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Il capitalismo familiare non è per tutti, anzi per nessuno
Ritorna con i tanti figli Del Vecchio la questione del capitalismo familiare,
ereditario. Che è un controsenso in termini, confondendo capitale – che è
mercato, relazioni, intuizioni - e proprietà. Se gli eredi, senza attitudini e
meriti dimostrati, di conoscenza e di capacità, debbano gestire imprese
complicate e\o colossali. La risposta è già nota dalle indagini che in Germania
sono state fatte sul “Mittelstand”, le piccole e medie imprese: la
famiglia può funzionare, in genere per una generazione, anche due, ma per
aziende monoprodotto, e a condizione di averne conoscenza aggiornata, della
produzione e del mercato, non di più. E su mercati di nicchia, a concorrenza
non affollata né insidiosa. In altre condizioni i capitali fanno meglio.
In Italia il caso per eccellenza del
capitalismo familiare testimonia che ogni altro esito non è possibile. La Fiat
ha funzionato col Nonno, il fondatore, uomo di finanza, e di appoggi politici,
poi con Valletta, dg e ad per oltre trent’anni (meglio non spiegare come), poi con
l’Avvocato, fino a quando, anni1980, si è avvalso di ingegneri esperti – e cioè
fino al 1987, quando nominò Ghidella ad e poi lo licenziò perché dava ombra a
Romiti, inattaccabile filo con Roma dell’Avvocato. Subito poi la Fiat ha
cominciato a riempire i piazzali. Con Umberto le cose peggiorarono vistosamente
– sbarcò negi Stati Uniti con macchine che si arrugginivano. L’Avvocato si cautelò
con un accordo di vendita alla General Motors. Un paio di manager, a
scartamento ridotto (poco spazio e poco tempo) non migliorarono le cose. Poi il
contabile svizzero della Famiglia, Marchionne, che doveva provvedere alla liquidazione,
rovesciò la prospettiva: si portò compratore, in America (dove riuscì perfino a
farsi pagare da General Motors la cancellazione del memorandum di acquisto) con
la Jeep-Chrylser, e in Germania con la Opel, rigenerò vecchi marchi e modelli,
la Nuova Panda (i sindacati a Pomigliano gli fecero le guerra, ma persero), e
la Cinquecento, anche Lounge, in dieci e più allestimenti, fece della Jeep una vettura
da città, creò un’offerta, semplice, e sicuramente non si sarebbe venduto a Peugeot,
non per niente. La storia di John Elkann, nipote e erede dell’Avvocato, è tutta nell’altro senso: liquidazione della Fiat,
ora marchio residuale, gestione incapace di ogni altro asset – che non
sia finanziario, se sono veri i numeri di Exxor: la Ferrari, il gruppo Gedi (“la
Repubblica”), “La Stampa”, la Juventus.
Angelo Moratti, 63 anni, e Carlo
Pesenti, idem, hanno fatto fortuna, ma investendo l’eredità in attività diverse,
consone alle loro capacità o ai loro interessi – vendendo l’uno il petrolio e l’altro
i cementi a chi sapeva trattarli. Il figlio di Giuseppe Rotelli, l’uomo che fu a
lungo uomo di paglia di Giovanni Bazoli nella proprietà del “Corriere della
sera”, nel mentre che con Intasa, la banca di Bazoli, si creava il lucroso monopolio
della sanità in Lombardia, preferisce fare il rapper, in Francia – si sente
più “portato”.
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