia. Dopo qualche minuto la segue una Panda colorata dell’Anas, con due in tuta arancione. Qualcuno scende dalla macchina, si conversa, si ipotizza: libereranno il passaggio, prese le misure e fatte le fotografie del tamponamento.
Alle 16 passa una grossa Bmw, tipo Suv, vetri fumé. Avanza con prudenza, ma con decisione. Che sia il magistrato? La voce corre. Ma allora, si ipotizza, ci saranno feriti. Ecco perché tutto resta bloccato. Non ci sono dubbi. Anche perché in rete va un sito di Cosenza che parla di un incidente mortale tra Rogliano e Altilia, una donna sarebbe morte – dice anche l’età, 34 anni.
Subentra il silenzio. Nel senso che non si fa più small talk per ingannare l’attesa. Qualcuno fa telefonate lunghe. Qualcuno mette mano alle carte, per portare avanti il lavoro. Ma d’un tratto, verso le 17, la colonna si muove. In prima, procedendo e fermandosi, specie i primi minuti, prima che si avvii la pratica dell’alternanza nelle precedenze, per fare delle due file una, si avanza per un paio di chilometri. Finché uno dei due uomini arancione dell’Anas non invita vigorosamente a passare di carreggiata e invertire la marcia: hanno ristretto il traffico sulla carreggiata in salita, rado, a una sola corsia, e in quella interna invitano a tornare indietro.
Ripartiamo titubanti, non conoscendo i luoghi. I più però sfrecciano, sanno cosa fare, saranno del luogo, conviene accodarsi. Usciamo a Rogliano. Non siamo in molti, all’uscita si forma una coda, ma la fila è corta. E un altro uomo in arancione, affannato, invita a muoversi. S e non che non ci sono indicazioni: dove andare? Chiedere è inutile: l’uomo affannato in arancione urla di prendere una qualsiasi direzione pur di liberare l’uscita dall’autostrada, che comincia a intasarsi.
Si prende una direzione qualsiasi. Finché, finita la coda, non ci si può fermare, e chiedere la direzione. “È semplice”, dice un ragazzo, “fino a Grimaldi, poi da Grimaldi ad Altilia, e lì riprendete l’autostrada”. “In questa direzione?” “Su questa strada”. È fatta, finalmente un punto fermo, dopo tre ore o quattro d’incertezza.
Sono passate quattro ore, ma pazienza. Se c’è stato un incidente mortale – uno inconsciamente si congratula con se stesso. È campagna piena, molto verde, e la strada è ben tenuta. Solo che Grimaldi non si vede. Curve e controcurve, ma niente cartelli e niente Grimaldi. E se la direzione fosse sbagliata? L’incertezza subentra di nuovo. Anche la campagna, è molto verde, ma non è coltivata, non ci sono orti, non si olivi né alberi da frutta. E non c’è a chi chiedere. Tornare indietro? Andare avanti? Tornare non è opportuno. L’ansia cresce. Ma poi qualche macchina s’incontra. Una è ferma nella nostra direzione. Accostiamo. Una ragazza è appoggiata alla macchina e digita. Solleva appena il capo, l’occhio witty, e dice subito, non ancora interpellata: “Avanti ancora un po’, c’è il bivio per Altilia”. E così è. È che i chilometri dall’autostrada a Grimaldi sono una quindicina, bastava dirlo o segnalarlo. Un’altra decina ci saranno per Altilia, ma a cuor leggero, la fiducia essendo stata ristabilita.
Si può apprezzare la coolness. In fondo, quattro o cinquemila macchine in fila non sono un disastro. Ma quando c’è – ci sarà - il terremoto? In fondo, è stato semplice. Ma non lo è: in una vera emergenza, come sarebbe successo, come ci si sarebbe organizzati?
Il giorno dopo il giornale locale non fa cenno alla lunga coda. Digitando furiosamente, si trova una cronaca locale con la foto dell’incidente: un tir ha preso fuoco, l’autostrada è rimasta chiusa per cinque ore, per i rilievi d’uso nelle assicurazioni. Di quale mondo?
 
Napoli illuminata, Pavia reazionaria
Stefania de Bonis fa sul supplemento “Mimì” del “Quotidiano del Sud” la storia vera, che non si conosceva, di Anna Kuliscioff. In un saggio dal titolo “Laureate, che fatica essere donne”. Sulle difficoltà di una donna, fino al primo Novecento, a dirsi dottore, avvocato, ingegnere e a esercitare la professione. “Ne seppe qualcosa Anna Kuliscioff, nata in Crimea, fuggita in Svizzera per studiare filosofia e poi arrivata in Italia, dove fu arrestata con l’accusa di cospirare con gli anarchici. Nel gennaio 1984 giunse a Napoli, accolta cordialmente dal professor Arnaldo Cantani, per dedicarsi, nella clinica ostetrico-ginecologica, allo studio delle malattie femminili.
“Per approfondire le ricerche sulle «febbri puerperali», necessarie alla sua tesi, si recò nel laboratorio di Golgi a Pavia, chiedendo il trasferimento nell’ateneo cittadino. Il rettore Alfonso Corradi e altri docenti, irritati dalla sua richiesta (preoccupati dal possibile contagio politico della platea studentesca) si opposero. Benché la prefettura avesse assicurato che la studentessa non appariva più «pericolosa» e aveva promesso di «vivere senz’altro scopo che quello di completare gli studi».
“Corradi fu irremovibile. La giovane laureanda fu difesa soltanto da alcuni universitari. In particolare Achille Monti, che scrisse sulla «Lombardia» un articolo contro il rettore, «uomo dai cento raggiri», e gli altri studenti «giovani inetti».
“Risultato dell’articolo fu un duello fra Monti e il giovane Camillo Broglio, offeso e contrario all’arrivo della laureanda. Qualche graffio, la sospensione di Monti dal collegio e il mesto ritorno a Napoli della Kulisciofff. Che, dopo la laurea a Napoli, si dedicò a battaglie politiche e sociali al fianco di Filippo Turati, suo compagno di vita, e fondò il quindicinale «La Difesa delle Lavoratrici»”.
 
Cronache della differenza: Sicilia
Si ricordano a Messina, ancora negli anni 1950, le banchine del porto d’inverno occupate da botti. Di limoni, si diceva. Di succo? Sembrava troppo. Di bucce? Dell’uno e delle altre. Le bucce per le marmellate Silver Shred di Robertson, che sono sempre buone, dopo un secolo e mezzo. Il succo per lo scorbuto. Contro lo scorbuto, ovviamente: s’imbarca a barili su ogni nave in partenza, ancora oggi, dopo la scoperta nel 1747 del medico navale James Lind.
 
E se la Sicilia fosse stata inglese, come Malta per esempio? Improponibile. Che l’Inghilterra ambisse alla Sicilia, l’abbia dotata perfino di una costituzione, per impadronirsi del limone, prima del marsala, e dei pistacchi di Bronte, è plausibile. Ma le costituzioni ai siciliani non dicono nulla.
 
Scrivendo della sua Sardegna nel 1951, sul “Ponte” (“L’avvenire della Sardegna”), Emilio Lussu parte con questa affermazione, a proposito della diffidenza e dell’isolamento tra sardi: “È il fatto che la regione è un’isola – la Sicilia non lo è affatto”.
 
Pur avendo avviato il “volgare” (l’italiano) con Federico II e la sua corte, “la Sicilia rimarrà isolata dall’Italia dopo la pace di Caltabellotta (1302), che sancirà un autonomo regno di Trinacria” – Stefano Lanuzza,”Storia della lingua italiana”, p. 27. Si ritorna al latino, e al dialetto.
“Dopo la caduta della Sicilia e del Meridione sotto il dominio angioino, il primato del volgare comincia a passare alla Toscana” - Lanuzza, ib.
 
Emily Lowe, intraprendente gentildonna britannica, saluta l’isola nel 1859, sbarcandovi, come “terra amata da tutti gli dei”. E alla partenza, al termine del suo tour con la mamma, come quella “che possiede tutto e non gode di nulla” – “Unprotected Females in Sicily, Calabria and on the Top Of Mount Aetna (1859). 
 
L’editrice Sellerio ha varie antologie di racconti, soprattutto di “gialli”, dei suoi autori. I siciliani sono tutti sicilianisti, sfegatati – anche Piazzese, che pure aborre i luoghi comuni. Malvaldi non è così buono con i suoi vecchietti di Marina di Pisa – “BarLume”. Recami, fiorentino, è perfino antifiorentino (sporcizia, “un genera le difetto di creanza”, l’“Arno d’argento” è una pozza, puteolente…). Perfino Giménez-Bartlett ha da ridire su Barcellona, se non altro per i troppi turisti – ma questa scrittrice di Barcellona non è catalana, è castigliana… I siciliani invece no: mari, monti, cucina, arabi, donne, è tutto un tripudio. Alla Sicilia, come a Milano, non difetta l’autocompiacimento. Ma non fruttifica.
 
Oppure sì? L’isola è decima per reddito, complessivo e pro capite, tra le regioni italiane. Ma è la quinta per ammontare totale di depositi bancari - ne ha più dell’Emilia-Romagna (4,8 milioni di abitanti contro 4,5, ma 17 mila euro di reddito pro capite, contro 35 mila, più del doppio), e del Piemonte (4,2 milioni di abitanti, ma 30 mila euro di reddito pro capite).

leuzzi@antiit.eu

Splendore di Pompei, in gita solitaria

Un imperdibile racconto di Pompei, la vecchia e la nuova, quella che si viene riscoprendo. Con tutti i protagonisti, a partire dal direttore del Parco Archeologico, Zurchtriegel. Come era e viveva  Pompei, fuori dai miti e le frasi fatte. Come si è prodotto il cataclisma, nomento di notevoli precisazioni. E come le macerie siano ancora un tesoro da dissotterrare. Vecchi e nuovi ambienti e nuove immagini Angela ha potuto illustrare, in un sito tutto per sé. In un unico piano sequenza (probabilmente puù simulato che reale, data la lunghezza e la complòessità delle ripese), come se facessimo un giro insieme con lui. Ben detto o simulato, col fiatone anche, dovendo muoversi e insieme dire, mostrare, spiegare. Come una gita solitaria, in solitudine, con un amico, il Parco tutto per noi.
Un miracolo tutto Rai, sceneggiature, scenografie, maestranze, permessi. Di ricezione tripudiante – sui social perlomeno, essendo auditel in sciopero (ma Angela è uno che da solo fa il 16-18 per ceto di share in prime time, anche il 20). Che la Rai annega in una maratona senza interruzioni, due ore e un quarto. E senza promozione – lo sapevano in pochi, più gli smanettanti. Dopo l’interminabile e ormai insopportabile “Affari tuoi”, i “pacchi” immorali di Amadeus, che regala soldi a caso. Si dice che la Rai è frastornata dalla politica, ma forse non sa più che cosa sta facendo.
Alberto Angela, Pompei, le nuove scoperte, Rai 1, Raiplay

martedì 28 maggio 2024

L’Italia non è un paese per automobili

Carlos Tavares, l’amministratore delegato di Stellantis, si chiede retoricamente: “Un milione di auto fabbricate in Italia?” E si risponde, per dire no: “Ci vuole l’ambiente imprenditoriale giusto”.
Dice un’ovvietà. Che si fa finta – media di destra e di sinistra uniti nella lotta - sia un trucco da sfruttatore: dopo l’Inghilterra negli anni 1960 (pausa tè, pausa sigaretta, pausa pipì…), che costrinse le case americane a scappare in Germania e in Spagna, il sindacalismo italiano ha aiutato la delocalizzazione e scoraggiato qualsiasi tipo d’investimento. Per salvare Pomigliano Marchionne dovette sfidare il sindacato.
Trent’anni fa il paddock del Gran Premio di Montecarlo era popolato da team italiani o inglesi, domenica di (mezzo) italiana c’era solo Ferrari.
L’Inghilterra, rinsavita dopo la Thatcher, fabbrica ancora un milione di auto l’anno. La Francia pure. La Spagna due milioni. La Germania, dove l’IG Metall è molto più forte delle Fim-Fiom, e i metalmeccanici stanno molto meglio di quelli italiani, quattro e mezzo.

Giallo controvoglia

Per la promozione celebrativa “Eco della Memoria”, la collana che identifica l’editrice, una proposta che vuole essere un regalo. E, involontariamente?, un ponte tra Barcellona e Palermo - anche se la Sicilia qui non c’enra. È sempre Petra Deliacdo che si racconta. Ma, comincia come in molti “Montalbano”, con un incubo-prefigurazione: con una bara, un morto, e molta violenza, inconsulta, sul cadavere. Come dire: la vita del poliziotto è la morte.
La vicenda si svolge tra Barcellona e Roma, con una componente italiana decisiva. Si scoprono – si scoprivano dodici ani fa – le pratiche, alcune delle pratiche, del riciclaggio, delle tre mafie italiane, quella propriamente detta, la ‘ndragheta e la camorra (qui si tratta della camorra), attraverso le vene di spesa più bizzarre (qui presunte forniture tessili per articoli di moda). Le polizie sono intraprendenti, e arrivano sempre in tempo.  Ma si mena in lungo, cinquecento pagine. E come controvoglia: a tratti sembra di leggere una caricatura del giallo. Non di proposito, però. Per smagliature evidenti.
Si elogia “la grande forza magnetica dei bar di Barcellona”, ma l’unico che ricorre, ogni poche pagine, è castgiliano, “Jarra de Oro” - è la Barcellona degli anni 2010, del catalanismo, ma potrebbe essere una qualsiasi città del “Regno di Spagna”, anonima. Anche i funzionari e i personaggi hanno nomi castigliani. Petra e il suo vice Fermìn si comportano da sbirri, con “trainelli” direbbe Montalbano. Il finale è prevedibile – una delle cause nobili, o denunce nobili, del Millennio. Petra, moglie innamorata, al terzo matrimonio, in missione a Roma per tre gioni, al secondo va a letto col collega italiano, con grande soddisfazione. La parte forse più emozionante si svolge a Ronda, ma l’Andalusia è solo un posto strano, pieno di madonne, processioni, corride. Ci sono quatro delitti, due precedenti la vicenda – è un cold case – e due nel corso. E di questi due non sappiamo come. Del quarto anzi, molto scenografico, a Roma, nemmeno chi. Come un compitino - sulla scia dell’ultimo Camilleri, che per ogni trama tesseva una rete fatta di quotidianeità, lo sbarco dei migranti, quello della droga, le ragazze dell’Est, cause nobili.
Si lege soprattutto prr la curiosità. Un chiama e rispondi bizzarro tra Barcellona e la Sicilia, che pure si ignorano, con Camilleri che si ispira a Montalbàn, e Gimenez-Bartlett che onora la Sicilia, nella casa editrice che l’ha valorizzata, con premi e riconoscimenti vari, e qui nella figura del capo dell’antimafia Torrisi, un vero dominatore senza parerlo -  sa tutto dei mafiosi, anche quello che loro non sanno, e li schiaccia quando bisogna.
Alicia Gimenez-Bartlett, Gli onori di casa, Sellerio, pp. 511, ril., 1+1 € 10

lunedì 27 maggio 2024

Problemi di base intelligenti artificiali bis - 808

spock


Si tornerà bambini, portati per mano dall’intelligenza artificiale?
 
Generare intelligenza, se ne era perduto il metodo?
 
Sarà l’intelligenza artificiale più padre o più madre?
 
Di che mandare in crisi Freud?
 
Artificiale, l’intelligenza, non è una contraddizione?
 
O è solo un modo per copiare i compiti in classe?

spock@antiit.eu

Maglia rosa alla pacchianeria

Un capolavoro kitsch, la premiazione al Giro d’Italia, di pacchianeria. Dopo una pedalata “imperiale” da Casal Palocco al Colosso, come ultima tappa – alla presenza di pasanti più incuriositi che interessati, non il milione che dicono gli organizzatori. Un Pogačar più ragazzino che mai, tutto solo su un piedistallo sotto l’Arco di Tito, col Colosseo sullo sfondo, in attesa delle Autorità. Un’immagine che doveva immortalarlo nel mondo, ma che il ciclista, con tutta evidenza immemore di dove si trovava e cosa significava, mostrava di non apprezzare. Forse infreddolito benché facese caldo, per non essersi cambiato la maglia, più che altro incuriosito dalla strana premiazione. Finché il patron Urbano Cairo non è arrivato con la presidente del consiglio Meloni. Alla quale ha mollato una coppa a forma di serpente alta un metro o poco meno. Che la presidente ha avuto problemi a maneggiare. E poi a porgere al ciclista sul podio alto, per quanto lei si elevasse sulla punta dei piedi e il ragazzotto provasse ad abbassarsi. Con difficoltà poi a maneggiare la strana coppa, di cui con tutta evidenza non capiva il significato, e non gliene importava.
La cerimonia completava un panel Rai non più classico-agreste come la premiazione, ma tecno, di quattro personaggi dietro un bancone in plexiglass, che non sapendo evidentemente come occupare il tempo vagavano tra Merckx e Hinault. Rabberciati dal conduttore che ad alta voce proclamava la cerimonia grandiosa e strepitosa. Da rivedere.
Premiazione Giro d’Italia
, Rai 2, Raiplay

domenica 26 maggio 2024

Ombre - 721

Si susseguono i buy-back delle banche (Unicredit, Intesa, Bpm, Bper…) di azioni proprie che se non finalizzati all’annullamento, minacciano minusvalenze giganti. “Il Sole 24 Ore” documenta e spiega che Warren Buffett, l’“oracolo” dei mercati finanziari, cioè la sua Berkshire Hathaway, si tiene prudentemente liquida. Prudentemente, ma per un record di 189 miliardi di dollari: meglio non guadagnare niente, o quasi, che perdere. Il problema è che Wall Street “vale” 53 mila miliardi di dollari, il pil degli Stati Uniti solo la metà, 28 mila.
 
Qualcosa non funziona nell’inchiesta Toti? Da alcuni giorni non c’è più la novità giornaliera, il nuovo tesoretto sotto il materasso, la nuova concussione, la nuova spesa a Montecarlo. Mentre mancano ancora un paio di settimane al voto. C’è il rischio che Toti si difenda.
 
La polizia israeliana indirizza i coloni e l’estrema destra su dove e come attaccare gli aiuti umanitari per Gaza. Così come li aiuta, col rinforzo dell’esercito, a cacciare i palestinesi da casa loro in Cisgiordania. Non è genocidio, come dice Liliana Segre, ma solo perché non è dichiarato, in un “Mein Kampf”.
 
Italia, Slovacchia, Ungheria e Austria, che ricevono gas russo via Ucraina, con la fine dell’anno cesseranno l’approvvigionamento. L’accordo scade, dice il portavoce della Commissione europea per le questioni energetiche, Tim McPhee, e non sarà rinnovato. Cioè per due anni e passa si è detto no al gas russo, e invece transitava. Via Ucraina. Le forniture erano interrotte solo per far salire i prezzi?
 
Gli Stati Uniti non hanno adottato la Corte Penale Internazionale di giustizia, e hanno impedito che giudicasse i loro crimini, nel caso delle torture nel carcere di Abu Ghraib in Iraq, e a Guantanamo. Ma hanno denunciato e fatto condannare tutti i personaggi a loro per qualche motivo invisi, specie nella ex Jugoslavia. E subito contro Putin, il giorno in cui attaccò l’Ucraina, o il giorno dopo. Ora che lavora a condannare Netanyahu aprono il fronte delle sanzioni contro la stessa Corte.
 
Molte paginate di cordoglio per la morte del presidente dell’Iran Raisi in un incidente aereo. Uno illustre solo come boia: giudice di tribunali speciali che ha condannato a morte decine di migliaia di persone. Soprattutto islamici, ma contrari al khomeinismo. Uno dei suoi processi nel carcere di Evin è esperienza incancellabile, per il menefreghismo, la fretta, l’irrisone, con claque di teste rasate schierate in divisa tra il pubblico, i futuri pasdaran.
 
Si continua a parlare nell’occasione di rivoluzione in Iran. Mentre il regime khomeinista, che si avvia al secolo, è solo una dittatura. Articolata, occhiuta, totalitaria. Su un paese che, bene e male, era in precedenza organizzato come una democrazia. Il solo regime costituzionale nel Medio Oriente, all’infuori di Israele – e del disastrato Libano.
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Entusiasta addio del Liverpool e i suoi tifosi all’allenatore Klopp dopo nove anni, un campionato vinto e due finali di Coppa dei Campioni. Lo stesso giorno che la Juventus allontanava con gli avvocati l’allenatore Allegri, due finali di Champions e alcuni campionati e coppe vinte. C’entra la micragnosità di Torino – l’allenatore è licenziato per risparmiare sull’ingaggio. Ma il Liverpool è quello dell’Heysel, una squadra e un tifo espulsi poi per sei anni dalle coppe. Il “grande cuore” vantato dagli italiani annega nell’acido, dell’opportunismo.
 
Un’ordinanza “criticabile”, perché “non compiutamente ragionevolmente attenta al complessivo contesto”, e “non implausibilmente viziata” nelle motivazioni, ma “resa nel perimetro di legge”. Si diverte Ferrarella con gli amati giudici (nel caso la Procura della Cassazione, niente di meno, la Suprema Corte…) sul “Corriere della sera”, che rigettano con questo linguaggio le sanzioni disciplinari disposte dal ministro Nordio a carico dei giudici che diedero la semilibertà a un russo, Artem Uss, subito poi irreperibile. Dopo ponderazione di tredici mesi. Non c’è speranza.    

Giallo curiosità

Una guida Vallardi, quando ancora usavano le guide, trent’anni fa - trent’ann fa era prima di internete. E una guida al giallo, quando ancora il genere non era popolare in Italia, trent’anni fa - trent’anni fa Camilleri era per pochi, mentre oggi non si scrivono che gialli. Con molte sorprese, oltre le catalogazioni.
“La pietra di Luna”, di Wilkie Collins,1868, “considerato il primo vero romanzo poliziesco che si mai stato scritto”, era anche considerato da T.S. Eliot “il più originale e moderno dei romanzi polizieschi”. Ma già c’era stato Poe naturalmente. E molte tracce si trovano nei racconti di Dickens, “Barnaby Rudge”, “Grandi speranze, “Edwin Drood”, “Casa desolata”.
Si risale, quanto a origini, alla Bibbia - a Caino - e a Sofocle, alle “Mille e una notte”, ma se non c’è la polizia, “pubblica o privata che sia”? Ma, poi, poliziesco sta in italiano (come giallo) impropriamente, per “crime story”. Che ha molte sottocategorie, e la polizia può anche non entrarci, se non come indagine.
In Italia ha attecchito con difficoltà. Nel 1941 fu addirittura messo fuorilegge dal ministero della Cultura popolare, due studenti arrestati per furto avendo dichiarato a discolpa di essersi ispirati alla lettura di un giallo. E, “anche senza dimenticare he diversi scrittori, Chiara, Soldati, Gadda e Sciascia hanno colorato di giallo alcune loro opere, il romanzo poliziesco italiano ricomincia a far parlare di sé nella seconda metà degli anni Sessanta Grazie a Giorgio Scerbanenco” (più letto in Francia, per la verità, che in Italia), e al suo Duca Lamberti.
Il dizionario è diviso in due parti: gli autori, fino a James Ellroy, con molte curiosità su molti autori, e i personaggi, compresi quelli dei film, e dei fumetti. Con una copiosissima filmografia, divisa per personaggi. Con un indice dei nomi e una larga appendice di ricette di gialli (Van Dine, Chandler, Reginald Knox, P. Highsmith, et al.).
Franco Fossati, Dizionario del genere poliziesco, Garzanti-Vallardi, pp. 381, ill, pp.vv.

venerdì 24 maggio 2024

Problemi di base intelligenti artificiali - 807

spock


Perché non si eviterebbero le guerre con l’intelligenza artificiale?
 
O sarà sempre guerra, con l’intelligenza artificiale?
 
Come saranno il bene e il male con l’intelligenza intelligente?
 
E la verità con il falso?
 
O anche l’intelligenza in laboratorio sarà stupida – potrà esserlo?
 
E dirà le bugie?

spock@antiit.eu

Giallo scolorito

Ogni mese un racconto. Con tutti gli autori di casa Sellerio, Camilleri, Piazzese, Manzini, Malvaldi, usw. Una raccolta disuguale, con poche perle. È scialbo perfino Camilleri, che doverosamente apre la raccolta: è gennaio, è la Befana, e Camilleri fa omaggio al suo pupillo Savatteri, mettendo in scena Saverio Lamanna, lo scrittore-detective della serie “Màkari” - ma in tutti racconti si fa in genere omaggio di sfuggita a un autore della casa: più che una antologia è una celebrazione. Al BarLume Malvaldi si fa allettare da internet, dal mercato globale, tristemente. Ad aprile il biblioterapista di Fabio Stassi è ancora più gelido, volendo riprodurre Garcia Marquez, “L’amore al tempo del colera”.
Specialmente freddi i racconti di autrici. Agnello Hornby è debolissima – si può capirla, è nell’antologia per fare numero, non essendo giallista, e partecipa con un racconto, sembra di capire,  della sua preistoria di giudice dei minori, databile pare al 1983. Melenso il giallo turco, di una pur acclamata Aykol: Erdogan soffre di epilessia? La Petra di Giménez-Bartlett è sempre più spinster, moglie di un uomo al terzo matrimonio, con due figli da mogli diverse, e ha il terrore dei “doveri coniugali” – beve anche, molta birra naturalmente.
Di notevole il fenomeno delle baby-gang a Londra nel racconto di Agnello Hornby, sudamericane e caraibiche, specie se il racconto è del 1983 – ma anche per il 2017, quando la compilazione è stata fatta, è un’anticipazione notevole.
AA.VV., Un anno in giallo, Sellerio, pp. 536, ril. 1+1 €10

giovedì 23 maggio 2024

La Dc tedesca torna guardiana contro l’estrema destra

La Cdu-Csu cerca in Europa e a Bruxelles una sponda a destra, per contrastare in casa l’Afd, il partito di estrema destra che aumenta i consensi in Germania. Ci ha provato con Salvini dopo la vittoria della Lega alle Europee del 2019. Corteggia Meloni da quando ha vinto le elezioni. Subito con Manfred Weber, il presidente dei Popolari europei, venuto a incontrare Meloni in qualità di presidente dei Conservatori europei. Poi con Ursula von der Leyen. Ora con Söder, il presidente della Baviera e leader della Csu, dei cristiano-sociali bavaresi.
Compito precipuo di democristiani in Germania è stato nella Repubblica di Bonn e di più adesso, con la valanga Afd, nella ex Germania Est e altrove, di controllare e ridimensionare le tentazioni nazionaliste oltranziste. Compito assolto dalla Csu principalmente, la democrazia cristiana bavarese, ma anche della Cdu: prevenire e contenere una deriva di estrema destra.
I quattro cancellierati Merkel hanno lasciato un’area molto vasta libera a destra – la cancelliera operava soprattutto contro la concorrenza a sinistra, socialdemocratica, attuando politiche di sinistra (migranti, salvataggi, intese con la Russia, abbandono del carbone, abbandono del nucleare, diritti della persona).

E adesso, povero Elkann

 12 maggio, Atalanta-Roma 2-1.
15 maggio, Juventus-Atalanta 1-0, Coppa Italia.
22 maggio Bayer-Atalanta 0-3, Europa League. Con tre goal di Lookman, lo stesso centravanti di Juventus-Atalanta.
Gande festa dell’Atalanta e dei suoi sostenitori. Diventati per una note 6 o 7 milioni, quanti ne hanno seguito l’impresa in tv, un record. Mentre subito dopo la vittoria sull’Atalanta e la coppa Italia, il patron della Juventus ha licenziato l’allenatore, “non compatibile con i valori dela Juventus” e le tradizioni della Casa. Una Casa che aveva tramato per quattro mesi contro questo allenatore – per non pagargli l’ingaggio pattuito. Innervosendo i calciatori. E allertando i loro manager, a convulse cacce per uscirne indenni al meglio – per quatro mesi era questo l’“allenamento” tra una partita e l’altra.
Elkann possiede giornali importanti, e i giornalisti lo trattano con riguardo. Ma ha rivoltato il potere e il fascino della Famiglia, della Fiat – che peraltro ha subito venduto. Non ha nuovi fan Juventus tra gli adolescenti, non offre nessuna sopresa, nessuna meraviglia, e allontana i veterani. Come ha fatto con la Ferrari, che ha gestito con dirigenze e tecnici incredibili, ancora più degli incapaci che messo in capo alla Juventus, lasciando i nuovi appassionati, e anche i vecchi, alle imprse di Hamilton per un decennio e ora di Verstappen. Tramando, anche qui, contro i suoi piloti, quelli che paga.
Ora, essere popolari richiede un’arte. Ma un minimo di decenza, personale, contrattuale, in affari?

Ma mezza Europa combatteva nelle SS

Si fa scandalo, si scandalizzano anche Salvini e Le Pen, perché il capo dell’estrema destra tedesca Afd al voto europeo, Maximilian Krah, ha detto: “Non direi mai che chiunque indossava una uniforme SS era automaticamente un criminale”. Si fa finta di non sapere che le SS combattenti era a fine guerra 900 mila. Di cui 500 mila erano ucraini (330 mila ucrani fecero domanda di arruolamento, 30 mila furono accettati), russi, croati, sloveni, serbi, cosacchi, cechi, mussulmani della Bosnia ed Erzegovina e dell’Albania. E norvegesi, danesi, olandesi, fiamminghi, valloni, francesi (la divisione francese Charlemagne si distinse nella difesa di Berlino a fine guerra), spagnoli. Organizzati in 25 delle 38 divisioni delle Waffen-SS.  Volontari, non reclutati di forza. Che poi sono stati pensionati dalla Repubblica Federale.

Il giallo donna

Impaginato come un catalogo, molto illustrato, il volume raccoglie le fantasie dell’autrice, la prima e a lungo unica libraia americana specializzata in gialli, su tutto ciò che è donna nel genere. Autrici, misfatti, trucchi, per uccidere o per scoprire il colpevole. Una escursione in un mondo tutto femminile, come se il crimine, praticato o immaginario, fosse femminile.
L’autrice si è divertita: “Tutto cominciò in modo innocente: un omicidio al giorno, assaporato nell’intimità della mia poltrona. Poi diventai insaziabile”. Il gotico. Il soprannaturale. Il sesso. Il perché? Con molti ritratti di autrici. Molti aneddoti, motli casi (bambini, matrimonio, gita…).
Un capitolo è “Certe ambigue signore”, che comincia: “Una volta per tutte, aboliamo il mito dela brava donna”, eccetto lo strangolamento riesce loro tutto – “le donne uccidono tanto spesso quanto sono uccidse”. Che in tempi di femminicidi sembra superato – o no?
Un divertimento, per ridere. Ma anche un’opera anticonformista in anticio sui tempi, già antifemminista – anti femminismo della diferenza – agli albori del femminimso, come se sapesse in anticipo dove si si sarebbe andati a finire.
Un volume da raccolta. Da leggere, compulsare, tenere.
Dilys Winn, Anonima assassine, Milano Libri pp. 270, ill. pp. vv.

mercoledì 22 maggio 2024

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (560)

Giuseppe Leuzzi

Tra il 2016 e il 2023, gli anni repertoriati da Banca Intesa in uno studio sulle esportazioni, quelle dal Mezzogiorno sono aumentate in misura maggiore rispetto al resto d’Italia. Il Mezzogiorno è – resta – miserabile e irresponsabile per la parte Pubblica, Comuni, Regioni, Stato – pulizia, polizia, strade e altre opere pubbliche, sanità. Per la debolezza (arretratezza) politica, ferma ai favori.
Se non che Comuni e Regioni sono gestiti da meridionali, e in gran parte anche lo Stato. Infetto è lo “Stato”, l’amministrazione pubblica, del Meridione.
 
“Il Sole 24 Ore”: l’Italia ha il maggiore consumo pro capite di olio d’oliva; “in Italia 3 bottiglie su 4 di olio d’oliva sono straniere”; la produzione di olio in Italia è concentrata, l’80 per cento, in Sicilia, Calabria, Puglia. Dove i produttori, si può aggiungere, lamentano scarsa redditività, mancanza di manodopera, parassiti vari. Più che l’affare poté il lamento.
 
L’olio nei bistrot e ristoranti delle tre regioni, in bustina o nell’oliera (oggi bottiglietta da un decimo), è solitamente di Crescenzago, o di Lecco. Dove non ci sono ulivi. Il Sud vuole far rifiorire le aree dove non cresce l’ulivo? In una prospettiva green?


Si digiti: Orlando Sculli, “I palmenti di Ferruzzano”, Ibs-la Feltrinelli risponde vari titoli de “I Bastardi di Pizzofalcone” – anche un “Leoni di Sicilia”. Li lega come Sud. Un riflesso condizionato - là sotto è terra incognita?

 
“L’Italia è la nazione che, tenuto conto della sua superficie, ha più dialetti”, Stefano Lanuzza, “Storia della lingua italiana”, 70. E più in uso, correntemente.
 
Nel 1923 la riforma scolastica di Gentile “ridimensiona il ruolo della grammatica nei programmi scolastici” e, contro le stesse opinioni fasciste, afferma il ruolo positivo dei dialetti”, id. p.73. Nel 1926 se ne vieta l’uso per decreto – anche se “continuano ad essere utilizzati da maestri e alunni”.
 
“Informazione, poche le voci per il Meridione”, lamenta “Il Quotidiano del Sud”, e chiede “una par condicio territoriale”. Ma un problema insorge: Bruno Vespa, che è abruzzese, lo consideriamo settentrionale?
 
Il Sud si riforma facile con Sgarbi
Candidato alle Europee al Sud, Sgarbi fa campagna elettorale, spiega al “Corriere della sera” senza comizi né pranzi, semplicemente si fa vedere, passeggia. “Mi conoscono tutti, dai nove ai novantanove”, e con simpatia. Fece cos’ anche trent’anni fa, eletto nella circoscrizione jonica della provincia di Reggio Calabria – con i voti de
i radicali di Giustizia Giusta, delle famiglie dei carcerati. E fece poi il deputato, sempre “di strada”. Incivilendo con semplici consigli, ascoltati: la pavimentazione a Gerace, Serra San Bruno, Mileto, il colore delle case a Ardore, eletto borgo dei gelati tanti erano, e sono, i gelatai, la riscoperta di Mattia Preti a Taverna. E la gente obbediva, le strade si pavimentavano. Poi al solito si scocciò, e abbandonò la Calabria. Poi ci ripensò e si fece sindaco in Sicilia: si candidò e fu eletto sindaco, con notevole beneficio di Salemi – sindaco lo sarà poi di molti paesi, ora lo è di Arpino, sopra Formia.
Alla domanda di Alessandra Arachi: “Come si muove lei tra i paesi del meridione?” può rispondere: “In tutti i paesi dove vado trovo qualcosa di me”. Proseguendo con una “sgarbiata”, ma non una insensata: “Rappresento il riscatto italiano del Meridione. È lì il futuro, in quello che è celato e che deve venire fuori. Come succede a Pompei, continuamente. Questo non c’è in nessun paese del Nord”. Lui, da solo, ha fatto molto. La buona politica, semplice, fattiva, può molto.  
 
La mamma  finisce col mercato
La “mamma” italica, l’invenzione dell’ultimo Corrado Alvaro, 1952, non è più. Non è scomparsa, è impossibilitata. Cioè, è praticamente impossibile fare la mamma – del “mammismo”, che è propriamente l’invenzione di Alvaro, non si sa, perdurando i “bamboccioni”, i figli amati che non se ne vanno di casa.
Gli studi convergono che, anche volendolo, è praticamente impossibile fare la mamma in Italia. Cioè avere figli. A meno di non lasciare il lavoro. Cioè di avere una situazione patrimoniale o familiare tale che consenta alla madre di dedicarsi esclusivamente ai figli.
Ma anche in questo caso, la maternità non è poi agevole. Il declino demografico si accompagna infatti con la “legge ferrea” del salari, che non è stata formulata da nessuno studioso ma è nei fatti: la concorrenza comprime e riduce il salario, il valore reale del reddito. Una concorrenza o mercato a cui non si può nemmeno opporre una preclusione politica, anti-capitalista. Perché si esercita a vantaggio sì dei pochi fortunati in carriera, ma soprattutto delle sterminate dell’Africa e dell’Asia, i quattro quinti della popolazione mondiale che erano rimasti fuori fino a trent’anni fa del perimetro della concorrenza – la concorrenza era anche una rete protettiva. Ora lo steso lavoro si può fare, a costo inferiore, e con resa anche maggiore, in un qualsiasi borgo dell’Europa orientale, o della Cina,  dell’India, o del Marocco, del Sudafrica, della Nigeria.

Sardegna, il futuro è il passato
Emilio Lussu pubblicava su “Il Ponte” (n. VII, 1951) tre quarti di secolo fa, sotto il titolo “L’avvenire della Sardegna”, un ritratto secco e  preciso, non benevolo, “critico”, sulla sua isola – con categorie che si applicano a molta parte del Sud, Calabria, Lucania, salernitano, Salento. Partendo dalla domanda: “Perché la Sardegna ha vissuto un periodo così lungo di vita meschina?”
 
Per l’atavismo. “Soffriamo di complessi che sono certamente in gran parte ataviciNoi conosciamo bene il nostro stato e vediamo le nostre debolezze: li confessiamo a noi stessi, ma non amiamo che gli estranei li facciano propri
 
Per l’asocialità. “Ma questa unità psicologica non ci ha mai unito, né ci unisce tuttora. Poiché la disunione è la prima nostra impronta. Noi siamo tuttie i nostri figli lo saranno certamente meno di noimala­mente individualisti, con tutti i guai che l’individualismo, questo orgoglio mal piazzato comporta…
“La nostra ostinazione a non voler ammettere la fatale sconfitta collettiva come popolo ci ha offerto solo la rivincita di un ripiegamento sulla personalità del singolo….
“Noi siamo stati sempre disuniti e nemici fra noi stessi, sotto gli spagnoli, sotto gli aragonesi, sotto i giudicati, sotto i romani, sotto i cartaginesi, sempre. Loro solo erano uniti. Il loro Stato non era il nostro Stato, e impotenti a sbarazzarcene, ci ripiega­vamo su noi stessi, ognuno per proprio conto, nella famiglia e nel villaggio: e villaggio contro villaggio, l’uno contro l’altro nel­lo stesso villaggio”.
Fra i sardi il fenomeno è molto più marcato: “A Sassari gli abitanti oltre la regione cittadina, sono ancora chiamati «i sardi»… Giovanni Siotto Pintor, che appartiene alla borghesia colta della prima metà del secolo XIX, scrive la Storia civile dei Popoli Sardi del suo se­colo. Popoli sardi, quasi che la Sardegna fosse un impero di popoli vari, e non un’ isola di malapena 500.000 abitanti, a quell’epoca”.
 
Per il malgoverno. “Dal periodo aragonese alla metà del secolo XIX i contadini e i pastori lavoravano per mantenere in vita oltre 350 feudatari, tanti l’Isola allora spopo­lata più che non oggi, ne contava, compresi quelli viventi in Ispa­gna. Vero è che se i sudditi erano miserevoli, i signori non lo erano meno. Dovevano vivere solo di albagia come, ogni collina un castello, la piccola nobiltà di Guascogna affamata. Le loro case sono la testimonianza della loro piccola vita. Nessun palazzo di antico feudatario esiste da noi che assurga alla dignità del modesto edifizio per la servitù che a Pesaro i duchi di Urbino posero di fronte alla loro signorile dimora. Niente di grandioso essi hanno costruito o conosciuto, all’ infuori della loro ingordigia”.


Per l’impolitica. “Fino al ‘900, niente lotta politica”.
“Non abbiamo avuto neppure la guerra partigiana”.
“Ci è mancata l’arte. E’ che anche l’arte è storia. E perciò, non avendo avuto l’una, non potevamo avere l’altra”.
Le tanto decantate nostre qualità ataviche - sentimento dell’onore, coraggio, disciplina, lealtà, fedeltà alla parola data ed altre consimili – sono favole. Non siamo né migliori né peggiori degli altri. …. E la nostra costanza - l’ostina­zione – è la stessa nel bene e nel male. Abbiamo troppo sofferto sempre, perciò la nostra caratteristica non è la bontà: direi anzi i1 contrario. Noi siamo tutti piuttosto cattivi, a freddo, senza tra­sporti sentimentali…
“La nostra umanità è nel profondo della nostra sofferenza che ci è stata tramandata da una generazione all’altra.
“Questa umanità è legata al ricordo del dolore dentro di noi, e che finora non abbiamo espresso in forma creativa, neppure in politica, e tanto meno in politica.”
 
Cronache della differenza: Calabria
La segretaria storica Pd di Cosenza, Jlenia Sardana, licenziata il 31 dicembre 2022 per riduzione del personale, scopre che le devono alcune mensilità, e naturalmente aspetta la liquidazione. Non arriva niente, e allora si rivolge alla Cgil. Che fa causa al Pd. Il Tribunale le dà 
ragione, ma scopre che è stata contrattualizzata solo sette anni, prima era in nero.

 
Settis ricorda sul “Robinson” Vincenzo Di Benedetto, grecista alla Normale di Pisa, ne ricorda “la prodigiosa padronanza che aveva del greco classico. Si diceva scherzando chela sua prima lingua era il calabrese e la seconda il greco antico”. E aggiunge: “Il suo non era solo talento filologico, ma qualcosa di intimamente connesso alla lingua calabra”. Una “lingua calabra” non c’è, ce ne sono almeno due: una è il cosentino, latino, il reggino invece è greco, basicamente.
Il dialetto non è una lingua, ma in un senso è di più, è un linguaggio, della persistenza.
 
Se così è, Di Benedetto è però un’eccezione. Nato a Altomonte, cresciuto a Saracena, studi a Castrovillari, cioè tra i Casali di Cosenza e l’Alto Jonio, o Sibaritide. Dove evidentemente la Grecia s è conservata sotterranea, sebbene solo di recente rintracciata, nello stesso sito di Sibari, a Trebisacce (Micenei), e altrove.
 
Rizziconi, paese di commercianti industri, e di famiglie di mafia, celebra il campionato dell’Inter con  una gigantografia, “Rizziconi è nerazzurra”. Nove metri per tre: un notevole impegno grafico. Anche il telaio è solido, e l’impalcatura di sostegno. Poi si dice che il Sud manca di applicazione, e di capacità.
 
Si torna a non votare a San Luca, nessuno si candida. Ci sono un sindaco e una giunta che hanno fatto bene, candidati cinque anni fa dal questore di Reggio. Parsimoniosi anche, non hanno speso un euro per sé e lasciano una cassa piena, dopo le micragne dei commissariamenti prefettizi. Ma hanno ricevuto un avviso di garanzia, anzi tre. Cinque mesi fa, quando si cominciava a pensare al voto. Gli avvisi sono caduti nel nulla, ma il sindaco li ha letti come un “avvertimento”, nel linguaggio del luogo.
Che il linguaggio possa essere comune e mafia e giudici sembra strano, ma non o è. È che il sindaco propende per la destra, per Forza Italia, e il Procuratore di Locri per la sinistra.
 
Si apre in Calabria “Adolphe”, il romanzo celebre di Constant sui tormenti d
amore provocati da un giovane irresoluto. “Molti anni fa viaggiavo in Italia è lincipit: Uno straripamento del Neto mi costrinse a fermarmi in una locanda di Cerenza”. Dove alloggia anche un altro straniero. Che ha un malore, ed è curato dal cerusico locale. Poi parte da solo. A Napoli lo scrittore riceverà una lettera dell’albergatore di Cerenza, “insieme con una cassetta trovata nella strada per Strongoli”, con dentro “un ritratto di donna e un quaderno contenente il racconto”. I riferimenti, val di Neto, Cerenza, Strongoli, sono precisi. Constant li ha ricavati dalle memorie degli ufficiali napoleonici dieci anni prima? “Adolphe” è anteriore alle rivolte calabresi, scritto di getto, pare, nel 1806, ma è scuramente rivisto dieci anni dopo, per la pubblicazione.

 
Una storia che non si fa (si sa), quella delle rivolte “massiste” in Calabria contro la Francia, tra il 1806 e il 1809, che pure hanno lasciato molti segni.


leuzzi@antiit.eu


Italianità della Meloni

“Italianità delll Meloni”, in italiano, è il titolo online che la rivista dà alla corrispondenza dell’inviata speciale a Roma a due anni dalla vittoria elettorale e l’insediamento a palazzo Chigi. Una corrispondenza centrata sulle “nuove priorità culturali del governo” della “prima donna al governo in Ialia e primo leader di estrema destra a governare nel cuore dell’Unione E uropea”. Un ritratto perfino benevolo, sapendo che la rivista è molto progressista.
Il ritratto è di “un raccogliticcio partito di opposizione al potere per la prima volta, pronto a esigere qualche punizione e voglioso di mettere i suoi fidi in posizioni importanti ma privo di una lunga fila di dirigenti sperimentati e di intellettuali presentabili”. E dell’aggiornamento (“mainstreaming”) di una destra postfascista che cerca di rifare un po’ la storia, enfatizzando, sottovalutando. Ma che tenta, spesso con goffaggine e carenza di nuove idee, di creare una destra moderna in un paese che manca di una tradizione conservatirce (paragonabile, per fare un esempio, ai conservatori Uk), a parte il fascismo”.
Il giudizio è più scettico sul Paese: “Soprattuto, è l’immagine di un paese che invecchia preoccupato del futuro e ancorato a un’idea di passato”. Che spiega la destra: “Più si penetra in Italia, più si capisce perché tante innovazioni politiche qui sono state di destra: Futurismo, fascismo, la politica personalistica e postideologica di Silvio Berlusconi, il tecnopopulismo e la rabbia social che nell’ultimo decennio hanno portato al potere partiti anti-establishment e di destra”. Non proprio nell’ultimo decennio, ma quasi.
Rachel Donadio, Meloni’s Cultural Revolution, “The New York Review of Books” 6 giugno, online

martedì 21 maggio 2024

Ma la Cina non è vicina a Mosca

Putin a Pechino, un giorno sì e l’altro pure. Xi paterno benedicente. Sembra un idillio. E ha cancellato un dato di fatto geopolitico e storico? La Russia del Novecento si riteneva assediata. Dalla Germania, anche dalla Germania divisa, che in parte presidiava. E dalla Cina. E confidava negli Stati Uniti per allentare la morsa.
Non è una barzelletta, è un fatto. Noto agli storici, quando si faceva storia. Ne dà un quadro plastico Giulio Bollati in una delle brevi prose ora pubblicate come “Memorie minime”, “Il tartufo di Kruscëv”, su una intervista nel 1964 al leader sovietico, da parte diuna minidelegazione composta da Giulio Einaudi, Vittorio Strada e lo stesso Bollati, accompagnati da Clara Strada e Renata Einaudi, che doveva servire da prefazione a “un suo piccolo libro”.
Invece che per mezz’ora, Kruscev parlò per ore. “Non presi appunti e non ricordo i particolari”, scrive Bollati, “ma ricordo bene il senso e il tono del discorso che Kruscëv ci fece, accalorandosi via via che parlava. Il centro di quel discorso era un’immagine: la Russia stretta in una tenaglia,  formata dalla Germania a ovest, dalla Cina a est….La speranza era che gli americani capissero e diventassero amici”.
Bollati dice che quella fu la vera novità dell’intervista: “La novità vera era per noi quell’accenno a una Cina ostile, assolutamente inconsueto a quella data”. E più in là esuma “un altro racconto, più serio, che ci aveva fatto Lazarev, lo storico dell’arte, e che sul momento non avevo capito. Era, ci disse, un suo incubo ricorrente: milioni e milioni di cinesi, uomini donne vecchi bambini, passavano il confine e avanzavano lentamente verso Mosca. Impossibile fermarli. Camminavano notte e giorno e si avvicinavano a Mosca”.

La proliferazione nucleare

Ci sono testate nucleari e scorte di plutonio in grado di distruggere ogni forma vivente, e anche qualcosa di più. Le testate nucleari censite sobo 13.400. Le scorte di plutonio dichiarate (come civili) sono 370 tonnellate. Poiché si fabbrica una bomba di media potenza con 6 kg. di plutonio, le scorte denunciate consentirebbero di fabbricare altri 62 mila ordigni nucleari.
Le 13 mila testate nucleari censite sono così suddivise: Russia 6.370, Stati Uniti 5.800, Cina 320, Francia 290, Gran Bretagna 195, Pakistan 160, India 150, Israele 90, Corea del Nord 35. Le scorte di plutonio dichiarate sono: Gran Bretagna 116,4, Francia 106,2, Russia 64,5, Stati Uniti 49,2, Giappne 45,1. L’alta quantità di plutonio immagazzinato in Gran Bretagna e Francia deriva dalle centrali nucleari a uso civile. I due apesi immagazzinano anche molto plutonio di altri paesi, derivato dal ritrattamento delle scorie delle centatrli nucleari  a uso civile - delle 45,1 tonnellate di plutonio di cui dispone il Giappone, quatro quinti sono in Francia, dove vengono ritrattate le scorie delle centrali.
Su Hiroshima fu usata una bomba a uranio arricchito, su Nagasaki una al plutonio. Dal 1962, quando gli Stati Uniti provarono la prima bomba termonucleare, l’armamento nucleare è da combinazione fissione-fusione, o plutonio-idrogeno.

Quando Calvino finì in prigione

L’infanzia in Molise, a Benevento e Boiano, il padre inquieto, ingegnere della Edison, che poi sceglie l’Africa, Parma che è la sua città, benché affrontata il primo anno con accento molisano, a scuola da Attilio Bertolucci e Pietrino Bianchi, e alcune avventure minime. La gita quasi aziendale in cinque, in Francia, Costa Azzurra, interrotta al primo albergo dall’arresto e l’espulsione di Calvino, “persona non grata” per avere “partecipato a un congresso dei Partigiani della Pace”. Una giornata a palazzo Leopardi, coccolato dalla contessa, e dalla sua bella famiglia, i  ragazzi, il marito, alla vana ricerca dei “figurati armenti” di Giacomo sulle mure domestiche – un flirt, molto intenso, a distanza. L’intervista fiume con Kruscev a Mosca nel 1964, per la prefazione a un suo libro, in folta ambasceria, con Giulio Einaudi, Vittorio Strada e consorti.
Prose gradevoli, non invadenti ma attraenti. Di scrittura semplice – Magris ricorda di Bollati in prefazione l’“aristocratica signorilità, intrisa di nobile pigrizia”. Di immagini: “La memoria è cinematografica, le persone si muovono; nel ricordo da svegli la memoria è fotografica, procede per immagini fisse, di una meravigiosa immobilità definitiva”. La passione per la musica, da ragazzo, a Parma durante la guerra - staffetta in bicicletta di un disco da un amico all’altro, subisce anche lui un fermo, “trattenuto per ore da una pattuglia di mongoli, feroci ausiliari della Wehrmacht”. Torino amusicale – anche la casa editrice, il solo Mila eccettuato. Come trapiantare un oleandro. E quando guida, di notte, al ritorno dalla gita in Costa Azzurra, “un’idea non si muove, si ripete sempre uguale: che cosa ci mettiamo dentro la pace, detro tutte le grandi parole che sembrano dei contenuti e sono dei contenitori?”
L’incontro con Kruscev da mezz’ora diventa interminabile. Anche perché i torinesi hanno portato in dono un tartufo, e il capo di tutte le Russie vorrebbe addentarlo, subito. 
Giulio Bollati, Memorie minime, Bollati Boringhieri, pp. € 10

lunedì 20 maggio 2024

Breve storia dell’accoglienza in Italia

Gli accordi con l’Albania sugli immigrati non sono una novità – se non che quelli Meloni-Rama sono incruenti. Una breve sintesi se ne poteva fare sei anni fa su questo sito, il 12 novembre 2018, “Quando l’Italia respingeva, con morti”:
 
“Rimpatri di massa e respingimenti, ora non più possibili nemmeno a Salvini, furono la prima risposta italiana alle immigrazioni di massa, allora di albanesi. Il primo rimpatrio di massa si effettuò per lo sbarco più spettacolare. Del mercantile albanese “Vlora”, che, sequestrato a Valona da uomini armati, dovette caricarsi all’inverosimile di albanesi, 17 mila la prima conta, 20 mila la seconda, allo sbarco, e fece rotta su Brindisi. Dove l’ingresso in porto fu rifiutato dalla locale Capitaneria.
“La foto del “Vlora” coperto di esseri umani fece il giro del mondo, e al mercantile fu allora consentito l’approdo a Bari, per le pessime condizioni igieniche a bordo e per il rischio di naufragio. I 17 mila furono rinchiusi nello stadio, e sfamati dall’alto con gli elicotteri. Finché l’operazione rimpatrio non fu pronta: un paio di jeans, una maglietta, 50 mila lire in contanti ognuno, e circa 20 mila albanesi, più di quanti erano arrivati col “Vlora”, furono rimpatriati in tre giorni con un ponte aereo impressionante, di cargo militari e aerei Alitalia, e di mezzi della Marina.
Fu l’ultimo momento di gloria per l’Italia in Germania – il rimpatrio con 50 mila lire. Era l’agosto del 1991. Era presidente del consiglio Andreotti, ministro dell’Interno Scotti, capo della Polizia, e ideatore del rimpatrio, Vincenzo Parisi. Furono rimpatriati tutti gli albanesi sottomano, eccetto 1.500, per i quali era aperta la pratica di rifugiato politico.
“L’operazione fu ripetuta, in dimensioni non così gigantesche ma significative, in condizioni giuridicamente sovraesposte e censurabili, sei anni dopo, sempre in agosto, presidente del consiglio Prodi, ministro dell’Interno Napolitano. A marzo ne erano arrivati 10 mila, ma 7 mila, già irreperibili, si faticò a ritrovarli qua do il rimpatrio forzoso infine fu deciso.
“Intanto, a fine marzo, c’era stato lo speronamento di una motovedetta albanese, la Katër i Radës, “quattro in rada”, da parte della corvetta Sibilla della Marina militare, nel tentativo di impedirne l’approdo sulla costa italiana. I morti erano stati 105-108. L’imbarcazione albanese era piccola,  per nove membri di equipaggio, ma aveva caricato 142 persone.
“Il blocco navale “Balena Bianca” deciso dal governo Prodi era stato dichiarato “illegale” dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, in quanto la materia immigrazione era regolata da un accordo bilaterale tra il governo italiano e quello albanese, dal quale non provenivano quindi iniziative ostili”.

Cronache dell’altro mondo –cino-nippponiche (273)

Sa di déja vu la campagna americana contro la Cina: dazi, contingenti, filippiche democratiche ripetono quanto negli anni 1970-1980, soprattutto con la presidenza Reagan, fu utilizzato contro il Giappone. Che aveva la leadership nell’informatica, e vendeva auto migliori a prezzi più bassi. Gli stessi argomenti di quando fu imoosto il VHS, uno scatolone, per la registrazione dei film, invece dell’elegante, minuscoclo superotto Sony. O delle auto giapponesi si diceva che erano “il vuoto”. Che andassero ad aria compressa. Mentre in Africa, p.es., come ora con le auto cinesi, sulle piste e perfino nei deserti, si potevano sperimentare brillanti e robuste, seppure con le balestre rinforzate (allora le sospensioni erano con le balestre) – il mito Toyota nacque in Africa.
E si arriva oggi come col Giappone anni 1980. Che i marchi giapponesi cominciarono a investire negli Stati Uniti. Nelle arree sottosviluppate, facendo cioè man bassa delle sovvenzini e gli aiuti economici, del govern federale americano agli Stati poveri.
La Cina certo non è il Giappone. Per il regime politico. E per la grandezza. Ma gli argomenti sono gli stessi – il Giappone non era comunista, era liberaldemocratico ma corrotto.
Contro la “mossa giapponese”, gli investimenti cinesi in America, Huawei, TikTok, sono state introdotte le nazionalizzazioni. Che l’Ameirca ha sempre aborrito e aborrisce, e sono illegali secondo il diritto inetrnazionale. Ma fino a qando l’America non troverà la Cina, di nuovo come trent’anni fa, quando era più comunista di oggi, con Tienamen e i tanti morti, conveniente.        
 

Il toscano era il più latino

Per mille lire appena trent’anni fa, mezzo euro, una storia della lingua che, non così profusa come il Migliorini ma è altrettanto ben raccontata nei suoi sviluppi. Dal volgare illustre di Dante al Rinascimento, con l’apogeo e l’improvviso declino del latino, e quindi della promozione della lingua. Nelle fattezze del toscano. Una storia aggiornata fino ai “postgaddiani”, i dimenticati Silvano Ambrogi e Gianni Toti, con Vincenzo Consolo e Stefano D’Arrigo.
Un percorso noto, che però si racconta in modo affascinante. Il toscano s’impone non perchéèla lingua delle banche e le fiere, ma perché è il volgare più affine al latino. Filtrato dal provenzale. Come già, agli albori dellapoesia “italiana”, nela scuola siciliana, il dialetto o volgare si basava sulle parole di origine latina. Via Provenza: Iacopo da Lentini tiene a battesimo il sonetto dal provenzale “sonnet”, piccolo suono. Ancora Boccaccio usa il verbo a fine frase, “alla maniera siciliana”, altro aspetto del volgare latineggiante. Così in contempranea i “Proverbi de femene” in Veneto, serie di quartine anti-femminili, e a Genova nel 1190 circa il genovese del provenzale Raimbaut (Rambaldo) di Vaqueiras. E come si passa dal provenzale al “Novellino”? E il Dolce Stil Novo, naturalmente, che “nasce alla scuola del bolognese Guido Guinizzelli”.
Il toscano s’impone dopo che la Sicilia viene viene segregata dall’Italia, con la pace di Caltabellotta, 1302. Ma con lentezza, ancora nel ’500 la lingua di Dante è ritenuta priva di “decoro”. E prima del fiorentino erano in voga il lucchese e il pisano. Il toscano lo impone l’emiliano Ariosto, a metà Cinqecento: “Infarcito di padovano letterario e di latinismi nella prima edizione (1516), il ‘Furioso’ viene emendato nel 1521, e profondamente rivisto in senso toscano nel 1532”. Nelo stesso tempo il “modulo toscano” si diffonde in Europa – “non sono  poche le parle italiane fancesizzate: macarons, macaronique, parfum, balcon, …” – Lanuzza ne elenca una ventina. Sempre nel ‘500 compaiono “democarzia”, “luterano”, “potestante”, “gesuita”, “indifeso”, “concerto”, “bravura”, “bravata”, et al. “Scarrupato” è nel “Candelaio” di Bruno – coma “bardascio” (invertito).
Nel 1779 l’abate Galiani pubblica un trattato “Del dialetto napoletano”, ma lo scrive in toscano. Presto però si delinea una lingua che non è più il toscano. In contemporanea con Manzoni che risciacquava “i panni in Arno”, Leopardi invece annota, sulla questione se Firenze e la Toscana debbano sempre considerarsi il centro della lingua, che “è lo stesso che dire che gli italiani ddebbano scrivere in lingua antica e morta (giacché la letteratura toscana è morta”).
Non è inutile ricordare che Vittorio Emanuele II sapeva parlare solo piemontese e francese. E che “l’Italia è la nazione che, tenuto conto della sua superficie, ha più daletti”, e più pervicaci.
E altre cose interssanti. Sui dialtti - il friulano di Pasolloni è letteario, non propriamente dialettale. Sui gerghi (“sindacalese”, “sinistrese”, “burocratese”), gli anglicismi diffusi, i linguaggi settoriali, politico, pubblicitario, sportivo (“tutto aggettivi e sostantivi aggettivanti”), e le “parole interdette”, o turpiloquio, anche questo sempre più diffuso – “varietà gergale non disdegnata nemmeno dal papa Benedetto XIV, che, rimproverato di ripetere troppo spesso la parola ‘sporca’, sbraitava: «Cazzo! Cazzo! Lo ripeterò finché non sarà più sporca!»”.
Una rilettura benefica anche perché non se ne possono più fare – qualcuno ha studiato o studia la lingua e la sua evoluzione?
Stefano Lanuzza, Storia della lingua italiana, Tascabili Economici Newton, pp. 93 pp.vv.

domenica 19 maggio 2024

Ombre - 720

“Essere giovani oggi è tremendo. Perché sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun coetaneo che vada a votare, e nessuno che vada in chiesa”. Cazzullo becca sul “Corriere della sera” Ultimo, uno dei millecento cantautori con milioni di follower. Che per sola esperienza sa quanto non sanno storici, sociologi e psicologi.
 
Se i giovani sono così, da curare non sono le famiglie? Non c’è solo la denatalità, la confusione viene dalla generazione precedente, quella della globalizzazione, della perdita di ogni riferimento, anche solo lavorativo, reddituale.
 
Dopo l’esonero dell’allenatore della Juventus, l’ex presidente del club Andrea Agnelli ha twittato in sua difesa. “la Repubblica” e “la Stampa” non ne fanno cenno. Autocensura, all’unisono? I due giornali rispondo al “cugino” Elkann? Il cugino Elkann – la Fiat non c’è più – ha un ufficio Protezione?
 
John Elkann va in tv, la sera in cui la sua Juventus infine vince una partita, per prendersene il merito. Poche ora prima di licenziare l’allenatore, che quella partita ha preparato, diretto e vinto. Dopo avergli per mesi sottratto la sedia sotto il sedere – facendolo sapere agli amici. 

Tremano i tifosi della Juventus, dopo quelli Ferrari e di “Repubblica”, il giornale che fu di Scalfari. Per le scelte dell’ing. Elkann, dappertutto sventurate. Dopo spese enormi, un miliardo e mezzo col club di calcio, e chissà quanto con la Ferrari corse, ogni anno una macchina e un team nuovi, e sempre inefficienti - inferiori, di anno in anno, a Mercedes, Red Bull (Red Bull?), Mac Laren (oggi perfino a Imola, “feudo” Ferrari). Ora, si vede, si applica al calcio, il club torinese avendo affidato a un management di contabili, in età. 

“Siamo felicissimi”, dice Salis padre, “ma nel governo c’è stato un grande immobilismo”. Non ha fatto la guerra all’Ungheria per sua figlia? Ma accanto lo stesso giornale che ne raccoglie il lamento certifica “il lavoro diplomatico «sommerso» tra Roma e Budapest”. Tutto si può dire, soprattutto lamentarsi. E farsi spesare dalla sinistra.
 
Il “leciti” che si trasforma in “illeciti”, nella testimonianza di uno Spinelli jr. a Genova sui finanziamenti politici disposti dal padre non è un errore. Non c’è errore nella trascrizione immediata, c’è nella redazione in bela copia. Rivista e autorizzata dalla giudice del caso, nascosta nelle decine di pagine dell’interrogatorio – sperando in una rilettura sbadata del testimone? Non c’è differenza tra il giudice, nel caso una donna, e l’accusa: i procuratori sono giudici, i giudici si vogliono procuratori, accusatori. Magari solo per “uscire sul giornale”. 
 
Si rinvia l’interrogatorio di Toti di una quindicina di giorni per poter occupare le cronache con nuove indiscrezioni? Ogni giorno ce n’è una. Intanto, per tenere aperto il teatro, si invita a  ritestimoniare Spinelli jr., se ha detto “leciti” oppure “illeciti”. Non si può ridere perché i giudici si offendono facile, ma c’è da impensierirsi.
 
Non c’è solo il peta “impegnato” a sparare contro il primo ministro slovacco Fico. Fico e i suoi ministri, di destra, sono da quando vincono, d a una decina d’anni, sotto il tiro dei media e dei giudici, con carcerazioni e poi assoluzioni. È strano che la sinistra sia in Europa giudiziaria, carceraria. Si direbbe stalinista, orfana di Stalin – lui faceva così (certo, non li scarcerava, li fucilava).


Va il segretario di Stato americano Blinken a Kiev in un momento in cui i comandi militari si dicono sulla difensiva, e tre immagini vengono diffuse di allegria. Blinken che scherza con Zelensky e il ministro degli Esteri Kuleba. Blinken in pizzeria con Kuleba. Blinken alla chitarra in un club di Kiev, anche cantante. Accanto a un altro messaggio rassicurante: anche l’Estonia, un esercito di 7 mila soldati, è pronta alla guerra.

Stellantis richiama 600 mila vetture C 3 e DS 3 Citroën. Sembra grave, la raccomandazione è di non guidarle, ma è una non-notixzia. Una breve o niente del tutto.

 
L’amministrazione americana valuta se bloccare le importazioni di uranio arricchito dalla Russia. L’uranio arricchito russo alimenta un quarto delle centrali nucleari americane.
Le sanzioni sono imposte solo dalla (alla) Europa.
 
Accumuliamo debito, dice Monti, o Prodi, o come si dice, sulle spalle dei nostri nipoti. No, sulle spalle nostre,  paghiamo noi, 50 miliardi l’anno, il debito è caro. Per una spesa che è un spreco, mai un investimento.
 
“L’Italia non è un paese per mamme”, certifica il “Corriere della sera” con molti numeri. Come, il paese della “mamma”? È che una su cinque deve lasciare il lavoro dopo il primo figlio. Se non ha familiari stretti che glielo accudiscano. Mancando i servizi all’infanzia. Un altro mito che se ne va. 

“Il Sole 24 Ore”: l’Italia ha il maggiore consumo pro capite di olio d’oliva, “in Italia 3 bottiglie su 4 di olio d’oliva sono straniere”, la produzione di olio in Italia è concentrata, l’80 per cento, in Sicilia, Calabria, Puglia. Dove i produttori, si può aggiungere, lamentano scarsa redditività, mancanza di manodopera, parassiti vari. Più che l’affare poté il lamento.

  

Giallo turisti

Manzini è il solito, col romanesco Schiavone (qui semplicemente Rocco, per antonomasia) incazzato ad Aosta, d’inverno, su pizzi ghiacciati. Ma fila, e ha pure la sorpresa finale. Petra Delicado, invece, non è l’imitazione di Cortellesi nell’omonima serie di Sky, traslata da Barcellona a Genova, ma una sorta di Capitaine Marleau, in età, apodittica, sprezzante - il racconto breve è impietoso. Divertenti Santo Piazzese, che mette in berlina le sue fissazioni, di botanico, liguista, e storico, anche delle religiomi. Che deve accudire una coppia di americani illustri scienziati, e ne riceve inaspettate sorprese, scientifiche beninteso. E l’altro siciliano, Savatteri, con un episodio di “Màkari” visto in tv, nella serie di Rai 1, di cui si scopre alla lettura che il dialogo pirotecnico è opera dello scrittore. Non molto convinto l’altro scienziato dei giallisti Sellerio, il chimico Malvaldi, anche lui impantanato in alta montagna, con lo sci a spazzaneve, figurarsi, a un’età non più tenera – dove il segreto sta nello skipass elettronico, figurarsi, che si attacca alla tasca laterale del giaccone, all’altezza del lettore ottico degli impianti  di risalita.
Due racconti dal freddo, e due di cibi variati, da menù golosissimi, dei siciliani Piazzese e Savatteri, che condividono il panegirico localistico con la catalana Giménez-Bartlett. E uno controcorrente del turismo a Firenze, città afosa, sporca, insolente, maleducata, e babbea, di Recami. Che è fiorentino.
AA.VV., Turisti in giallo, promozione Sellerio, pp.3571 + 1 2 libri € 10