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Le petromonarchie hanno paura, degli Usa
All’improvviso, dopo i sorrisi e i miliardi per il progetto trumpiano
della Riviera Gaza, le cose sono diventate difficili per le petromonarchie del
Golfo. L’uscita degli Emirati dall’Opec è l’ultimo segno di un nervosismo
diffuso. Che parte dal bombardamento israeliano di Doha, la capitale del Qatar,
il 9 settembre (alla ricerca dell’esponente di Hamas che negoziava la tregua proposta
dagli Stati Uniti). Una settimana dopo l’Arabia Saudita concludeva, e annunciava solennemente, un’alleanza militare con il Pakistan, comprensiva della
protezione nucleare.
Poi sono arrivati i missili iraniani. Dopo l’attacco di Stati Uniti e
Israele all’Iran che ha portato alla chiusura di Hormuz, e cioè al blocco delle
loro esportazioni, di petrolio e di gas – solo l’Arabia Saudita ha uno sbocco
sul Mediterraneo (attraverso Israele).
Le petromonarchie non si sentono più protette dagli accordi sottoscritti.
Non dagli accordi di Abramo con Israele. Non dagli accordi militari con gli
Stati Uniti - per la concessione agli Stati Uniti delle basi di appoggio per il
Medio Oriente e l’oceano Indiano.
Un effetto non previsto della guerra all’Iran? È questa ipotesi, più che
i bombardamenti, che fa paura alle petromonarchie: la loro rrilevanza per l’alleato a cui si erano affidate.
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