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giovedì 2 aprile 2026

L’islam non venne dal nulla

 Un primo tentativo di “fare la storia” del regime iraniano, detto “degli ayatollah”, ossia della legge coranica, nella lettura sciita, del sacrificio come legge e meta. Dagli inizi di Khomeiny alla rivolta contro lo scià, al progressivo indurimento di Khomeiny – specie quando fu sfidato dai militanti integralisti di sinistra, i mujahiddin del popolo: nel 1981 fecero saltare in aria il ministero della Giustizia con il Grande Ayatollah Behesti (persona coltissima) che vi studiava l’adattamento della legge coranica alla vita moderna, e assassinarono il presidente Rajai e il primo ministro Bahonar. La lunga guerra contro la tentata invasione di Saddam Hussein. Il passaggio delle consegne di Khomeiny morente dall’ayatollah Montazeri, costituzionalista, ad Alì Khamenei, uomo di non grande dottrina.
Il resto è quasi cronaca, con le repressioni violente dei movimenti di protesta giovanili, le intromissioni in Iraq, nello Yemen (in guerra non dichiarata contro l’Arabia Saudita) e in Libano, l’inimicizia coltivata di Israele, il programma atomico.
Una rassegna dei fatti limitata all’interno. Che prima o poi necessiterà di una messa in quadro internazionale. Molto resta naturalmente da dire – mezzo secolo, quasi, di storia non è poco. Khomeiny non era nessuno, un oscuro ayatollah di poca scienza (auto)esiliato da Qom a Kerbala, altra città santa dello sciismo, in Iraq - una raccolta delle sue fatwa, i pareri giurisprudenziali in materia di etica e di condotta, pubblicata quando già era al potere, fu letta come opera goliardica di oppositori. Recuperato dalla Cia, e installato in un bosco non lontano da Parigi, supercontrollato dal Deuxième Bureau, il servizio segreto francese. Che organizzò per mesi  incontri quotidiani meridiani dell’ayatollah con i giornalisti e provvedeva, insieme con la Cia, alla registrazione e riproduzione in enormi quantità, in audio e videocassette, dei suoi messaggi, e alla loro diffusione immediata a Teheran, il giorno dopo. Un vero e proprio build-up, un’operazione politico-pubblicitaria organizzatissima, e di facile successo. 
Questa “rivoluzione” fu bizzarramente benedetta da Foucault - nelle vesti di teorico del potere. Quando la Francia s’illudeva di poter “entrare” nel petrolio iraniano, da sempre feudo anglosassone, dapprima inglese poi, dopo la guerra, americano. Khomeiny adottò per i primi anni anche un economista franco-iraniano, Abol Hassan Banisadr, come presidente.
Era il tempo che la politica americana agiva di concerto con l’islam jihadista. È finita come si sa.  Cominciando dal “caldo invito” del presidente americano Carter, con l’invio a Teheran anche del gen. Huyser, non un uomo di primo piano, vice-comandante delle truppe Usa in Germania, ma suo uomo di fiducia, per convincere lo scià ad abbandonare il Paese all’islam. È finita cioè con la fine politica anche di Carter: mandò i marines a liberare (chissà come pensava di poterlo fare) i cinquanta e più americani dell’ambasciata fatti prigionieri dagli “studenti della rivoluzione” (organizzati da un giovane mullah, Mussavì Khoiniha) a Teheran, gli elicotteri con le truppe sceltissime d’assalto si insabbiarono, e Reagan stravinse le presidenziali.
“Dedicato alle ragazze iraniane”, come fanno le autrici, è però limitativo, Come se la democrazia in Iran fosse una questione di velo. Un po’ perché c’è una “donna iraniana”, del tutto autonoma, ma riservata, con una sua mentalità e un modo di essere suo proprio e diverso da quello che si vuole “occidentale”. Un po’ perché il fermento anti-regime è prevalentemente politico, e coinvolge tutti, non solo le donne: contestata è la legge coranica, e il potere assoluto della polizia politica. E d’altra parte il regime c’è, dopo mezzo secolo è incistato anche nell’Iran urbano, il più moderno che si possa pensare. L’ultimo film di Panahi, “Un semplice incidente”, involontariamente lo fa vedere: tre giovani oppositori che hanno scoperto e rapito un torturatore di regime non sanno che farsene. Il regime ha tanta opposizione quanto radicamento - l’Iran non è una repubblica delle banane.  
Greta Privitera-Barbara Stefanelli. Gli ayatollah, “Corriere della sera”, pp. 63, gratuito col giornale

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