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martedì 31 marzo 2026

Lo smemorato della Passione

“«Si chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine. Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi ricordo»”.
Nei Campi Flegrei, dove soggiornano per ristorare corpo e spirito, un Pilato ormai vecchio e acciaccato lamenta – a colloquio col filosofo epicureo “Elio Lamia”, amico degli anni in Giudea, che il filosofo amava frequentare per le danzatrici del ventre “siriane” - la fine turbolenta di un’onorata carriera. Vittima delle invidie burocratiche. E in specie del proconsole di Siria Vitellio. Lamia è sempre bel ami, Pilato è invece lagnoso. Lungamente. Di Vitellio e, di più, degli ebrei infidi che gli è toccato amministrare. Nella “triste Gerusalemme, dove gli ebrei mi abbeverano di amarezza e disgusto”, cattivi, infidi – “non potendoli governare, bisognerà distruggerli”.
La sinossi dice tutto. Un po’ poco per un racconto che Sciascia voleva “perfetto (uno dei più perfetti che il genere annoveri)”, e ha voluto tradurre personalmente, guarnendolo di una dotta lettura (ripresa nella più recente riedizione francese del racconto). La vicenda, viene da dire, era altrimenti romanzabile. Che non vuole dire nulla, se non che il personaggio in sé è piatto, un primo caso di banalità del male – o del bene in questo caso, procedendo egli al disegno del Signore?
Nemmeno un Pilato protoantisemita regge, non in questo racconto, dove invece l’amico filosofo può ribattere sugli ebrei tutto il contrario: “Io, che vivevo a Gerusalemme, da curioso, e mi mescolavo al popolo, ho potuto scoprire in questi uomini virtù oscure, che ti furono nascoste. Ho conosciuto ebrei pieni di dolcezza, i cui costumi semplici e il cuore fedele mi richiamavano…”, etc. etc..  
Giusto duemila anni fa, nel 26, Ponzio Pilato era nominato prefetto di Giudea. I Vangeli lo renderanno famoso, e a partire dal III secolo, a mano a mano che prendeva corpo il “deicidio” ebraico, è passato nella memoria popolare come un santo suo malgrado (è santo in cattedra per la chiesa etiopica), insieme con la moglie, quella del sogno premonitore. L’indagine di Carlo Nordio lo ridimensiona non poco: un burocrate romano, che applicò la legge romana, in ogni istante della Passione di Cristo:
http://www.antiit.com/2026/03/pilato-il-primo-procuratore-e-giudice.html
 
France pubblicò il racconto nel 1892. Nella raccolta “L’Étui de nacre”. È un primo approccio di A. France alla storia e civiltà romane, critico. Un primo germe nella fermentazione di un percorso progressivo della storia, che vedrà la luce nel 1905 in “Sulla pietra bianca” (tradotto nel 1960 dalla vecchia Bur): una collezione di dialoghi filosofici su razzismo e antisemitismo, storicismo e cristianesimo, nonché sul processo a san Paolo, la durata delle civiltà, la storia come incontro e conflitto, tra potenti e tra popoli, in una prospettiva già umanitaria, da Società delle Nazioni, o Stati Uniti del Mondo.
Anatole France, Il Procuratore della Giudea, Sellerio, pp. 48 € 7

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