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Cronache dell’altro mondo – petrolifere (403)
La chiusura di Hormuz ha impennato la domanda di prodotti petroliferi in
America, da Europa e Asia. Ogni settimana, secondo una trionfale Energy
Information Agency americana, oltre 8 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati
(un milione e centomila tonnellate) partono oltremare, con un aumento del 20-25
per cento rispetto all’anno scorso. A prezzi maggiorati, dato il rincaro del greggio.
Con questo trend - scontando cioè quotazioni del greggio superiori ai 100 dollari per buona parte del 2026) - il comparto petrolifero potrebbe fatturare nell’anno
60 miliardi di dollari in più del previsto - del normale flusso di cassa.
Prima della guerra l’industria petrolifera era in difficoltà negli Stati
Uniti, per margini di utile insufficienti a finanziare gli investimenti in “ricerca
e sviluppo”, ora in aree e tipologie di produzione (scisti bituminosi) più
marginali e a costi elevati. Nel bilancio di previsione da lui imposto al Congresso
per il 2026 Trump aveva stanziato incentivi pubblici e contributi alla ricerca
di fonti di energia fossili per 50 miliardi.
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