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mercoledì 8 luglio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (638)

Giuseppe Leuzzi


Solo la cucina salva dall’odio-di-sé
Eugenio Barba è un teatrante di gran nome, nato in Italia, da cui si è allontanato da giovane (ma di buon nome anche in Italia, in qualità di allievo di Jerzy Grotowski, e con le lontane esperienze dell’Odin Teatret), professando da Holstebrō in Danimarca sull’Europa continentale. Ripescato ormai novantenne dal “Venerdì di Repubblica” in una profusa intervista, non ha nostalgia né ricordi, giusto un “sono nato a Gallipoli”. Non è una posa e non è un fatto isolato, il fenomeno universale delle “radiici” non attecchisce al Sud. Dove invece prevale il rifuto, l’odio-di-sé, un secolo (1930) fa teorizzato da Theodor Lessing per il mondo ebraico, in chiave e in epoca di assimilazione – ripreso vent’anni fa, nel 2004 (“England and the Need for Nations”), da Roger Scruton (filosofo dichiaratamente “conservatore”) come “oicofobia”, o “esigenza di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”. L’origine insomma come patologia. Non necessariamente, ma in chi ne soffre come di una dimuzione o una tara. Come un incidente, più nocivo che ripugnante, ma insomma una palla al piede.
Il contrario, la ricerca e il culto delle radici,  resiste nelle Americhe, Australia compresa, tra gli emigrati per bisogno, anche perché è un fatto “culturale” - la memoria delle radici è storia, che ha un valore forte in mondi senza storia, e per di più la storia dell’Italia e anche del Sud si vuole gloriosa, dalla Magna Gtrecia in poi. Non tocca chi è emigrato per rifiuto.
La questione delle “radici” è complessa. Simone Weil, che l’ha affrontata per prima, nel 1943, poco prima di morire, “L’Enracinement” (tradotto come “La prima radice”), ne ha fatto l’anamnesi ma non  ne ha prospettato un assetto critico – in termini di validità, bisogno, necessità, o rifiuto. Trent’anni dopo, nel 1976, il romanzo “Radici” ha reso il tema popolare - in A merica e quindi nel mondo: “la saga di una famiglia americana” recitava il sottotitolo, di una famiglia afroamericana, opera dello scrittore afroamericano Alex Haley. Suscitando un sorta di generale corsa alle origini degli ameriani, tutti in vario modo immigrati – e quindi nel mondo, una rivisitazione e una rivalutazione. Per gli italiani emigrati curiosamente solo di un tipo – a parte la rivendicazione della storia e del patrimonio artistico: la cucina. Tolta la quale c’è piuttosto riserbo, se non rifiuto – l’odio-di-sé si pratica, non si professa, è come uan vergogna, di qualcosa che non si esibisce.
Valga per l’Italia il caso di Stanley Tucci, l’attore americano di tanti film famosi ora cuoco professionale a Londra, nel bestseller di qualche anno fa, “Cio vuole gusto. La mia vita attraverso il cibo”: l’abitudime materna a cucinare due volte al giorno per il padre e i figli, di una donna peraltro attiva fuori casa, laureata, segretaria di redazione di una rivista, scrittrice di culinaria, si è scoperto in età a considerare un linguaggio potente d’immedesimazione. Allargato nella fattispecie alla cuginanza di Cittanova, in Calabria, che la madre ha voluto far conoscere alla sua famiglia americana, e che ha sedotto il ragazzo Stanley, che ne ha  memoria viva dopo molti anni, dei luoghi, dei visi, dei modi, delle cose fatte e viste.  
Nello stesso giornale del recupero di Barba, nel numero successivo, la rubrichista Annalisa Cuzzorea, nata a Reggio Calabria, apprezza della collega Concita De Gregorio, “La cura”, il racconto di una grave malattia, soprattutto la memoria gastronomica: quando “la madre vuole prendere il treno, trasferirsi da lei, andarle a cucinare le crocchette di baccalà, convinta che le faranno tornare l’appetito”, e quindi la salute. Per poi ricordare: “D’incanto, ho rivisto la padella con cui mia nonna cucinava il mio cibo preferito, la frittata di patate….Non era un tipo affettuoso, la nonna, parlava cucinando, però”
  
C’è chi si svilppa e chi no – la questione meridionale
Capita di passare lunghi periodi l’anno in provincia di Massa a contatto con la provincia di Lucca. Stessa geografia, stesso clima, stesse attività o vocazioni, terziarie, ma due mondi separati e distinti, benché limitrofi, e nei secoli non sempre divisi. Neanche amministrativamente. Sono anche due mondi basicamente “democristiani”, perché votano, e perché pensano “bianco”. Ma all’opposto, per capacità di gestione, progettazione, creazione di ricchezza – di “visione “. Attenta e fruttuosa in ogni ganglio la lucchesia, trascurata e in definitiva poveristica, se non per il necessario riferimento al popolo, ai bisogni, alla resistenza, etc., per coprire l’inettitudine o il menefreghismo, la provincia massese. All’interno della quale peraltro sarebbe da rilevare una differenza enorme tra Massa comune e il comune adiacente di Montignoso, che di un canale abbandonato, il Cinquale, ha fatto in pochissimi anni una miniera – ma meglio semplificare, non perdere il filo. 
Due province limitrofe, stessa Regione, stessa cultura politica, due destini diversi e come opposti, lo sviluppo da una parte, razionale, brillante, costante. Fino alla ricchezza, curata, rinnovata. Dall’altra, con gli stessi presupposti, geografici, naturali, poloiticii, la rassegnazione e come un’implosione.
Succede anche al Sud. Fra la Calabria, p.es., regione ricca di risorse, che non sa o non si cura di valorizzare, e la Basilicata, che al cofronto non ne ha ma si industria di fare fruttare il poco al meglio – se non altro con un’intelligente promozione-presentazione, o politica d’immagine.
È il mistero del ritardo persistente del Sud. Non più scusabile ora, a fronte dei passi da gigante delle regioni più povere d’Europa in pochi anni dacchè sono entrate nell’Unione Europea. Dove si preferisce emigrare piuttosto che costruire. Lo sviluppo è più un fatto di mentalità, di volontà di fare e di saper fare, che di risorse – sono poveri in Africa il Katanga e la Namibia, i territori più ricchi al mondo di minerali ricchi e preziosi.
 
Lamentarsi fa bene - la questione settentrionale
Vent’anni fa il “Corriere della sera” discuteva la “questione settentrionale”. Il leghismo legando alle vecchie rimostranze lombardo-venete – nei confronti del nuovo Stato italiano come già sotto il dominio austriaco. Lo ricorda oggi lo stesso quotidiano nel reprint del 10 luglio 2006, con la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio, della sere di ristampe con cui celebra i suoi 150 anni.
Il dibattito era stato sollevato, vent’anni fa, domenica 2 luglio 2006, da Galli della Loggia, che ne faceva “un’istanza reale”, allora e centociqnuant’anni prima, ma mal rappresentata politicamente, col leghismo – in chiave isolazionsita, punitiva, vendicativa, revanscista, egoista.
Su questa analsi il “Corriere della sera” aveva aperto un dibattito, facendo intervenire ogni giorno della settimana una personalità o uno studioso: Magris, Galasso, il presidente della Regione Veneto  Galan, lo storico salentino Gianni Donno, e il giurista Guido Rossi. Secondo quest’ultimo, all’epoca avvocato d’affari, Milano eVenezia si lamentano sempre di chi li governa, di Roma come già di Vienna.
Sul numero ristampato lo storico Roberto Chiarini, contemporaneista senza paraocchi (“Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra”, “Storia dell’antipolitica dall’unità a oggi”) già cattedratico alla Statale milanese, critico del “pochi ma buoni”, la mitogafia esclusivista della Resistenza, illustra una chiave nuova, l’andirivieni del leghsimo collegando alle oscillazioni politiche del mondo cattolico. Chiarini parte lamentando che la questione è impostata male dalla Lega e dagli oppositori della Lega. Ma subito poi registra, “già nel momento della formazione  dello Stato e della nazione la presenza di un forte sentimento di «orgoglio del Nord», un impasto irrisolto di più ingredienti, di denuncia della sperequazione fiscale, cne condanna «la Lombardia a pagare per tutti», di equiparazione di Roma a «centro dei parassiti di ogni risma», di esaltazione di Milano quale esempiol del«fare da sé», di predilezione per «l’Italia che lavora»”.
La divaricazione politica fu evitata nel primo mezzo scolo di vita unitaria, del “non possumus” legittimista vaticano, gli ambienti cattolici, prevalenti nel Lombardo-Veneto, confluendo con le nascenti borghesie nel fai-da-te, fuori dalla politica – “la frattura confessionale da un lato e il respiro universalista delle idelogie dominanti”, liberale e socialista. Il fascismo impose il “vincolo superiore, unitario e centralistico”. Con la Repubblica la “questione settentrionale” viene posta con virulenza. Anche se bisognerà “aspettare la crisi dei partiti di governo. E specificamente della Democrazia cristiana, perhé il mondo cattolico si ritrovi, per così dire, politicamente orfano. Lo scontento finisce per riattivare gli antichi (e mai sopiti) pregiudizi dell’anti-politica, dell’anti-statalismo e dell’anti-centralismo. Si apre allora, nella storia d’Italia,con un ritardo di oltre un secolo, rispetto alla nascita dello Stato Unitari  centralistico, la partita….”.
 
Cronache della differenza: Milano
“Qui le donne percuotono l’incudine e lavorano con il maglio e la vanga”. Nel 1787 Thomas Jefferson, padre della patria americano, futuro terzo presidente, ambasciatore a Parigi, ospite in pimavera di  Francesco Dal Verme, giovane conte volontario cinque anni prima nella guerra per l’indipendenza, fa questa osservazione “nei suoi quasi sconosciuti appunti di viaggio”, che Marzio G.Mian recupera in parte sul “Corriere della sera-Milano”. La fa “tornando ai dintorni di Milano” dalle sue cacce ai luoghi, prodotti (soprattutto agricoli, riso, formaggi,vini) e metodi che annota in dettaglio, da riproporre in America.
 
Sempre più al vento degli affari, sempre volatile tra le Borse europee: i titoli salgono e scendono come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5-6 e perfino dell’8 per cento. Per un fatto tecnico, la scarsità del flottante – che non è colpa di Milano, è la debolezza del sistema Paese, fatto di piccole e micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto la ricchezza di Milano: in questo tipo di mercato basta un minimo di accortezza per motiplicare il denaro. Milano è ricca di poco?
 
“La Lettura” di fine maggio dedica molto spazio a Milano, la città che “non c’è più”. A San Siro, lo stadio che non si sa se abbattere o riqualificare. E alla città come la vivono due suoi scrittori - due “giallisti”: Gian Andrea Cerone e Alessandro Robecchi. Cerone, nel libro in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un ospedale lituano”.
 
Cerone lamenta difficoltà anche nell’ambientazione.  Al punto che non ha trovato di meglio che riiunire i personaggi attorno a “una comunità di lavoro: a Milano si lavora sempre”.
Robecchi non ci si ritrova: “Dal ponte di corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
 
Si lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento (l’impoverimento) del ceto medio, operaio, impegatizio, professionale. Ma nel “canone di autori  milanesi” mettono Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturamente Scerbanenco, Buzzati e anche Umberto Saba. E non Gadda e Arbasino, che di quel ceto medio individuarono per tempo le debolezze: perché scelsero d vivere a Roma?
 
Da molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche per la Scala, a parte la  finta passerella di celebrità della “prima” stagionale alla Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione – progetti, passione: alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73 anni, “ho poche energie”, che 39 anni è sbarcato in Europa come direttore musicale, ma all’Opéra di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe niente, dissecca.
 
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che ha concluso con lui una lunga serie di reportages su Milano oggi. Dacché il malessere? Il leghismo è un virus, che non risparmia i leghisti.
 
“Milano città che sale, lo diciamo da inizio 900, città delle opportunità, dei grandi eventi, poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla sicurezza sfilacciata”, così “7” sintetizza la serie di articoli su Milano. Veramente la “sicurezza” a Milano è sempre sfilacciata”, dai poveracci di “Miracolo a Milano” agli hooligans, quando la città cominciò a sentirsi inglese, ai terroristi – e molto prima agli squadristi. Ma forse è una percezione - è sempre “dagli all’untore”.
 
Le baby gang imperversano, fanno anche morti. Lasciate alla Polizia. Mentre sono un fenomeno sociale, di ragazzi lasciati a se stessi. Il milanese non ha tempo e non ha voglia di occuparsene. A difetto di Polizia, la colpa è della scuola. La realtà è un disturbo a Milano.
 
Lunedì il.milanese Bpm si compra Mps con Mediobanca e Generali. Martedì se li ricompra Intesa.  Era un po’ da ridere in effetti l’assalto di Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di Milano, che è monetario e finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca, la ricchezza dei milanesi? Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
 
“La stanza proibita nella Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde, catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50 mq, affitatto a ore nel cuore della città. In condominio. Forse qalcuno si domanda il motivo del viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia, sono affari.
 
“La città è molto cambiata. Il ceto medio di centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città –se scientificamente o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinstra radical chic”. Lo dice La Russa, il presidente già missino del Senato, ma è la verità. Un tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora è  senz’anima, se non l’immobiliare. A prova di Procura.
 
Non si fanno statistiche né indagini sociologiche, ma ha il record da qualche anno delle violenze giovanili, in rapporto agli abitanti e in assoluto: sutpri, assalti,assassinii. Non sempre di giovani figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non studia rimedi. Né c’è un ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative – Gadda e Arbasino non satrebbero chi irridere. Il sindaco Sala rappresenta solo se stesso. E gli immobiliaristi dei grattacieli, costruiti come “ristrutturazioni” di garage.   
 
Rocchi-Gravina-Inter è un fatto: le consultazioni erano la prassi. Naturalmente non si dimostrerà nulla. L’Inter ne ha passate indenne anche di molto peggiori. Anzi, fu l’accusatrice principe nel 2006 contro la Juventus, tramite il suo fedelissimo consigliere Guido Rossi, eletto presidente della Figc. Roba di pessimo gusto, ma non a Milano. Milano ha sempre ragione, che ci toglie anche il calcio, ci prova.

È la diocesi più grande d’Europa. Con cinque milioni di battezzati. Ma non ha  - non ha più, dopo il cadinale Martini, che a un certo punto si ritirò in Terrasanta – si è scristianizzata?
Ha anche molte chiese, alcune suggestive, storiche , architettoniche, ma non c’entra mai nessuno – sono deserte a tutte le ore.

leuzzi@antiit.eu

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