Cerca nel blog

mercoledì 6 maggio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (632)

Giuseppe Leuzzi
 
 “Semplice”, dice Piero Nava, di Sesto San Giovanni alle porte di Milano, direttore commerciale di una società lombarda, che in Sicilia assiste a un assassinio – del giudice Livatino - e chiama la Polizia, cui descrive gli assassini. Ha dovuto vivere poi, sono ormai 36 anni, com moglie e figli, in modalità “protetta”: “Non ho nessun rimpianto e neanche orgoglio”, spiega a Ilaria Sacchettoni su “La Lettura”, “in fondo io non potevo fare altro che quello che ho fatto”.
Perché a una considerazione così non sarebbe potuto giungere un siciliano? Per mancanza di coraggio? Ma Nava non è da cappa e spada. Non lo avrebbe fatto perché non si fida dell’apparato repressivo. Lo Stato non è affidabile al Sud.
 
Il Sud è “l’Italia più Italia” per Pasolini, e una scoperta, ancora nel 1957. Nel testo “Il treno di Casarsa” (ora in “Album Pasolini”), sulle prime esperienze di viaggio in treno. Dopo “il rapido della decisione più importante della mia vita, quello che nel ’49, in una specie di fuga, sotto la coltre di neve che copriva tutto il Friuli, ha portato a Roma me e mia madre…”: “I treni che mi hanno portato nell’Italia più Italia, che io completamente ignoravo: a Brindisi, nel Gargano, a Napoli, a Crotone, a Palermo…”.

Il partito Democratico non ha votato “Roma Capitale”, lo statuto speciale – con fondi annessi - per la città, come da costituzione. Non ha detto il perché. Ma si sa che non ha votato la legge per la pressione milanese. Del sindaco di Milano Sala, l’uomo di destra, di Letizia Moratti, che ora ambisce al vertice Pd – segreteria o premiership. La Lega ha votato la legge, i Pd no: è così forte il leghismo a Milano che ha infettato anche la sinistra.

 

Ci sono i topi, e c’è la peste, sulla nave crociera di lusso olandese nel Sud Atlantico. Ma è tema di rispettose cronache – rispettosa verso la nave, gli armatori. Se la nave fosse stata italiana in Olanda cosa se ne sarebbe scritto?
Il Nord è infetto?
 
Milano o cara
Romano polemicamente di elezione – una delle tante scie di Gadda sulle quali si era messo? – Arbasino in realtà è stato romano quanto milanese, dapprima nei felici vent’anni e poi, da fine secolo, più Milanese che romano – anche se in via Gianturco a Piazza del Popolo mantenne tutto il trovarobato e gli oggetti d’arte. A Milan dedica più passi dell’ “Autocronologia”, mentre non cita mai Roma, di eventi o pratiche familiari o felici. Nel 1986, rimemorando Goffredo Parise in morte, così celebrava Milano dei vent’anni: “Nel palazzetto milanese Bompiani-Bregoli i vicini carissimi, qualche piano più sopra, erano Ottiero e Silvana Ottieri in continuo movimento fra i «divini mondani» e gli uffici di «zio Valentino» e il salotto risorgimentale-engagé della mamma Cederna (la famosa Donna Ersilia, nursery inflessibile di intelligenze spiritose «alla Camilla» e alla Franca Valeri, davanti a Brera”.
La riscrittura, che praticava di programma, come metodo di scrittura (molti saggi e racconti riscrisse, e più volte il voluminoso “Fratelli d’Italia”), la vuole lombarda, a p.141: “Per le riscritture e le incompiute, le autorizzazioni vengono da Manzoni e da Gadda”.  
Tre pagine ha sulla Milano dei suoi anni giovanili, nel lungo post-dopoguerra, della ricostruzione, da levare il respiro, per i nomi e le opere dei tanti eventi culturali, ai Pomeriggi musicali, alla Scala, al Teatro Nuovo e negli altri tanti, nelle gallerie d’arte e nell’editoria. Nella “Milano pre-boom”, dice, ma soprattutto pre-Lega.
La cesura è netta tra le produzioni della Scala, tutte “sfarzoze, grandiose, eccellenti, colossali” già dall’immediato dopoguerra, 1947-1948, quindi malgrado le distruzioni, fino agli ani 1970. Cioè fino al leghismo. Poi più niente – nessun entusiasmo, anche se Arbasino aveva (ri)preso casa a Milano, e ci passava anche molto tempo.
Può anche prospettare sempre viva la tradizione lombarda, incidentalmente - a proposito del suo stesso “post-gaddismo schizofrenico e proliferante e frammentario” (p. 125): “le tensioni duali dell’animo lombardo fra Illuminismo e Romanticismo, fra Positivismo e Scapigliatura”.
 
Se il Sud paga più Irpef e il Nord meno
L’Agenzia delle Entrate sembra confermare che da alcuni anni l’economia va al Sud meglio che al Centro-Nord. Sembra, perché è possibile che il miglioramento dell’Irpef al Sud, sui cui il raffronto delle Entrate si basa, sia dovuto all’emersione di parte del reddito in nero, che tradizionalmente fa buona parte dell’economia nelle regioni meridionali.
Tra le dieci regioni che che più hanno incrementato le dichiarazioni di reddito medio nel decennio 2015-2024 figurano il Trentino-Alto Adige, le Marche, l’Umbria, e le regioni meridionali – escluse Campania e Sardegna (che però vengono in tredicesima e quattordicesima posizione). Nell’Alto Adige il reddito medio dichiarato si è incrementato del 29 per cento, nel Trentin del 28, nelle Marche del 27,2, in Umbria del 26,6, come in Sicilia e in Puglia, la Basilicata registra un + 28,7, poco meno, 28,5, il Molise, 28,3 l’Abruzzo, 27,9 la Calabria.
Più marcato è il “sorpasso” nella graduatoria delle province. Solo due del Centro-Nord tra le prime dieci, Verona e Venezia. Solo quattro (Ascoli e Macerata in aggiunta) fra le prime venti.
Più produttivo il recupero fiscale in aree a vario titolo più disagiate, Enna, Crotone, Agrigento, Trapani, Vibo Valentia.  
Comunque: “Fra il 2015 e il 2024 si registrano incrementi nelle dichiarazioni dei redditi inferiori alla media nazionale in Liguria e in Lombardia, nelle province di Genova e Imperia, e in quelle di Como e Varese”.
 
La battaglia di Seminara
Prende il nome di Seminara la battaglia che nel 1504 decise il passaggio definitivo del Sud, Sicilia compresa, sotto gli spagnoli. Essendovi stati sconfitti i francesi, e quindi le loro pretese dinastiche sul Sud, che il predatorio Carlo VIII qualche anno prima aveva rigenerato. Con la famosa luttuosa discesa in Italia, avviata proprio per rivendicare il possesso del Sud Italia. Lungo la linea più che bicentenaria che risaliva agli Angiò, quelli dei Vespri Siciliani. Che non erano riusciti a sloggiarli, ma contro di loro avevano chiamato gli Aragonesi. Dopo due secoli abbondanti di alterne vicende, il Sud resta in mano spagnola nel 1503, con la vittoria nella battaglia di Seminara.
Organizzata dal castello aragonese di Gerace, la battaglia vide gli aragonesi, poi spagnoli (col matrimonio di Carlo I d’Asburgo, poi Carlo V), impegnati in un’ultima e decisiva battaglia. Con accorgimenti mediati da una prima battaglia di Seminara, il 28 giugno 1495, che li aveva visti perdenti – contro i francesi di Carlo VIII. Nel 1503, il 21 aprile, due mesi dopo la “disfida di Barletta” fra i tredici cavalieri italiani e i tredici francesi, il futuro del Sud si giocò nella campagna tra Seminara e Gioia Tauro, sul vasto letto semiasciutto del Petrace, sempre dagli aragonesi, poi spagnoli, contro i francesi di Luigi XII, anche lui sceso in Italia con la stessa pretesa di Carlo VIII al Meridione. I francesi furono sconfitti, e il Regno di Napoli fu Spagnolo a pieno titolo, dal 1503 al 1735 – quando i Borbone di Napoli si autonomizzarono.
Seminara è nelle cronache storiche per molti aspetti. I monasteri basiliani, di monaci greci, che tramandarono molti classici – e fornirono gli insegnanti di greco a Petrarca e Boccaccio, Barlaam e Leonzio Pilato. Il “trionfo” organizzato per Carlo V già imperatore nel 1535, di ritorno dalla vittoriosa spedizione in Tunisia. La signoria degli Spinelli, i banchieri genovesi cui il re di Napoli nel Seicento, come spiega Braudel, non fu in grado di restituire altrimenti gli ingenti debiti accesi – poi dei Grimaldi, i banchieri genovesi ora signori di Monaco-Montecarlo (che tuttora annoverano Seminara tra i loro titoli storici di possesso). Qualche faida. Le terracotte espressioniste, coloratissime. E la battaglia. Ora è ora un borgo di poco più di duemila abitanti, ancora attivo in campo culturale ma in difficoltà a mantenere anche la produzione delle ceramiche.
 
Non si dorme tranquilli, in Italia
“È la prima volta, dopo quattordici anni”, Curzio Malaparte annota in apertura del suo “Journal d’un étranger à Paris”, il diario che ha voluto redigere in francese, nel 1947 (qui nella traduzione Adelphi), “dopo il 1933, che dormo senza problemi, senza angoscia, di un sonno giovane e libero. È la prima volta, in quattordici anni, che dormo in Francia. Amo l’Italia, amo il mio paese, difenderò sempre gli italiani, prenderò sempre le loro parti, pur sapendo che hanno torto. È in virtù del fatto che non tradirò mai il mio paese, che posso dire la verità sul mio paese. L’Italia è un miserabile paese di schiavi. Un paese di uomini sempre esposti, giorno e notte, alle peggiori violenze della polizia, della magistratura, della delazione. Che sia Giolitti, Mussolini o De Gasperi, lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia. Che importa se l’italiano è, individualmente, un uomo libero? Dentro di sé può pensare quello che vuole, se non teme la delazione. Può darsi tutte le arie che vuole: in realtà è schiavo, sia dello Stato sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni,  non posso dormire tranquillo in nessuna parte, in Italia”.

leuzzi@antiit.eu

Nessun commento: