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Israele terra santa degli inglesi
Perché la “Dichiarazione
Balfour” il 2 novembre del 1917, l’atto di nascita di Israele? La “dichiarazione”,
imprevista e inattesa, in forma di lettera aperta a lord Walter Rothschild,
nella qualità di rappresentante della comunità ebraica britannica e di
referente del movimento sionista, è una letterina di una dozzina di brevi righe,
che impegna il governo britannico, di sua spontanea volontà, a una “patria per il popolo ebraico”, una ‘national home for the Jewish People’. Una “dichiarazione
di simpatia con le aspirazioni dell’ebraismo sionista” che Balfour, titolare
del Foreign Office col premier Lloyd George, ha presentato e il governo
ha approvato. Assortita dall’impegno del governo ad “adoperarsi al meglio per
facilitare il raggiungimento di tale obiettivo”.
La letterina si chiudeva con
la clausola che “nulla dovrà essere fatto che possa pregiudicare i diritti
civili e religiosi delle comunità non ebraiche già presenti in Palestina”. Ma
la novità era l’impegno preso dal governo britannico col movimento sionista. E
per l’obiettivo preciso, del “ritorno” degli ebrei in Palestina, che tagliava
le interminabili discussioni tra sionisti, su dove collocare la futura patria.
Poi verrà il nazionalismo
“archeologico”, con la parallela cacciata dei palestinesi dalla Palestina, ma
nei primi anni 1950, quando lavorò a questa ricostruzione, Barbara Tuchman,
giovane studiosa, è incuriosita dalla dichiarazione del futuro lord (conte)
Balfour. Bastava forse che si contentasse di rilevare che sia il proponente
Balfour che Lord Rothschild erano membri eminenti della eminente massoneria
britannica – presieduta tradizionalmente dal duca di Kent, oggi un centenario
biscugino del re Carlo. Ma si è divertita a indagare in profondità, avendo scoperto
che fin dalla preistoria i futuri inglesi si volevano mediterranei, e anzi mediorientali,
se non gerosolimitani – un tempo si sarebbe potuto dire levantini. Dalla preistoria
no, naturalmente, ma già da prima che imparassero a scrivere. Una complicata ricostruzione
accumulando, fra l’erudito e lo spassoso, di questa passione. Intrecciata nell’ultimissima
fase alle vicende del sionismo, come impersonato e gestito dai successori di
Theodor Herzl – la lettera di Balfour si chiudeva con un: “Le sarò grato se
vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista”.
Per finire con le vicende del “mandato” sulla Palestina, chiesto e ottenuto nei
negoziati a fine guerra, nella divisione delle spoglie dell’impero ottomano –
anche in base agli accordi anglo-francesi, Sykes (altro personaggio in commedia,
compare di Lawrence d’Arabia)-Picot, di cui agli annali diplomatici. E quindi
dell’enorme dispendio di risorse nei tre decenni del mandato, tra esodo, controesodo,
terrorismo, e vassalli arabi riottosi.
La storiografia
successiva accerterà che Balfour recepiva una richiesta congiunta di Sykes,
agente britannico presso le nascenti monarchie arabe hashemite (Iraq e
Giordania), Lord Rothschild e Chaim Weizmann, il futuro primo presidente di
Israele, chimico russo espatriato che lavorava agli esplosivi per l’Ammiragliato
britannico, organizzatore e capo di un’organizzazione sionista cosiddetta “liberale”,
dopo la morte di Herzl, i Sionisti Generali. A Tuchman sarà anche risparmiata l’ulteriore
sorpresa degli evangelici americani, in linea con i padri del Mayflower?, ultimamente fra i più decisi assertori del
sionismo integrale – “fuori i palestinesi dalla Palestina”. Ma da subito si
pone il problema di come la Bibbia, la “saga” degli inglesi, si combini con
l’imperialismo, in Palestina con la dichiarazione Balfour. In esergo il rapporto
della Royal Palestine Commission of Inquiry del 1937: “Nessun altro problema
del nostro tempo è radicato così profondamente nel passato”. Che sarà il fondamento
del sionismo “archeologico”, del “recupero del passato” – ma Tuchman ancora
non lo sa.
Si parte dalle origini,
un po’ confuse un po’ ridicole, degli inglesi mediterranei, sbarcati nelle isole
per bizzarre peregrinazioni. E cristiani prima di ogni altro. “È una curiosa
ironia”, può notare la storica nella breve premessa alla prima edizione, 1956,
che “gli ebrei hanno recuperato la loro patria (home) in parte per
effetto della religione che avevano dato ai Gentili”.
La Palestina, la Terrasanta,
nota Tuchman subito, aveva “troppa storia” per poter essere conquistata
“distrattamente”, come si voleva che Londra avesse fatto le altre conquiste
coloniali: “Era stata un campo di battaglia, di Ebrei e Assiri, Greci e Persiani,
Romani e Siriani, Saraceni e Franchi, Turchi ed Europei”. Più sangue “era stato
versato per la Palestina che per qualsiasi altro posto della terra”. La premessa
finisce in questa chiave, sebbene con l’auspicio che si arrivi alla pace: “Storicamente,
l’occupante della Palestina è sempre andato incontro a disastri, a partire
dagli stessi ebrei”. Ma la Bibbia è “l’epica nazionale” inglese, come spiegava Thomas
Huxley. E il Medio Oriente, se non propriamente la Palestina, il suo progenitore
– prima dei Celti: nelle figure di un Bruto e un Gomer, figli rispettivamente
di Enea e di Noè. Col sostegno dell’antropologia, nota Tuchman divertita: “I
dati accumulati di forme del cranio, colore dei capelli, e frammenti di selci
risultano, curiosamente, essere venuti da quella parte del mondo… Il
pre-celtico in Gran Bretagna si ritiene essere stato di origine mediterranea,
se non propriamente mediorientale”. E le prime storie britanniche (“scritte da
britannici, non da romani”) sono su questa falsariga; l’“Epistola” di Gildas,
ca 550, un rifacimento della Bibbia in chiave britannica, e due secoli dopo il Venerabile
Beda, che le origini pone attorno al mar Nero – Noé, l’Arca. E introduce i
Cimbri ("Cymbri, Kimbri, Cimmeri, o un altro di un centinaio di spelling”)
come primi abitanti delle isole, venendo da Est. Ma intanto si è consumata e
affermata la teoria che il primo cristianesimo è sorto nelle isole britanniche,
introdotto da Giuseppe d’Arimatea, passato dal sepolcro di Gesù oltremanica, ben
prima che san Paolo approdasse a Roma.
Le vicende successive, di
pellegrinaggi in Terrasanta, spedizioni militari, con le crociate e dopo, e
celebrazioni letterarie compongono una narrazione altrettanto gustosa. “L’Inghilterra
e la Palestina dall’Età del bronzo a Balfour” è il sottotitolo. A fine 600 un Andmnan
abate di Iona, uno dei grandi monasteri scozzesi del Nord, versato in latino,
scrisse “De Locis Sanctis”, il resoconto di un viaggio in Terrasanta che gli ha
fatto un naufrago, un Arculf, un vescovo francese, reduce da un pellegrinaggio lungo
nove mesi. Ne nascerà la voga dei pellegrinaggi, lunga alcuni secoli. Una Margery
Kempe, nel secolo quindicesimo, sarà “così sopraffatta alla vista (di Gerusalemme,
n.d.r.) che «stava per cadere sul sedere»”, secondo un cronista. Un Willibald poi
santo, St. Willibald of Essex, “figlio di un certo Richard che vantava il
titolo di Re”, di cui non altro non si sa, a diciotto anni persuase la famiglia
scettica al pellegrinaggio. Il padre obiettò, ma poi lo seguì. Fino a Lucca, dove
morì. A Roma si ammalò il fratello, ma Willibald proseguì, lasciando l’infermo
alle cure della sorella – era l’anno 721. Rimarrà in Terrasanta una decina d’anni, quattro volte a Gerusalemme, protetto dal califfo, e a Tiro, Sidone, Antiochia,
Damasco, Costantinopoli e Nicea, “prima di veleggiare infine in direzione Sicilia
e Italia, dove si stabilì per un periodo a Monte Cassino, esattamente dieci anni
dopo la partenza”.
L’ultimo
capitolo sono le avventure di Lawrence d’Arabia e del suo compagno d’avventura Mark
Sykes, i “nostri agenti al Cairo”, poliglotti, conversatori, animatori dell’inesistente
nazionalismo arabo, a partire dal 1915, presso i principati dell’allora Heggiaz
per indurli alla sovversione contro gli ottomani, promettendo regni – promesse
poi mantenute in quelli che saranno chiamati Iraq e Giordania. Il primo governatore militare
di Gerusalemme, Ronald Storrs, registra i primi ebrei in arrivo “quasi svenire di
felicità”, che “si muovono come nella scoperta e lo splendore di un sogno che
si avvera”. Ma “quasi dallo stesso momento lo splendore cominciò a svanire e il
processo di deterioramento a intrufolarsi, finché non emerse trenta anni più
tardi, quando i cacciatorpedinieri britannici tirarono sulla nave chiamata ‘Exodus’
che trasportava rifugiati ebrei alla National Home”.
L’indice dà un’idea della
ricchezza e complessità della “lunga storia”: Origini: una favola concordata --
Apostolo dei Britanni: Giuseppe d'Arimatea – “Entro le tue porte, o Gerusalemme”:
il movimento dei pellegrini -- Le Crociate -- La Bibbia in inglese -- Avventure
dei mercanti nel Levante -- Ai confini della profezia: l’Inghilterra puritana e
la speranza di Israele -- Eclissi della Bibbia: il regno del signor Saggio
mondano -- La questione orientale: scontro di imperi in Siria -- La visione di
Lord Shaftesbury: un Israele anglicano -- La Palestina sulla via dell’impero --
Entrano gli ebrei: “Se non sono per me stesso, chi sarà per me?” -- La corsa
verso la Terra Santa -- Avvicinamento: Disraeli, Suez e Cipro -- Le aquile si
radunano: il dilemma del Sultano -- Herzl e Chamberlain: la prima offerta
territoriale -- Culmine: la Dichiarazione Balfour e il Mandato di Palestina --
Post scriptum: fine della visione.
Un libro non tradotto che
è invece di lettura quasi obbligatoria, nella ricerca, l’analisi e la
narrazione. Esaustivo cioè, dà l’idea di avere esperito tutte le fonti, equilibrato
nella prospezione dei fatti, e di lettura sempre agevole, invitante. L’autrice
acclamata dei “I cannoni di agosto” e “La marcia dei folli” è peraltro doppiamente
attendibile, benché scettica – ironica per lo più – sul sionismo, sull’archeologia
dell’Israele di oggi nella Bibbia. Di prominente famiglia ebraica americana. Il
padre, Maurice Wertheim, banchiere, editore della rivista (ora di estrema
sinistra) “The Nation”, collezionista d’arte, fondatore di una Theatre Guild, presidente
dell’American Jewish Committee. La madre, Alma Morgenthau, figlia di Henry,
ambasciatore del presidente Wilson, in guerra e dopo, presso l’Impero Ottomano,
sorella di Henry Morgenthau jr., il ministro del Tesoro di F. D. Roosevelt, autore
nel 1945 del piano di desertificazione della Germania – non preso in
considerazione.
Con una cinquantina di pagine
di note bibliografiche. E una ventina abbondante per il solo indice dei nomi.
Barbara Tuchman,
Bible and Sword, Macmillan, pp.XIII + 414 pp.vv.
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