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giovedì 30 aprile 2026

Israele terra santa degli inglesi

Perché la “Dichiarazione Balfour” il 2 novembre del 1917, l’atto di nascita di Israele? La “dichiarazione”, imprevista e inattesa, in forma di lettera aperta a lord Walter Rothschild, nella qualità di rappresentante della comunità ebraica britannica e di referente del movimento sionista, è una letterina di una dozzina di brevi righe, che impegna il governo britannico, di sua spontanea volontà, a una “patria per il popolo ebraico”, una ‘national home for the Jewish People’. Una “dichiarazione di simpatia con le aspirazioni dell’ebraismo sionista” che Balfour, titolare del Foreign Office col premier Lloyd George, ha presentato e il governo ha approvato. Assortita dall’impegno del governo ad “adoperarsi al meglio per facilitare il raggiungimento di tale obiettivo”.
La letterina si chiudeva con la clausola che “nulla dovrà essere fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche già presenti in Palestina”. Ma la novità era l’impegno preso dal governo britannico col movimento sionista. E per l’obiettivo preciso, del “ritorno” degli ebrei in Palestina, che tagliava le interminabili discussioni tra sionisti, su dove collocare la futura patria.
Poi verrà il nazionalismo “archeologico”, con la parallela cacciata dei palestinesi dalla Palestina, ma nei primi anni 1950, quando lavorò a questa ricostruzione, Barbara Tuchman, giovane studiosa, è incuriosita dalla dichiarazione del futuro lord (conte) Balfour. Bastava forse che si contentasse di rilevare che sia il proponente Balfour che Lord Rothschild erano membri eminenti della eminente massoneria britannica – presieduta tradizionalmente dal duca di Kent, oggi un centenario biscugino del re Carlo. Ma si è divertita a indagare in profondità, avendo scoperto che fin dalla preistoria i futuri inglesi si volevano mediterranei, e anzi mediorientali, se non gerosolimitani – un tempo si sarebbe potuto dire levantini. Dalla preistoria no, naturalmente, ma già da prima che imparassero a scrivere. Una complicata ricostruzione accumulando, fra l’erudito e lo spassoso, di questa passione. Intrecciata nell’ultimissima fase alle vicende del sionismo, come impersonato e gestito dai successori di Theodor Herzl – la lettera di Balfour si chiudeva con un: “Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista”. Per finire con le vicende del “mandato” sulla Palestina, chiesto e ottenuto nei negoziati a fine guerra, nella divisione delle spoglie dell’impero ottomano – anche in base agli accordi anglo-francesi, Sykes (altro personaggio in commedia, compare di Lawrence d’Arabia)-Picot, di cui agli annali diplomatici. E quindi dell’enorme dispendio di risorse nei tre decenni del mandato, tra esodo, controesodo, terrorismo, e vassalli arabi riottosi.
La storiografia successiva accerterà che Balfour recepiva una richiesta congiunta di Sykes, agente britannico presso le nascenti monarchie arabe hashemite (Iraq e Giordania), Lord Rothschild e Chaim Weizmann, il futuro primo presidente di Israele, chimico russo espatriato che lavorava agli esplosivi per l’Ammiragliato britannico, organizzatore e capo di un’organizzazione sionista cosiddetta “liberale”, dopo la morte di Herzl, i Sionisti Generali. A Tuchman sarà anche risparmiata l’ulteriore sorpresa degli evangelici americani, in linea con i padri del Mayflower?, ultimamente fra i più decisi assertori del sionismo integrale – “fuori i palestinesi dalla Palestina”. Ma da subito si pone il problema di come la Bibbia, la “saga” degli inglesi, si combini con l’imperialismo, in Palestina con la dichiarazione Balfour. In esergo il rapporto della Royal Palestine Commission of Inquiry del 1937: “Nessun altro problema del nostro tempo è radicato così profondamente nel passato”. Che sarà il fondamento del sionismo “archeologico”, del “recupero del passato” – ma Tuchman ancora non lo sa.
Si parte dalle origini, un po’ confuse un po’ ridicole, degli inglesi mediterranei, sbarcati nelle isole per bizzarre peregrinazioni. E cristiani prima di ogni altro. “È una curiosa ironia”, può notare la storica nella breve premessa alla prima edizione, 1956, che “gli ebrei hanno recuperato la loro patria (home) in parte per effetto della religione che avevano dato ai Gentili”.
La Palestina, la Terrasanta, nota Tuchman subito, aveva “troppa storia” per poter essere conquistata “distrattamente”, come si voleva che Londra avesse fatto le altre conquiste coloniali: “Era stata un campo di battaglia, di Ebrei e Assiri, Greci e Persiani, Romani e Siriani, Saraceni e Franchi, Turchi ed Europei”. Più sangue “era stato versato per la Palestina che per qualsiasi altro posto della terra”. La premessa finisce in questa chiave, sebbene con l’auspicio che si arrivi alla pace: “Storicamente, l’occupante della Palestina è sempre andato incontro a disastri, a partire dagli stessi ebrei”. Ma la Bibbia è “l’epica nazionale” inglese, come spiegava Thomas Huxley. E il Medio Oriente, se non propriamente la Palestina, il suo progenitore – prima dei Celti: nelle figure di un Bruto e un Gomer, figli rispettivamente di Enea e di Noè. Col sostegno dell’antropologia, nota Tuchman divertita: “I dati accumulati di forme del cranio, colore dei capelli, e frammenti di selci risultano, curiosamente, essere venuti da quella parte del mondo… Il pre-celtico in Gran Bretagna si ritiene essere stato di origine mediterranea, se non propriamente mediorientale”. E le prime storie britanniche (“scritte da britannici, non da romani”) sono su questa falsariga; l’“Epistola” di Gildas, ca 550, un rifacimento della Bibbia in chiave britannica, e due secoli dopo il Venerabile Beda, che le origini pone attorno al mar Nero – Noé, l’Arca. E introduce i Cimbri ("Cymbri, Kimbri, Cimmeri, o un altro di un centinaio di spelling”) come primi abitanti delle isole, venendo da Est. Ma intanto si è consumata e affermata la teoria che il primo cristianesimo è sorto nelle isole britanniche, introdotto da Giuseppe d’Arimatea, passato dal sepolcro di Gesù oltremanica, ben prima che san Paolo approdasse a Roma.  
Le vicende successive, di pellegrinaggi in Terrasanta, spedizioni militari, con le crociate e dopo, e celebrazioni letterarie compongono una narrazione altrettanto gustosa. “L’Inghilterra e la Palestina dall’Età del bronzo a Balfour” è il sottotitolo. 
A fine 600 un Andmnan abate di Iona, uno dei grandi monasteri scozzesi del Nord, versato in latino, scrisse “De Locis Sanctis”, il resoconto di un viaggio in Terrasanta che gli ha fatto un naufrago, un Arculf, un vescovo francese, reduce da un pellegrinaggio lungo nove mesi. Ne nascerà la voga dei pellegrinaggi, lunga alcuni secoli. Una Margery Kempe, nel secolo quindicesimo, sarà “così sopraffatta alla vista (di Gerusalemme, n.d.r.) che «stava per cadere sul sedere»”, secondo un cronista. Un Willibald poi santo, St. Willibald of Essex, “figlio di un certo Richard che vantava il titolo di Re”, di cui non altro non si sa, a diciotto anni persuase la famiglia scettica al pellegrinaggio. Il padre obiettò, ma poi lo seguì. Fino a Lucca, dove morì. A Roma si ammalò il fratello, ma Willibald proseguì, lasciando l’infermo alle cure della sorella – era l’anno 721. Rimarrà in Terrasanta una decina d’anni,  quattro volte a Gerusalemme, protetto dal califfo, e a Tiro, Sidone, Antiochia, Damasco, Costantinopoli e Nicea, “prima di veleggiare infine in direzione Sicilia e Italia, dove si stabilì per un periodo a Monte Cassino, esattamente dieci anni dopo la partenza”.

L’ultimo capitolo sono le avventure di Lawrence d’Arabia e del suo compagno d’avventura Mark Sykes, i “nostri agenti al Cairo”, poliglotti, conversatori, animatori dell’inesistente nazionalismo arabo, a partire dal 1915, presso i principati dell’allora Heggiaz per indurli alla sovversione contro gli ottomani, promettendo regni – promesse poi mantenute in quelli che saranno chiamati Iraq e Giordania. Il primo governatore militare di Gerusalemme, Ronald Storrs, registra i primi ebrei in arrivo “quasi svenire di felicità”, che “si muovono come nella scoperta e lo splendore di un sogno che si avvera”. Ma “quasi dallo stesso momento lo splendore cominciò a svanire e il processo di deterioramento a intrufolarsi, finché non emerse trenta anni più tardi, quando i cacciatorpedinieri britannici tirarono sulla nave chiamata ‘Exodus’ che trasportava rifugiati ebrei alla National Home”.
L’indice dà un’idea della ricchezza e complessità della “lunga storia”: Origini: una favola concordata -- Apostolo dei Britanni: Giuseppe d'Arimatea – “Entro le tue porte, o Gerusalemme”: il movimento dei pellegrini -- Le Crociate -- La Bibbia in inglese -- Avventure dei mercanti nel Levante -- Ai confini della profezia: l’Inghilterra puritana e la speranza di Israele -- Eclissi della Bibbia: il regno del signor Saggio mondano -- La questione orientale: scontro di imperi in Siria -- La visione di Lord Shaftesbury: un Israele anglicano -- La Palestina sulla via dell’impero -- Entrano gli ebrei: “Se non sono per me stesso, chi sarà per me?” -- La corsa verso la Terra Santa -- Avvicinamento: Disraeli, Suez e Cipro -- Le aquile si radunano: il dilemma del Sultano -- Herzl e Chamberlain: la prima offerta territoriale -- Culmine: la Dichiarazione Balfour e il Mandato di Palestina -- Post scriptum: fine della visione.
Un libro non tradotto che è invece di lettura quasi obbligatoria, nella ricerca, l’analisi e la narrazione. Esaustivo cioè, dà l’idea di avere esperito tutte le fonti, equilibrato nella prospezione dei fatti, e di lettura sempre agevole, invitante. L’autrice acclamata dei “I cannoni di agosto” e “La marcia dei folli” è peraltro doppiamente attendibile, benché scettica – ironica per lo più – sul sionismo, sull’archeologia dell’Israele di oggi nella Bibbia. Di prominente famiglia ebraica americana. Il padre, Maurice Wertheim, banchiere, editore della rivista (ora di estrema sinistra) “The Nation”, collezionista d’arte, fondatore di una Theatre Guild, presidente dell’American Jewish Committee. La madre, Alma Morgenthau, figlia di Henry, ambasciatore del presidente Wilson, in guerra e dopo, presso l’Impero Ottomano, sorella di Henry Morgenthau jr., il ministro del Tesoro di F. D. Roosevelt, autore nel 1945 del piano di desertificazione della Germania – non preso in considerazione.
Con una cinquantina di pagine di note bibliografiche. E una ventina abbondante per il solo indice dei nomi.
Barbara Tuchman, Bible and Sword, Macmillan, pp.XIII + 414 pp.vv.

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