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lunedì 4 maggio 2026

Letture - 612

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Adorno – Hannah Arendt lo odiava. Nel 1930, quando l’allora marito di Hannah, Günther Stern 
(poi “Anders”), doveva andare in cattedra a Francoforte, Adorno lo impedì – “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice”, del “National Geographic Storica”, p. 49: “Günther non ottenne il posto a causa  dell’ostilità che suscitò in alcuni membri della ‘Scuola di Francoforte’, soprattutto nel già potente e molto influente Theodor W. Adorno, una delle poche persone del suo periodo tedesco che Arendt si rifiutò di frequentare nell’esilio americano. Di lui, ogni volta che qualcuno lo nominava, diceva semplicemente con enfasi: «Quello in casa mia non entra!»”. 

Con Adorno Arendt ebbe tuttavia un incontro in America, da lei postulato, per via dei manoscritti che Walter Benjamin le aveva confidato, tra essi “Sul concetto di storia”, chiedendole di farli avere ad Adorno. Adorno la ricevette nella sede newyorchese della Scuola con supponenza e la congedò rapidamente. Facendole sapere poi dalla segreteria della Scuola che alcune pagine del fascicolo che aveva lasciato erano “scomparse” – il testo originale fu composto dalle copie che Benjamin aveva fatto pervenire a Scholem a Gerusalemme e a Bataille a Parigi. I due entreranno poi in competizione  con l’analisi dell’imperialismo. Entrambi usciti nel 1951, Arendt con un grande successo, di critica e di pubblico - i tre volumi avendo completato due anni prima, nell’autunno del1949.

 
America – “Alla Columbia tenni un corso”, ricorda Arbasino nella sua “Autocronologia”, nel 1980, “tra i ‘Promessi sposi’ e il ‘Pasticciaccio’ (e molta Scapigliatura). Con vero gusto (malgrado la carenza di «libido docendi») perché gli studenti che avevano pagato si comportavano da clienti esigenti sui Dossi e Lucini e Gozzano e Verga che ordinavano à la carte. E scrivevano ottimi ‘papers’. Sapevano rovistare Apuleio dietro Pinocchio, i nonni immigrati sotto ‘I Malavoglia’, la Signorina Felicita in fondo al kitsch di Warhol”.
Nulla di quanto immaginabile in una università italiana. Solo perché non si paga?
 
Dante – La “Divina Commedia” è “l’epicedio del feudalesimo”, il suo canto funebre - Amadeo Bordiga, “Dialogato con Stalin”, 1953.
 
Football – “Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato”, P.P.Pasolini, cit. in “Album Pasolini”, p. 88 (a cura di Graziella Chiarcossi).
 
Fratelli d’Italia – È stato scelto da Giorgia Meloni (da Crosetto? da La Russa?) dal work in progress di Arbasino, che lo iscrisse per tre o quattro volte in un quarantennio? Da nemico (“Un Paese senza”, 1980, “di un’istituzione molto caratteristica – la Conversazione Politica”, la politica come chiacchiera.
 
Heidegger – Dalla “tipica cavalleria dei tedeschi del sud” – in “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”, p.35): dopo il primo scambio di battute con H.Arendt all’uscita da un seminario i due si salutano “e il maestro, con la tipica galanteria dei tedeschi del sud, un po’ all’antica, abbozzò un baciamano e la saluto con un gnädiges Fräulein («gentile signorina») molto formale”.
 
Intellettuali – “The chattering classes” per Hannah Arendt “negli anni newyorchesi” (“Hannah Arendt. Una lucida pensatrice”, “National Geographic Storica”, p.52.
 
Italian dressing – Il condimento a base di olio d’oliva e aceto, che ha grande mercato in America. Il “Washington Post” ci ha fatto sopra un’inchiesta, poiché parecchie produzioni sono adulterate, lunga tredici minuti all’ascolto.
 
Lollio - Lollio, l’amico di Orazio, è quello che non varca il fiume, aspetta che l’acqua smetta di scorrere.            
 
Longhi – “Il più grande stilista del Novecento italiano, insieme a Gadda”, A. Arbasino, “Autocronologia”, 44 segg., “ma anche il massimo ‘farceur’, paragonabile a Federico Zeri. Longhi amava il cabaret e i couplets (pubblicò addirittura le prime stesure di ‘Amate sponde!’), e sgomentava i discepoli più noiosi citando Mina o imitando i vecchi gangster dei film di John Houston, e i più saputi academici balbuzienti. Accanto alla severa consorte Anna Banti («Basta con le sensibleries à la Virginia Woolf»). Artigianalmente, elegantemente, in villeggiatura, l’illustre coppia preparava numeri di «Paragone-Letteratura» con testi di Gadda e Contini e Magnani e Bigongiari e Bo e Bassani accanto ai virgulti: Pasolini, Volponi, Tentori, Citati, Zola, Wilcock»”.
 
Rosa Luxemburg – “La Luxemburg era un’ebrea polacca che era riuscita a ritagliarsi uno spazio tra i socialisti tedeschi, di origine nobiliare e sprezzanti verso gli Ostjuden, gli ebrei dell’Est” – “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”, p. 21).
 
Carlo Alberto Pasolini
– “Per anni puntuale e sollecito, anche se ombroso, segretario del figlio”, Graziella Chiarcossi, “La vita”, cronologia in appendice a “Album Pasolini”, Oscar Mondadori. Il padre di Pier Paolo, colonnello di fanteria in congedo, dopo la guerra di Libia e le due guerre mondiali, muore nel 1958, di 66 anni.
 
Quarto platano – S’intende di Forte dei Marmi, al caffe (allora) Roma: “Sotto un certo celebrato quarto platano sedeva per l’aperitivo per vari mesi un vero cenacolo in calzoncini «casual»
e «baschetti» e golfini. Con tre presenze fisse: il pittore Carrà, lo scrittore Pea, e il critico De Robertis. E un presidio parmigiano fondamentale: Pietrino Bianchi…. e Attilio Bertolucci”, oltre al nume Roberto Longhi con Anna Banti, l’innominato Montale e altri villeggianti: “Lì si arrivava in lambretta, cortesemente accolti ai tavoli per un drink con una bella e sfortunata e sempre rimpianta ragazza: Rosanna Tofanelli, figlia del direttore di «Tempo», Arturo, da riaccompagnare a casa (la villa Malaparte) entro le nove, senza fermarsi alla Capannina”.
 
Sacco di Roma – “I lanzichenecchi hanno distrutto i reliquiari, fuso l’argento e l’oro, stuprato, ammazzato. Furono violentate anche le suore. Morì un terzo della popolazione, trentamila persone, forse più. Una devastazione che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari. Provocata da un esercito cristiano… Una storia diversa da quella raccontata dagli storici, secondo cui si voleva punire la Chiesa corrotta. In realtà gli invasori erano dei morti di fame. L’imperatore Carlo V voleva mettere le mani sull’Italia per pura avidità. Già nel 1526 (un anno prima del “Sacco”, n.d.r.) aveva commissionato a Pompeo Colonna la prima devastazione di Roma. Colonna tentò anche di assassinare il papa. Ed era un 20 settembre, data fatale” - Antonio Forcellino, che pubblica una nuova ricerca storica, “Roma. Il sacco del 1527”, sul “Corriere della sera”: “Si firma la tregua. Clemente è convinto sia tutto risolto. Disarma Roma. Ma Carlo V e il viceré di Napoli Lannoy avevano già deciso di saccheggiare la città”. Con l’aiuto dei principi  italiani: “Il marchese di Mantova Federico II lascia passare i lanzichenecchi e blocca le truppe di Giovanni dalle Bande Nere, l’unico coraggioso che combatteva in difesa del papa. Il duca di Ferrara Alfonso I d’Este fornisce ai tedeschi i falconetti, pezzi d’artiglieria in grado di perforare qualsiasi armatura. Giovanni è ferito da uno di questi falconetti. E muore nel palazzo del marchese di Mantova. Assistito dall’uomo che l’aveva tradito…. Francesco della Rovere era una canaglia. E anche Isabella d’Este, la madre del marchese di Mantova, tradisce. Fa la ricettatrice, compra i tesori rubati dai tedeschi a Roma. Media per i riscatti. Il figlio, oltre ad aiutare i lanzichenecchi, manda le ostriche a Frundsberg, il loro comandante”.

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