mercoledì 12 giugno 2024
La sinistra è per bene
Sul milione e 600 mila italiani all’estero col diritto di voto, è andato a votare il 7,14 per cento. Diciamo centomila persone. Per le quali erano stati allestiti 2.600 seggi.
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Si dice in città,
Sinistra sinistra
Cronache dell’altro mondo – primatistiche (275)
“Nei quattro anni dopo il covid “la
perfomance economica dell’America ha stracciato gli altri paesi, ed ha anche
migliorato alcuni dei suoi record. Il tasso di crescita è elevato, il tasso disoccupazione
ai minimi storici, la ricchezza delle famiglie cresce, e i salari aumentano più
dei costi, specialmente per la classe lavoratrice.
“La crescita economica americana è
l’invidia del mondo. Da fine 2019 a fine 2013 il pil è cresciuto dell’8,2 per
cento – quasi due volte più veloce del Canada, tre volte quello dell’Unione Europea, e più di otto volte quello del Regno Unito”. Mentre nell’ultimo anno
alcune delle più grandi economie mondiali, comprese quelle del Giappone e della
Germania, sono andate in recessione, con licenziamenti in masse e proteste in piazza.
(“The Atlantic”)
Mostruoso umorismo
Aperto
da una gag micidiale, un doppio sambio di coppie, con beffa, e a seguire dall’innamoramento
di Dracula per la bella trucida, dal collo e l’Rh eccezionali, si perde poi nel
fantasy, tra “poteri” che appaiono e scompaiono, lupi mannari, cambiamenti di
testa\sesso, un dr. Fankenstein, e altre scene di poco senso e tempi sbagliati.
Peccato, perché gli attori ce la mettono tutta – loro sembrano essersi
divertiti a girare. Ilaria Spada sopra tutti, la palazzinara de noantri, Massimo
Ghini e Paola Minaccioni maghi, e anche i comprimari, Mattioli, Paolo Calabresi,
il minorato che si trasforma in Isadora Duncan, Ricky Memphis, Greg (il dr.
Frankenstein) e la sempre sorprendente Sara Ciocca.
Sull’onda del successo tre anni fa di “Una famiglia mostruosa”, una
sceneggiatura e un montaggio affrettati?
Volfango De Biasi, Un matrimonio mostruoso, Sky Cinema
martedì 11 giugno 2024
Cronache dell’altro mondo – penali (274)
Gli Stati Uniti non riconoscono la
Corte Penale Internazionale dell’Aja. Ma hanno impedito, col gioco delle
influenze, una condanna per Guantànamo, e per le torture in Iraq, a Abu Graib.
Dopo avere promosso e sostenuto, presso
la stessa Corte, la condanna dei capi serbi dopo la guerra alla Serbia nel
1999, e di Putin dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Gli Stati Uniti hanno anche provato a
bloccare la decisione della Corte nella guerra arabo-israeliana in corso, di
condanna del primo ministro Netanyahu e del ministro israeliano della Difesa
Gallant, insieme con i capi di Hamas, Sinwar, Deif e Haniyeh. La Corte non avendo
ottemperato, una legge è stata promossa, già approvata alla Camera e ora al
Senato, che revoca ai giudici dell’Aja, e ai loro consulenti giuridici, i visti
permanenti d’ingresso, e impone loro sanzioni finanziarie sui beni raggiungibili.
Se mercato vuole dire Stato, gratis
Il costo del
Superbonus, il piano per i ricchi, è una parte. Enorme, 220 miliardi, ma non è
tutto. È cresciuto a 160,5 miliardi il conto dei Superbonus, Ecobonus e
Sismabonus, e a 59 miliardi quello degli altri bonus (ristrutturazione,
facciate, ecobonus, sismabonus). Totale, poco meno di 220 miliardi. Un regalo
per i poveri? No, per i ricchi. Sembra inverosimile e invece è avvenuto – è
anche difeso.
Il reddito di cittadinanza ha comportato
l’esborso in quattro anni e mezzo di 37 miliardi. Senza alcun avviamento, in pratica,
al mercato del lavoro, se non per numeri trascurabili, decine o centinaia.
L’età del mercato
è quello dello Stato pagatore, da defraudare?
In Italia lo è. Non da ora. Lo è stato con i governi di sinistra-destra,
lo è con questo di destra.
La spesa
assistenziale a carico della fiscalità generale (pensioni sociali, etc.), che
era di 73 miliardi quindici anni prima, nel 2023 è stata di 160 miliardi. Più
che raddoppiata. Per stroncare o ridurre la povertà? No: l’Istat, che nel 2008 contava
2,1 milioni di poveri assoluti e 6,5 di poveri relativi, nel 2022 ne ha contati
molti di più, più del doppio di poveri assoluti, 5,6 milioni, e 8,7 milioni di
poveri relativi.
Il “sistema”
è sicuramente infetto – il dato Istat non è contestabile, non ci sono strumenti,
ma implausibile. L’Italia ha in Europa il tasso più alto di evasione e elusione
fiscale e contributiva. E ha i tassi di occupazione più bassi – di chi, cioè,
vuole lavorare. Con una domanda che ogni anno o due si raddoppia di lavoro immigrato.
Per attività non redditizie? Soprattutto a confronto con i benefici ottenuti dallo
Stato. Molte pensioni contributive sono già inferiori ai benefici sociali,
vitalizi, no tax, integrazioni, una tantum, etc., di chi non ha mai lavorato –
cioè non ha mai pagato contributi.
Prime time per minorati
Spettacolare indigenza di questa serie Bbc – che Rai 2
programmò, brevemente, nel 2012, riproposta in matatona da Sky. Coloratissima, siamo ai Caraibi, a una
Sainte-Lucie o Sainte-Marie. E sciocca, nelle caratterizzazioni e nei plot.
Prodotta da Bbc 1, quindi a ragion veduta, studiata, programma, prime time,
per un pubblico vasto. Per un pubblico che invece era abituato – e ci aveva
abituato - a supersceneggiati. E meglio ancora delle serie mistery,
i “Poirot” immortali, i “Barnard”, i “Morse”, i tanti “Sherlock Holmes”, accurati,
raffinati. L’Inghilterra è cambiata cosi tanto, in questi anni Duemila?
Bbc, Delitti in
Paradiso, Sky Investigation
lunedì 10 giugno 2024
L’Europa è questa, e non piace
Sono nati
prima i sovranisti o prima l’Europa? Prima l’Europa, ovvio, i sovranisti sono
una creazione dell’Europa.
Siamo andati
in pochi a votare per il Parlamento europeo, e senza le concomitanti comunali saremmo
stati molti di meno. Perché, per cattiveria, per fascismo - che c’entra il fascismo? Hanno vinto le destre, quella dei Conservatori (Meloni), pro-Ucraina, in Italia e Polonia, quella di Identità e Democrazia, nazionalista, pro-Russia, in Francia e Germania. Per cattiveria?
L’Europa è
molte cose. È un sogno, una stagione politica anche, creativa, e qualcosa di
solido, anche molto solido. L’euro. La libera circolazione. Ma è un “luogo”
remoto e poco benevolo. Non con i deboli. In chiaro: è una succursale della Francia
e della Germania.
Si può consentire,
una guida ci vuole, e tanto più autorevole tanto meglio. Ma di autorevolezza l’Europa
da troppo tempo non ha niente: fa e copre affarucci.
Per invogliare
al voto si è detto in campagna elettorale, da destra e da sinistra, che l’Europa
è generosa con l’Italia. Come se l’Italia non fosse contribuente netto del bilancio
europeo, dà cioè più di quanto riceve.
Il verticismo
europeo non è invenzione sovranista – è denuncia per prima dei federalisti della
prima ora, di Altiero Spinelli. E il sospetto di corruzione.
La prima
decisione Ue dopo il voto sarà sulla fusione tra Ita e Lufthansa, l’unico modo per
salvare quanto resta dell’Alitalia. Che la commissaria alla Concorrenza Vestager
non vuole, per nessun motivo. Cioè, il motivo c’è, ma non si dice – sull’Europa
grava molta ipocrisia: la fusione non la vuole Air France-Klm, che si definisce
“il maggiore gruppo europeo”.
Vestager ha
indotto dieci anni una crisi bancaria italiana (fatto gravissimo!) e impoverito
qualche milione di italiani, impedendo l’utilizzo del Fondo di tutela dei
depositi, fondo privato, tra le banche, la concorrenza non c’entra. Fu sconfessata
dai tribunali europei di ogni ordine, ma non ha pagato. È stata invece confermata
nel 2019 per un secondo mandato quinquennale. Stupida non è.
Il Pd ce l’ha con Schlein
Hanno votato
in molti (insomma, rispetto al numero complessivo di votanti) nel partito
Democratico, che rimonta ben cinque posizioni rispetto al 2019. Ma non hanno votato
Schlein.
La segretaria
del partito, benché candidata in due circoscrizioni, Centro e Isole, racimola
non più di 250 mila preferenze. Facendosi doppiare da Decaro, un sindaco, e
quasi doppiare da Bonaccini, il suo ex rivale per le segreterria Pd. Alla pari
di Zan e di Gori, suppergiù – chi sono costoro?
Curioso il
sopravanzamento di Schlein da parte di due altri candidati, due donne, senza
organizzazione di partito dietro: Annunziata e Cecilia Strada.
Che ci sta a fare il Pd al Campidoglio
Viene il papa in Campidoglio, e il
sindaco Gualtieri si celebra. La vista è appagante – è il Foro Romano. Ma fuori
non si vede e non si sente che sporcizia e disordine. Il sindaco non esce mai
dal Campidoglio?
Spazi chiusi da cantieri dove nessuno lavora,
da mesi.
Bocchi di traffico per cantieri dove
nessun vigile dà una mano, o anche solo un’occhiata.
Capita (occorre) di passare per quartieri
sommersi dalla sporcizia, e dai cattivi odori, Testaccio, Ostiense\Libetta, i
quartieri della movida giovanile. Si sa che se la spazzatura non viene
spazzata si moltiplica.
Non c’è probabilmente stazione della
metropolitana che non abbia impedimenti: ascensori bloccati, scale rotte, mobili
e non, perdite d’acqua. Non da giorni, non da settimane, non da mesi.
La città ha fatto un record negativo di
voto alle Europee. L’anagrafe non ha mandato le tessere elettorali ai nuovi votanti,
diciotto-ventenni. Il giorno della visita del papa è anche quello del marasma informatico vergognoso sui conteggi elettorali, per imperizia - con un centinaio di sezioni in tribunale...
È come se la giunta Pd vivesse contenta
di appalti. E di assenteismo.
Il Pd romano ha brutta fama, che cacciò
dal notato il sindaco Marino quando provò a moralizzarlo. Ma senza limiti?
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Orgasmi in cucina
Un film sensuale. Di cibo per chi ama la cucina: grandi pesci, galline, filetti, vegetali rigogliosi
dalla terra alla tavola, e preparazioni interminabili, salse, brodi, ristretti.
Con due nudi altrettanto golosi della sessantenne Binoche – il lato B. Trân Anh Hùng, anche lui sessantenne, si concede un festino.
Siamo in Francia a fine Ottocento. Un
famoso gastronomo ha una cuoca eccezionale e fedele. Col tempo il legame
professionale si è fatto anche sentimentale. E quando Eugénie è indisposta sarà
il gastronomo a cucinare per luim, un consommé ristrettissimo. Che
richiede una lunga elaborazione.
Trân Anh Hùng è un regista di atmosfere e
suggestioni, per questo in passato molto premiato, a Venezia e a Cannes, ma due
ore e un quarto trta cucina e tavola sono troppe. Una “eternità”, per riprendere
il titolo del suo penultimo film - il primo in francese, dopo 40 anni di
attività, in Francia.
Trân Anh Hùng, Il gusto delle cose
domenica 9 giugno 2024
Ombre - 723
Siamo andati a votare il
Parlamento europeo sapendo che il voto non conta. Il Parlamento si governa con
una maggioranza di “Grande Coalizione”, di Popolari e Socialisti” con un’appendice,
non qualificante, giusto per fare i numeri, di Liberali, o Verdi - o, nella
legislatura terminata, 5 Stelle. Le destre sono fuori gioco, e in Italia questo
conta – l’affluenza supera il 40 per cento solo perché si vota in moltissimi
comuni, in una dozzina di città e alla Regione Piemonte.
La fusione Ita-Lufthansa
fa bene ai consumatori, spiega non richiesto il direttore della Iata,
l’associazione delle linee aeree, ex amministratore delegato di Iag, il
raggruppamento di British Airways, Iberia, Aer Lingus e Vueling, tutte a suo
tempo fallite e con la fusione prosperose. Dunque non è vero ciò che obietta
Bruxelles, che non vuole Ita-Lufthansa. Perché? Perché la commissaria europea
alla Concorrenza Vestager, che perderà il posto lunedì, ne ha già uno promesso
in Air France-Klm, “il più grande gruppo aereo europeo”?
Nelle quattro ore su Rai
1 della festa per l’opera italiana all’Arena di Verona s’inquadra spesso il
presidente Mattarella. Solo con la figlia. Qualche volta l’obiettivo si allarga
su Larussa, presidente leghista del Senato, da un lato. Un paio di volte fino a
Fontana, veronese, altro leghista, presidente della Camera. Alla sinistra di
Larussa c’è Meloni, che non è mai inquadrata - solo, fuggevolmente, quando Muti invita alla concordia. Non si sa se apprezzare l’equanimità
l’eunimità Rai, essendo Meloni
in campagna elettorale. O vedervi la Rai democristiana di sempre, che taglia i
possibili competitor.
Dunque, Fabrizio
Piscitelli, detto “Diabolik” o “Diablo”, pregiudicato romano capo degli
“ultras” Lazio e del traffico di droga, era intercettato nel 2018. Senza esito,
se era rimasto a piede libero e a Ferragosto dell’anno dopo assassinato mentre
sedeva su una panchina nel parco. Dopo sei anni una conversazione spunta dalla
massa delle intercettazioni, in cui l’addetto stampa di un ministro, all’epoca animatore
di una piccola radio laziale, fa il laziale anti-ebreo (i tifosi romani, anche
i romanisti, vogliono “ebrei” gli avversari, che destinano “ai forni”). Riprovevole.
L’addetto stampa. E l’intercettazione? E la ricerca puntigliosa, nella massa delle
intercettazioni? C’è da tremare, sia che si tratti di giudici, o di poliziotti
o carabinieri. Specie se non lo fanno peer denaro.
“Cinque studenti
maturandi del liceo Visconti, il miglior classico della Capitale secondo la
classifica Eduscopio, hanno redatto e attaccato alla porta di una classe una
«lista delle conquiste»”: i nomi di trenta ragazze, dalla prima alla quinta,
con cui hanno avuto una qualche relazione. Maturandi, quindi diciottenni. Del
“miglior liceo della Capitale”. La scuola non è maestra di vita, al più di latino
e greco. I teen-agers sono
sopravvalutati, soprattutto quando scendono in piazza, una\due volte a
settimana, per non andare a scuola, se a diciott’anni sono cretini.
Si
è creato cinquant’anni fa il fenomeno teen-ager come mercato, per promuovere
prodotti e acquisti in una fascia di mercato considerevole, di cinque-sei classi
di età. Con una pubblicistica apposita, poi sostituita da appositi social. Faceva
parte di questa promozione l’imbonitura sul ruolo pubblico dei teen-ager,
in manifestazioni e proclami: le nuove generazioni, la voce dell’innocenza, il
futuro, tutte le scemenze possibili. Mentre sono le persone incerte e
apodittiche di sempre, quando si chiamavano adolescenti.
L’ex senatore Pellegrino
del Pci, presidente nel 1992 della Giunta per le immunità del Senato, a
Verderami, sul “Corriere della sera”. “Mani Pulite non tendeva a colpire la
corruzione amministrativa ma il finanziamento irregolare della politica, per
svuotare di forza i partiti. Tutti i
partiti… E per realizzare così il primato del potere giudiziario”. Era stato
Borrelli “di fatto, a teorizzarlo in un’intervista: aveva detto che se
l’Ottocento era stato il secolo del Parlamento e il Novecento quello degli
esecutivi, non escludeva che il secolo seguente avrebbe potuto essere il secolo
della giurisdizione”.
Non solo delle multe
stradali, la giunta Gualtieri a Roma ha anche il record delle addizionali
comunali, le più alte d’Italia. Non si sapeva – si sapeva ovviamente dell’aumento,
ma non di essere al top: le cronache romane, non si sa perché, debbono
essere “de sinistra”. Ma la cosa infine si è saputa. La sinistra vuole essere
“pubblicista”, cioè tassaiola? Ma dove vanno questi soldi non si vede. Nemmeno ai
pasti per i poveri cristi, alla Caritas.
Roma è una città di
destra che vota, alle comunali, a sinistra. Specie nei quartieri più borghesi,
di Roma Nord – borghesi nel senso deteriore. C’è una confluenza d’interessi,
appalti, nomine, carriere?
Che fine avrà fatto la
flotta europea della missione Aspides, comandata dall’Italia, nel Mar Rosso contro gli Huthi? Dal mar
Rosso passano ogni anno 24 mila navi. Quante ne hanno intercettato questi
Huthi, di cui una sola immagine esiste? Certo, tutto è rincarato a causa loro –
si è anche raccontato che le navi fanno il giro del Capo di Buona Speranza, la circumnavigazione
dell’Africa (ma dando l’impressione di non sapere di latitudini e longitudini,
né di come è fatta l’Africa, che pure è lì davanti). Giornalismo storytelling?
Free speech nei
giornali e i tg italiani sull’appropriazione dei depositi e investimenti
monetari e finanziari russi in America e nella City. Non si sa più se per stupidità
o per aiutare i servizi nelle false notizie. Gli Stati Uniti, il Paese più
indebitato al mondo, resterebbero in mutande, cinesi, indiani, latinoamericani di
corsa ritirerebbero gli investimenti. Ci sono anche norme di diritto
internazionale.
Si fa scandalo della
proposta di reintroduzione del redditometro. Da parte della sinistra. Di un’Agenzia
delle Entrate che controlli chi ha macchina da 100 mila euro, barca, e magari
aereo privato e non paga Irpef. “È stato inefficace”, si dice. Che non è una
ragione buona. Se l’Agenzia delle Entrate non diventa minimamente efficace
negli accertamenti, e la Guardia di Finanza non fa di più – solo un poco di più
basterebbe. Invece di perdere tempo con gli scontrini, con l’agente appostato
all’uscita dal negozio. P.es., i milioni di persone che da decenni fanno milioni
con i bed&breakfast senza pagare niente: i loro introiti (tariffe, occupancy)
sono propagandati su Internet, tramite Air B&B e singolarmente, basterebbe
cliccare.
Il b&b è
probabilmente il maggior settore “industriale” in Italia. Solo Airbnb dichiara
di fatturare 7,5 miliardi in Italia. Altrettanto (ma molto di più) è da
considerare il fatturato dei b&b fuori dal circuito. Solo il fisco non se n’è
accorto – e non se ne accorge nemmeno dopo tassa, irrisoria, decretata dal
governo – quisquilie, direbbe Totò.
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Spettacolare belcanto a Verona
Un po’pacchiana
nell’intitolazione (l’opera viene prima e sta un po’ sopra l’Unesco) e un po’
falsata (il grand opéra è francese, nel tentativo arcigno, francese e tedesco,
durante l’Ottocento, di strappare all’Italia questo “primato” - un po’ come avviene
ancora periodicamente per la pizza, per stare al gioco dei primati), una manifestazione
Rai insolitamente scorrevole, oltre che piacevole benché duri tre ore o quattro.
La prima parte, sinfonica e corale, orchestrata da Muti, parla da sé - anche se
il “Vai pensiero” proposto da lui col coro dell’Opera di Roma per il 150mo
dell’unità, durante l’esilio scaligero, resta infinitamente più emozionane. La
seconda, di arie, che correva il rischi dei festival di canzonette, è invece
stata scena di belle esibizioni, contenute, svelte, e di voci tutte per qualche verso
straordinarie. Una vera serata di belcanto. Con Kaufman, Flórez e Caterina
Buratto, le stelle”. Juliana Grygorian, già pucciniana ispirata. E soprattutto Mariangela
Sicilia, una giovane di formazione francese, quindi dall’intonazione sonora,
che è un fenomeno in Francia e nei migliori palcoscenici del mondo, scoperta da
Bologna solo l’anno scorso, che ha animato la manifestazione – supplendo anche
al forfait di Anna Netrebko, indisposta.
Intonata perfino
la conduzione, dei grandi nomi dello spettacolo, insolitamente misurata. Un
po’ legnosa quella maschile, di Angela e Zingaretti, impostata, disinvolta
invece, svelta, precisa Cristiana Capotondi, come è l’opera, come è il belcanto,
una sorpresa colossale che tiene assieme da sola la seconda parte, da grande
maestro benché senza podio e senza bacchetta, la lunga sequenza di esibizioni
di tenori, primedonne e Roberto Bolle. In tono, struggente ma equilibrato, il messaggio di Muti ai politici a conclusione della parte sinfonica della serata, della orchestra come modello di armonia tra i diversi.
La grande opera italiana patrimonio dell’umanità, Rai 1, Raiplay
sabato 8 giugno 2024
Problemi di base - 810
spock
Il realismo serve alla verità?
Il falso è più vero?
La stupidità è più intelligente?
L’amore è più violento?
Il futuro è oggi?
Non tutto
muore ?
spock@antiit.eu
Abbasso la mamma
“Dicono dei padri
che violentano le figlie, ma io ho visto Angela violentare la mia prima
sorella”, Angela è la madre: “Annientarla, un giorno dopo l’altro”. Questo è
scioccante ma non troppo: ognuno ha visto nella propria o altrui famiglia casi
del genere, un rapporto aggressivissimo madre-figlia – non se ne parla, perché Freud
non ne ha parlato, la psicologia non si sa cos’è, e il politicamente corretto è
femminista, ma è un fatto, notorio. Se non che la parola più ricorrente è “maleodorante”,
dalla prima riga: “Benché da molti sia considerata una bella donna, mia madre
puzza”.
Una filippica,
così si presenta il racconto in ripetuti tornanti, contro il legame materno:
“Ma io che c’entro con questa donna? Che
cos’ho da spartire con queste carni dalle quali sono uscito e dalle quali tutto
mi separa”. La demolizione, all’apparenza, del legame parentale ritenuto più
sacro, la maternità. Eretica per l’epoca, l’epoca contemporanea, femminista a occhi
chiusi. Ma forse, inconsciamente?, un atto d’insubordinazione.
Questo è vero. Passati
i sessant’anni, come nota di se stesso, per accentuare il suo ruolo di vittima,
sessant’anni di insolenze e violenze materne, l’autore si lascia andare alla
liberazione mentale dell’età adulta. Non antifemminile, molte donne amate
ricorrono, zie, sorelle, moglie. Cioè, non misogino, ma contro il potere che la
donna può esercitare, nefasto, in quanto madre. A cui viene opposta la figura paterna.
Di un padre in là con gli anni e non affettuoso, non smanceroso, ma attento, e un
porto sicuro per i ragazzi - commercialista di giorno, con sudio centrale e importante,
cultore di libri rari con cui passa le serate solitarie. Un Filottete, l’autore
decide da ultimo. Fratello maggiore, discreto, di un eroe di guerra, un militare
medaglia d’oro nella guerra contro l’occupazione tedesca, per avere immolato nel
giugno 1944 “la sua purissima giovinezza alla patria risorgente” – insomma un
eroe della Resistenza, anche se quella militare non si riconosce. Un padre
“altoborghese, cresciuto in condizione agiata”, con barca, seppure in condivisione,
“con curiosità intellettuali e gusto per l’arte” – “non è conformista, è
indulgente verso le debolezze, quelle degli altri più ancora delle proprie. Non
sa condannare….”. Un padre che l’autore ritroverà negli zii e cugini, anche loro
altoborghesi, a Milano.
Ma, poi, anche
la madre vituperata non è da poco. Si è sposata incinta. Dopo due fidanzati
“calabresi”, uno intelligente e uno bello. Forse non ha nemmeno tradito il marito-padre,
di età doppia della sua. Con il quale invece ha fatto tre figli. “Assomiglia
all’attrice Lea Massari”, che non è poco. E insomma, “anche lei è stata
giovane, ed è andata a scuola facendo il classico in anni in cui non è facile
che una ragazza orfana di padre e di condizione umile vada al liceo”. Dove ha
studiato con profitto. Ha conoscenza squisita del latino, risolvendo al figlio,
e all’amico latinista con cui il figlio studia, qualche problemino d’interpretazione.
Di Filologia romanza usa dire “Filologia e romanzo”. Ma a “Filologia e romanzo”
ha preso 28, come il figlio scrittore, pur “tenendo «a panza annanze»”. Ed è capace
di trovare di molto napoletano le radici remote, greche e latine. “Le sono sempre
piaciute le lingue classiche, il greco e il latino. È affascinata dalle sopravvivenze
del greco e del latino nel napoletano”. Che non è da tutti rintracciare, specie
dai famosi verbi greci del Pechenino. Ha perfino fatto studi di pedagogia,
psicologia e teologia per affiancare la figlia maggiore negli studi e nella
professione - di insegnante di religione.
Se non che è
sboccata. La
madre non riesce a parlare se non al modo delle “vaiasse nel facciaffrunto”,
le popolane in piazza. Una madre beneventana, quindi un poco strega. “Sgherra” si definisce
– è sannita prima che beneventana. “In un paese in cui ogni famiglia ha il suo
soprannome, quelli del ramo di suo padre sono detti «sgherri»”, ingiuria
(“sgherri come guardie armate, milizie private, gente a cui non la si fa,
prepotenti”) che lei rivendica con orgoglio. Un concentrato del brutto: “Ne detesto
il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo”, si dice il narratore a
un certo punto, “l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore
dell’ignoranza, il rancore, il coacervo di mali nazionali che lei incarna in
blocco, nessuno escluso, al punto da essermi convinto che se c’è una figura
simbolo degli orrori dell’Italia, una creatura di carne e ossa che tutti li racchiude,
questa è Angela, mia madre”. Che però è una persona, non una figura – e in
quanto figura non è tanto italiana quanto europea, asiatica (araba
sicuramente), latinoamericana, americana.
“La Talpa non
fa che cucinare, e non parla che di mangiare” - la “vaiassa” e “sgherra” è
detta in famiglia anche la Talpa. Quando non inveisce contro le “zoccole”. Cioè
contro le donne: ogni donna è una zoccola, ma specialmente le figlie. Lei e la
sua amica Carmela, un’altra che ama il turpiloquio, Franchini dice “the
last two of a vanishing people,come l’ultimo dei Mohicani”.
Con molte
annotazioni di costume, d’epoca. Del tipo: per i bambini “il rito crudele del
riposo pomeridiano”. O le conversazioni sotto l’ombrellone, in spiaggia - alle
diverse latitudini, a Formia piuttosto che a Scalea. È l’epoca, negli
anni dell’autore in famiglia, della “cucina con «tinello»”. Cioè della familiarità
obbligata, il “tinello”, adiacente alla cucina, fungendo da soggiorno, e le altre
stanze restando chiuse – contro la polvere, per il decoro, in attesa degli
ospiti che non si invitano mai. “Gli uomini appaiono sicuri di sé, convinti del
mondo immobile e gerarchico che hanno creato o accettato, e noi li odiamo, ma
le donne, molte di queste donne, sono pazze e noi non ce ne accorgiamo”.
La madre è
anche Napoli, i riti e miti che circuiscono la città, e stancano. Ripetutamente, in
ogni circostanza. Ed è il raffronto Nord-Sud perpetuo, anteleghista, per ogni
evento. Un modo d’essere o di dire in effetti diffuso, e stucchevole.
Ma, poi, Napoli
è celebrata indirettamente nel dialetto, di cui Franchini non si sa privare,
anzi fa un uso estensivo. La lettura si direbbe la più “napoletana” dopo
Basile, anche più di Eduardo o Di Giacomo - più “veracemente” napoletana.
Uno sbocco di
malumore? Non per duecento e più pagine - riscritte. Di un’opera che sa di “non
finito”. Non per mancanza di tempo o di voglia, o di progetto, ma per
l’incertezza dell’artista sull’ultimo tocco, dopo avere sbozzato il tronco con
colpi violenti di scalpello, con spazzolate invece dello stencil - il “non finito”
che dà più rilievo al soggetto e alla sua storia, anche se irrisolta.
Non un libello. Un lungo
epicedio piuttosto. Il tributo a una madre “senza tenerezza, la mia madre senza
grazia, la mia madre di rabbia e furia”. Angela, la madre, “ha
attraversato altre mie storie”, confida l’autore, “sempre con un’ombra negativa”,
tirata in campo “per esprimere qualche forma di disvalore”. Nel libro su Giancarlo
Siani, intitolato “L’abusivo”, come personificazione dell’“amoralità
familiare meridionale”, da Franchini appaiata all’immoralità, la violenza, la sopraffazione della “criminalità
organizzata”. Un collegamento che prospetta una énaurmité ubuesca alla
base del racconto. Dopo la constatazione: “Ma che ne ho saputo io di lei per tutti
gli anni della mia adolescenza e giovinezza
e della sua maturità”? In casa Franchini come in tutte le case, ognuno
lo sa: i genitori non sono più un problema “dopo”, in vita sono vittime dei figli,
che li hanno per impaccio, e della disattenzione necessaria: “Che ne sanno di
noi i nostri figli?” Malinconico: “Per lungo tempo non diamo vita”, i genitori,
“che a fortuite eclissi”.
Una trenodia doppia:
anche alla città, da emigrato senza nostos, senza ritorno. Malgrado anche
qui le maldicenze, un tributo alla lingua. Angela e la città confluiscono alla fine in Pino Daniele, “Napule è”.
Un
lavoro di “scrittura”, curata, di bulino, senza plot. Esito paradossale
per un editor così rinomato come Franchini – non è lui il “curatore
editoriale”, come si definisce, l’autore ombra, del best-seller del Millennio,
“Gomorra”?
Finisce con la giustificazione: “Ad amare come viene sono
buoni tutti, e anche chi ama senza essere riamato trova consolazione in questo
sacrificio, ma chi è incapace di risvegliare attorno a sé le forme minori
dell’amore conduce una vita aspra e non sa perché”. L’indulgenza prevale. L’effetto
alla lettura è gargantuesco, Franchini sembra essersi divertito a fare il Rabelais,
con eccessi linguistici e anche caratteriali, di aggettivazione, situazioni, deviazioni\digressioni,
rivolgimenti improvvisi. Attorno a un personaggio “odiosamato”, ma autonomo, a
tutto tondo – col tocco di “nonfinito”.
Antonio
Franchini, Il fuoco che ti porti dentro, Marsilio, pp.
223 € 18
venerdì 7 giugno 2024
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (562)
Giuseppe Leuzzi
Nella lunga invettiva contro la madre (la sua propria
madre, Angela, non la figura materna), “Il fuoco che ti porti dentro”,
Franchini introduce “’O zappatore”, la canzone di Libero Bovio di un secolo fa,
di forte retorica familista e sociale (lo zappatore irrompe nella festa cui partecipa
il figlio, che ha mantenuto agli studi,
e gli “insegna” a riconoscere e onorare “la madre”, le origini), e conclude
l’episodio: “Queste senso d’inferiorità dello zappatore, che si rovescia nel
suo contrario, è lo stesso di Angela, è lo stesso di tutto il Sud” – “ciò che
la canzone ostenta è soprattutto la fierezza del contadino, la sua superiorità
morale sul signore, una supremazia ribadita dalla posa guappesca”.
Il Sud guapperìa?
Si critica il progetto di autonomia
differenziata per problemi probabilmente di equità, ma dimenticando quella di
cui hanno beneficiato e beneficiano - con Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia
Giulia - la Sardegna, con profitto, e la Sicilia, con disastri – il
sottogoverno del sottosviluppo. Le leggi sono uguali per tutti, ma vedere che
benefici ha tratto dallo statuto speciale il Trentino-Alto Adige, montagnoso e
aspro, chiuso, diventato la regione più rica, civile e pulita d’Italia (e del
mondo teutonico), e cosa ne ha fatto il giardino delle delizie Sicilia, che si
può obiettare?
Commentando la lettera di un’accademica,
Caterina Carpinato, specialista a Venezia di lingua e letteratura neogreca,
scandalizzata dal “teatro gremito plaudente” al leghista Salvini a Catania, il
catanese Francesco Merlo evoca “l’eternità del Sud come scenario naturale degli
imbonitori, verso i quali a Catania viene esibito un misto di soggezione,
sottomissione e fatalismo pur covando diffidenza e disprezzo”. È possibile. C’è
gente di destra anche a Catania, che ce l’ha con gli immigrati, con l’Europa, e
con i giudici giustizieri – da molti decenni è tutta l’isola a votare a destra,
irrimediabilmente. Ma è il volto della politica al Sud.
La famiglia avunculare
Si pratica in molto Sud, in
Sicilia, in Calabria, a Napoli, oltre al genere queer liberamente in
famiglia, dello zio, la zia ostinatamente celebi e un po’ misantropi, il rapporto
familiare avunculare, dei figli che crescono con gli zii, la zia, lo zio. Nel
rispetto e l’affetto degli e per gli zii. Specie se non sposati, o allora senza
prole. Un uso probabilmente magnogreco, poiché in Grecia in antico era diffuso
e ricordato – una delle tante eredità greche dall’antico Egitto, di cui le
storie non tengono conto, dove era pratica legale al vertice dello Stato, nella
successione dei faraoni..
Il rapporto non si trova in
letteratura perché i letterati al Sud sono sempre stati allogeni – del resto, non
ce n’è traccia neanche nella letteratura scientifica, neppure nei meandri
freudiani. Ma è stato a lungo un fatto, e da quello che si può vedere e sapere
personalmente lo è ancora. Antonio Franchini nell’ultimo racconto, “Il fuoco
che ti porti dentro”, ha molte insofferenze verso le famiglie, e più ancora
verso il verso il Sud, partendo dalle intemperanze e i pregiudizi, o modi di
dire, della propria madre. Ma è, e lo testimonia
ripetutamente, avunculare in misura al Sud ormai sconosciuta o non più
praticabile: rispettoso e legatissimo a zie e zii, gli unici suoi personaggi
amati, di cui racconta a a più riprese con ammirazione e affetto.
La nuova questione
meridionale
Non è la Lega, non l’autonomia
differenziata, non è Roma o Bruxelles il nemico del Sud: il nemico del Sud è il
Sud. La politica gira a vuoto al Sud, ancora come sempre - con pochissime eccezioni,
Mancini in Calabria, Moro a Bari, D’Alema nel Salento. Rituale, sconnessa,
improduttiva e perciò negativa.
La spina dorsale è debole e
debolissima del Sud. Che si pregia delle cartoline dell’Unesco, di storia e di
bellezza, della cucina, dei turisti, delle esportazioni (“il Sud aumenta le esportazioni
più del Nord” - dell’uno avendo fatto due rispetto all’anno precedente). Mentre
il fatto è “l’economia congelata del Sud, il Pil ancora sotto di 7 punti
rispetto al 2008”. Che Gianni Trovati può chiamare sul “Sole 24 Ore”, ironicamente?,
“diseguaglianze”: “Anche l’anno scorso crescita a + 0,7 per cento, poco più della
metà rispetto all’1,1 per cento del Nord”. L’anno scorso come i precedenti:
“Anche nel 2021 e nel 2022 il prodotto interno lordo a Nord è cresciuto più che
nel r esto del Paese, come è accaduto costantemente fra 2020 e 2019”.
Con in più la crisi demografica
- chi l’avrebbe detto, il Sud si spopola, la famosa “donna del Sud” finalmente
si scopre, determinata a non fare la fattrice: la “produzione pro capite è ferma
dal 2016 al 56 per cento di quella settentrionale per il calo della popolazione
residente”. In un quadro generale sempre di sottosviluppo: “Il Mezzogiorno “fra
2007 e oggi ha cumulato un differenziale negativo di crescita rispetto al Nord
di 9 punti”. Con il risultato che il pil del Sud è ancora sotto di 7 punti
rispetto ai livelli che precedono la crisi del debito pubblico scoppiata nel
2008-2009”, quasi vent’anni fa.
È aumentata l’occupazione: al
Sud è aumentata nel 2023 de 3,1 per cento, molto dipiù che al Nord, 1,7 per
cento. Ma “un’occupazione che corre più del prodotto interno lordo denuncia in
media una flessione della produttività, cioè della causa strutturale del
deficit di crescita”.
Milano
non è più la meta
Giovanna
Maria Fagnani registra sul “Corriere della sera” la “fuga degli insegnanti da
Milano, il costo
della vita è troppo alto, in 796 lasciano la città, per il sud Italia”.
Ritornano. Anche la bidella Giuseppina
Giuliano, venuta alle cronache perché per mesi ha viaggiato ogni giorno da
Napoli a Milano,
e viceversa, non potendosi permettere “un letto in condivisione” a Milano: ha
ottenuto il trasferimento.
Era successo negli anni 1990 col personale ospedaliero, la paga non bastava a
pagarsi vitto e alloggio,
succede ora per l’insegnamento: si accetta la nomina al Nord, ma appena si maturano
i numeri per il trasferimento si chiede il ritorno a casa, o nelle vicinanze.
Non si direbbe
nemmeno un ritorno, è solo una strategia di nomine nel pubblico impiego. Per la
peculiarità italiana di un costo della vita molto differenziato, a parità di
servizi e consumi. Il modo di vita è uguale al Nord e al Sud. Ma in gran parte
del Sud, nei paesi e in qualche città, uno stipendio pubblico consente un tenore
di vita anche elevato, mentre a Milano non basta.
“Tra le regioni di
destinazione in testa il Lazio, la Sicilia (con la provincia di Catania al
primo posto), la Campania (Napoli al primo posto), la Puglia (soprattutto a
Bari e dintorni). Il 15 per cento circa si sposterà verso altre province
lombarde, Monza Brianza, Bergamo e Brescia in testa
- anche qui probabilmente per il costo minore degli affitti”.
Ma il
Sud si è (anche) svuotato
Nei
dodici anni dal 2012 il Sud ha perso 600 mila residenti. Circa 1,3 milioni i
movimenti in uscita dal Sud
e dalle isole verso il Centro-Nord, e circa 700 mila i trasferimenti in
direzione opposta. La
regione del Sud da cui si parte di più è la Campania, che ha la popolazione
maggiore (quasi 6 milioni)
rispetto a Sicilia (5 milioni) e Puglia (4): uno su tre migranti dal Sud viene
dalla Campania. Che però
è anche la regione con il maggior numero di immigrati. Qui con sospetto d’illegalità, camorristica
o di caporalato, su cui ora indaga la Procura Antimafia sollecitata dal capo
del governo:
nel
click day del “decreto flussi” d’immigrazione 2024, Napoli ha fatto più
domande di nulla osta di tutta la Lombardia.
Negli stessi anni 2012-2023,
secondo un’elaborazione della Banca d’Italia, 30 mila laureati del Sud si sono
trasferiti all’estero, 138 mila al Centro-Nord.
Il familismo amorale
non è criminale
Ripetutamente critico, nel memoir sulla madre
“vaiassa” e “sgherra”, “Il fuoco che ti porti dentro”, della sorta di
protoleghismo meridionale, comunque napoletano, che il Nord, e specialmente
Milano, doveva immancabilmente vituperare quaranta e cinquanta anni fa e
ridurre in briciole, Franchini evoca il “familismo amorale” come motore del
malaffare. Conclude anzi il racconto ricordando il suo libro “L’abusivo”, sull’assassinio
del giovane giornalista Giancarlo Siani da parte della camorra, che aveva l’intento
“di mostrare come certi meccanismi di violenza, di sopraffazione, di amoralità
fossero latenti nella relazioni private della società meridionale, anche
borghese, prima ancora che nella criminalità organizzata”. Tesi ardita, anche
se ha avuto spessore sociologico.
È la vecchia tesi di un
vecchio libro di Edward C. Banfield, sociologo inglese, 1956, il primo studioso
della mafia. Si deve a lui il “familismo amorale”. E nel familismo la radice –
insieme con altri pseudo-concetti, come l’omertà – delle mafie. Il familismo
amorale peraltro estendendo a tutta l’Italia: per l’italiano la famiglia resta
la massima espressione di statualità.
La sociologia non è più
anglo-sassone - anche se l’economia e la politica, la vita comune, lo sono più
che mai, nel “pensiero unico” - ma qualche distinzione è opportuna. Banfield
dava spessore scientifico a Longanesi, che però era un battutista, e il “tengo
famiglia” lo voleva sulla bandiera italiana.
Franchini sanziona il legame famiglia-mafia
con l’aneddoto che gli ha raccontato “uno scrittore napoletano”. Suo fratello,
il fratello dello scrittore, spiega alla madre, che gli chiede perché è
preoccupato, che ha messo incinta una ragazza, e la madre lo rincuora: “E tu
dici ca nun è ‘o toio…”. Che non è meridionale, benché suoni alla Totò, e
certamente non è mafioso. Alcune pagine prima Franchini vitupera la madre, tema
del suo memoir, fra le altre nefandezze, per avere “trovato un posto”
alla sorella maggiore come insegnante di religione, arruffianandosi i preti.
No, la madre studia psicologia, pedagogia e le altre materie di magistero, per
accompagnare negli studi la figlia, e poi anche teologia: la sorella aveva
tutti i titoli per insegnare religione, anche se gli incarichi venivano
demandati al vescovo.
Le famiglie sono unite, e sono anche disunite, anche
al Sud. Le mafie purtroppo no – o allora è guerra, fino alla morte.
Cronache della
differenza: Puglia
Con un minimo di preparazione
chimica si può produrre olio d’oliva con solo il 4 per cento della materia prima
propriamente detta, produrlo regolarmente – è uno dei famosi regolamenti
europei. Ma a Cerignola hanno fatto di più: hanno perso olio di semi e lo hanno
trasformato in olio evo. Illegale, come ha dimostrato
“Gambero Rosso”, ma ben fatto. Il malaffare richiede applicazione.
“Accanto
alla più grande acciaieria d’Europa non è sorta nemmeno una fabbrica di
forchette” è battuta micidiale del film “Palazzina Laf”, di Michele Rimndno
(che ne è anche regista e attore) e Alessandro Riogrande. L’industria di base che
avrebbe dovuto fare d a volano per lo sviluppo – il “grande balzo” per cui fu
famoso il presidente Mao. Una teoria errata, oppure ottimistica. Ma è vero che
niente è sorto attorno alle “cattedrali nel deserto” che dovevano promuovere il
Sud. Non per colpa dello Stato che aveva investito.
Sempre
in “Palazzina Laf” l’acciaieria di Taranto è un’isola del più cupo localismo.
Dall’orizzonte basso, bassissimo, benché la fabbrica esportasse, ed esporti, in
tutta Europa. Perfino nel linguaggio: si privilegia il dialetto stretto (altri
filmati lo addolciscono), indistinto per i più, coi sottotitoli.
Si dice Gaetano
Salvemini di Molfetta. Come se fosse una tara, un non luogo. Lo stesso dice ripetutamente
Stinchelli nel suo pamphlet online contro “La verità sull’affaire Muti-Barcaccia”. Lo
stesso, un po’, indirettamente, dice Arbore, che pure è di Foggia – un po’ più
su di Molfetta, essendo
capoluogo?, che si professa napoletano.
Si può
essere eletti a destra e fare l’assessore in una giunta di sinistra. Forse per
questo Bari era la città
della fiera del Levante.
Il
Salento, che ha soppiantato la Toscana nell’immobiliare agreste degli
anglo-americani ricchi, ha fatto un miracolo trent’anni fa con i fondi per il restauro
dei centri storici, ha riscoperto il grikò, e i fondi europei per le
minoranze linguistiche, ha ripulito anche le spiagge, e ora ospita, per la grande
capacità di accoglienza, il vertice dei Sette Grandi, che è una baraonda. Più
il papa. Trent’anni fa era area depressa.
Il Salento ha
molte ricchezze, che infine, con la spinta del senatore Acquaviva e del romano
D’Alema, ha messo in valore. Quelle naturali, ambientali. Quelle storiche
e artistiche hanno avuto un solo patrono, la lombarda Maria Corti, nei quattro
anni che insegnò a Lecce, e dopo. Prima del boom turistico, quando il Salento
ha scoperto se stesso.
È la vecchia tesi di un vecchio libro di Edward C. Banfield, sociologo inglese, 1956, il primo studioso della mafia. Si deve a lui il “familismo amorale”. E nel familismo la radice – insieme con altri pseudo-concetti, come l’omertà – delle mafie. Il familismo amorale peraltro estendendo a tutta l’Italia: per l’italiano la famiglia resta la massima espressione di statualità.
La sociologia non è più anglo-sassone - anche se l’economia e la politica, la vita comune, lo sono più che mai, nel “pensiero unico” - ma qualche distinzione è opportuna. Banfield dava spessore scientifico a Longanesi, che però era un battutista, e il “tengo famiglia” lo voleva sulla bandiera italiana.
Franchini sanziona il legame famiglia-mafia con l’aneddoto che gli ha raccontato “uno scrittore napoletano”. Suo fratello, il fratello dello scrittore, spiega alla madre, che gli chiede perché è preoccupato, che ha messo incinta una ragazza, e la madre lo rincuora: “E tu dici ca nun è ‘o toio…”. Che non è meridionale, benché suoni alla Totò, e certamente non è mafioso. Alcune pagine prima Franchini vitupera la madre, tema del suo memoir, fra le altre nefandezze, per avere “trovato un posto” alla sorella maggiore come insegnante di religione, arruffianandosi i preti. No, la madre studia psicologia, pedagogia e le altre materie di magistero, per accompagnare negli studi la figlia, e poi anche teologia: la sorella aveva tutti i titoli per insegnare religione, anche se gli incarichi venivano demandati al vescovo.
Le famiglie sono unite, e sono anche disunite, anche al Sud. Le mafie purtroppo no – o allora è guerra, fino alla morte.
Saranno stati gli anni, o la fatica del concerto appena concluso a Verona, ma nel messaggio finale, pure di forte humour inglese, Riccardo Muti, una vita a Firenze, Milano, Chicago, Ravenna, la città dove gestisce la sua orchestra di giovani, nonché Vienna e Salisburgo, riprende un forte accento pugliese (cadenza, tonalità). O ci sarà un imprinting linguistico. Si parla come in famiglia.
leuzzi@antiit.eu
Giallo curioso
“The Mistery Reader
Companion” è il sottotitolo: notizie, curiosità e divagazioni sui romanzi e film
gialli - l’autrice di “Anonima assassine” aveva cominciato con il nucleo centrale
del genere, a lungo prettamente maschile. Un must per i cultori del genere,
anche per i semplici curiosi. Oltre che un libro da collezione – eccessivamente
bello per la quotazione attuale del mercato librario.
Irlandese di
origine, l’autrice è la prima libraia che ha aperto negli Stati Uniti e gestito
una libreria specializzata nei gialli – di librerie del genere ce ne sono state
altre, ma tenute da librai – negli anni 1970-1990.
“Murder Ink”
era la sua liberia, a Manhattan, Upper West Side, il quartiere residenziale
intelletuale di New York tra il Central Park e il fiume Hudson. La aprì nel
1972, la cedette nel 1976 (la libreria vivrà, vagando per Manhattan, fino al 2006),
e ne aprì un’altra a Key West in Florida – che animava anche con spettacoli
gialli.
Col volume Winn
ha vinto il premio Edgar (Wallace) della Mistery Writers Association degli
Stati Uniti. “Anonima Assassine”, sottotitolo “La parte migliore del giallo”,
seguì nel 1979.
Un volume molto
illustrato, molto curioso. Non di cose già note. C’è un tè con Frederic Dannay,
il cugino sopravvissuto del binomio noto com Ellery Queen. Un’intervista è con
Donald Downess, un romnziere che era un ex spia dell’Oss, il bozzolo della Cia:
Downess aveva risposto a un annuncio a pagamento di Dilys Winn sulla piccola
pubblicità del “New York Times”, che invitava chiunque avesse voglia di parlare
di spionaggio di prendere contatto con lei.
Dilys Winn, Anonima Assassini, Milano Libri,
pp. 522, ill., ril. € 10 online
giovedì 6 giugno 2024
Celebrazione in minore dell’impero Usa
È un’immagine fiacca che gli Stati Uniti hanno offerto alla celebrazione dello sbarco in Normandia. Dell’evento che li ha incoronati padroni del mondo. Biden lento, vacuo, e forse confuso. Mentre a casa lo sfida un Trump più furioso che mai. Sono tempi calamitosi - sempre lo sono, il proprio delle democrazie è tremare.
La cosa fa senso nella celebrazione della Liberazione. Perché la Liberazione è prima di tutto americana: sono stati gli Stati Uniti a liberare gli europei, con sacrificio enorme di uomini e di mezzi, di risorse. Ma il clima è ora in America da
basso impero: mignotte in cattedra, giustizia corrotta, ruberie colossali, una
sagra delle maldicenze interminabile, con i barbari sempre alle porte - manca
solo il generale, il capo delle centurie. Mentre il mondo è in ansia, specie in
Europa. Per sapere se ci sarà la guerra nucleare, e per cos’altro combattiamo
la Russia, per conto dell’America. La Russia e la Cina. Giacché gli Stati Uniti,
che hanno imposto la globalizzazione quarant’anni fa, ci impongono ora di demolirla,
in un orizzonte di rovine e di fame.
L’impero Usa è sempre vasto.
Militare. Economico. Culturale o sociale, di costume. Ma incerto. Vacuo, e forse non
voluto, non più. Sicuramente involuto. L’americanizzazione, subito adottata dopo la guerra in Italia
e Germania, a lungo risentita in Francia e Giappone, e ora estesa alla Cina e all’India, è debole in
patria: gli americani non si sentono più predestinati, e non parlano più di liberazione e
democrazia. Le guerre sono state sempre perdute dopo lo sbarco di Normandia che
si celebra. L’impero economico
è costellato di disastri, imposti a tutto il mondo: 1929, 1970, 1973, 2007 – tutti provocati
dalla libera speculazione.
Con l’eccezione dell’Italia,
e di poche altre aree, il resto del mondo non si fida dell’egemonia americana.
Da ultimo con l’allargamento della Nato imposto all’Europa, alla Transcaucasia
e all’Indo-Pacifico. Nel mentre che se ne disinteressavano a ogni effetto pratico
– facciamo una guerra perché l’Ucraina doveva entrare nella Nato, mentre ora
si proclama che l’Ucraina non deve entrare nella Nato.
Virginia vista dal basso
Com’era la vita domestica di Virginia Woolf, vista
da una delle sue serve, Nelly Boxhall, che è anche cuoca – l’altra, Lottie
Hope, è un’orfanella, illusa inguaribile. La stanza è, ironicamente, antifrastica
della “Stanza tutta per sé” di V.Woolf: quella delle sue domestiche è piccola,
bassa, angusta.
Il romanzo si
vuole della condizione e dell’occhio delle serve in casa della “banda” di
Bloomsbury – le due donne hanno anche servito in precedenza e servono
occasionalmente negli anni della narrazione (1916-1934, poi Nelluy finirà in
casa di Charles Laughton ) in casa di Roger Fry, di Vanessa Bell, del fratello
psicoanalista Adrian Stephen. Che vedono come “una banda di invertiti e di
immorali, e che cambiano di letto, d’amante e di sesso”. Un occhio che
Giménez-Bartlett vuole di classe. Senza la politica, ma di condizioni classiste
di lavoro, di remunerazione, di dignità. Virginia non è la Padrona ma è bene la
Signora – all’autrice è mancata la notazione che Virginia è cresciuta in una
casa con otto domestici, a Hyde Park Gate. Senza mai una riga o una parola
amichevole, diretta, semplice, anche di curiosità, nei quasi venti anni di frequentazione.
Oculata sempre, perfino taccagna, benché non lo sapesse - era il suo dovere di
Signora. Anche quando la casa editrice cominciò a funzionare, e ci furono
soldi, tanti che la coppia Woolf poté comprare nuove proprietà o migliorarle, nei
tardi anni 1920.
Con un po’ di
contesto. Il gruppo di Bloomsbury gaudente, malgrado la guerra e il difficile
dopoguerra, e trasgressivo – a beneficio delle serve? E la situazione al
mercato, il luogo delle serve, sempre difficile, prima per la guerra e i
bombardamenti, poi per la ripresa postbellica stentata, infine per la
crisi del 1929.
Non un
romanzo-verità, insomma, non svela nulla. Neanche nei ritratti feroci di Lady
Ottoline Morrell, o della seconda amante di Virginia, Ethel Smith - una cafone, agli occhi delle serve.... Smontare il
mito Virginia Woolf non è necessario e forse impossibile. Comunque non si fa qui. Quando
muore “la signora Murry”, Katherine Mansfield, si opina che Virginia ne fosse
gelosa, per la gioventù, la bellezza, e la scrittura. E se fosse? Il punto
nodale, del contesto e infine della narrazione, è l’equivoco del progressismo. Qui
l’autrice è sintetica e va al punto. Succede quando la Signora registra
l’entusiasmo della serva per la vittoria dei laburisti nel 1929. “«Stiamo
vincendo» ha detto Nelly durante il tè”, annota Virginia il 31 maggio 1929: “È
traumatico pensare che entrambe desideriamo al vittoria del partito Laburista –
perché? In parte perché non voglio che sia Nelly a governarmi. Penso che essere
governati da Nelly e Lottie sarebbe un disastro”. È così. Ma dell’affettazione
del gruppo di Bloomsbury non si scopre nulla – e anche delle opere che scarseggiano,
a parte V.Woolf, solo resta l’esibizione sessuale, dell’omossessualità e della
poligamia.
Una promessa tanto attraente,
quanto deludente è la lettura, stancante, e di nessun sapore. O quasi, se non
per i riferimenti e le citazioni dai “Diari”. Il problema è anche questo, che
la ricostruzione – il romanzo, dice l’autrice – si scontra con i “Diari”, cioè
con quello che di Virginia Woolf si sa.
Che registrano anche
anotazioni domestiche, ma non fanno mai questioni classiste, o di avarizia.
Giusto di carattere. Con qualche occorrenza o aneddoto minimamente
interessante. La
stessa vita, delle domestiche è quella dei “Diari” della scrittrice, delle
(poche) annotazioni che le concernono. Con qualche materiale dalle biografie: di
Virginia spesso dimessa e sciatta, o dell’abitudine nel gruppo di amici e
parenti che si è convenuto di chiamare Bloomsbury di scambiarsi le domestiche –
ma: se le scambiavano come mwrce, o per stima e affezione?
Riassumendo,
l’autrice di Petra Delicado, l’ispettrice di Polizia che governa i misteri di
Barcellona, s’impersona questa volta in una delle cameriere di V.Woolf e,
attraverso soprattutto i diari della scrittrice, dà all’icona di molto
femminismo e progressismo uno sguardo dal basso. Questo è il programma, che l’editore
prospetta. Perché poi, di fatto, Virginia ne esce senza pregiudizio, e così la
sua società mitizzata di Bloomsbury. E anzi, pur nel suo relativo classismo e
poco senso pratico, attenta, anche generosa, e simpatica. Quello che si legge è
la vita dei domestici un secolo fa, povera e incerta. Ma per questo basta, per
chi non riuscisse a immaginare i lavori di casa prima dell’elettricità e del
gas, la p. 74, trenta righe di cose da fare, ogni giorno - con l’aggiunta di p.
86: se si ghiacciano i tubi d’inverno, e si ghiacciano, non c’è l’acqua.
Alicia
Giménez-Bartlett, Una stanza per tutti gli altri, Sellerio, pp.
389 € 10
mercoledì 5 giugno 2024
Occidente in maschera in Normandia
Gli ottanta anni dello sbarco di
Normandia, dell’inizio della liberazione dell’Europa da Occidente (ma questo inizio
non si era avuto un anno prima, con lo sbarco in Sicilia, che non si
commemora?), sono dominati dal mancato invito alla Russia a partecipare. La
geografia politica è mutata: è invitato il presidente ucraino Zelensky, di un paese
e una popolazione che in guerra furono a fianco di Hitler, con speciale ferocia –
in Toscana e nel Veneto se li sono ricordati a lungo. Mentre è esclusa la Russia,
perché ha fatto guerra all’Ucraina. Che l’Occidente aveva già eletto a suo
baluardo.
È un Occidente volubile, e vulnerabile, quello che
si celebra domani. Lo sbarco a lungo non fu celebrato, la Francia non gradiva
dirsi liberata dagli anglo-americani – gli anglosaxons di molte intemerate,
politiche e sociali (giornalistiche e comuni, di costume, alimentazione, mentalità).
La celebrazione decennale è stata istituita da Mitterrand, nel 1984, per i 40
anni – come un modo per riaffermare la sua signoria sull’Europa, invitandovi
anche la Germania del suo grande amico Kohl. E naturalmente la Russia – Putin presiederà
alle celebrazioni dei sessanta e dei settanta anni dello sbarco, nel 2004 e nel
2014 (malgrado la Crimea).
La Francia è stata di fatto fuori dalla Nato, dall’organizzazione
militare, dal 1966 al 2009.
La stessa Francia prima aveva invitato la Russia
per l’ottantesimo, poi ha detto di no, e ha invitato Zelensky. Un invito che
può essere più in armonia con lo scopo dichiarato della Nato, organizzazione
difensiva. Ma il gradasso non è solo una maschera francese.
L’inefficienza militare della Germania
La macchina bellica tedesca è stata sempre
inefficiente nei momenti decisivi. Nelle rievocazioni che si leggono dello
sbarco di Normandia, come nei film più iconici, “Il giorno più lungo” di
Zanuck, 1962, e “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg, 1998, il successo dello
sbarco fu un colpo di fortuna. Il tempo era orribile, la contraerea tedesca
inensa, sbandati i paracadutisti, che dovevano aggredire il fronte alle spalle,
il fronte dello sbarco troppo esteso, 80 km., su coste di carateristiche fisiche
motto diverse.
La verità è che si vuole, ancora, la Germania
invincibile. Il retropensiero è questo – se lo sbarco fu un successo lo fu
quindi per caso. Rapida e invincibile, anche la Germania, inarrestabile. Mentre
perse malamente – la perse la Germania prima dell’Austria-Ungheria- la prima
guerra mondiale. Nella seconda vinse facile contro la Polonia perché la Polonia
non si poté difendere, attaccata in contemporanea alle spalle da Stalin. E
contro la Francia, che non combatté – chi dei tedeschi ne ha lasciato memoria è
di stupefazione. Ma fallì a Leningrado e Stalingrado, a Alamein, trascinando
nella sconfitta gli italiani, che invece la parte loro l’avevano vinta, e subì inerte
lo sbarco in Sicilia prima che in Normandia – gli sbarchi non sono fulminei,
vanno preparati, sono noti in anticipo. Subì perfino la Resistenza italiana,
poco armata e molto divisa, a Roma e alla Linea Gotica – le ripetute stragi,
senza nessun senso militare, lo testimoniano.
È successo alla Germania fino al
1944 come già alla Prussia, che si era circondata di un’aura di invincibilità
mentre alternava le vittorie a sconfitte che ne minacciavano l’esistenza – e tremava,
al modo del re di Prussia per eccellenza, Federico il Grande, nel ritratto di
Thomas Mann. Si prenda il più celebrato, tuttora, dei grandi “prussiani”, il
maresciallo Rommel. Il giorno dello sbarco Rommel lasciò la Normandia per
festeggiare a casa la moglie nel suo onomastico - Erwin Rommel era una volpe,
andava quindi di corsa: in altra cultura, meno indulgente, si direbbe che
scappava, non sapendo come tenere il fronte Nord dopo aver perduto il
Mediterraneo.
E la fissa degli ostaggi. Avanzando
gli Alleati, i tedeschi abbandonavano le fortificazioni ma non i prigionieri. I
trentamila moribondi di Auschwitz, i dodicimila di Gross-Rosen, infangati nella
neve alta, i trentamila residui di Dora-Mittelbau, per i quali il trasporto fu
organizzato a metà aprile verso Bergen-Belsen, dieci giorni prima della fine. E
in ritirata sempre si fermavano per organizzare un plotone d’esecuzione:
assemblavano una diecina d’uomini inermi, a Forte Bravetta, alla Storta, e si
sparavano le ultime cartucce, per dispetto, per paura.
Nelle famiglie ognuno è un altro, ma si ride poco
Muore il padre, medico illustre, e la famiglia si rivela un’altra. Altra
la madre, altri i figli. Con un cast di grandi nomi, tra cui Capotondi e Galiena
buttate nella comicità dopo una carriera seriosa.
Siani tenta tutte le trovate della farsa: agnizioni, sparizioni, vivi
morti e morti vivi, e la verità che a ogni giro di pagina è un’altra e l’opposto.
Le sorprese si moltiplicano, ma la comica lascia freddi – problemi di ritmo -
montaggio? sceneggiatura?
Alessandro Siani, Succede anche
nelle migliori famiglie, Sky Cinema, Now
martedì 4 giugno 2024
Problemi di base - 809
spock
La verità è
virtuale?
La realtà c’è,
ma ci sfugge, Kant?
Le cose ci
sono ma mascherate da fenomeni?
Maradona è un
fenomeno?
È una favola?
È un simulacro?
spock@antiit.eu
E adesso, povero Elkann – 2
Ha licenziato l’allenatore della sua squadra di
calcio, Juventus, “per giusta causa”. Ma due giorni dopo, per evitare il giudice,
che gli avrebbe dato torto, si è impegnato per una buonuscita.
Lo stesso giorno, ieri, che i quadri che la nonna
gli aveva regalato sono riapparsi: non erano preda di ladri e ricettatori, ma in
Italia, in possesso suo e dei fratelli - e sono dei falsi (eccetto uno).
L’image building di John Elkann, l’Ingegnere,
fatica. Benché sia influente – possiede anche il gruppo editoriale “la
Repubblica”. E si trascura il fatto che è un evasore fiscale, con la residenza
fittizia in Olanda. Lo stesso processo che sua madre gli ha intentato è per
evasione fiscale.
Ha licenziato l’allenatore perché gli ha salvato,
da solo, per due anni di fila, la squadra e la reputazione. Senza mai
sostituirgli i calciatori infortunati o drogati. E quindi gli dava ombra. Da mesi
ne cercava un sostituto, con incontri al ristorante. Che non sembra cosa vispa,
oltre che sleale – la squadra non ha più giocato.
L’America di plastica
Una manifestazione-premio
di giovani scienziati nel deserto viene interrotta dal passaggio di un’astronave,
con alieno che scende per dare un’occhiata. Il presidente sospende la cerimonia,
attraverso un un nerboruto generale che editta ordini tassativi, e i convenuti,
genitori, ragazzi, scienziate, attori, attrici (poicché siamo in una rapporesentazione
filmica di un’opera teatrale che è stata adattata per la tv….). Un catalogo
enorme di star, Tom Hanks, Scarlett
Johannson, Margot Robbie, Jason Schwartzman, Adrien Brody, Tilda Swinton, Jeff
Goldblum, Matt Dillon, Willem Dafoe, Edward Norton et al.. Per dialoghi e immagini come still frame,
alla Antonioni. Per di più piatti, senza rilievo. Pur volendosi la
sintesi dei tre modi d’immagine, in teatro, in tv, al cinema. A meno che il
film, soggetto e sceneggiatura dello stesso Anderson, non vada letto come una
satira, dell’America di oggi, smarrita volendosi decisionista.
Non un solo dialogo fila, a parte il
nonno (Tom Hanks, qui quasi simpatico come Paul Newman) che interviene a
proteggere i nipoti. O l’autore-regista del pezzo teatrale originario, che
parla molto ma soprattutto punta a farsi il bel prim’attore.
Un mondo di figurine incerte su fondali
di plastica. O il 2023 è l’anno per Hollywood dei colori pastello e dei mondi
di plastica (Margot Robbie, “Barbie”, è anche qui), oppure Anderson propone, in
libera lettura o ricostruzione, un’America che parla e gira a vuoto – non
cattiva come sembra essere, ma confusa.
Wes Anderson, Asteroid City, Sky Cinema 2, Now
lunedì 3 giugno 2024
Letture - 551
letterautore
Classifiche - “Aprendo il catalogo
di un libraio antiquario di Firenze” Roberto Calasso, “Opera senza nome”, trova
il suo “La folie Baudelaire” nella
sezione Erotica-Sessuologia.
Sorpresa, ma subito Calasso si consola: “Meglio di Amazon, che aveva
categorizzato «Le nozze di Cadmo e Armonia» come «Accessori decorativi per la
casa» e «L’innominabile attuale» come «Decorazioni per le unghie»”.
Non è vero, Amazon è più intelligente, però è possibile: le classificazioni
sono casuali, come le classifiche dei libri più venduti, autogestite dagli
editori-librai.
Italia – Un paese di “fantasmi di sculture”?
“Rythm Field”, una raccolta di scritti sulla coreografa americana Molissa
Fenley, è illustrato di figure spettrali, quali Nijinsky e Strawinsky, e i
“fantasmi di sculture” da cui la coreografa si disse ossessionata durante un
viaggio in Italia nel 2008.
Maternità – Rosella Postorino la scopre in una
parrucchiera. Filippina. Attenta a tutto, autorevole, scherzosa - un ritratto
curiosissimo ne fa su “7”. Così lontano?
Ozio – È il motore
dello sviluppo, direbbe Rousseau: “Lavoriamo per arrivare al riposo. È la pigrizia che rende laboriosi”.
Parodia – È dissacrante,
si suole dire. Ma quelle di Proust (pastiches) sono al contrario celebrazioni. E comunque quanto (non) vere? Si leggono quelle
settimanali di Saverio Raimondo, che pure è un comico e non un filologo, cioè è
uno “cattivo” per professione, su “Robinson”, “Corso di lettura veloce”, e si
vede invece che sono veritiere. Sartre, “La nausea”: “
È il libro che ha dato il via all’esistenzialismo, quando bastava un
Plasil” – “il giovane protagonista ha allucinazioni e mal di stomaco, allora
cerca i sintomi su google e si autodiagnostica il male di vivere”. O Stendhal, “Il
rosso e il nero”: “Narra le vicende di Julien Sorel, arrampicatore sociale: la
prima cosa che guarda in una donna è il culo - ma in senso figurato: gli piacciono
le donne che hanno la fortuna di essere ricche e con una posizione sociale. Ci prova
con una ma è sposata; con la seconda va meglio, ma arriva una lettera della
prima a rovinare tutto. Alla fine Sorel finisce ghigliottinato e senza neanche
aver detto “«che mangino brioche».
Pensare che era andato a scuola dai preti”.
La “scrittura” prescinde dal plot – è la scrittura che anima la
letteratura.
Per quanto, i pastiches così riusciti di Proust – a sua volta facilissimo
da “pasticciare” – un po’ ridimensionano anche la “scrittura”.
Pasolini - Mai
un'istantanea, sempre in posa – non c’è album che lo riprenda “al naturale”, anche
in un solo scatto: Sempre atteggiato, anche nelle foto di scena, in teoria “rubate”.
Il
giornalista Massimo Fini, intervistato da Cazzullo sul “Corriere della sera” oggi,
ha questo ricordo della visita che gli fece per intervistarlo a sua volta: “C’erano
tanti Pasolini. Mi ricevette nella sua casa moto borghese, all’Eur. Non aveva
affatto un tratto da checca, anzi. Ma poi entrò la madre, e si infantilizzò.
Tutto un puci-puci: imbarazzante”. Ma c’era, continua, un terzo Pasolini: “La sera
mi portò al Pigneto, all’epoca un quartiere di ragazzi di vita e di malavita,
dove vidi un altro Pasolini ancora”. Dragueur?
Quattrocento – “Un secolo senza poesia”, constata Stefano
Lanuzza, “Storia della lingua italiana”. E la lingua, dopo due secoli, apparentemente,
di toscano? “Sannazzaro, napoletano, il massimo scrittore in volgare del
Quattrocento”.
Riletture - Avviene di leggere per la prima volta un
libro che si è già letto, e anche con attenzione, avendolo annotato e perfino
commentato, senza sapere di averlo letto. Per un difetto di memoria? La memoria
difetta solo in questo caso. Per l’inappetenza del libro? Ma avviene anche con i
romanzi, che pure si segnalano (dovrebbero) per la loro singolarità. È avvenuto
con Banville due volte, letto in inglese e poi in italiano, o viceversa – uno scrittore
di personaggi singolari, ma non memorabili.
Romanzo-saggio – “C’è poi la
domanda, tediosa fra tutte, su saggio e romanzo”, lamenta Calasso nel postumo “Opera
senza nome”: “Nelle classifiche «Le nozze di Cadmo e Armonia» appariva
equamente diviso tra narrativa e saggistica”. Ma poi continua: “Che il libro contenesse,
dalle prime righe alle ultime, un intreccio di narrazioni così fitto che l’autore
stesso stentava a ritrovarvisi (per questo, a partire da un certo anno,
aggiunsi l’indice dei nomi) non bastava a rassicurare”.
Scrivere – Antonio
Franchini, “Il fuoco che ti porti dentro”, 156, quando scopre al Pocol che,
dietro la casa “nel mezzo del bosco”, tra i caprioli, dell’amato zio Francesco c’è
un cimitero militare, il Sacrario del Pocol, riflette: “Scrivere di solito o è
aspirazione o è dilazione, più raramente è atto; come l’amore e molte altre
cose importanti della vita”.
Spagna – Fu molto presente nella letteratura italiana
tra il Cinque e il Settecento, mentre non ci fu l’inverso, la Spagna seppe poco
dell’Italia: “Si calcola che dal 1551 al 1700 ci siano state circa 1200 traduzioni
dallo spagnolo all’italiano e più di 120 edizioni in lingua spagnola” – Stefano
Lanuzza, “Storia del lingua italiana”, 47. In Sardegna nel Settecento, sotto i
Savoia, la lingua scritta è lo spagnolo (id., 55).
Slavi - "Gli slavi si lamentano sempre di tutto", Marina Abramovic
nel lungo ritratto che ne fa Francesca Pini su “7”, il settimanale del “Corriere
della sera”: “Non sei mai felice da nessuna parte, fa parte dell’anima slava,
come quella di Dostoevskij o Kafka. Non sappiamo come affrontare la felicità.
Questo non è lo stato naturale degli slavi, devono essere sofferenti e infelici”.
L’Europa non sa quasi nulla del mondo slavo, storia e psicologia, un mondo che
pure è la sua metà, quasi, e dalla fine della seconda guerra mondiale si è
fatta sempre guerra. È il problema dell’Unione Europea, che si era costituita
inizialmente in Centro Europa, da Rügen a Pozzallo.
letterautore@antiit.eu
Il sorriso di Troisi
Fra i tanti tributi a Troisi nel trentennale della morte forsi il più
lieve, troisiano. Osannante ma sottotono, e scorrevole, mai compiaciuto.
Molti
ricordi e testimonianze, umane, di scena, intervallate da spezzoni celebri, di
Verdone, Martone, Giuliana De Sio, Francesca Neri, Émanuelle Béart, si nna
Pavignano, la sua comapgna, dell’amico Giovanni Benincasa, del nipote Stefano
Veneruso. Fanno colpo le scene dell’avventura a Hollywood per “Il Postino”,
candidato a numerosi Oscar. Con Pavignano, candidata per la sceneggiatura,
Cucinotta, Caldonazzo, Luis Bacalov – che l’Oscar poi lo vincerà.
Una
chicca la ripresa delle quartine in rima di Benigni in memoria dell’amico, parte
della primissima commemorazione, “Il mio amico Massimo”, di Roberto Bencivenga,
uscito nel 2022 e irreperibile in rete:
“Non
so cosa teneva dint’a capa;
intelligente,
generoso, scaltro,
per
lui non vale il detto che è del Papa,
morto
un Troisi non se ne fa un altro.
Morto
Troisi muore la segreta arte,
di
quella dolce tarantella,
ciò
che Moravia disse del Poeta
io lo
ridico per un Pulcinella.
La
gioia di bagnarsi in quel diluvio
di
jamm, o' saccio, ‘naggia, oilloc, azz!;
era
come parlare col Vesuvio,
era
come ascoltare del buon Jazz.
“Non
si capisce”, urlavano sicuri,
“questo
Troisi se ne resti al Sud!”
Adesso
lo capiscono i canguri,
gli
Indiani e i miliardari di Hollywood!
Con
lui ho capito tutta la bellezza
di
Napoli, la gente, il suo destino,
e non
m’ha mai parlato della pizza,
e non
m’ha mai suonato il mandolino.
O
Massimino io ti tengo in serbo
fra
ciò che il mondo dona di più caro,
ha
fatto più miracoli il tuo verbo
di
quello dell’amato San Gennaro”.
Anna Praderio, Per sempre al
Massimo, Canale 5, Infinity
domenica 2 giugno 2024
Ombre - 722
Cosa ha detto la
presidente del consiglio Meloni all’ex sindaco di Roma Rutelli nei giardini del
Quirinale per la festa della Repubblica: “Mi diverto? No. Però non mi annoio” -
“la Repubblica”. Oppure, Rutelli le chiede: “A Palazzo Chigi ti stai
divertendo?” e lei risponde: “Non mi annoio, ma tra un mi annoio e un mi
diverto ce ne passa” -“Corriere della sera”. Non si può mai sapere.
“Intelligenza
artificiale, boom di truffe”, scopre “Il Sole 24 Ore: “Negli Usa 40 miliardi di
danni al 2027”. Ecco di che si trattava: l’IA pone questioni etiche, ma di tipo
noto.
“Boom di truffe anche in
Europa”. Si andrà a – ci vorrà – un inverno anche digitale?
“Nella gara Zara-Benetton
gli spagnoli vincono 35 miliardi a 1”, cioè vendono per 35 miliardi, Benetton
solo per uno. Impietoso “Il Sole 24 Ore” stronca Luciano Benetton, che sostiene
di non avere saputo dal management l’andamento degli affari. Si poteva
argomentare, come è stato detto e fatto, che il settore era “maturo”, i margini
ristretti, il franchising oneroso, e il “poeta” Luciano per questo era
stato marginalizzato dai fratelli, e poi dai nipoti. Ma si è voluto proteggere
la Famiglia, concedere a Luciano un ultimo palcoscenico, con la tonitruante intervista
contro i manager.
I Giovani Industriali si
augurano un’Europa diversa dopo il voto. Una che non ripeta “quello che è stato
fatto in questi cinque anni, un green deal che è «fuori di testa», una burocrazia
asfissiante, la disunione bancaria, la disunione fiscale”. Sono critiche-richieste
di destra? Può darsi, vanno nel senso dei sondaggi sugli umori degli elettori.
Ma la sinistra cosa propone?
Il recupero dell’economia
dal crollo del 2007 si è prodotto solo nel 2023, calcola l’Istat, e spiega
(accenna) la Relazione annuale della Banca d’Italia. Come se l’Italia emergesse da una voragine,
dopo un quindicennio di navigazione sotto terra – emergesse per di più con
dieci anni di ritardo rispetto alle economie maggiori della Ue. Ma di questo non
si legge, i giornali hanno molte pagine di politica, ma di Lollobrigida, De
Luca, e naturalmente “le duellanti” Meloni-Schlein.
A una settimana, o sono
due?, dal fatto, Meloni che si presenta a De Luca come “sono la stronza”, “la
Repubblica” ha lunghi commenti, di specialisti e “firme”, su “stronzo”, “merda”, “escrementi”, “cacca” e
affini. Giornalismo non è. È consolazione – di che? glottologia? fancazzismo? coprofilia?
Ma contro o pro Meloni?
Gli intellettuali leggono
i giornali in ritardo? Hanno i riflessi lenti? E i direttori?
Il cardinale Pizzaballa,
patriarca dei cattolici in Terra Santa, constata il fallimento del dialogo
delle religioni. Niente dialogo, dal 7 ottobre solo odio. Il dialogo non è teologico,
ma di storia e popolazioni – anche nelle guerre di religione, la religione (teologia,
culto, riti) era una copertura.
Il cardinale è peraltro il
patriarca dei cattolici latini, o romani. C’è un patriarca distinto per i cattolici
ortodossi?
Meloni che alla celebrazione di Matteotti accusa il fascismo
è inquietante. Se anche lei passa con l’antifascismo, che cosa resterà agli
antifascisti, soprattutto quelli dell’ultima e ultimissima ora? In questa
estate 2024, di guerre crudeli, di bellicismo macroniano, e di
deglobalizzazione. Dovranno magari rifletterci su, un poco.
Diminuisce la disoccupazione giovanile, dopo il fenomeno
pluriennale dei “bamboccioni”, o nerd, che si fanno mantenere dai genitori. Ma
non perché sono diminuiti i giovani? Ci sono oggi 5 milioni in meno di “giovani”,
18-34 anni, rispetto a trent’anni fa.
Dopo il gas, si scopre che anche il grano russo ha continuato
ad affluire in Italia nel 2023, con tutte le sanzioni. In misura abnorme, il
mille per cento in più – con un 800 per cento in più dalla Turchia (quindi sempre
dalla Russia, via Turchia) e qualcosa anche dal Kazakistan. Superando le tradizionali
importazioni italiane di grano dal Canada, e abbattendo i costi per gli utilizzatori
– i grossisti, a danno dei coltivatori italiani. Le sanzioni sono un business.
Roma ha il record delle multe stradali, 172 milioni nel
2023, il 40 per cento in più rispetto al 2022. Delle multe pagate, questo è il
vero record. L’aumento è una delle poche cose che la giunta Gualtieri, in carica
da quasi tre anni, ha fatto, più multe: nelle strade riposte dei quartieri è stata una messe
ubertosa (non in quelle commerciali) – per il resto è come se non ci fosse.
Ci sono leggi per l’utilizzo degli incassi da multe stradali:
devono andare alla sicurezza della circolazione. La metà deve andare alla segnaletica,
al manto stradale, all’illuminazione. Tutte cose che Roma non aveva e non ha,
anche ora che s’impavesa per il Giubileo: si guida di notte, sui lungotevere ma anche nei
quartieri, a naso, si può guidare per Roma solo a memoria, i segnali stradali non ci sono (quelli
vecchi, dell’Olimpiade 1960, sono in piccolo, in alto, dopo l’incrocio) e stanti le forti vibrazioni in macchina,
come da catastrofe imminente, ci si meraviglia che ciclisti e motociclisti arrivino indenni.
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Nostalgia della Russia, patria di emigrazione
La rappresentazione della memoria. In chiave nostalgica. Della Russia,
patria di emigrazione. Nelle specie di un giovane che all’età di otto, dodici e
quattordici anni aveva “viaggiato”: “per quattro anni in Russia, poi – per due
anni – sui mari e in Europa”. Come molti russi, prima, durante e dopo la
Rivoluzione sovietica.
Il racconto è di un’estate in un castello diroccato, nel mezzo della
Francia. Di cui la regina è la contessa Praskov’ja Dimitrievna, la vecchia
nonna. Una nonna che è “il secolo passato”, l’Ottocento, quando tutto era in
ordine. C’è la Russia nella nonna. E c’è la Russia nella rovina del castello.
Tutto anzi è rovina: il castello, il parco, i rapporti familiari. In rovina è
anche il villaggio, nell’immagine breve di una vendita all’asta per debiti. Russo
è il testimone della rovina, il giovane del racconto.
Ma non è una parabola. Il quadro è lieve, come di una fantasia – è subentrata
la rassegnazione. Un’altra stazione nella via crucis dell’emigrazione
– dopo l’ebreo errante ci sarà il russo errante, ormai da un secolo e più? Ma
serena, rasserenante.
Nina Berberova, Roquenval, Guanda,
pp. 78 € 10
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