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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (628)
Giuseppe Leuzzi
Si celebra Bossi come uno statista. Come quello che ha
rinfrescato, rinnovato, il linguaggio politico. Mentre lo ha pornizzato.
Ammorbando la politica, ridotta all’interesse del più forte – che altro è la “questione
settentrionale” di cui gli si fa merito?
Se ne sono dimenticate le
farneticazoni, se ne celebra l’oratoria, sporca, coi coglioni sul piatto.
Che abbia avuto seguito,
questo è un fatto. Ma questa è la “questione” – non è un monumento.
Capita di rivedere per caso
“Aprile”, il film a episodi di Nanni Moretti. Di cui uno è lo Sposalizio del
Mare, a Venezia, una dette “sacre” cerimonie della Lega. Folklore. Ma si prendevano
sul serio -avevano fatto anche i carri armati, di carta pesta.
L’Italia ha portato con sé,
fino all’entrata nella cosidd etta modernità, una consapevole tradizione di
autonomismi locali in cui il Nord contava ben poco” – Marco Belpoliti, “Nord
Nord”, p. 14.
Istantanee mafia
Nelle mafie fuori sede, tipo
Roma Capitale, e ora il clan Senese, o Delmastro - uno di Biella… - viene sempre
fuori una foto compromettente. Non a letto ma a tavola, al ristorante. Ora di Delmastro
appunto, biellese, e della ex consigliera del ministero della Giustizia Bartolozzi.
Un po’come quella di un uomo dei servizi segreti che si voleva costringere alle
dimissioni, Mancini, con Renzi. Ma più complessa: tutti attorno a un tavolo, e
il tavolo “aperto”, per una foto che inquadri tutti. Insomma professionale. Non
rubata da un cameriere – oppure rubata da un cameriere, ma con arte. Al tempo
di Mafia Capitale quella di Buzzi, l’ex galeotto comunista creatore di
cooperative di ex carcerati per la Lega delle Cooperative, a tavola col sindaco
di Roma ex missino Alemano – poi per questo condannato (Buzzi invece è stato
assolto).
Nelle mafie radicate c’è un profluvio
d’intercettazioni. Romanzi. Anche storici, per anni e decenni, prima che si
proceda con lo scandalo e\o gli arresti – anche qualche condanna, bisogna dire
la verità, dopo qualche decennio d’intercettazioni (i mafiosi più che altro
sono attori, di una sorta di pantomimo sadico). Fuori sede invece c’è la manina
che, sapiente, immortala lo scatto.
Insomma, non è che i tanti
corpi antimafia siano collusi o distratti. Hanno i loro tempi e metodi.
La lingua del
dialetto
Ingeborg Bachmann ha il
“dialetto delle lingue”, alla fine del lungo intervento (ora pubblicato come saggio
a sé stante nella raccolta “A occhi aperti”) intitolato “Diario in pubblico” e
scritto per una rivista letteraria cosmopolita, “europea”, italo-franco-tedesca
che poi non ha visto la luce. Prospettando unificante sotto il trilinguismo del
progetto, “la fiducia nel dialetto delle lingue, la fiducia di ciò che in esso
vi è di traducibile, e in ciò che vi rimane di intraducibile”.
Perché siamo il linguaggio.
La cui prima espressione è dialettale. Circoscritta e quindi limitata, poco evoluta
e quindi modernizzabile, poiché è il linguaggio di una comunità comunque ristretta,
ridotta, e conservativa (ripetitiva) più che innovativa (inventiva). È la radice,
una delle radici – il “mio” mondo era ed è Graz, la Carinzia, non Vienna.
Anche la scrittura Bachman
vuole “dialettale” invece che cosmopolita – sempre in “Diario in pubblico”, (“A occhi aperti”, p. 121): “L’unica cosa certa
è che lo scrittore cerca un idioma suo proprio all’interno di quelli della lingua,
aspira a un suo dialetto e a una dialettica, i quali contano entrambi su di lui
come loro possibile rappresentante su cui appoggiarsi”.
Milano senza più lingua
– e senza più cuore
Milano cura da alcuni anni, da
quando il film ha fatto i settant’anni, nel 2012, il recupero come memoria
propria della grande opera dei poveri che fu il film di De Sica e Zavattini nel
1951, “Miracolo a Milano”. Che la città allora ricevette di malumore, e anzi
osteggiò. Convegni sul film, e su De Sica e Zavattini, si succedono, studi si
promuovono, targhe nei luoghi delle riprese e aiuole e piazzette dedicate agli
artisti, Paolo Stoppa, Anna Catena etc., si moltiplicano. Da ultimo il direttore
del Piccolo di Milano, del teatro e della scuola di teatro, ha voluto onorare i
75 anni del film, e insieme della nascita del Piccolo, con una mega-produzione
teatrale delle storie e i tempi del film. Forte della partecipazione della
decana dei palcoscenici, Giulia Lazzarini, peraltro milanese doc, di Lino
Guanciale nei panni di Totò il buono, il personaggio di Zavattini attorno a cui
gira il “miracolo”, e degli allievi della scuola di teatro. Per una composita -
seriosa e allegra – riduzione teatrale.
Riduzione per modo di dire.
Giacché Guanciale si è assunto, con Paolo Di Paolo, il ruolo del vecchio
dramaturg delle corti tedesche del Settecento: ha innestato nella sceneggiatura
del film altri elementi: la figura del ragazzo donchisciottesco di Ibsen, “Peer
Gynt”, il racconto di Zavattini che è il soggetto del film, “Totò il Buono”, e
la corrispondenza tra Zavattini e Totò, che, allora giovane, era la “persona” sulla
quale il racconto era stato calibrato. Insieme, Di Paolo e Guanciale hanno anche
pubblicato il loro rifacimento – di cui il sito ha già dato conto. E la
pubblicazione hanno fatto precedere da una prefazione di Ferruccio de Bortoli.
Breve, due cartelle. Ma fulminante, come suole dirsi delle rivelazioni.
Ferruccio, che è anche il solo milanese del progetto-riproposta, spiega che Milano
non ha più lingua: “Oggi nessuno parla più il dialetto”. Cosa che il
viaggiatore anche frettoloso constata: i cinesi si parlano in “cinese”, i siciliani
in siciliano, i calabresi in calabrese. Al contrario, p.es., che a Roma, dove
tutti, anche l’immigrato dell’ultima ora, propone una sua koiné romanesca.
De Bortoli lo nota per complimentarsi
per lo spettacolo, che invece ripropone la milanesità. Questo, nota, “è
meraviglioso in sé”. Ma lo nota scoraggiato: “Se potessimo non solo sognare ma
anche vivere ogni giorno parlandoci in un dialetto che sembra scomparso – per
giunta quello di una città che non è incline a guardare il cielo, a coltivare
illusioni – allora si aprirebbe uno spiraglio di civiltà dei sentimenti che
abbiamo perduto nel tempo”. La sua nota avendo aperto col viale Tibaldi, dove
all’epoca del film “c’era la Centrale del latte e non l’estensione avveniristica
della Bocconi….. il campus universitario degli architetti giapponesi Kazuyo
Sejima e Ryūe Nishizawa”. Dove, “proprio lì, nell’anonimo viale Tibaldi che il
milanese percorre in auto come fosse un’autostrada urbana, un’umanità dolente
ma composta si accalca… in coda silenziosa per ricevere un aiuto dai volontari
di Pane Quotidiano”. Nella “semiperiferia, grigia, nebbiosa, informe. Brutta”,
una “lunga fila di persone, ingrossatasi a dismisura in questi anni di povertà
nascosta in una città che non se ne vergogna a sufficienza”. Immigrati, e
“nuovi poveri italiani”. Per i quali de Bortoli immagina quanto volentieri
volerebbero via, “a cavallo di una scopa, se mai ce l’avessero”. Ma “senza
peraltro sorridere”: i poveri degli anni cinquanta “erano tutti uguali, nella
buona e nella cattiva sorte”, e “avevano più libertà di sognare”, gli “invisibili”
di oggi no, la città non dà al neopovero alcuna opportunità “di risalire la
china della disperazione”.
Cronache della
differenza: Puglia
Del Salento Goffredo Fofi fa,
sorpreso, una lunga lista di intellettuali di peso a fine Novecento in
“Arcipelago Sud”, trattando di Rina Durane: Durante stessa, Carmelo Bene, Vittorio
Bodini, Oreste Macrì, Tomaso Fiore.
Grikò. “Il Salento è stato colonizzato dai Greci e c’è una parte dell’interno
che ancora parla questo dialetto che i greci di oggi non capiscono” – G. Fofi,
“Arcipelago Sud”, p.\101. Come non capiscono, per la verità, il greco classico,
quello che si studia al classico – non nella pronuncia standardizzata per i
classici.
Tutto il meridione, non solo il
Salento, era “greco”, “colonizzato” dai Greci, prima di diventare “romano”: il
Salento è stato più a lungo e con più convinzione bizantino.
La “scoperta” del Salento però
è recente – roba di due o tre decenni. Il Salento “fino a vent’anni fa”, primi
Duemila, “era quasi sconosciuto, nelle mie estati salentine incrociavo solo due
milanesi come me (allora arrivavo da Milano), innamorati del Salento: Maria
Corti e Vanni Scheiwiller” – G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 102 - … Io li conoscevo
da Milano e ci si ritrovava, spesso ospiti di un piccolo editore, Piero Manni,
regolarmente più o meno a Ferragosto, e ci chiamavano «i milanesi»”.
Con Rina Durante, Fofi celebra
anche Cecilia Mangini, fotografa e documentarista, partendo dai lavori di
Pasolini a Roma, Pratolini a Firenze, Ernesto de Martino in Puglia - “una
figura molto insolita nel cinema del tempo, non solo italiano”. Da sola o in collaborazione,
in una seconda fase, con Lino Del Fra. Poi ancora da sola: “Essere donne”,
“Felice Natale”, sugli eccessi del consumismo, “Tommaso”, il giovane del Sud al
Nord, “La scelta” (l’eutanasia), e nel 2013, da ultimo, “In Viaggio con
Cecilia”, per mostrare il “grande balzo”
della Puglia.
Ne “Il brigante di Tacca del
lupo” il bolognese Bacchelli ha dedicato pregevoli brani al Gargano. Con una
padronanza della Capitanata come se ci fosse nato. Il titolo originario del
racconto, 1936, è “Campagna contro i briganti”, a puntate su “L’illustrazione
italiana”. Racconta l’ultima fas e del brigantaggio, 1863-1864. La provincia di
Foggia era stata teatro di scontri violenti, che avevano attratto l’attenzione
più di altri, dei tanti che si inseguirono nella campagna.
Non ha (più) grande memoria di Rodolfo Valentino. ”il
principale attore cinematografico americano, e quindi del mondo”, dell’epoca
del muto, “che era di origine pugliese, il bell’italiano che ballava il tango
nei ‘Quattro cavalieri dell’Apocalisse’ e in tanti altri film”. Fofi lo ricorda
a proposito di Gilda Mignonette, una cantante napoletana rivale di Elvira Donnarumma,
che, emigrata in America per cantare alle feste italo-americane, vi “scrisse e
cantò una canzone famosa, ‘Povero Valentino’, un lamento per la morte di Rodolfo
Valentino”.
leuzzi@antiit.eu
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