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A Milano è sempre resurrezione
Longhi
rifà il “Miracolo a Milano” di De Sica e Zavattini molto diverso da quello
“poetico” originale, ma sulla doppia traccia che De Sica stesso enunciava ai
cronisti che lo avevano scovato sul set milanese – prima quindi del montaggio
del film, della storia come poi si è veduta: “Milano non sa quanta materia di
cinema contenga”. E spiegava: “Di cinema realista e poetico: la sua gente,
voglio dire, e anche il suo paesaggio, eguale e livellato: questo Prato
dell’Ortica, questi treni che passano a ogni minuto, queste baracche
rappezzate, con sullo sfondo i falansteri di cemento, zeppi di
uomini-formiche”. Montandolo come un dramma, più che come la commediola
fiabesca originale. Rimpolpandola come uno storione di Milano quale era e come
è cambiata. Nelle statistiche, più volte aggiornate, nei modi (i personaggi),
nel linguaggio. La Milano com’era e com’è facendo culminare in un sermoncino
della Madunina, scesa dal pinnacolo del Duomo per celebrarla. Celebrare la
città e insieme spronarla, nella lingua che ha dimenticato o trascura, e anche,
nella stessa lingua, per ammonirla.
Il
miracolo di De Sica e Zavattini ripreso a teatro, e molto manipolato da Longhi,
per una doppia celebrazione, dei 75 anni del film e degli ottanta del
“Piccolo”, l’istituzione milanese voluta da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, il
primo teatro stabile d’Italia – oggi forte di ben tre sale, la Grassi e il
Teatro Studio Melato oltre al Teatro Strehler, e di una scuola di recitazione
ambita. Un’operazione riuscita, in cartellone per un mese, a teatro sempre
esaurito.
Sui
due binari indicati da De Sica un altro tipo di spettacolo, che ha più del grand
opéra che della fiaba originale. Il poetico diventa didattico o anche
magico, o stregonesco. Il reale, il mondo piccolo dei senza dimora
marginalizzato, che diventa invece attore e in qualche modo protagonista del
cambiamento – del “miracolo” economico, che la statistica periodicamente
accerta e fa valere in scena. Con molti arricchimenti. Totò il Buono, il santo
miracoloso del film, è rimpolpato dalle fantasie adolescenziali di Peer Gynt,
con Ibsen quindi (Ibsen in esilio volontario a Ischia, libero da nebbie e
ubbie) sovrapposto a De Sica e Zavattini – una performance straordinaria
di Guanciale. Sulla base del didatticismo alla Brecht – “vi spieghiamo cosa
state vedendo”. E con una spruzzata, verbale invece che pittorica, di
milanesità (a opera del linguista Gino Cervi - anche quando si tratta di versi
di Zavattini, tradotti dal luzzarese: è un recupero, Milano ha dimenticato il
dialetto), alla maniera delle figurine di Bruegel il Vecchio, “Proverbi
fiamminghi”. Il film era di caratteri,
il miracolo di Longhi è di cose - con sconfinamenti inevitabili nella
speculazione edilizia, un tormentone (dei cappelli, per la verità
sinonimo meridionale di notabili). Ma nel quadro di una celebrazione
eccezionale della città, ieri e oggi.
Uno
spettacolo ambizioso, con molta storia e affollati cambi di scena, di
personaggi, di situazioni. Con scene, costumi e ritmi alla Brecht, di un teatro
che immediatamente si autodenuncia o autodenuda – la solita bugia del “questa è
realtà, non finzione”. In una spettacolarizzazione alla Ronconi, alla cui
scuola Longhi si ascrive. Per una recitazione tumultuosa e svelta di tre ore
abbondanti. Retta da un cast che non si dà soste, tra cambi di costume, di
ruoli, di età, di dizione, di fisico e di psicologia. Attorno al mattatore Lino
Guanciale, Totò il Buono, un gruppo ristretto e indiavolato, ognuno con
tre-quattro ruoli da rappresentare: Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana
Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. In cima, all’inizio e alla
fine, nel ruolo naturalmente di Lolotte, la fatina della favola, Giulia
Lazzarini, la sola milanese, novantenne. Gli allievi della scuola di teatro
aiutano al “tutto è scena”, che è la verità di Brecht, all’ingresso,
nell’intervallo, e soprattutto in scena, ognuno con cinque-sei cambi di
personaggio e di costume. I costumi-non costumi - non disegnati cioè ma in mock-up,
modelli messi su tentativamente dalle sarte con i materiali disponibili – di Gianluca
Sbicca (“le vestizioni sono 235”) sono parte vivente dello spettacolo.
Con un buonissimo programma di sala (consultabile online
liberamente), ricco di molte foto di scena, e di vari saggi, di Valentina
Fortichiari e altri specialisti di Zavattini e di Milano.
Curiosa
opera di non milanesi, anche qui come nel film, su Milano: Paolo Di Paolo, Lino
Guanciale e Longhi - solo Longhi si può dire, come già Zavattini all’epoca,
milanese d’adozione. Che si fa concludere con una vibrata reprimenda\esortazione
dalla “bela Madunina”, scesa dal cielo del Duomo, “tuta d’ora e piscinina”. Programmata
a coronamento dello sforzo ormai quinquennale di Milano di riappropriarsi del “Miracolo”
di De Sica e Zavattini, all’epoca, 1951, materia di polemiche anche aspre.
Questa volta i milanesi hanno apprezzato, lo spettacolo è andato subito esaurito,
e se ne fanno recite straordinarie.
Claudio Longhi, Miracolo a Milano, Teatro Strehler, Milano
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