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lunedì 6 luglio 2015

A che punto è la notte dell''Europa

La crisi greca si agita su una tela di fondo, la Germania, di cui purtroppo non si mette a fuoco la pericolosità. Di un’opinione pubblica che è stata condotta, da alcuni partiti (la Csu, i Liberali, i neonazisti) e da alcuni giornali, in testa la diffusissima”Bild”, a pensarsi derubata da questo o da quello. Dopo che la Germania ha messo mano a tutte le risorse europee per salvare le sue banche sostanzialmente fallite nel 2007. Valga come promemoria la rilettura di un estratto di “Gentile Germania” sulla crisi (l’onorevole Dobrindt di cui nell’estratto era allora il segretario della Csu, il partito cristiano-sociale, delfino di Schaüble, ed è ora ministro. Le argomentazioni della destra tedesca contro la Grecia sono più violente, ma analoghe a quelle esercitate contro l’Italia.
  
Giovanile, velista, spigliato, un bavarese così raffinato da parere finto, Alexander Dobrindt ha impazzato contro l’Italia per tutto il 2012, fino a Natale, nel quadro d’una crociata anti-mediterranea, Spagna esclusa – per essere la Spagna mezzo visigota? o mezzo atlantica: su che mare ha casa l’onorevole Dobrindt? “Vedo la Grecia fuori dall’euro nel 2013”, confidò alla Bild alla vigilia delle ferie estive. Alla vigilia di Ferragosto attaccò l’Italia sul Tagesspiel, pigliandosela con Draghi, in quanto presidente Bce: “Salta all’occhio che Draghi si attiva sempre e fa acquistare Btp dalla Bce ogni volta che l’Italia è alle strette”. E intimandogli: “Decida da che parte sta: dalla parte dell’Unione nella stabilità o da quella dei Paesi in crisi, che tentano, zitti e mosca, di mettere le mani sui soldi dei contribuenti tedeschi”.
Il Tagespiel lo commentò con la prima del Giornale di Berlusconi: un QUARTO REICH a tutta pagina. Sommario: “I no della Merkel e della Germania rimettono in gi-nocchio noi e l’Europa”. E di spalla: “I tedeschi salvatori dell’euro? Macché, spende di più l’Italia”. Ma niente, a fine mese Dobrindt tornò alla carica, precipitando un’altra crisi per l’Italia e la Grecia, sempre via Bild, in quattro punti: 1) “Più tempo per la Grecia significa più oneri per la Germania. Non lo permetteremo . Ciò che ci vuole è una roadmap, che parta da un’ordinata uscita della Grecia dall’euro”; 2) Draghi, comprando titoli di paesi deboli, aiuta la speculazione e “fa della Bce una banca dell’inflazione”: a) “La politica di Draghi è ad alto rischio, per l’import trans-frontaliero del caro interessi”, b) “Draghi usa la Bce come uno scambiatore, per trasferire denaro dai solidi Nord ai Sud deficitari”. A novembre Dobrindt si ripeté, sempre con la Bild: “Il condono del debito greco sarebbe la rottura degli argini”. Con scarso esito a quel punto, la speculazione fu poco incisiva e Dobrindt sparì. Anche perché, dopo tanto tuonare, lui stesso precisava: “Il salvataggio della Grecia costa al contribuente tedesco per la prima volta soldi veri”.

A ottobre 2011, per riaccendere la crisi che si affievoliva dopo la vendita dei Btp, il capo economista della Deutsche Bank, Thomas Mayer, pubblicamente aveva a-monito contro ogni aiuto all’Italia. In una col presidente del Ces-Ifo di Monaco, rinomato istituto di studi sulla con-giuntura, Hans Werner Sinn, che aveva redatto e pubblicizzato una serie di note contro l’Italia, sul debito e le banche.  Con l’effetto non casuale di mettere nel mirino le banche italiane, meglio gestite e capitalizzate delle tedesche, elevando una cortina di fumo su quest’ultime, che erano tutte un colabrodo, Deutsche inclusa. “Offrire un’assicurazione di prima categoria sui titoli contro il fallimento dell’Italia ci colpisce come offrire un’assicurazione sulla cristalleria al padrone di una casa prossima a un impianto nucleare che sta per collassare”, scrisse Mayer online nel bollettino della banca. Neppure con la garanzia del Fondo europeo di stabilizzazione: “Né il padrone di casa né il detentore di titoli italiani si sentirebbero molto sollevati da questa assicurazione”. Con spreco di distinzioni fra germanici e latini.
Questi personaggi non sono isolati. Sinn è pure più popolare dell’onorevole Dobrindt: quando sparla dell’Italia ride. Nel 2013 ha avuto il premio Erhard per l’economia “sociale di mercato”. Gliel’ha dato il dottor Mayer, per aver sfidato il Fondo europeo di stabilizzazione e la stessa Bce alla Corte costituzionale tedesca. Mentre periodicamente, per tutto il 2012, Jürgen Stark scandiva su Handelsblatt, il Sole 24 Ore tedesco, la fine della Bce. In odio a Draghi e all’Italia. Nel 2013 ha persistito: il 25 luglio annunciava “il culmine dell’eurocrisi nel tardo autunno”, dopo le elezioni tedesche e la pronuncia della Corte costituzionale. Stark, ex Bundesbank, membro del direttivo Bce, s’era dimesso nel settembre 2011, in polemica con Draghi, prima ancora che Draghi arrivasse. Nel 2013 sotto accusa di Sinn, Stark & co. fu la Francia: un allargamento del fronte latino che non significava un’assoluzione dell’Italia ma un aggiramento per un migliore sfondamento.
Il governo Merkel-Schaüble s’è accreditato nella crisi come l’ultimo baluardo contro un’insorgenza sciovinista e a difesa dell’euro. Ma è quello che ha condotto la guerra all’Europa. Surrettiziamente, è vero. Nel 2011 che condannò l’Italia, il 23 ottobre, nel varco aperto s’è buttata Angela Merkel, che nel duetto periodico con la spalla Sarkozy, una sorta di Stanlio e Ollio sull’abisso, si esibì al vertice Ue nel dileggio dell’Italia. Voleva dall’Italia il taglio annuo d’un trentesimo del debito, cinquanta miliardi per iniziare. Berlusconi disse di no, fu deriso, e tra i lazzi perdette il posto. Monti pare si sia impegnato al taglio di un ventesimo dal 2015, cento miliardi il primo anno – al secondo saremmo tutti morti, come diceva Keynes. Che dirne? La Germania s’è fatta furba: il Nuovo Ordine Euro-peo, senza Hitler, senza la guerra, senza il razzismo, e con la democrazia, è qui. Il 19 giugno 2013 Schaüble attaccava Draghi: la Bce non può comprare titoli del debito pubblico. 

A fine maggio del 2012 Thomas Mayer è stato licenziato. Una tavola da lui costruita per dimostrare che Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia erano stati i beneficiari dei finanziamenti europei tramite la Bce dimostrava l’opposto.
I rifinanziamenti Bce sono andati per l’80-90 per cento ai paesi euro del Nord da metà 2007 a metà 2009, e per il 60 per cento e oltre agli stessi paesi da metà 2009 a metà 2010. Quindi per tre anni, quando la stessa Deutsche Bank se la vedeva brutta, e alcuni colossi olandesi, belgi, austriaci. Solo nei dodici mesi successivi i Gip, Grecia, Irlanda, Portogallo, sono arrivati al 50 per cento – Italia e Spagna ancora a ottobre 2011 non superavano il 5. Non era la sola bizzarria del computo: i Gip erano arrivati al 50 per cento degli impegni Bce quando questi erano stati ridotti, a 400-500 miliardi. Quando la Bce aiutava i nordici l’impe-gno era sopra i 700 miliardi, in alcuni mesi sopra gli 800.
Il dottor Mayer dimostrava cioè che per tre anni la Bce ha finanziato la galassia bancaria tedesca. Forse per questo fu sostituito, dopo il supermanager Ackermann di cui era stato il consigliere. Ma non cessò  di insistere. Allo Handelsblatt a fine maggio 2012 spiegava: “Vedo l’Italia molto peggio della Spagna”. La cui banche erano al fallimento in senso proprio, tecnico, con miliardi di metri cubi già costruiti invendibili, un negozio chiuso su due, i disoccupati al 20 per cento, un’economia senza più credito.
Ma più che un errore, quello di Mayer è stato il segno di una prepotenza. Della superiorità naturale del Nord, della Germania, l’unico terreno della virtù. Veniva a completamento di una battaglia serrata dell’opinione più qualificata in Germania, con accenti diversi ma a un unico fine.
Ufficialmente la Germania sosteneva, guardando ai saldi della bilancia interna della Banca centrale europea, che la Bundesbank sopporta i costi maggiori della crisi. Trovandosi per questo sovraesposta nei confronti del Sud Europa, dei paesi col debito più alto, e quindi essa stessa a rischio contraccolpi. Era la tesi del presidente della Bundesbank, Weidmann, e più ancora del beffardo Sinn. Mentre i conti dicevano il contrario: il Sud Europa paga l’austerità, la Germania incassa, e accumula attivi. Sono questi attivi fragili, a rischio cancellazione? Ma è la Germania che ne blocca il bilanciamento, col no a una politica Bce espansiva e il no agli stimoli alla sua domanda interna, malgrado un’inflazione zero e anzi negativa, che consentirebbero più esportazioni – più lavoro, più reddito - ai partner euro.

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