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L’islam non venne dal nulla
Un
primo tentativo di “fare la storia” del regime iraniano, detto “degli ayatollah”,
ossia della legge coranica, nella lettura sciita, del sacrificio come legge e
meta. Dagli inizi di Khomeiny alla rivolta contro lo scià, al progressivo
indurimento di Khomeiny – specie quando fu sfidato dai militanti integralisti
di sinistra, i mujahiddin del popolo: nel 1981 fecero saltare in aria il
ministero della Giustizia con il Grande Ayatollah Behesti (persona coltissima)
che vi studiava l’adattamento della legge coranica alla vita moderna, e assassinarono
il presidente Rajai e il primo ministro Bahonar. La lunga guerra contro la tentata
invasione di Saddam Hussein. Il passaggio delle consegne di Khomeiny morente
dall’ayatollah Montazeri, costituzionalista, ad Alì Khamenei, uomo di non
grande dottrina.
Il
resto è quasi cronaca, con le repressioni violente dei movimenti di protesta
giovanili, le intromissioni in Iraq, nello Yemen (in guerra non dichiarata contro
l’Arabia Saudita) e in Libano, l’inimicizia coltivata di Israele, il programma atomico.
Una
rassegna dei fatti limitata all’interno. Che prima o poi necessiterà di una
messa in quadro internazionale. Molto resta naturalmente da dire – mezzo secolo,
quasi, di storia non è poco. Khomeiny non era nessuno, un oscuro ayatollah di
poca scienza (auto)esiliato da Qom a Kerbala, altra città santa dello sciismo, in
Iraq - una raccolta delle sue fatwa, i pareri giurisprudenziali in materia di etica e di condotta, pubblicata quando già era al potere, fu letta come opera goliardica di oppositori. Recuperato dalla Cia, e installato in un bosco non lontano da Parigi, supercontrollato
dal Deuxième Bureau, il servizio segreto francese. Che organizzò per mesi incontri quotidiani meridiani dell’ayatollah con
i giornalisti e provvedeva, insieme con la Cia, alla registrazione e
riproduzione in enormi quantità, in audio e videocassette, dei suoi messaggi, e alla loro diffusione immediata a Teheran, il giorno dopo. Un vero e proprio build-up,
un’operazione politico-pubblicitaria organizzatissima, e di facile
successo.
Questa
“rivoluzione” fu bizzarramente benedetta da Foucault - nelle vesti di teorico
del potere. Quando la Francia s’illudeva di poter “entrare” nel petrolio iraniano,
da sempre feudo anglosassone, dapprima inglese poi, dopo la guerra, americano. Khomeiny
adottò per i primi anni anche un economista franco-iraniano, Abol Hassan
Banisadr, come presidente.
Era
il tempo che la politica americana agiva di concerto con l’islam jihadista. È finita
come si sa. Cominciando dal “caldo
invito” del presidente americano Carter, con l’invio a Teheran anche del gen.
Huyser, non un uomo di primo piano, vice-comandante delle truppe Usa in
Germania, ma suo uomo di fiducia, per convincere lo scià ad abbandonare il Paese
all’islam. È finita cioè con la fine politica anche di Carter: mandò i marines a
liberare (chissà come pensava di poterlo fare) i cinquanta e più americani dell’ambasciata
fatti prigionieri dagli “studenti della rivoluzione” (organizzati da un
giovane mullah, Mussavì Khoiniha) a Teheran, gli elicotteri con le truppe
sceltissime d’assalto si insabbiarono, e Reagan stravinse le presidenziali.
“Dedicato
alle ragazze iraniane”, come fanno le autrici, è però limitativo, Come se la
democrazia in Iran fosse una questione di velo. Un po’ perché c’è una “donna iraniana”,
del tutto autonoma, ma riservata, con una sua mentalità e un modo di essere suo
proprio e diverso da quello che si vuole “occidentale”. Un po’ perché il fermento
anti-regime è prevalentemente politico, e coinvolge tutti, non solo le donne:
contestata è la legge coranica, e il potere assoluto della polizia politica. E
d’altra parte il regime c’è, dopo mezzo secolo è incistato anche nell’Iran
urbano, il più moderno che si possa pensare. L’ultimo film di Panahi, “Un semplice
incidente”, involontariamente lo fa vedere: tre giovani oppositori che hanno
scoperto e rapito un torturatore di regime non sanno che farsene. Il regime ha
tanta opposizione quanto radicamento - l’Iran non è una repubblica delle banane.
Greta
Privitera-Barbara Stefanelli. Gli ayatollah, “Corriere della sera”, pp.
63, gratuito col giornale
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