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lunedì 30 marzo 2026

La storia è scritta

Tonino Di Matteo era stato colpito e isolato dalla fama di jettatore. Nessuno gli parlò più alla Posta, dove era impiegato, né fuori in paese. In realtà era uno scrittore, a margine dei timbri e degli infiniti moduli in triplice copia scriveva. Era orgoglioso delle sue storie e le raccontava agli amici. In un racconto immaginò che il monte Antico franasse sul paese, la disgrazia si avverò, e il sospetto cominciò a insidiarlo. Tonino s’incupì, volle tenere fede per rivalsa ai pettegolezzi e s’inventò brutte storie, le quali si avverarono, più spesso che non: la bella moglie fedelissima del farmacista che invece agognava il cognato ufficiale dell’esercito, e con lui se ne fuggì, il benefattore usuraio, la fattura che portò alla demenza e alla morte la fattucchiera. Egli stesso finì per considerarsi un menagramo, concordando a considerare la sua attività non come l’intuito del poeta favorito dagli dei, che vede oltre le forme della luce e ode oltre i suoni, ma come un grumo di odio che s’insinua nell’ordine degli altri e lo scompagina. Finché, non avendo più interlocutori a cui raccontare le storie, perdette anche il piacere di scrivere. Passò prima i dieci, poi i venti anni migliori della vita, i più succosi, quelli in cui l’uomo ingravida e prolifica, nell’atonia: la Posta di giorno, la televisione la notte, Natale e Pasqua a pranzo dalla sorella, agosto a Fiuggi.
A Fiuggi, uscendo un giorno dal Palazzo della Fonte, immaginò distrattamente una storia. Non la scrisse, fu un racconto che si raccontò, goloso di ripetizioni e abbelliture, mentalmente ogni pomeriggio mentre lasciava scorrere le ore fra la pennichella e la cena, al caffè, in piazza o al parco delle Terme. E lei si materializzò. La incrociò una volta, due volte, la seguì, l’aspettò. Anche lei l’aspettava, e la prima volta che si parlarono fu come se si riconoscessero. Era espansiva e calorosa, dell’intenso calore dei febbricitanti, che lo accompagna anche ora, a distanza dal rapido incedere del male che la minava e la stroncò.

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