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È la fine del mondo ma niente paura, la vita è moltitudine
Il
teatro al cinema, partendo dalla fine. Un film a scatole cinesi, affascinante –
sobrio, sui toni colloquiali, quotidiani, ma sempre sorprendente. Una storia
anche a ritroso, contro tutti i canoni, che comincia dalla fine. E un film come
un teatro, niente inseguimenti, al più dialoghi a distanza col telefono. E con
l’ultimo atto recitato per primo.
Il
terzo atto, la fine del mondo, se la raccontano, ignari, un insegante e la sua
ex, una infermiera, che le notti solitarie si telefonano. Si raccontano una
giornata strana, in cui sembra che la, faglia del Nord California si sia
attivata, incendi indomabili si sono sprigionati qua e là negli States, e alluvioni, a Livorno le acque hanno invaso la città, e frane,
voragini, traffico bloccato, gente che arriva esausta a casa, a piedi, la mattina
dopo, consigli inutili su come evitare il blocco del traffico, volendo ancora
andare a lavorare, o recuperare la macchina nell’intasamento. La normalità nell’anormalità.
Su cui si proietta come beffarda, a ogni piega a ogni sguardo, una pubblicità, “Grazie
Charles “Chuck” Krantz per i 39 anni fantastici”. Come una pubblicità politica,
di uno che si candida – a sindaco, a senatore – di cui però nessuno ha mai
sentito.
Ma
al secondo atto “Chuck” è vivo. Cioè, è morto, ma esiste: la scritta onnipresente
è il ricordo della moglie e del figlio affezionati, che lo ringraziano di aver vissuto
39 fantastici anni, per sé e per loro. Si prosegue sempre a ritroso, con Chuck
adulto col figlio. Poi con i nonni, ai quali è stato affidato infante per la morte
incidentale dei genitori. Sempre a ritroso, col divieto del nonno di entrare nella
soffitta. Dove da ultimo Chuck si troverà morto.
Con
una morale. Una vita breve, destinata alla morte, come tutti, la vita è sempre
breve, ma molteplice: Chuck, come tutti, avrà vissuto contenendo-vivendo “moltitudini”.
La storia è cominciata con Walt Whitman storpiato dagli scolari ignoranti o svogliati,
il verso “contengo moltitudini”, dal “Canto di me stesso”.
Non
è un thriller, la curiosità si accende a mano a mano con lo sviluppo del
racconto – non c’è una fine, una causa, un mistero da indovinate. Dal racconto “La
vita di Chuck” di Stephen King (nella raccolta “Se scorre il sangue”).
Chiwetel
Eijofor, l’insegnante solitario del primo atto, e Annalise Basso, l’infermiera,
danno il tono “ordinario” alla fine del mondo che è l’attrattiva del film. Che poi “Chuck” da ultimo e da giovane, Tom
Hiddleston e Jacob Tremblay, perpetuano.
Mike
Flanagan, The Life of Chuck, Sky Cinema, Now
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