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giovedì 19 marzo 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (239)

Giuseppe Leuzzi

Lunedì 7 la Banca centrale europea ha avviato il piano di allentamento dei vincoli sul debito dei paesi euro, tra essi l’Italia, che ritardano l’uscita dalla profonda depressione economica. Giovedì 11 Jens Weidmann, presidente della Bundesbank tedesca, e Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese, hanno chiesto di fermare il programma Bce per evitare di surriscaldare l’economia – come succede quando c’è “troppo” crescita. Senza crescita. E senza nessun deterrente tecnico, giusto per riaffermare un vantaggio competitivo dei loro paesi – anche sa viaggiano a un punto, un punto e mezzo percentuale, un crescita irrisoria – rispetto ad altri paesi, tra i quali in primo luogo l’Italia. C’è sempre  un Nord più a Nord degli atri, sinonimo di presunzione e avarizia.

“L’autostrada Salerno-Reggio Calabria sembra regredire. Il tutto dopo 50 anni di lavori e miliardi di euro spesi. Non sarebbe meglio, vista l’impervietà della zona e le infiltrazioni criminali, sospenderne il completamento?” È la lettera di un lettore – anche se firmata “Ardengo Alebardi” - che Sergio Romano sceglie di pubblicare sul “Corriere della sera”.
Non è vero niente, l’autostrada non regredisce, ma il “Corriere della sera” lo dice. Non è istigazione a delinquere? Magari di stampo mafioso?

La Corte dei Conti denuncia una catena di mala burocrazia a Nord. Ma la cosa non fa notizia.
Non c’è nessuno specialista della “casta” per il Nord, sono tutti, in abbondanza, per il Sud. Si mangia meglio al Sud?

Si suicida l’ex giudice di Palmi Giancarlo Giusti, dopo essere stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Davanti al gip, scrive Cesare Giuzzi sul “Corriere della sera”, tre anni fa si era discolpato così: “Dopo sere stato cacciato di casa sono andato in depressione. Mi sono aggrappato a questa persona solare, sveglia. Con lui mi sentivo rinato”.
Bisogna calcolare anche il mariticidio, nella crisi della famiglia e dell’Italia.
E la mafia? La “persona solare, sveglia” del giudice Giusti era Giulio Lampada, che viene processato da qualche anno come capomafia delle macchinette mangiasoldi. Cosa è mancato a Lampada per fare l’imprenditore onesto? I capitali? L’origine?

Le leggi e i costumi non valgono nulla, sostiene Machiavelli, senza la paura. Ma si può sostenere il contrario, che la paura rende irrilevanti leggi e costumanze.
Per “senza la paura” Machiavelli intendeva “senza la violenza” della legge, l’imperio. Il problema nasce quando la violenza dell’illegalità sorpassa quella delle legge: se bisogna avere più paura dei Carabinieri o dei mafiosi.

Il cardinale Ravasi dà molto credito alla mafiosità religiosa. Dei mafiosi che pregano santa Rosalia, e della chiesa, lascia capire, “concorrente esterna”. Un lasciar capire che si direbbe mafioso. Tanto più che il cardinale lo dice in sintonia con Prestipino e Sciacchitano, teorici del “Dio mafioso”, nonché col virtuoso Pignatone, per i quali solo la mafia esiste. Non che non ci dormano la notte.
Un cardinale che non sa che la chiesa, in tutte le sue forme, dalla vita in parrocchia ai piccoli e grandi appalti e alla vita associativa, è sicuramente la più estranea al Sud al fenomeno mafioso? Alla mentalità, oltre che alle insorgenze. Bisogna che ci ricrediamo sull’intelligenza della chiesa stessa. Millenaria come si sa, non per questo saggia.

Non s’incontrano più discariche abusive, nel napoletano e casertano, e nelle Calabria reggina, ma tentativi personali e familiari sì, a ogni passo. Meglio, a ogni rivo, ogni prato, anche solo a una piazzola. “In questo luogo per lungo tempo”, osserva Knut Hamsun nel 1948 (“Per i sentieri dove cresce l’erba”, p. 16), passeggiando in un bosco di periferia davanti a una forra, “la gente è venuta a gettare pietrisco, pattume, stracci e rifiuti di ogni genere”. Dunque, il fenomeno è universale. Solo che la Norvegia è diventata un giardino ordinato: basta poi fare pulizia, e far rispettare i regolamenti. Oppure mandare il netturbino a ritirare i sacchi. Anche una volta al mese.

A Serra San Bruno – Serra San Bruno è nelle Serre, giustamente, non nell’Aspromonte, nella Calabria reggina, ma tanto per fare un esempio -  trent’anni fa, prima che i cistercensi chiudessero l’abbazia alle visite, nell’area picnic sotto la pineta, molto frequentata, i rifiuti venivano coscienziosamente raccolti nei sacchetti blu, e legati ai rami bassi dei pini. Per evitare che cani e gatti li spargessero intorno. Ma attirando sciami di mosche e di vespe, al punto da rendere l’area inutilizzabile. Sarebbe bastato che il sindaco mandasse il pomeriggio un netturbino a ritirare i sacchetti. A volte basta poco.

Il Sud si racconta
“La Calabria di allora era identica a tutti gli altri Sud del Mediterraneo, terre calde coltivate a frumento, tabacco, mais, olivi alti come querce, giardini di aranci e di bergamotti, pergole di zibibbo e di malvasia”: Scalfar ricorda generosamente, in “L’amore, la sfida, il destino”, il sesto e ultimo volume della sua personalissima autobiografia,  l’anno e mezzo che dalla liberazione di Roma passò in Calabria, con i suoi, a casa dei nonni paterni. Un Sud che estende da Creta e Corinto a Sibari, Locri, Siracusa, e fino a Ceuta e Melilla. Ma di quel Sud gli è rimasto impresso soprattutto il desiderio, e quasi la necessità, di raccontare. Di raccontarsi – rappresentarsi.
“Mi accorsi ben presto che il raccontare rappresentava per gli abitanti di quei luoghi  il modo principale se non addirittura esclusivo di rappresentare se stessi e la vita che dentro gli scorreva”. Tutti raccontiamo, “ma nelle contrade del meridione il racconto si identifica con la vita stessa; la propria e quella dei personaggi ricordati fluisce senza interruzione”. Arricchita dalla gestualità, “che non è accompagnamento ma sostanza dei fatti e delle posture”. Sottolineati dalle tonalità e la scansione.
Il Sud si pensa e si esprime tangenzialmente, obliquamente, ma anche sinceramente: nei più riposti recessi.

Il romanzo “non c’è più”, argomenta Scalfari ancora in “L’amore, la sfida, il destino”, “perché non c’è niente di corale da raccontare e il romanzo è una forma corale di racconto”. Che non ci sia più è un dato di fatto. Ma non che non ci sia niente di corale da raccontare. Al contrario, oggi ne saremmo pieni, di cose da raccontare, ma non si vuole che si raccontino. Si dice: il mercato non gradisce. Ma il mercato non gradisce perché lo si indirizza altrove – il mercato è marcato, a vista, segnato, seguito, in ogni suo minima piega.
È tuttavia vero che non c’è interesse. Non c’è più curiosità. Sarà stato l’effetto peggiore del leghismo, del particolarismo sciovinista: la chiusura in un piccolo astioso “particulare”, la famiglia, il paese, al più la città, la regione. In chiave sempre polemica, di esclusione di ogni altro. Se non per gli affari, quelli non si rifiutano, ma senza interesse. Padovani e trevigiani hanno fatto e fanno molti affari – l’immobiliare è l’affare per eccellenza, rapido e senza rischio: vendere a cento quello che si è appena comprato a dieci - a Rocca Imperiale, o Trebisacce, Amendolara, San Nicola Arcella, ma non sanno esattamente dove sono, e non se ne curano.

leuzzi@antiit.eu

Primo Levi renitente alla Resistenza

Paolo Spriano dirà di avere deciso di andare in montagna per aver assistito  nella piazza di Brusson alla partenza di Primo Levi in catene. Ma l’esperienza partigiana di Levi in valle d’Aosta era stata brevissima e casuale. Irrilevante, se non per un brutto fatto: l’esecuzione di due giovanissimi compagni, di diciotto e diciassette anni, “al modo sovietico”, colpiti cioè all’improvviso alla schiena, senza un giudizio di condanna, per aver fatto delle rapine, o magari avere solo millantato di averle fatte. Primo Levi non era in nessun modo parte della vicenda, ma se ne sentirà anche lui responsabile. Mentre testimonierà dopo la guerra, contro i fascisti infiltrati che avevano sgominato la sua banda raccogliticcia, senza astio, e quasi con riconoscenza per il trattamento avuto in carcere. Da dove era stato mandato, per essere ebreo, al campo di Fossoli, con destinazione finale Auschwitz.
Una piccola storia, di alcuni episodi della Resistenza tra la valle d’Aosta e il Canavese. Montata un po’ troppo artificiosamente attorno a Primo Levi  - in questa veste edita negli Usa, col titolo “Primo Levi’s Resistance”, sottotitolo “Rebels and Collaborators in Occupied Italy”, capitalizzando sulla caratura dello scrittore, di cui solo le lettere italiane faticano a misurare il peso: “Nessun altro sopravissuto di Auschwitz è stato letterariamente potente e storicamente influente come Primo Levi”, esordisce il risvolto. L’analisi è fine del “tradimento”, che a un certo punto della riedizione di “Se questo è un uomo” sopraffà Primo Levi Di un tradimento senza traditori. Della cosa – partigiani uccisi a tradimento da partigiani - nonché della Storia, e della natura stessa. A Fossoli, alla traduzione per Auschwitz, l’alba in “Se questo è un uomo” coglie i partenti “come un tradimento”. Ma nel quadro di un’intenibile revisione del mito resistenziale.
Un seguito alla “Crisi dell’antifascismo” dieci anni fa, ma meno convincente. Partendo curiosamente non da Claudio Pavone, dal “saggio storico sulla moralità della Resistenza” che fu venticinque anni fa “Una guerra civile”, ma dal “Sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, della dissoluzione polemica delle convenienze, delle ritualità. Più produttivo sarebbe stato Pavese, 1949, “La casa in collina”: “Ogni guerra è una guerra civile; ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. Ma è comunque un seguito non conclusivo. Una storia di vocazioni opportunistiche – sfuggire alla leva, sfuggire alla famiglia. Insofferenze e tradimenti di contadini e valligiani. Soprusi. Anche di partigiani contro altri partigiani. Superficialità e inettitudine. Una forte – più forte della stessa Resistenza – presenza repubblichina e collaborazionista. Una giustizia postbellica sempre viziata (politicizzata): dapprima tutta condanne, poi tutta riduzioni di pena, indulti, e l’amnistia. La corsa agli onori e alle prebende. Vista nella scena chiusa della Valle d’Aosta con le pendici casalesi e torinesi. Una ricostruzione dei fatti forse più vera, ma non vera nel senso politico e quindi storico.
Una microstoria, e quasi una curiosità. Prolissa, ripetitiva. Benché all’ombra di Jonathan Franzen. E con la scaletta teatrale dei “personaggi principali”. La revisione è faticosa?
Lo storico pone anche problemi che non risolve. Chi e cosa è una spia? Chi e cosa un partigiano – che vuole chiamare partigia, come usa in Piemonte, spiega sulla traccia della poesia dallo stesso titolo scritta e pubblicata da Levi nel 1981, per uomo di mano. Perdendosi in risposta nel vezzo polemico, tra le semplificazioni speculari dei valligiani tutti resistenti in petto in blocco, e quelle dei partigiani eroici e leali al 100 per cento.
La tentazione, dirà alla fine, è stata di trasporre “Se non ora, quando?”, l’unico romanzo di Primo Levi, tardo, del 1981, l’anno dei versi che intitolò “Partigia”, le avventure dei partigiani ebrei in fuga dai lager con l’Armata Rossa, nella valle d’Aosta, “pagina dopo pagina, non facendo altro che aprire e chiudere virgolette: i dialoghi del romanzo come sottotitoli con i quali accompagnare le scene del film che abbiamo guardato fino adesso, l’ebreo minacciato, la sua renitenza alla resistenza, i primi partigiani mezzo picari mezzo banditi, il pericolo dell’anarchia e il metodo sovietico, la necessità di far torto o la rassegnazione a patirlo, la fame di giustizia e la sete di vendetta, i criminali di guerra e i capri espiatori”. Ma riconoscendo che è “assurdo”.
Primo Levi non ci teneva. Ne scrisse un racconto fantaeroico sul “Ponte” di Piero Calamandrei, il cultore del mito della Resistenza, nel 1949, “Fine del Marinese”, ma poi non lo riprese nelle sue raccolte. Nei memoriali e le testimonianze della deportazione, ora in “Cosa fu Auschwitz”, è riduttivo, quasi sprezzante, della sua propria esperienza di partigiano – un errore di stampa, o di dattiloscritto, in una delle testimonianze di “Cosa fu Auschwitz” la riduce a tre giorni… Luzzatto documenta che la militanza fu casuale e superficiale. E questo è tutto. I tre mesi di vita alla macchia di Primo Levi prima dell’arresto in realtà li trascorse da sfollato con la madre e la sorella in pensione nell’alta val d’Aosta. Partecipando anche a un matrimonio, in qualità di testimone.
Due particolari si possono aggiungere di cui Luzzatto non tiene contro. Che Primo Levi fini a Fossoli  per essersi dichiarato ebreo, pensando che non fosse un delitto, rispetto a essere partigiano - un particolare tragicomico ripetuto da Levi nelle interviste. Delle esecuzioni sommarie di ladri o presunti tali, di due fratelli, un racconto feroce era in Meneghello, “I piccoli maestri”, 1976. 
Sergio Luzzatto, Partigia, Oscar, pp. 371 € 10

mercoledì 18 marzo 2015

Il mondo com'è (209)

astolfo

Disinformazione – Ha sostituito l’informazione, a tutti gli effetti pratici. A lungo confinata nella pratica dei servizi segreti, domina da qualche tempo l’opinion pubblica attraverso i suoi organi d’informazione, anche i più seriosi. Abbiamo ogni giorno una pagina contro la Russia. Così come contro l’Is. Come l’abbiamo avuta, prima che contro l’Is, contro la Siria di Bashir Assad. E prima ancora contro Gheddafi. O ancora prima, per quanto concerne l’Italia e la sua prima guerra dichiarata in regime repubblicano, contro la Serbia, per creare una serie di stati balcanici vassalli del Centro Europa. La tecnica del’informazione, di occupare gli spazi informativi, è sostituita dalla disinformazione, dalla propaganda.
Tutta la questione ucraina è stata infetta dalla manipolazione dell’opinione. Dalla “rivoluzione arancione” in poi, e compresa la stessa rivoluzione. In misura minore, ma lo stesso si può dire delle “primavere arabe”, dove spontanee proteste locali sono state montate in eventi rivoluzionari. Ma sono svanite senza lasciare traccia – nemmeno in Tunisia, contrariamente alle apparenze.

Uno dei primi vertici della disinformazione fu, nel 1915, la teoria che il tedesco produce più cacca, e più puzzolente, di un francese. Il neurologo Edgar Bérillon individuò nel 1915 la bromidrosi fetida e la polichesia della “razza tedesca”. Aveva il precedente del vino puro, anche se bevuto in modica quantità: “L’uso moderato del vino naturale nuoce alla salute, se uno è artritico, degenerato, o sedentario. L’uso del vino puro ha un’azione dannosa specie sul carattere delle donne. Le rende irritabili e bisbetiche. È qui il punto di partenza di buon numero dei problemi nei matrimoni. C’è di certo una relazione tra l’uso del vino puro e molti dei dissensi coniugali che portano al divorzio”. E tuttavia era un personaggio onorato dalla scienza medica, presidente della Società di Psicologia.
Sfuggì, forse perché astemio, alla vendetta tedesca durante l’Occupazione nella seconda guerra, e morirà rispettato a novant’anni nel ‘48.

Immagini – La prima distruzione di immagini è quella cristiana dell’iconoclastia. Delle immagini sacre esposte nei luoghi di culto. Per essa furibonde guerre civili furono combattute, con migrazioni di massa, per esempio di buona parte del clero e dei monaci della chiesa ortodossa verso i territori lontani di Bisanzio, il tema Calabria soprattutto, e il Salento. Ma oggetto di iconoclastia furono anche immagini non sacre. La Roma del santo papa Gregorio Magno fu spogliata di ogni statua ancora visibile, comprese quelle dei santi: si frantumava per calcinare. Per tutto il Medio Evo si sono bruciati monumenti e altari per ricavarne calce da costruzione.
Più vaste ancora le distruzioni delle immagini in quanto opere d’arte. È anzi una delle prime applicazioni dei movimenti rivoluzionari.  Da ultimo quelli maoisti delle Guardie Rosse e successivi – celebrati nel 1974 anche da Dario Fo. I mongoli si erano segnalati in Cina per l’applicazione che posero nel calcinare case, castelli, cattedrali, monasteri. Bruciarono anche ogni singolo pezzo di carta che vi trovarono. Le Guardie Rosse di Mao li imitarono. O imitarono i rivoluzionari francesi di provincia. In quasi tutte le città minori e i villaggi in Francia, palazzi, chiese e castelli furono distrutti archivi, quadri e statue, e arredi.

Massoneria – A Roma non è una novità, al governo e al Vaticano insieme. È avvenuto un secolo fa, tra Otto e Novecento. E già un secolo prima, dopo l’arrivo di Napoleone in città. Renzo De Felice ha esordito nella storiografia con “Gli Illuminati e il misticismo rivoluzionario” a Roma dopo l’Ottantanove. La sto-ria di Ottavio Cappelli, piccolo massone, e Suzette Labrousse, la quale, avendo sfiorato a Parigi Robespierre, voleva convertire il papa alla Chiesa Universale Liberale. Roma pullulava di Illuminati, i mistici laici.
Con gli Illuminati - e con Balsamo-Cagliostro - Dumas fece la trilogia della Rivoluzione.

Sacco di Roma – Un evento quasi normale, tante volte è stato ripetuto. Il primo fu precoce, nel 390 a.C.. Da parte dei celti, i galli senoni, guidati da Brenno, che marciarono dritti dalla loro “capitale”  Senigallia. Ottocento anni dopo si registrò il sacco dei Visigoti di Alarico. Al terzo tentativo: dopo l’assedio del 408 e del 409, il terzo si concluse con lo sfondamento, il 24 agosto 410, e la devastazione di Roma. Il terzo sacco di Roma fu opera dei Vandali, in guerra con l’imperatore Petronio Massimo, il 2 giugno del 455.
Wikipedia ne registra successivamente due marginali: nel 472 l’assedio da parte dei goti, comandati da Ricimero, e nell’846 il saccheggio delle basiliche fuori le mura di San Pietro e San Paolo, da parte dei Saraceni. Altri due assedi, di natura analoga, sono da registrare anche da parte del duca di Spoleto, il longobardo Ariulfo, nel 591 e nel 593. La prima volta si limitò a minacciare l’assedio, che non pose in cambio di un tributo. I bizantini, che il papa Gregorio Magno aveva chiamato in aiuto, non si mossero. Si mossero due anni dopo per bloccare le trattative che il papa aveva intavolato coi Longobardi viciniori, di Spoleto e di Salerno. Ma la cosa dette fastidio anche al re dei Longobardi Agilulfo, che da Pavia mosse nel 593 contro i bizantini e i duchi Ariulfo e Arechi, ma finì per porre l’assedio al papa, a Roma. Un assedio simulato, per una richiesta di riscatto: Gregorio Magno dovette pagare cinquemila libbre d’oro, e impegnarsi a un ingente tributo annuo.
Il successivo sacco di Roma, nel 1084 da parte dei Normanni di Roberto il Guiscardo, riunisce tutte le contraddizioni della storia della città. Un altro papa Gregorio, Gregorio VII, era finito assediato nel giugno 1083 a Castel S. Angelo dai tedeschi dell’imperatore Enrico IV. Che avevano occupato la città, e la tennero occupata per un anno, senza devastazioni. Gregorio VII chiese l’aiuto di Roberto il Guiscardo. Un anno dopo, il 21 maggio 1084, il Guiscardo entrò a Roma con 36 mila  uomini e diede avvio a una tre giorni di saccheggio senza limiti. Enrico IV si ritirò, Gregorio VII dovette lasciare la città e si rifugiò dal duca longobardo di Salerno – scortato da Roberto il Guiscardo.
Il classico naturalmente è quello di Carlo V, l’imperatore cristianissimo. Che il 6 maggio 1527 scatenò nella città i lanzichenecchi, le truppe tedesche del suo esercito. Il sacco di Roma più devastante, ma anche il più giustificato: il papa Clemente VII aveva promosso un anno prima un’alleanza antiasburgica, detta lega di Cognac – anche irriconoscente: quindici anni prima le truppe spagnole avevano saccheggiato Prato e minacciavano il sacco di Firenze se la città, repubblicana, non si fosse riconsegnata ai Medici (Clemente VII era un Medici). Nel giugno 1413 anche Ladislao d’Angiò Durazzo, filgio di Carlo III d’Angiò e Margherita di Durazzo, re di Napoli, aveva messo a sacco la città, rapinando le case e i palazzi, saccheggiando i santuari, il 24 aprile 1408. In odio a un altro Gregorio, papa Gregorio XII, contro il suo tentativo di far rientrarlo scisma avignonese.
Di tutti gli invasori di Roma se ne astennero i tedeschi nel 1943.

Tarantola – Prima di diventare il nome della giustizia giustizialista di Milano, di origine valtellinese, confessionale, e della direzione generale della Rai, anzi prima ancora di diventare il ballo semindemoniato che Ernesto De Martino ha indagato in Puglia, l’animaletto fu l’alleato dei mussulmani in Italia. Al secondo tentativo di conquista della Sicilia in mano agli arabi, nel 1064 Roberto il Guiscardo poté attraversare quasi tutta l’isola e arrivare fin sotto Palermo. Ma l’accampamento fu invaso di notte dalla tarantole, che misero le sue truppe in rotta, e il Guiscardo abbandonò sdegnato la Sicilia – la conquista normanna fu completata otto anni dopo da Ruggero, il conte di Sicilia fratello del Guiscardo.

astolfo@antiit.eu 

La guerra delle false notizie

Il classico della disinformazione in tempo di guerra – della propaganda. Riedito per la terza volta in un decennio, segno che ce n’è bisogno. Ma per una curiosa inversione rispetto all’analisi di Bloch: ora è l’opinione che vuole le false informazioni, o comunque se ne nutre, gli Stati Maggiori e i governi devono solo trovarne di fantasiose.
Bloch si riferisce alla sua propria esperienza nel 1914-18 – “Ricordi (1914-19218) e riflessioni (1921)” è il sottotitolo. Fece la guerra in trincea e nella sezione “Ricordi” ne riferisce. Riferisce solo la sua propria esperienza, quella di cui era stato protagonista o testimone. Nelle successive “Riflessioni” mette invece in chiaro le varie false notizie di cui le trincee e le retrovie erano bombardate. Una riflessione la cui pietra di paragone restava sempre il famoso “telegramma di Ems”, di Bismarck per indurre Napoleone III a fargli la guerra che era sicuro di vincere.
Nella Grande Guerra già molto era cambiato rispetto all’Ottocento: la damnatio del nemico fu piena di eccessi, e ci un’anteprima della “mobilitazione totale”. Storici come Bloch e scrittori come Kipling vi erano impegnati. Mentre i cattedratici tedeschi quasi al completo e scrittori come Tomas Mann argomentavano con violenza il diritto di aggressione. La propaganda arrivò al ridicolo, del tedesco che produce più cacca, e più fetida, di un francese.
Se Bloch avesse analizzato la seconda guerra mondiale, e più il secondo dopoguerra, avrebbe tratto probabilmente altre conclusioni. La guerra fredda è stata una guerra d’opinione, e l’ha infettata al punto che ora non è “smobilitabile”. L’opinione resta “armata”, anche se non sa più contro chi e che cosa, e a favore di quale “patria”. Chiunque ha un minimo di conoscenza degli affari internazionali, sa che viviamo in un’epoca di false notizie. La bellicosità latente succeduta alla minaccia termonucleare è una guerra di (false) notizie.  
Marc Bloch, La guerra e le false notizie, Fazi, pp. 136 € 10

martedì 17 marzo 2015

La vera riforma è del debito

Gli acquisti di titoli pubblici da parte della Banca d’Italia nel quadro del quantitative easing di Draghi, circa 6 miliardi al mese di titoli italiani per diciotto mesi, 110 miliardi circa, potrebbero portare al consolidamento di un 5 per cento del debito, stesso, in titoli irredimibili. Altre forme di consolidamento (riduzione) del debito sono possibili e vanno realizzate. Tanto prima tanto meglio. Anzi ora o mai più, non ci saranno condizioni altrettanto favorevoli: il rischio è il fallimento, un derapaggio inarrestabile dell’economia verso il basso, continuandosi a pagare sempre più tasse a un serpente che si morde la coda (“più tasse più tasse”), nel mentre che divora l’economia - le tasse al 50 per cento del pil semplicemente strozzano la produzione e i consumi.
Ridurre il debito è indispensabile perché: 1) costa troppo, anche se i tassi d’interesse sono al minimo, 2) penalizza la concorrenza (l’Italia, con un debito pari a quello della Germania, paga di interessi ogni anno il doppio, una cinquantina di miliardi), e 3) restringe il credito. L’esito è un ostacolo permanente alla crescita dell’economia. Senza alcun vantaggio per la spesa sociale: il debito eccessivo, dentro l’euro, è solo un bruciatore di risorse.
Quando la politica avrà riacquistato l’autonomia, si potrà incidere sui due bubboni della spesa pubblica: la sanità e gli appalti. Macchine macina miliardi, al coperto del mercato liberatore, cioè del complesso mediagiudiziario. Per ora ci si può solo difendere, tagliando il debito. Che il mercato vuole anch’esso ridotto – è una delle sue pretese “riforme”, ma qui con un fondamento.
La  struttura economica italiana è solida, è diversificata, ed è produttiva checché se ne dica. Almeno un migliaio di prodotti italiani sono di eccellenza, primeggiano nei mercato internazionali. L’Italia è il secondo paese industriale (manifatturiero) in Europa. L’Italia ha fatto le riforme del bilancio, della previdenza e del lavoro che il mercato globale esige, anche se Bruxelles dice di no: il lavoro è flessibilissimo come più non si può, le pensioni sono dimezzate, eccetto che per le generazioni a morire, il bilancio corrente è più o meno in equilibrio, e non fosse per gli interessi che deve pagare sul debito è da molti anni in attivo, ma il debito aumenta, vieppiù insostenibile. La vera riforma è del debito.
Oggi, oltre che opportuno e conveniente, è anche possibile consolidare il debito pubblico – ridurlo. I modi non sono indolori, ma un governo solido e affidabile può promuoverlo con effetti, alla sommatoria, positivi anche nell’immediato. E il governo Renzi è solido: ha un’opposizione frantumata e confusa, e avrà tra due mesi, alle elezioni regionali, il suffragio del voto che gli manca, ben più solido di quello ottenuto alla elezioni europee un anno fa. Le condizioni internazionali ci sono pure: è fallito, o comunque rientrato, l’attacco all’euro. Oggi molto più forte per essersi indebolito nei confronti del dollaro, in una fase di prezzi cedenti delle fonti di energie – denominate in dollari.

La tassa sull’ombra
Aumentare le tasse è solo dannoso. È anche impossibile, le tasse al 50 per cento del pil sono al ridicolo. Bologna tassa gli annunci dei saldi in vetrina – “sono pubblicità”. E i menù esposti fuori del ristorante, che pure sono obbligatori. E l’orario di apertura esposto agli ingressi, e i marchietti delle carte di credito accettate. Per una norma varata nel 2009, in piena crisi, ultimo atto del sindaco assente  Cofferati, che governava Bologna da Genova. Una norma che ebbe una prima esemplare applicazione con una tassa sullo zerbino - di un negozio di gioielleria col logo della ditta.
Ma Cofferati non è un’eccezione. Se Roma arde di risanare il bilancio tassando prostitute e prostituti – con gli “studi di settore”?  Tutti gli enti pubblici, piccoli e grandi, centrali e locali, sono centri di spesa incontenibili, e quindi di tassazioni sempre più feroci – hanno moltiplicato all’inverosimile le patrimoniali sulla case, ora ci provano, compiacente la Corte Costituzionale, con una patrimoniale sui servizi, mentre moltiplicano le multe stradali, con sistemi di controllo elettronici tutti in varia misura fasulli. Senza benefici sociali e a danno del reddito, dei consumi e dell’economia. Effetto perverso del plebiscitarismo, che pure sarebbe democratico, l’elezione diretta dei governanti locali.
Risponde da Roma l’Agenzia delle Entrate, ex ministero delle Finanze, chiedendo di tassare i versamenti in contanti alla banca. Ora: i supermercati e i commercianti in genere, gli idraulici, etc, come si devono far pagare, con marchietti? Dice: per tassare gli evasori fiscali. No, per tassare. È per questo che le Finanze si sono trasformate in Entrate, per stupidità?
Una modesta proposta a tanto acume si potrebbe avanzare, tratta da “La morte è giovane”, romanzo anamorfico di Astolfo, in via di pubblicazione, con esempi anche di un passato recente, dopo la crisi del petrolio del 1973-74:
 “Anche ai possessori di automobili il governo chiede una tassa, un contributo una tantum. Col vincolo di conservarne certificazione per la vita, pena dura ammenda. E poiché la spesa generosa della pubblicità “Telefona al governo” ha eroso il gettito dell’una tantum, una sovrattassa sulla benzina lo ricostituirà. La ricetta risolutiva è sempre quella di Cervantes, Dialogo dei cani: se tutti i sudditi digiunano un giorno, e danno il risparmio al re, il debito si estingue. L’America non manca d’innovare, a protezione congiunta del fisco e della società, intesa come Dio e famiglia: tasse sui matrimoni, per le modifiche che causano allo stato civile, sul celibato, in misura superiore, sui divorzi, in misura doppia per ragioni etiche. Ma la tassa sui celibi è debole: le donne furono grate a Mussolini che la praticò, ma per poco, mentre potrebbe favorire matrimoni di comodo, per esempio di gay con lesbiche. Torna pure la ricetta con cui Churchill sconfisse Hitler: vietare gli ascensori fino al terzo piano.
“Una tassa è possibile sull’accesso ai luoghi di culto, il cui mantenimento costa. Nonché sull’assenteismo dai luoghi di culto, che costano comunque. Più cara se la religione è di Stato. Si istituisca una Carta del Culto, da punzonare a ogni entrata e allegare alla dichiarazione dei redditi. Risalendo nella storia viene utile il guidrigildo di Federico II, in tempi calamitosi assicura ottime entrate: la comunità, caseggiato, quartiere, paese, paga per ogni delitto impunito al suo interno. Bisanzio calcolava di coprire un terzo della spesa tassando veggenti, giocolieri e ciarlatani. Il repertorio più completo è sempre di Aristotele. A caso: vendere il demanio (si fece a Bisanzio), vendere la cittadinanza agli immigrati (idem) e ai fuggiaschi, mettere all’asta lo spazio sovrastante le costruzioni abusive che sporgano sulla pubblica via (Ippia di Atene: gli abusivi corsero a comprare a caro prezzo), tassare le scale e i ballatoi sul suolo pubblico e le porte che aprono verso l’esterno (sempre Ippia, che così tassava tutti: le porte si aprivano allora verso l’esterno, dalla parte della strada, prima di aprirle si bussava), gli incarichi pubblici e privati (vari), i capelli lunghi (Condalo, luogotenente di Mausolo), i funerali (lo stesso).
“Alla campionatura del Magister sono complemento Plutarco e Svetonio. Licurgo, secondo Plutarco, “avviò la spartizione dei beni mobili, al fine di eliminare differenze e sperequazioni fra i cittadini, e intuendo che, presi di petto, non avrebbero consentito a farsi spogliare, li aggirò con un trucco”: sostituì l’oro e l’argento delle monete col ferro, e alle monete di ferro attribuì un valore così basso da renderne impossibile la custodia e il trasporto. Anticipò la repubblica di Weimar. Gli spartani reagirono anticipando i tedeschi, che del resto se ne proclameranno eredi: si arresero al governo. A Roma l’imperatore “ciocia” Caligola (caligula è l’anfibio, lo scarpone militare, anche se, derivando dalla nota caligo, ne subisce la polisemia, n.d.C.), quello che voleva distrutte le opere di Omero per il motivo che doveva essere consentito a lui quello che si consente a Platone, il quale come si sa bandisce Omero dalla Repubblica, e temendo per il suo regno l’oblio causa la prosperità fomentò sconfitte, incendi, stragi, pestilenze, carestie, innovò il fisco. Aprì bordelli di Stato, promiscui, e tassò i facchini, allora la classe operaia più numerosa, per l’ottava parte del reddito. La prescrizione facendo affiggere a caratteri microscopici in posti reconditi, per avere molti inadempienti da tassare ulteriormente. Si deve a Caligola la ricetta di dichiarare la carestia dopo avere chiuso i granai, nocciolo della trionfante Austerità. Mossa politicamente non sbagliata, se Bacone ha accertato che “ciò che abbatte lo spirito di un popolo è caricarlo di tasse”. Lo Stato italiano si rifà a Ippia, tassando “la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline, anche se da ciò non deriva alcuna limitazione all’uso dello stesso”: tassa l’ombra.
“Sostiene Foucault che il sesso è il fondamento del potere, la testa del membro maschile. Non si ha più nulla da dare al popolo, lo sapeva già Rousseau, se non l’appello “date soldi”, che si dice “coi manifesti ai muri e gli sbirri nelle case”. Il Contratto sociale scade per questo di tono: “Datelo, il denaro, e presto ce l’avrete in quel posto”. Plutarco ricorda che gli ateniesi ci fu un periodo che “urbanizzavano” – avevano un presentimento della “società civile”? -, chiamando compagne le puttane, il carcere abitazione, gli sbirri custodi, e le tasse contributi. Anche i papi, altri maschilisti, mostreranno analoga fantasia: tassarono i tordi, la fojetta di vino, detta “studio”, e la farina. Il potere si vuole osceno”.

Le Finanze erano una Scienza
Qui ci vuole un preambolo. Sulla incompeteneza, se non è ignoranza, delle Finanze, oggi Entrate, che pure fino alla riforma Visentini, 1974, erano la parte migliore della burocrazia. Ora accavalla tasse su tasse e moltiplica le leggi e i regolamenti, a cadenza di poche settimane o mesi. Con lo scopo di allargare il prelievo riducendo l’evasione, mentre invece la incrementa - e forse in realtà per aumentare il proprio potere di concussione, anche se non lo sa: le Finanze si sono surrogate un potere imenso, e distruttivo. Non solo le tasse sono onerose, ma sono in Italia in corsa frenetica all’inefficienza. Con una velocità di ricambio (di calcolo, di modalità di pagamento) assurda – come se si volesse scoraggiare l’adempimento. 
Troppe vessazioni inducono l’evasione – questa cosa si è saputa per millenni, ma alle Entrate non l’hanno imparata. A parte il fatto che non sanno recuperare nemmeno il dovuto, denunciato, testimoniato, certificato. Una riforma il riformatorio dovrebbe prima di tutto fare delle Entrate. A cominciare dalla dirigenza, che si è riempita in questi anni allegri di Seconda Repubblica di portaborse di ministri e sottosgretari, digiuni della materia - si parla di centinaia di posizioni, forse un migliaio. 
C’era una volta una Scienza delle Finanze, ma si è perduta. Si può dire che il debito cresce per l’ignoranza della Scienza delle Finanze. Dei fondamentali di questa scienza, pure semplice. Che ha avuto in Italia cultori apprezzati, da Einaudi fino a Reviglio e Tremonti, ma è da tempo desueta. Insieme con tutta la Funzione Pubblica: fa parte della derelizione dello Stato in onore del mercato trionfante. L’esito è il disastro in materia imposto da Mario Monti.
Monti ha portato la tassazione a livelli record e insostenibili, nel mentre che tagliava le spese, nelle retribuzioni, nella formazione, nella sanità, e accresceva il debito. Perché lo ha fatto lo sanno tutti, anche se non si dice, per carità di patria, per Milano che egli rappresenta al sommo grado, e per Napolitano che ce lo ha imposto. Per un concentrato d’insipienza altrimenti impossibile da immaginare, se non per la protervia liberista. Uscirne non sarà facile ma è possibile.
Monti ha violentemente ridotto la spesa sanitaria, ha stroncato le spese per la scuola, specie per la secondaria e l’università (dell’università pubblica, ovviamente), bloccando il ricambio, e ha fermato la contrattazione e l’anzianità tra i dipendenti pubblici. Ha cresciuto l’imposizione fiscale di 3 punti percentuali, ufficialmente, il doppio di fatto e nel “percepito”, imponendo la deflazione che è causa e motore principale della recessione – un circolo vizioso. E ha aumentato il debito. Da 1.843 a 1.988 miliardi – e a 2.166 miliardi a fine gennaio.
Le tasse non colmano il debito ma lo aumentano. Sono risorse sottratte alla produzione, cioè al reddito, e quindi a una fiscalità rigorosa e produttiva. Le troppe tasse riducono e soffocano il meccanismo accumulativo produzione\occupazione\reddito. Per non parlare degli effetti indotti, ma sistemici. La supertassazione della casa di cui Monti si è fatto merito in Parlamento cambierà in una-due generazioni il panorama  millenario dell’Italia. Addio palazzi e ville, mantenuti tal quale per il rispetto della tradizione -meglio farne alberghi, uffici, condomini, e ampliarne le cubature. Addio seconde case, che per una buona metà sono le vecchie case di origine, di famiglia, di paese. E addio vecchi paesi. In molti Comuni il fenomeno è già avvertito, l’attesa è che si generalizzi: i tre italiani su quattro che sono emigrati, di prima o seconda generazione, abbandonano la casa paterna. Dispossessandosi il più delle volte, col rifiuto dell’eredità e in altre forme, poiché delle case vecchie nei paesi non c’è mercato: lasciando gli immobili al deperimento. Si perderà con la casa anche il senso delle origini? È inevitabile. Ma con l’urgenza di liberarsi della casa il processo si affretta, in un tempo non lungo. E senza la patina del tempo, in una forma violenta di sradicamento. Delle radici che sono state finora la forza dell’Italia, anche nella modernità: crescere in un luogo proprio, con la piazza e la fontana, magari con le najadi, e far valere la tradizione. Il pensiero dei tecnocrati è sempre corto, da apprendisti stregoni.
Il fenomeno del disavanzo incomprimibile con la tassazione non è solo italiano, ed è noto. Lo hanno spiegato una dozzina d’anni fa Vito Tanzi, italiano d’America, allora al Fondo Monetario internazionale, vice-ministro di Tremonti all’Economia, e Ludger Schuknecht, ora consigliere principe del ministro tedesco delle Finanze Schaüble, nello studio “La spesa pubblica nel XXmo secolo”. I due studioso documentavano che la crescita abnorme del debito pubblico nei paesi industriali nell’ultimo terzo del secolo non nasceva da un allargamento del welfare, del sistema di protezione sociale, che non ne beneficiava, se non in misura irrisoria. A un certo punto il debito si autoriproduce, senza alcun effetto virtuoso o produttivo. Tanzi e Schuknecht prospettavano una riduzione necessaria del debito per effetto della globalizzazione, della competizione con sistemi produttivi a basso o nullo impatto del debito. La  crisi successiva, da cui l’Europa dopo otto anni stenta a riprendersi, ha peggiorato le simulazioni dei due economisti.

Che fare
Usava tra i letterati e artisti indebitarsi. Fino a D’Annunzio era quasi una regola. Poi tutto è cambiato, e anche l’artista si vuole regolarizzato, in pace col fisco e gli amici. In economia il debito è durato più a lungo. Rabelais ne fa l’elogio ai capp. III e IV del “Terzo Libro”: Panurgo, a cui Pantagruele rimprovera di avergli mangiato il grano, fa l’elogio dell’indebitamento – di cui il creditore dovrebbe andare orgoglioso  giacché è il suo pane. E tuttora ci sono economie che prosperano col debito: il Giappone è un caso, e anche gli Usa. Ma per tutti gli altri, si può dire, il debito è un fardello. Ridurlo è una necessità, e molti sistemi, più o meno risolutivi, sono stati escogitati.
L’Italia non ne discute, ma è il primo indiziato di un necessario consolidamento. Con misure straordinarie. Il Belgio ci è riuscito negli anni 1990 con una manovra complessa di taglia di spesa e aumenti pro tempore delle tasse – della fiscalità indiretta sui consumi, non delle patrimoniali. I tagli di spesa sono poco produttivi in Italia: 23 anni di attivo primario, a partire dal fatale 1992, dalla crisi della lira, di un comparto pubblico cioè in attivo al netto degli interessi sul debito, non hanno compresso il totale de debito stesso ma l’hanno aumentato. Per alcuni anni, attorno alla metà del ventennio, e in corrispondenza con l’avvio dell’euro, il debito si è contratto, ma poi è tornato a macinare nuovi record negativi. E oggi, malgrado i fortissimi aumenti della fiscalità dei governi Monti e Letta, macina nuovi record negativi.
Prestito irredimibile. Bisogna intervenire sullo stock del debito. Si è riscoperto il debito irredimibile ed è una buona cosa. Si è riscoperto in inglese, come “a perpetuità”, e giusto perché Londra ha deciso di rimborsare il vecchio debito del 1914, ma non importa. Il debito che sta passando nella titolarità della Banca d’Italia è un ottimo candidato all’irredimibilità. Ma molti privati ne sarebbero sicuramente attratti. Con un attivo primario stabile da ormai un quarto di secolo, l’Italia è in condizione di pagare uno spread aggiuntivo sugli interessi di mercato. Necessario è ridurre, nello schema di Maastricht, lo stock del debito. L’Italia ne ha una buona esperienza.
Patrimoniale. Non è da escludere. “Siamo contrari a qualsiasi ipotesi di imposta patrimoniale, diretta e indiretta, per l’abbattimento del debito”, è il punto principale, in grassetto, del programma del partito di Corrado Passera, Italia Unica. Dopo che Passera, con le imposte patrimoniali ordinarie e anzi a vita ha distrutto mezza Italia – la quale lo ha subito affondato, con Monti. E invece una patrimoniale straordinaria gli italiani volentieri la pagherebbero – l’oro alla patria.  Per abbattere il debito. Sarebbe l’analogo del prestito forzoso.
Privatizzazioni. Servono ma non risolvono. Il gran parlare che se ne fa è, al coperto dell’ideologia, o delle voci interessate, di acquirenti-gestori per un lucro, banche d’affari e affaristi individuali, non è decisivo. L’effetto è stato, nelle privatizzazioni di Draghi e Ciampi, minimo. Una buona gestione del patrimonio pubblico, anche abitativo, inciderebbe di più, molto – come i dividendi incassati annualmente da Eni, Enel, Poste, e gli altri pochi soggetti rimasti in mano pubblica.
Eurobond. Gli eurobond non sono tramontati, e potrebbero trovare - passata la crisi, col rischio di doversi sobbarcare il debito altrui – un interesse convergente in paesi europei oggi contrari. L’Italia ne ha esperienza. Fu italiano il primo consolidamento moderno del debito, subito dopo l’unità, a opera di Antonio Scialoja, ministro delle Finanze. Il 2 maggio 1866, in reazione alla caduta delle quotazioni dei titoli del debito pubblico italiano alla Borsa di Parigi, per una delle tante crisi commerciali, Scialoja proclamò il “corso forzoso”, ossia la temporanea inconvertibilità. Al contempo il ministro obbligava la Banca Nazionale, antenata della Banca d’Italia, a fornire al Tesoro un mutuo di 250 milioni – l’odierno acquisto Bce a sostegno del corso del debito. E subito dopo emise un prestito redimibile forzoso, a carico delle banche. Che non ci rimisero, e anzi ci guadagnarono.
Mutualizzare una quota del pil. Marcello Minenna propone di sopravanzare subito il rischio eurobond, di mutualizzazione del debito, mutualizzando invece subito il pil. Non tutto, un 30 per cento. Questo è quanto basta per decurtare il debito italiano a misura sostenibile, dal 120-130 per cento del pil, cioè, al 90-100 per cento – “la nota soglia critica”, dice lo specialista nel calcolo del rischio, “oltre la quale è difficile ipotizzare con le regole attuali dell’Eurosistema (incluso il fiscal compact) che il debito possa avviare un naturale percorso di riduzione”. Questo sarebbe di interesse anche della Germania, che vedrebbe “mutualizzato gran parte del proprio debito, perché più un paese è virtuoso e più debito mutualizza”, in percentuale.
Ma la manovra è d’ingegneria complessa, troppo per le pletoriche e deboli istituzioni europee . Meglio, dal punto di vista decisionale, le manovre complesse, anche se ognuna di esse non decisive.
Prestito forzoso. Se ne sono fatti in passato per le più varie emergenze. La guerra. La ricostruzione. La ricostruzione locale. Il prestito forzoso è odioso. E tuttavia è meglio che un aumento costante delle tasse: è meno ingiusto e più democratico di un’imposizione fiscale elevata, che a ogni manovra, cioè a ogni bilancio, si aumenta.
Cassa per l’Ammortamento. La più azzardata, e la meglio riuscita fu il consolidamento del francese nel 1926 – su cui la curiosità si potrà esercitare a:
Meno drammatica ma molto produttiva fu la manovra italiana per rientrare dal debito contratto con la Grande Guerra. Mussolini aveva adottato una Cassa per l’Ammortamento del Debito Pubblico interno dello Stato – dopo avere beneficiato dell’abbuono del debito estero contratto in guerra dall’Italia con Stati uniti e Gran Bretagna – un anno prima di Poincaré. Con effetti anch’essi risolutivi. Nel 1918 l’Italia più che la Germania sembrava predestinata al fallimento. Nel 1914 il debito pubblico era il 75 per cento del pil, nel 1918 il 150 per cento. Un primo tentativo di ammortamento del debito, nel 1920, con una patrimoniale fortemente progressiva, fallì: il gettito fu esiguo. Le cose si trascinarono fino al fascismo, e al correlato miglioramento della fiducia degli ambienti internazionali, specie di quelli finanziari. Mussolini, col suo ministro De Stefani, ricavò molto più della patrimoniale con la riduzione della spesa, e il contenimento delle tasse. Nel 1926 De Stefani poté vantare un debito pubblico al 50 per cento del pil. Ma sapeva che ciò era l’effetto soprattutto del condono del debito estero da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Da qui il progetto di una Cassa d’Ammortamento, che il nuovo ministro del Tesoro Volpi realizzerà un anno dopo. Abbastanza per riportare la lira nel gold standard, con la famosa Quota Novanta (92 lire, esattamente, per una sterlina).
 “Una Cassa d’ammortamento è, insegna Jean-Baptiste Say, al cap. 30, “Sui prestiti pubblici”, del suo  “Catechismo d’economia politica”, “un mezzo per sostenere il credito del governo”. Domanda: “Che cos’è una cassa d’ammortamento?” Risposta: “Quando si mette un’imposta per pagare gli interessi di un prestito, la si mette un po’ più alta di quanto è necessario per pagare questi interessi, e l’eccedente è confidato a una cassa speciale che si chiama cassa d’ammortamento, la quale lo utilizza per riacquistare ogni anno, ai corsi di mercato, una parte delle rendite pagate dallo Stato.
I ratei delle rendite riscattati dalla cassa d’ammortamento sono quindi versati in questa cassa, che li impiega, così come la quota di imposte che le viene attribuita a questo scopo, per il riacquisto di una nuova quantità delle rendite”.
“Say non amava il debito pubblico: “Un governo che vende delle rendite per appropriarsene il prezzo vende in realtà il reddito dei cittadini”. Non molti anni prima del suo “Catechismo”, nel 1776, una Cassa d’ammortamento era stata creata, col favore di Turgot, a fronte di un debito pubblico che all’improvviso apparve colossale, con lo scopo di rassicurare i sottoscrittori. Malgrado la Cassa, la Francia finì nella Rivoluzione. E la Rivoluzione, che si può anche dire provocata dall’instabilità finanziaria, finì negli assignats, cioè nella cancellazione della moneta”.
Spa del debito. Nel 2005 l’ex ministro delle Finanze Guarino ha proposto il consolidamento sotto una forma diversa di cassa d’ammortamento: una società per azioni, alla quale conferire i tanti attivi non esigibili dello Stato. Una società privata, fuori cioè dello Stato. In grado di produrre utili, e di raccogliere quindi un conveniente numero di sottoscrittori privati. Questo grazie al conferimento di un patrimonio che Guarino stimava in 450 miliardi, pari al 35 per cento del debito (di allora). Forse addirittura in 600 miliardi, pari al 45 per cento del debito, che così sarebbe sceso sotto la soglia virtuosa del 60 per cento del pil.
Era una stima prudente: il patrimonio pubblico, dello Stato e degli enti locali, si valuta in 1.800 miliardi. Togliendo dal computo i beni artistici, e quelli locali, difficilmente mobilitabili, l’Agenzia del Demanio calcolava all’epoca che beni per 450 miliardi si potevano agevolmente mettere sul mercato: partecipazioni, quotate e non, immobili, crediti.
Il debito sarebbe stato abbattuto a mano a mano che le quote di Debito Spa venivano vendute agli investitori. Per un controvalore appunto di 450-600 miliardi.
Il professor Guarino era un ex democristiano, senza più autorità, per di più ministro dell’infausto governo Amato nel 1992, e la sua proposta non ebbe fortuna. Lui stesso ridusse l’attivo ipotetico della Debito Spa a 60 miliardi, e poi non ne fece nulla. Inoltre, Guarino prevedeva che fossero le banche e le grandi imprese italiane ad avviare il successo di Debito Spa nel mercato, prendendone una quota di almeno il 10 per cento, e oggi le banche non sono in condizione di farlo, né le grandi imprese totalmente private, Fiat, Telecom, Pirelli, Autostrade, eccetera. 
La pratica, da Guarino passata al governo Prodi, fu affossata perché “economicamente priva di senso”. Ma il professor Messori, consulente di Prodi a palazzo Chigi, riteneva che in forma specializzata e non aggregata, con una serie di holding e non una sola, il progetto potesse riuscire. Lo stesso Prodi peraltro riteneva essenziale la riduzione dello stock del debito. Successivamente alla proposta Guarino da lui bocciata, Il Mulino bolognese, un think tank  nel quale il Professore aveva molto peso, redasse “Debito pubblico”, una pubblicazione a cura del professor Musu, che è assolutoria e anzi incitatoria. No, categorica: “Il risanamento finanziario connesso a un processo di riduzione del debito pubblico può essere paragonato alla produzione di un bene pubblico, di un bene cioè del quale tutti i cittadini possono godere simultaneamente e in modo non reciprocamente esclusivo”.
Swap col patrimonio. È una proposta avanzata dal “Corriere della sera” il 18 gennaio, per bocca di Marco Mazzuccheli, managing director della Julius Bär, la banca privata svizzera. Togliere dal mercato la parte di debito di cui il patrimonio che si va ad alienare è il collaterale – anche se figurato e non giuridico. In passato si è venduto il patrimonio pubblico senza cancellare il debito corrispondente. Nella competizione internazionale, argomenta Mazzucchelli, “partiamo penalizzati di 30 punti a causa del debito pubblico, il cui servizio costa quasi il 5 per cento del Pil. Ma proprio qui sta la chiave”. E il momento è anche favorevole: La chiave è “tagliare il ramo secco… ridurre il debito di almeno il 40 per cento!”. Con “uno swap tra debito e patrimonio dello Stato”. Sostituendo “una quota dei titoli dello Stato con certificati di una società nella quale sono messe le proprietà pubbliche: patrimonio immobiliare, demanio, municipalizzate, controllate. Una società da gestire con una logica privata. Una Treuhand (l’agenzia che privatizzò il patrimonio della Germania Est negli Anni Novanta) che si estingue in dieci anni, dopo avere venduto tutto”. La proposta Guarino-Cassa d’ammortamento con una procedura teoricamente più applicabile. Anche perché appetibile al “mercato”.
La ricetta Belgio, o del circolo virtuoso. Analoga per molti aspetti all’esperienza italiana, quella del Belgio si differenzia all’ultimo stadio: ha riuscito il consolidamento. A partire dal 1993, quando il debito salì al 137,8 per cento del pil, come l’Italia allora e ora, con un servizio del debito all’8 per cento dello stesso pil, come ora l’Italia, il paese si è imposto un avanzo primario di bilancio. Come l’Italia. Un plafonamento della spesa pubblica. Come l’Italia. Un patto di stabilità con gli enti locali. Come l’Italia. Un aumento del prelievo fiscale fino al 45 per cento. Come l’Italia. Ma tutto questo ha fatto per un decennio fino al 2002. Mentre l’Italia va avanti con la stessa ricetta da oltre vent’anni, e senza esito. Dov’è la differenza? Nel 2001 il governo belga vara un piano quinquennale di rientro del debito, al 90 per cento del pil. E ci riesce. Un piano quinquennale non fantasmagorico: vendita dei beni pubblici, compreso l’oro, in parte, della Banca centrale belga, rimborso anticipato di parte del debito, allungamento delle scadenze del debito in essere. L’esito è stato l’azzeramento dello spread, minori costi del debito, minore debito – il circolo virtuoso. 

Il giallo impacciato

Simenon fa le prove, nel 1930, del giallo alla Chandler, impacciato. Forte nell’ambientazione, una porto di pesca nella Normandia, ma senza personaggi veri, che reggano la storia. E senza indizi, Non sa dare un nome al suo detective, che chiama G.7. E casca nel vecchio giallo all’inglese, del compagno-narratore, testimone muto, e delle venti pagine di ricostruzione finale, ad argomentare indizi pretestuosi..
Georges Simenon, L’énigme de la Marie Galante, Folio, pp. 79 € 2

lunedì 16 marzo 2015

Dove andremo a finire?

Dopo avergli fatto la guerra per quattro anni, e avere armato e foraggiato l’Is, gli Usa ora vogliono riabilitare  Assad. Anche di Gheddafi si dice che sarebbe stato meglio. Lo stesso in Ucraina, la dislocazione entusiasta si è spenta di colpo. Putin può accusare gli Usa di avere defenestrato un anno fa il presidente eletto Yanukovich, di conserva con l’appendice britannica, e sostenere di avere allora preordinato l’allerta nucleare per proteggere “il sacro suolo della Crimea”, senza suscitare nessuna reazione. Per che cosa gli Usa ci chiamano a combattere?
Gli Usa forse non ci vedono bene, essendo lontani dalla Siria e dal Mediterraneo. Ma la crisi siriana significa un milione di profughi, forse due, o tre. E la destabilizzazione dell’Ucraina ha comportato sanzioni antirusse che all’Europa costano molto. Qual è il progetto?
È anche vero che la servitù è al fondo volontaria. Così e non peggio, dobbiamo ringraziare gli Usa?

Il sindacalismo all’opera

Il sindacalismo all’opera – all’Opera di Roma e alla Scala – si può pensare vittima della pratica quotidiana: si perdono di vista i fatti reali. Anche quello dei vigili urbani romani la notte di Capodanno, tutti improvvisamente ammalati: uno scherzo ci può stare. Ma dove altro il sindacato è all’opera? Nei termini cioè non riduttivi e assurdi che ognuno vede quotidianamente nei servizi pubblici: a scuola tra i bidelli, alla posta, negli uffici fiscali, comunali, ministeriali. Del non lavorare, cioè, e comunque del non risolvere ma incasinare. E della mancata protezione del lavoro e dei lavoratori, dato che i licenziamenti si moltiplicano e le retribuzioni si assottigliano in valore.
Ottimo sindacalismo all’opera si può dire anche quello di Landini, “primo ruolo” oggi in voga alla tv, telegenico, dalla voce peraltro bene impostata. Uno che però, quando ha cinque seguaci, e tutti in carriera nel suo sindacato, la Fiom, proclama uno sciopero? Chi protegge i lavoratori d questo sindacato?
ht: normal'>Il Passato

L’amore feticcio è l’amore capriccio

Il seguito di “Una separazione”, Orse d’oro a Berlino, Golden Globe e Oscar 2012. Anche questo premiato a Cannes l’anno successivo e ricandidato agli Oscar, ma subito passato agli atti e ora visibile in videocassetta e sulla tv a pagamento. Una rappresentazione della miseria dell’individualismo, della ricerca individuale della felicità in cui buona parte dell’umanità si è specializzata. Quella del desiderio e del diritto alla felicità, qui e subito. In forma revisionista, sul ruolo deflagrante e perdente della donna.
Non una denuncia, una ricostruzione accorata. Il vecchio egoismo non viene menzionato, piuttosto la confusione mentale, l’inadeguatezza, ma è scolpito. Tra gli adulti e, peggio, degli adulti coi bambini, l’insensibilità che ora è d’uso. Non si può abolire il passato, non quello di quattro matrimoni più o meno duraturi e con figli, e non si può abolire il presente, i sentimenti e risentimenti di ognuno, anche bambino. L’amore feticcio è l’amore capriccio.
Uno svolgimento non apodittico, Farhadi è per l’ambiguità. Anche qui, come in “Una separazione”, le verità s’impongono e si sciolgono. Ma questo gioco, della verità non rivoluzionaria, non definitiva, vede tutti perdenti. Tutti quelli che giocano all’amore improvviso, assoluto, definitivo.
Asghar Farhadi, Il Passato

domenica 15 marzo 2015

Problemi di base - 219

spock

È la vita una pausa nella morte, o la morte un “accidente” della vita?

Se l’eternità ci libera dalla morte, perché rifiutarla?

Perché vedersi nell’eternità? Perché no, è la sola misura dell’onestà

È più falso il bilancio di Squinzi o quello di Grasso?

Che altro ha fatto Grasso – oltre a scaldare le poltrone?

Landini riunisce la sua coalizione a Roma, ma sono sempre in cinque: sono gli stessi di Pomigliano?

Si vive per cambiare – o si cambia per vivere – ma innovatori immobili, che specie è?

spock@antiit.eu

La verità è insidiosa dello sterminio

Fabio Levi raccoglie, con Domenico Scarpa, le testimonianze su Auschwitz rese da Levi fino al 1986, poco prima della morte - testi non compresi nelle opere curate per Enaudi da Marco Belpoliti nel 1997. C’è poco di Levi, della sua versatile qualità di scrittore, chimico, poeta, germanista, naturalista, con velleità anche artistiche, sempre curioso e vivace, e anche umorista, indefettibile, pure nella tragedia. C’è, spesso in forma burocratica, reiterata, insieme con quelle del compagno di prigionia Leonardo De Benedetti, medico, torinese e vicino di casa di Levi, la sua testimonianza sulla prigionia. Testi perlopiù del 1945-1947, in parte inediti, in parte pubblicati in atti introvabili di convegni.
Una raccolta commovente, e inquietante. Per l’organizzazione: era organizzato lo sterminio per i molti, e la sopravvivenza per gli altri. Questo si sa. Ma Levi e De Benedetti attestano che l’organizzazione non fu peggiore dei campi di prigionia, anche alleati, anche a distanza di anni dalla guerra. Lo sterminio si conferma nella sua abiezione  proprio per essere organizzato, non estemporaneo, non un fatto di crudeltà dei crudeli. Gli atti di crudeltà che le memorie registrano, di soldati e SS, avvengono nella ritirata, successivi alla sconfitta. Ma c’è materia anche per i negazionisti, che i campi fossero di sterminio.
Levi e De Benedetti descrivono un’organizzazione sanitaria migliore di molti altri campi di prigionia. Dilatano retoricamente il regime carcerario – troppe ore di tormenti per una giornata che, a quelle altitudini, per sei mesi è brevissima.  Testimoniano in dettaglio le procedure di sterminio di cui però non hanno conoscenza diretta – né possono testimoniare per sentito dire, poiché i membri dei Kommando appositi dicono la peggiore feccia: “di aspetto selvaggio”, “bestie feroci”, “reclutati tra i peggiori criminali condannati per gravi reati di sangue”.
La tentazione di Fabio Levi, storico della persecuzione degli ebrei, è probabilmente di ricostruire i fatti nella loro verità fenomenologica, prima del giudizio storico. Ma la materia è sempre viva, non è agli atti – il nazismo ha solo peso la guerra.
Primo Levi (con Leonardo De Benedetti), Così fu Auschwitz, Einaudi, pp. 245 € 13

Fisco, appalti, abusi (67)

Chi è passato ed è nel mercato libero dell’energia paga la bolletta più cara del 16,7 per cento per l’elettricità rispetto ai consumatori nel mercato tutelato, e del 7,9 per cento per il gas. Paga il 17 e l’8 per cento in più del dovuto? Questo secondo gli studi dell’Autorità per l’Energia, che dovrebbe tutelare il mercato, gli utenti.
O il mercato è più caro del non mercato?

Le Poste perdono un miliardo e mezzo con la corrispondenza, lettere e pacchi. Malgrado il contratto di servizio con lo Stato, che garantisce una parte dei costi. Le Poste perdono, dice l’ad Caio, “a causa dell’accresciuta concorrenza”. Che quindi ci guadagna.

Un plico spedito da Crescenzago a Roma con Sda-Poste fa questo percorso:
11-03-2015
10:23
ARRIVO AL CENTRO POSTALE
Bologna
11-03-2015
10:23
IN LAVORAZIONE
Bologna
11-03-2015
08:42
IN CONSEGNA
Roma
11-03-2015
06:38
ARRIVO AL CENTRO POSTALE
Roma
10-03-2015
11:37
LA SPEDIZIONE E' IN VIAGGIO
Hub Pacchi Bologna
E a Bologna che ci fa? Non hanno inventato la logistica?

Si va alla Posta, di nuovo dopo la breve esperienza Passera, come alla Cayenna, con la morte nel cuore. Ma ci sono isole felici: a Roma, per esempio, piuttosto che fare la fila in via Quadrio, almeno un’ora, anche se non c’è nessuno, conviene scendere a piedi fino a via Arenula, quattro km., dove non c’è coda anche se ci sono meno sportelli. Tra andata e ritorno il tempo sprecato è lo stesso della coda, ma con una passeggiata igienica in più.  Non hanno inventato la produttività alle Poste?