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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (638)
Giuseppe Leuzzi
Solo la cucina salva dall’odio-di-sé
Eugenio
Barba è un teatrante di gran nome, nato in Italia, da cui si è allontanato da
giovane (ma di buon nome anche in Italia, in qualità di allievo di Jerzy
Grotowski, e con le lontane esperienze dell’Odin Teatret), professando da
Holstebrō in Danimarca sull’Europa continentale. Ripescato ormai novantenne dal
“Venerdì di Repubblica” in una profusa intervista, non ha nostalgia né ricordi,
giusto un “sono nato a Gallipoli”. Non è una posa e non è un fatto isolato, il
fenomeno universale delle “radiici” non attecchisce al Sud. Dove invece prevale
il rifuto, l’odio-di-sé, un secolo (1930) fa teorizzato da Theodor Lessing per
il mondo ebraico, in chiave e in epoca di assimilazione – ripreso vent’anni fa,
nel 2004 (“England and the Need for Nations”), da Roger Scruton (filosofo
dichiaratamente “conservatore”) come “oicofobia”, o “esigenza di denigrare i
costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”.
L’origine insomma come patologia. Non necessariamente, ma in chi ne soffre come
di una dimuzione o una tara. Come un incidente, più nocivo che ripugnante, ma
insomma una palla al piede.
Il
contrario, la ricerca e il culto delle radici, resiste nelle Americhe, Australia compresa,
tra gli emigrati per bisogno, anche perché è un fatto “culturale” - la memoria delle
radici è storia, che ha un valore forte in mondi senza storia, e per di più la
storia dell’Italia e anche del Sud si vuole gloriosa, dalla Magna Gtrecia in
poi. Non tocca chi è emigrato per rifiuto.
La
questione delle “radici” è complessa. Simone Weil, che l’ha affrontata per
prima, nel 1943, poco prima di morire, “L’Enracinement” (tradotto come “La
prima radice”), ne ha fatto l’anamnesi ma non ne ha prospettato un assetto critico – in
termini di validità, bisogno, necessità, o rifiuto. Trent’anni dopo, nel 1976,
il romanzo “Radici” ha reso il tema popolare - in A merica e quindi nel mondo:
“la saga di una famiglia americana” recitava il sottotitolo, di una famiglia
afroamericana, opera dello scrittore afroamericano Alex Haley. Suscitando un
sorta di generale corsa alle origini degli ameriani, tutti in vario modo
immigrati – e quindi nel mondo, una rivisitazione e una rivalutazione. Per gli
italiani emigrati curiosamente solo di un tipo – a parte la rivendicazione della
storia e del patrimonio artistico: la cucina. Tolta la quale c’è piuttosto
riserbo, se non rifiuto – l’odio-di-sé si pratica, non si professa, è come uan
vergogna, di qualcosa che non si esibisce.
Valga per l’Italia il caso di Stanley Tucci, l’attore americano di
tanti film famosi ora cuoco professionale a Londra, nel bestseller di qualche
anno fa, “Cio vuole gusto. La mia vita attraverso il cibo”: l’abitudime materna
a cucinare due volte al giorno per il padre e i figli, di una donna peraltro
attiva fuori casa, laureata, segretaria di redazione di una rivista, scrittrice
di culinaria, si è scoperto in età a considerare un linguaggio potente d’immedesimazione.
Allargato nella fattispecie alla cuginanza di Cittanova, in Calabria, che la
madre ha voluto far conoscere alla sua famiglia americana, e che ha sedotto il
ragazzo Stanley, che ne ha memoria viva
dopo molti anni, dei luoghi, dei visi, dei modi, delle cose fatte e viste.
Nello stesso giornale del recupero di Barba, nel numero successivo, la
rubrichista Annalisa Cuzzorea, nata a Reggio Calabria, apprezza della collega
Concita De Gregorio, “La cura”, il racconto di una grave malattia, soprattutto
la memoria gastronomica: quando “la madre vuole prendere il treno, trasferirsi
da lei, andarle a cucinare le crocchette di baccalà, convinta che le faranno tornare
l’appetito”, e quindi la salute. Per poi ricordare: “D’incanto, ho rivisto la padella
con cui mia nonna cucinava il mio cibo preferito, la frittata di patate….Non
era un tipo affettuoso, la nonna, parlava cucinando, però”
C’è chi si
svilppa e chi no – la questione meridionale
Capita
di passare lunghi periodi l’anno in provincia di Massa a contatto con la
provincia di Lucca. Stessa geografia, stesso clima, stesse attività o
vocazioni, terziarie, ma due mondi separati e distinti, benché limitrofi, e nei
secoli non sempre divisi. Neanche amministrativamente. Sono anche due mondi basicamente
“democristiani”, perché votano, e perché pensano “bianco”. Ma all’opposto, per
capacità di gestione, progettazione, creazione di ricchezza – di “visione “.
Attenta e fruttuosa in ogni ganglio la lucchesia, trascurata e in definitiva
poveristica, se non per il necessario riferimento al popolo, ai bisogni, alla resistenza,
etc., per coprire l’inettitudine o il menefreghismo, la provincia massese.
All’interno della quale peraltro sarebbe da rilevare una differenza enorme tra
Massa comune e il comune adiacente di Montignoso, che di un canale abbandonato,
il Cinquale, ha fatto in pochissimi anni una miniera – ma meglio semplificare,
non perdere il filo.
Due
province limitrofe, stessa Regione, stessa cultura politica, due destini diversi
e come opposti, lo sviluppo da una parte, razionale, brillante, costante. Fino alla
ricchezza, curata, rinnovata. Dall’altra, con gli stessi presupposti, geografici,
naturali, poloiticii, la rassegnazione e come un’implosione.
Succede
anche al Sud. Fra la Calabria, p.es., regione ricca di risorse, che non sa o non
si cura di valorizzare, e la Basilicata, che al cofronto non ne ha ma si
industria di fare fruttare il poco al meglio – se non altro con un’intelligente
promozione-presentazione, o politica d’immagine.
È
il mistero del ritardo persistente del Sud. Non più scusabile ora, a fronte dei
passi da gigante delle regioni più povere d’Europa in pochi anni dacchè sono entrate
nell’Unione Europea. Dove si preferisce emigrare piuttosto che costruire. Lo
sviluppo è più un fatto di mentalità, di volontà di fare e di saper fare, che
di risorse – sono poveri in Africa il Katanga e la Namibia, i territori più ricchi
al mondo di minerali ricchi e preziosi.
Lamentarsi fa
bene - la questione settentrionale
Vent’anni
fa il “Corriere della sera” discuteva la “questione settentrionale”. Il
leghismo legando alle vecchie rimostranze lombardo-venete – nei confronti del
nuovo Stato italiano come già sotto il dominio austriaco. Lo ricorda oggi lo
stesso quotidiano nel reprint del 10 luglio 2006, con la vittoria dell’Italia
ai Mondiali di calcio, della sere di ristampe con cui celebra i suoi 150 anni.
Il
dibattito era stato sollevato, vent’anni fa, domenica 2 luglio 2006, da Galli
della Loggia, che ne faceva “un’istanza reale”, allora e centociqnuant’anni prima,
ma mal rappresentata politicamente, col leghismo – in chiave isolazionsita,
punitiva, vendicativa, revanscista, egoista.
Su
questa analsi il “Corriere della sera” aveva aperto un dibattito, facendo
intervenire ogni giorno della settimana una personalità o uno studioso: Magris,
Galasso, il presidente della Regione Veneto
Galan, lo storico salentino Gianni Donno, e il giurista Guido Rossi.
Secondo quest’ultimo, all’epoca avvocato d’affari, Milano eVenezia si lamentano
sempre di chi li governa, di Roma come già di Vienna.
Sul
numero ristampato lo storico Roberto Chiarini, contemporaneista senza paraocchi
(“Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra”, “Storia
dell’antipolitica dall’unità a oggi”) già cattedratico alla Statale milanese,
critico del “pochi ma buoni”, la mitogafia esclusivista della Resistenza,
illustra una chiave nuova, l’andirivieni del leghsimo collegando alle
oscillazioni politiche del mondo cattolico. Chiarini parte lamentando che la
questione è impostata male dalla Lega e dagli oppositori della Lega. Ma subito
poi registra, “già nel momento della formazione
dello Stato e della nazione la presenza di un forte sentimento di
«orgoglio del Nord», un impasto irrisolto di più ingredienti, di denuncia della
sperequazione fiscale, cne condanna «la Lombardia a pagare per tutti», di
equiparazione di Roma a «centro dei parassiti di ogni risma», di esaltazione di
Milano quale esempiol del«fare da sé», di predilezione per «l’Italia che
lavora»”.
La
divaricazione politica fu evitata nel primo mezzo scolo di vita unitaria, del “non
possumus” legittimista vaticano, gli ambienti cattolici, prevalenti nel
Lombardo-Veneto, confluendo con le nascenti borghesie nel fai-da-te, fuori dalla
politica – “la frattura confessionale da un lato e il respiro universalista delle
idelogie dominanti”, liberale e socialista. Il fascismo impose il “vincolo
superiore, unitario e centralistico”. Con la Repubblica la “questione settentrionale”
viene posta con virulenza. Anche se bisognerà “aspettare la crisi dei partiti
di governo. E specificamente della Democrazia cristiana, perhé il mondo cattolico
si ritrovi, per così dire, politicamente orfano. Lo scontento finisce per
riattivare gli antichi (e mai sopiti) pregiudizi dell’anti-politica, dell’anti-statalismo
e dell’anti-centralismo. Si apre allora, nella storia d’Italia,con un ritardo
di oltre un secolo, rispetto alla nascita dello Stato Unitari centralistico, la partita….”.
Cronache della differenza: Milano
“Qui
le donne percuotono l’incudine e lavorano con il maglio e la vanga”. Nel 1787
Thomas Jefferson, padre della patria americano, futuro terzo presidente,
ambasciatore a Parigi, ospite in pimavera di
Francesco Dal Verme, giovane conte volontario cinque anni prima nella
guerra per l’indipendenza, fa questa osservazione “nei suoi quasi sconosciuti
appunti di viaggio”, che Marzio G.Mian recupera in parte sul “Corriere della
sera-Milano”. La fa “tornando ai dintorni di Milano” dalle sue cacce ai luoghi,
prodotti (soprattutto agricoli, riso, formaggi,vini) e metodi che annota in
dettaglio, da riproporre in America.
Sempre
più al vento degli affari, sempre volatile tra le Borse europee: i titoli
salgono e scendono come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5-6 e
perfino dell’8 per cento. Per un fatto tecnico, la scarsità del flottante – che
non è colpa di Milano, è la debolezza del sistema Paese, fatto di piccole e
micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto la ricchezza di Milano: in questo
tipo di mercato basta un minimo di accortezza per motiplicare il denaro. Milano
è ricca di poco?
“La Lettura” di fine maggio dedica molto
spazio a Milano, la città che “non c’è più”. A San Siro, lo stadio che non si
sa se abbattere o riqualificare. E alla città come la vivono due suoi scrittori
- due “giallisti”: Gian Andrea Cerone e Alessandro Robecchi. Cerone, nel libro
in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco
Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un
ospedale lituano”.
Cerone lamenta difficoltà anche
nell’ambientazione. Al punto che non ha
trovato di meglio che riiunire i personaggi attorno a “una comunità di lavoro:
a Milano si lavora sempre”.
Robecchi non ci si ritrova: “Dal ponte di
corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
Si
lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento
(l’impoverimento) del ceto medio, operaio, impegatizio, professionale. Ma nel
“canone di autori milanesi” mettono
Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturamente Scerbanenco, Buzzati e anche
Umberto Saba. E non Gadda e Arbasino, che di quel ceto medio individuarono per
tempo le debolezze: perché scelsero d vivere a Roma?
Da
molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche per la
Scala, a parte la finta passerella di celebrità
della “prima” stagionale alla Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione –
progetti, passione: alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73
anni, “ho poche energie”, che 39 anni è sbarcato in Europa come direttore
musicale, ma all’Opéra di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche
delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe
niente, dissecca.
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno
affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli
apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che ha
concluso con lui una lunga serie di reportages
su Milano oggi. Dacché il malessere? Il leghismo è un virus, che non risparmia
i leghisti.
“Milano città
che sale, lo diciamo da inizio 900, città delle opportunità, dei grandi eventi,
poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla
sicurezza sfilacciata”, così “7” sintetizza la serie di articoli su Milano.
Veramente la “sicurezza” a Milano è sempre sfilacciata”, dai poveracci di
“Miracolo a Milano” agli hooligans, quando la città cominciò a sentirsi
inglese, ai terroristi – e molto prima agli squadristi. Ma forse è una
percezione - è sempre “dagli all’untore”.
Le baby gang imperversano, fanno
anche morti. Lasciate alla Polizia. Mentre sono un fenomeno sociale, di ragazzi
lasciati a se stessi. Il milanese non ha tempo e non ha voglia di occuparsene.
A difetto di Polizia, la colpa è della scuola. La realtà è un disturbo a
Milano.
Lunedì il.milanese Bpm si
compra Mps con Mediobanca e Generali. Martedì se li ricompra Intesa. Era un po’ da ridere in effetti l’assalto di
Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di Milano, che è monetario e
finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca, la ricchezza dei
milanesi? Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
“La stanza proibita nella
Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde,
catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50 mq, affitatto a
ore nel cuore della città. In condominio. Forse qalcuno si domanda il motivo
del viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia,
sono affari.
“La città è molto cambiata.
Il ceto medio di centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città –se scientificamente
o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinstra radical chic”.
Lo dice La Russa, il presidente già missino del Senato, ma è la verità. Un
tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è
diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora è senz’anima, se non l’immobiliare. A prova di
Procura.
Non si fanno statistiche né
indagini sociologiche, ma ha il record da qualche anno delle violenze
giovanili, in rapporto agli abitanti e in assoluto: sutpri, assalti,assassinii.
Non sempre di giovani figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non
studia rimedi. Né c’è un ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative
– Gadda e Arbasino non satrebbero chi irridere. Il sindaco Sala rappresenta
solo se stesso. E gli immobiliaristi dei grattacieli, costruiti come
“ristrutturazioni” di garage.
Rocchi-Gravina-Inter è un fatto: le consultazioni erano
la prassi. Naturalmente non si dimostrerà nulla. L’Inter ne ha passate indenne
anche di molto peggiori. Anzi, fu l’accusatrice principe nel 2006 contro la
Juventus, tramite il suo fedelissimo consigliere Guido Rossi, eletto presidente
della Figc. Roba di pessimo gusto, ma non a Milano. Milano ha sempre ragione, che
ci toglie anche il calcio, ci prova.
È la
diocesi più grande d’Europa. Con cinque milioni di battezzati. Ma non ha - non ha più, dopo il cadinale Martini, che a
un certo punto si ritirò in Terrasanta – si è scristianizzata?
Ha anche molte chiese, alcune suggestive, storiche ,
architettoniche, ma non c’entra mai nessuno – sono deserte a tutte le ore.
leuzzi@antiit.eu
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