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martedì 24 marzo 2026

Se non ci sono civili innocenti

Sette minuti dopo la mezzanotte del 10 marzo 1945 poco meno di 300 B-29 americani, bombardieri a lungo raggio, noti come Superfortress, occuparono il cielo di Tokyo seminando bombe incendiarie. Per provocare un incendio di fortissimo calore, fino a 2.800 gradi fahrenheit, con la liquefazione dell’asfalto e la vaporizzazione di migliaia degli esseri umani. Circa 100 mila, in un’area di 16 miglia quadrate. Fu la cosiddetta “neve nera”, di fumo e resti bruciati.
Con le Superfortress l’Air Force Usa avviò la pratica cosiddetta degli attacchi “di precisione”, e su obiettivi bellici, militari e industriali, grazia a sistemi di puntamento dichiarati infallibili. Me nell’ottica di evitarsi le accuse di crimini di guerra. Ma il bombardamento del 10 marzo non fu l’unico intenzionalmente annientante. La Missione Neve Nera fu progettata. Sul “disastro di Tokyo e Yokohama” venti anni prima, o Grande Terremoto del Kanto, violentissimo, alle 17,45 dell’1 settembre 1923, epicentro sotto la baia di Sagami, 48 km a sud di Tokyo, di magnitudo 7.9, durato 14 secondi. Tanto da abbattere tutti gli edifici di Yokohama, e scatenare un'onda anomala sull'isola di Honshu con colate di fango che sommersero i villaggi, seppellendo vivi gli abitanti. Ma questo non fu il peggio, il peggio fu il, fuoco, e questo diede l’idea in America del “bombardamento finale” – prima li Hiroshima. Il terremoto del ’23 fu seguito da un incendio incontrollabile. Nelle cronache dell’epoca, nei quartieri residenziali di Tokyo, densamente popolati, costituiti da case di legno, i bracieri a carbone si rovesciarono, i serbatoi di carburante si ruppero, le sostanze chimiche infiammabili nelle farmacie esplosero, e le fiamme coprirono tutto in pochi minuti, alimentate da forti venti alimentarono le fiamme nei vicoli. La rottura delle condutture idriche impedì o rallento l’intervento dei vigili del fuoco. Si contarono 140 mila morti, le distruzioni e lo shock fecero regredire l’attività economica per anni.
Scott fa rivivere il bombardamento incendiario con i ricordi dei sopravvissuti, a Tokyo e nella Air Force, e con gli archivi americani. Ne viene fuori, senza giudizio ma senza più ombre, il generale Curtis Le May. Un’eccezione nella pubblicistica americana – il generale è “esagerato”, un personaggio da cinema, ma non si sono fatti film su di lui, la persona, e la “cosa”, restano prevalentemente tabù. Prima che a Tokyo, teorizzò è usò nel Pacifico le bombe incendiarie. La sua “dottrina” dicendo “omicida”, diretta contro le persone più che contro gli obiettivi bellici. Si fece nominare a capo della base avanzata di Guam, al posto del giovane e brillante generale Haywood Hansell – che liquidò bruscamente. Hansell si limitava a organizzare le missioni, per far tornare il maggior numero di bombardieri alla base. LeMay  applicò anche al Giappone i bombardamenti incendiari. Sul principio che “non ci sono civili innocenti”. In sei mesi distrusse in Giappone 64 città con le bombe incendiarie, “missioni” facili perché le case erano prevalentemente in legno, e Hiroshima e Nagasaki, che erano in cemento,  con l’atomica, un milione di morti. Mentre professava: “Se non vinciamo saremo criminali di guerra” – i grandi criminali sono-fanno i cinici.  
Una rara ricostruzione in America. Non c’è stato finora un ripensamento, né in Gran Bretagna né negli S tati Uniti, sui bombardamenti a tappeto, sul principio della guerra totale. Nemmeno per l’evocazione l’anno scorso dei bombardamenti nucleari – rivissuti dopo 75 anni solo come fatto di cronaca, con nuovi episodi o particolari.

James M. Scott, Black Snow: Curtis Lemay, the Firebombing of Tokyo, and the Road to the Atomic Bomb, Norton, pp. 420 € 17,37

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