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Se non ci sono civili innocenti
Sette minuti dopo la
mezzanotte del 10 marzo 1945 poco meno di 300 B-29 americani, bombardieri a lungo
raggio, noti come Superfortress, occuparono il cielo di Tokyo seminando bombe
incendiarie. Per provocare un incendio di fortissimo calore, fino a 2.800 gradi
fahrenheit, con la liquefazione dell’asfalto e la vaporizzazione di migliaia degli
esseri umani. Circa 100 mila, in un’area di 16 miglia quadrate. Fu la
cosiddetta “neve nera”, di fumo e resti bruciati.
Con le Superfortress
l’Air Force Usa avviò la pratica cosiddetta degli attacchi “di precisione”, e su
obiettivi bellici, militari e industriali, grazia a sistemi di puntamento
dichiarati infallibili. Me nell’ottica di evitarsi le accuse di crimini di guerra.
Ma il bombardamento del 10 marzo non fu l’unico intenzionalmente annientante.
La Missione Neve Nera fu progettata. Sul “disastro di Tokyo e Yokohama” venti
anni prima, o Grande Terremoto del Kanto, violentissimo, alle 17,45 dell’1 settembre
1923, epicentro sotto la baia di Sagami, 48 km a sud di Tokyo, di magnitudo 7.9,
durato 14 secondi. Tanto da abbattere tutti gli edifici di Yokohama, e scatenare
un'onda anomala sull'isola di Honshu con colate di fango che sommersero i
villaggi, seppellendo vivi gli abitanti. Ma questo non fu il peggio, il peggio
fu il, fuoco, e questo diede l’idea in America del “bombardamento finale” –
prima li Hiroshima. Il terremoto del ’23 fu seguito da un incendio incontrollabile.
Nelle cronache dell’epoca, nei quartieri residenziali di Tokyo, densamente
popolati, costituiti da case di legno, i bracieri a carbone si rovesciarono, i
serbatoi di carburante si ruppero, le sostanze chimiche infiammabili nelle
farmacie esplosero, e le fiamme coprirono tutto in pochi minuti, alimentate da forti
venti alimentarono le fiamme nei vicoli. La rottura delle condutture idriche
impedì o rallento l’intervento dei vigili del fuoco. Si contarono 140 mila
morti, le distruzioni e lo shock fecero regredire l’attività economica per
anni.
Scott fa rivivere
il bombardamento incendiario con i ricordi dei sopravvissuti, a Tokyo e nella Air
Force, e con gli archivi americani. Ne viene fuori, senza giudizio ma senza più
ombre, il generale Curtis Le May. Un’eccezione nella pubblicistica americana – il
generale è “esagerato”, un personaggio da cinema, ma non si sono fatti film su
di lui, la persona, e la “cosa”, restano prevalentemente tabù. Prima che a
Tokyo, teorizzò è usò nel Pacifico le bombe incendiarie. La sua “dottrina” dicendo
“omicida”, diretta contro le persone più che contro gli obiettivi bellici. Si
fece nominare a capo della base avanzata di Guam, al posto del giovane e brillante
generale Haywood Hansell – che liquidò bruscamente. Hansell si limitava a organizzare
le missioni, per far tornare il maggior numero di bombardieri alla base. LeMay applicò anche al Giappone i bombardamenti incendiari. Sul
principio che “non ci sono civili innocenti”. In sei mesi distrusse in Giappone
64 città con le bombe incendiarie, “missioni” facili perché le case erano
prevalentemente in legno, e Hiroshima e Nagasaki, che erano in
cemento, con l’atomica, un milione di morti. Mentre professava: “Se
non vinciamo saremo criminali di guerra” – i grandi criminali sono-fanno i
cinici.
Una rara
ricostruzione in America. Non c’è stato finora un ripensamento, né in Gran
Bretagna né negli S tati Uniti, sui bombardamenti a tappeto, sul principio della
guerra totale. Nemmeno per l’evocazione l’anno scorso dei bombardamenti nucleari
– rivissuti dopo 75 anni solo come fatto di cronaca, con nuovi episodi o particolari.
James M. Scott, Black
Snow: Curtis Lemay, the Firebombing of Tokyo, and the Road to the Atomic Bomb,
Norton, pp. 420 € 17,37
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