Cerca nel blog

mercoledì 25 marzo 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (628)

Giuseppe Leuzzi


Si celebra Bossi come uno statista. Come quello che ha rinfrescato, rinnovato, il linguaggio politico. Mentre lo ha pornizzato. Ammorbando la politica, ridotta all’interesse del più forte – che altro è la “questione settentrionale” di cui gli si fa merito?
Se ne sono dimenticate le farneticazoni, se ne celebra l’oratoria, sporca, coi coglioni sul piatto.
Che abbia avuto seguito, questo è un fatto. Ma questa è la “questione” – non è un monumento.
 
Capita di rivedere per caso “Aprile”, il film a episodi di Nanni Moretti. Di cui uno è lo Sposalizio del Mare, a Venezia, una dette “sacre” cerimonie della Lega. Folklore. Ma si prendevano sul serio -avevano fatto anche i carri armati, di carta pesta.
 
L’Italia ha portato con sé, fino all’entrata nella cosidd etta modernità, una consapevole tradizione di autonomismi locali in cui il Nord contava ben poco” – Marco Belpoliti, “Nord Nord”, p. 14.
 
Istantanee mafia
Nelle mafie fuori sede, tipo Roma Capitale, e ora il clan Senese, o Delmastro - uno di Biella… - viene sempre fuori una foto compromettente. Non a letto ma a tavola, al ristorante. Ora di Delmastro appunto, biellese, e della ex consigliera del ministero della Giustizia Bartolozzi. Un po’come quella di un uomo dei servizi segreti che si voleva costringere alle dimissioni, Mancini, con Renzi. Ma più complessa: tutti attorno a un tavolo, e il tavolo “aperto”, per una foto che inquadri tutti. Insomma professionale. Non rubata da un cameriere – oppure rubata da un cameriere, ma con arte. Al tempo di Mafia Capitale quella di Buzzi, l’ex galeotto comunista creatore di cooperative di ex carcerati per la Lega delle Cooperative, a tavola col sindaco di Roma ex missino Alemano – poi per questo condannato (Buzzi invece è stato assolto).
Nelle mafie radicate c’è un profluvio d’intercettazioni. Romanzi. Anche storici, per anni e decenni, prima che si proceda con lo scandalo e\o gli arresti – anche qualche condanna, bisogna dire la verità, dopo qualche decennio d’intercettazioni (i mafiosi più che altro sono attori, di una sorta di pantomimo sadico). Fuori sede invece c’è la manina che, sapiente, immortala lo scatto.
Insomma, non è che i tanti corpi antimafia siano collusi o distratti. Hanno i loro tempi e metodi.
 
La lingua del dialetto
Ingeborg Bachmann ha il “dialetto delle lingue”, alla fine del lungo intervento (ora pubblicato come saggio a sé stante nella raccolta “A occhi aperti”) intitolato “Diario in pubblico” e scritto per una rivista letteraria cosmopolita, “europea”, italo-franco-tedesca che poi non ha visto la luce. Prospettando unificante sotto il trilinguismo del progetto, “la fiducia nel dialetto delle lingue, la fiducia di ciò che in esso vi è di traducibile, e in ciò che vi rimane di intraducibile”.
Perché siamo il linguaggio. La cui prima espressione è dialettale. Circoscritta e quindi limitata, poco evoluta e quindi modernizzabile, poiché è il linguaggio di una comunità comunque ristretta, ridotta, e conservativa (ripetitiva) più che innovativa (inventiva). È la radice, una delle radici – il “mio” mondo era ed è Graz, la Carinzia, non Vienna.
Anche la scrittura Bachman vuole “dialettale” invece che cosmopolita – sempre in “Diario in pubblico”,  (“A occhi aperti”, p. 121): “L’unica cosa certa è che lo scrittore cerca un idioma suo proprio all’interno di quelli della lingua, aspira a un suo dialetto e a una dialettica, i quali contano entrambi su di lui come loro possibile rappresentante su cui appoggiarsi”.
 
Milano senza più lingua – e senza più cuore
Milano cura da alcuni anni, da quando il film ha fatto i settant’anni, nel 2012, il recupero come memoria propria della grande opera dei poveri che fu il film di De Sica e Zavattini nel 1951, “Miracolo a Milano”. Che la città allora ricevette di malumore, e anzi osteggiò. Convegni sul film, e su De Sica e Zavattini, si succedono, studi si promuovono, targhe nei luoghi delle riprese e aiuole e piazzette dedicate agli artisti, Paolo Stoppa, Anna Catena etc., si moltiplicano. Da ultimo il direttore del Piccolo di Milano, del teatro e della scuola di teatro, ha voluto onorare i 75 anni del film, e insieme della nascita del Piccolo, con una mega-produzione teatrale delle storie e i tempi del film. Forte della partecipazione della decana dei palcoscenici, Giulia Lazzarini, peraltro milanese doc, di Lino Guanciale nei panni di Totò il buono, il personaggio di Zavattini attorno a cui gira il “miracolo”, e degli allievi della scuola di teatro. Per una composita - seriosa e allegra – riduzione teatrale.
Riduzione per modo di dire. Giacché Guanciale si è assunto, con Paolo Di Paolo, il ruolo del vecchio dramaturg delle corti tedesche del Settecento: ha innestato nella sceneggiatura del film altri elementi: la figura del ragazzo donchisciottesco di Ibsen, “Peer Gynt”, il racconto di Zavattini che è il soggetto del film, “Totò il Buono”, e la corrispondenza tra Zavattini e Totò, che, allora giovane, era la “persona” sulla quale il racconto era stato calibrato. Insieme, Di Paolo e Guanciale hanno anche pubblicato il loro rifacimento – di cui il sito ha già dato conto. E la pubblicazione hanno fatto precedere da una prefazione di Ferruccio de Bortoli. Breve, due cartelle. Ma fulminante, come suole dirsi delle rivelazioni. Ferruccio, che è anche il solo milanese del progetto-riproposta, spiega che Milano non ha più lingua: “Oggi nessuno parla più il dialetto”. Cosa che il viaggiatore anche frettoloso constata: i cinesi si parlano in “cinese”, i siciliani in siciliano, i calabresi in calabrese. Al contrario, p.es., che a Roma, dove tutti, anche l’immigrato dell’ultima ora, propone una sua koiné romanesca.
De Bortoli lo nota per complimentarsi per lo spettacolo, che invece ripropone la milanesità. Questo, nota, “è meraviglioso in sé”. Ma lo nota scoraggiato: “Se potessimo non solo sognare ma anche vivere ogni giorno parlandoci in un dialetto che sembra scomparso – per giunta quello di una città che non è incline a guardare il cielo, a coltivare illusioni – allora si aprirebbe uno spiraglio di civiltà dei sentimenti che abbiamo perduto nel tempo”. La sua nota avendo aperto col viale Tibaldi, dove all’epoca del film “c’era la Centrale del latte e non l’estensione avveniristica della Bocconi….. il campus universitario degli architetti giapponesi Kazuyo Sejima e Ryūe Nishizawa”. Dove, “proprio lì, nell’anonimo viale Tibaldi che il milanese percorre in auto come fosse un’autostrada urbana, un’umanità dolente ma composta si accalca… in coda silenziosa per ricevere un aiuto dai volontari di Pane Quotidiano”. Nella “semiperiferia, grigia, nebbiosa, informe. Brutta”, una “lunga fila di persone, ingrossatasi a dismisura in questi anni di povertà nascosta in una città che non se ne vergogna a sufficienza”. Immigrati, e “nuovi poveri italiani”. Per i quali de Bortoli immagina quanto volentieri volerebbero via, “a cavallo di una scopa, se mai ce l’avessero”. Ma “senza peraltro sorridere”: i poveri degli anni cinquanta “erano tutti uguali, nella buona e nella cattiva sorte”, e “avevano più libertà di sognare”, gli “invisibili” di oggi no, la città non dà al neopovero alcuna opportunità “di risalire la china della disperazione”.  
 
Cronache della differenza: Puglia
Del Salento Goffredo Fofi fa, sorpreso, una lunga lista di intellettuali di peso a fine Novecento in “Arcipelago Sud”, trattando di Rina Durane: Durante stessa, Carmelo Bene, Vittorio Bodini, Oreste Macrì, Tomaso Fiore.
 
Grikò. “Il Salento è stato colonizzato dai Greci e c’è una parte dell’interno che ancora parla questo dialetto che i greci di oggi non capiscono” – G. Fofi, “Arcipelago Sud”, p.\101. Come non capiscono, per la verità, il greco classico, quello che si studia al classico – non nella pronuncia standardizzata per i classici.
Tutto il meridione, non solo il Salento, era “greco”, “colonizzato” dai Greci, prima di diventare “romano”: il Salento è stato più a lungo e con più convinzione bizantino.
 
La “scoperta” del Salento però è recente – roba di due o tre decenni. Il Salento “fino a vent’anni fa”, primi Duemila, “era quasi sconosciuto, nelle mie estati salentine incrociavo solo due milanesi come me (allora arrivavo da Milano), innamorati del Salento: Maria Corti e Vanni Scheiwiller” – G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 102 - … Io li conoscevo da Milano e ci si ritrovava, spesso ospiti di un piccolo editore, Piero Manni, regolarmente più o meno a Ferragosto, e ci chiamavano «i milanesi»”.
 
Con Rina Durante, Fofi celebra anche Cecilia Mangini, fotografa e documentarista, partendo dai lavori di Pasolini a Roma, Pratolini a Firenze, Ernesto de Martino in Puglia - “una figura molto insolita nel cinema del tempo, non solo italiano”. Da sola o in collaborazione, in una seconda fase, con Lino Del Fra. Poi ancora da sola: “Essere donne”, “Felice Natale”, sugli eccessi del consumismo, “Tommaso”, il giovane del Sud al Nord, “La scelta” (l’eutanasia), e nel 2013, da ultimo, “In Viaggio con Cecilia”, per mostrare il “grande  balzo” della Puglia.
 
Ne “Il brigante di Tacca del lupo” il bolognese Bacchelli ha dedicato pregevoli brani al Gargano. Con una padronanza della Capitanata come se ci fosse nato. Il titolo originario del racconto, 1936, è “Campagna contro i briganti”, a puntate su “L’illustrazione italiana”. Racconta l’ultima fas e del brigantaggio, 1863-1864. La provincia di Foggia era stata teatro di scontri violenti, che avevano attratto l’attenzione più di altri, dei tanti che si inseguirono nella campagna.  
 
Non ha (più) grande memoria di Rodolfo Valentino. ”il principale attore cinematografico americano, e quindi del mondo”, dell’epoca del muto, “che era di origine pugliese, il bell’italiano che ballava il tango nei ‘Quattro cavalieri dell’Apocalisse’ e in tanti altri film”. Fofi lo ricorda a proposito di Gilda Mignonette, una cantante napoletana rivale di Elvira Donnarumma, che, emigrata in America per cantare alle feste italo-americane, vi “scrisse e cantò una canzone famosa, ‘Povero Valentino’, un lamento per la morte di Rodolfo Valentino”.


leuzzi@antiit.eu

Nessun commento: