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lunedì 9 settembre 2013

Ferragosto

Si diffondono sedili nei mezzi pubblici, nelle piazze, nei giardini, nelle sale d’attesa, a cui bisogna appendersi, spenzolando le gambe. Per esigenze di design?  O vengono dalla Norvegia?

L’uso a Roma è di parlare molto agli sportelli: al supermercato, alla posta alla banca, con la fruttivendola, dal dottore per le ricette. Del più e del meno, ma con insistenza. Talvolta, quando la cliente-utente non trova più appigli, riprende la stessa conversazione daccapo, con qualche interrogativo retorico. Le ragazze più delle mamme e le nonne. Forse non più, non più a lungo o con più insistenza, ma fanno più impressione – che non abbiano nient’altro di meglio.

Alla posta e in banca no, ma altrove, al bar, al cinema, al teatro, al concerto, in molti negozi, specie in libreria, si trova spesso il commesso o la cassiera al telefono. Che non si interrompe, e nemmeno fa più il cenno di avervi visti. Le telefonate sono ora lunghe e sempre più numerose, anche per non dirsi nulla – “ah no, niente, volevo solo sentire la tua voce, com’è il tempo da te”, il tempo è argomento pressante, che era circoscritto alla conversazione inglese (ma in Inghilterra è variabile), “beh, ti sento sgranocchiare, stavi mangiando”.

Per ritirare le raccomandate di Ferragosto, 40 romani mansi mercoledì risultano in attesa a Roma Ostiense. Il 41mo sarebbe un asiatico. Che prende di corsa il numeretto di prenotazione, guarda il tabellone, ghigna di sconcerto, e se ne va.

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