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La buona morte non è un progresso, e non è sociale
“La
libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”, Michel Houellebecq spiega in una lunga conversazione con Stefano Montefiori, a proposito della raccolta di poesia
appena pubblicata, “Combat toujours perdant”, del disco in uscita con Frédéric
Lo, “Souvenez-vous de l’homme”, e del voto in calendario al Parlamento francese
sull’eutanasia. Da sempre contrario alla “buona morte”, benché da sempre
teorico e pratico della paranoia della fine del mondo – del nichilismo.
“Da
dove nasce questo suo impegno contro l’eutanasia, al quale lei dedica pagine
bellissime nel suo romanzo «Annientare»?” gli chiede Montefiori. “Parlare di dignità
mi pare falso. Pretendere che si tratti di compassione è un’altra falsità….
Compassione è alleviare le sofferenze, non uccidere”. E se tanta gente si batte
per farne un diritto, “penso che resista ancora l’argomento della libertà”, quello
vecchio del suicidio – “la libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”.
Sul
tema circolano molte idee sbagliate, insiste lo scrittore. “I politici”, p.
es., “sono sconnessi dai cittadini”. L’eutanasia “di solito viene presentata come
un inevitabile e auspicato progresso sociale”, e “una nuova inevitabile battaglia
progressista”. A Houellebecq sembra “non sia affatto progressista: l’eutanasia
e il suicidio assistito mi appaiono come soluzioni del passato, visto che oggi
siamo in grado di combattere il dolore”. La maggioranza dell’opinione comunque
è sempre contro. E “quel che è più sorprendente è che tra gli oppositori all’eutanasia
ci sono più elettori di estrema sinistra che di estrema destra”, e più giovani,
e più abitanti delle città, in particolare i parigini - “tutto l’approccio è
falsato”.
Stefano
Montefiori, Houellebecq: il mio affetto va all’umanità, “La Lettura” #
747, 22 marzo 2026, pp. 1-5 € 1 (free online, pressreader)
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