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giovedì 30 aprile 2026

La legge di Tuchman e il giornalismo che non c’è

Cinque e sei pagine, secondo giorno, per Nicole Minetti, se veramente ha un figlio adottivo bisognoso di cure, se effettivamente ce l’ha in adozione - tutto perché un giornale lo mette in dubbio, e Mattarella lo ha seguito (Mattarella è il presidente della Repubblica…). Quattro su Sempio, se non è l’assassino di Garlasco. Otto, fra cronaca nazionale e cronaca romana, sul tema: “L’ebreo spara agli antifascisti” (sic, titolo del “Corriere della sera”). Con gli strilli dell’Anpi, impiegati del catasto nelle cui mani è caduta la memoria della Resistenza - per “un ebreo” che non ha sparato agli antifascisti, ha fatto semmai un gesto d’irrisione, ironico (a veri antifascisti?).
L’unica informazione è buttarla sullo scandalo. Se non c’è scandalo non c’è giornalismo. E lo scandalo “si crea” – la ricetta dei giornali anglo-americani cosiddetti “popolari” o tabloid, che vivono di mercimonio.
Si potrebbe dire che questa è l’Italia, un Paese del gossip - più la sparo e meglio mi sento. Ma, poi, i giornali nessuno quasi li compra più: le balordaggini ognuno se le legge, e se le scrive, liberamente in rete. Però, è vero che senza opinione pubblica, anche leggera ma responsabile e intelligente, non c’è futuro: un Paese che non ragiona dove va?
Il modello social non è una novità. Alla storica Tuchman si fa risalire una “legge di Tuchman” che lo sanciva più di mezzo secolo fa: “The fact of being reported multiplies the apparent extent of any deplorable development by five to tenfold” -
il fatto di essere riportato moltiplica la portata apparente di qualsiasi evento deplorevole da cinque a dieci volte”. Lo scandalismo paga. Ma chi, se i giornali non li cerca più nessuno?


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