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venerdì 27 febbraio 2026

È la fine del mondo ma niente paura, la vita è moltitudine

Il teatro al cinema, partendo dalla fine. Un film a scatole cinesi, affascinante – sobrio, sui toni colloquiali, quotidiani, ma sempre sorprendente. Una storia anche a ritroso, contro tutti i canoni, che comincia dalla fine. E un film come un teatro, niente inseguimenti, al più dialoghi a distanza col telefono. E con l’ultimo atto recitato per primo.
Il terzo atto, la fine del mondo, se la raccontano, ignari, un insegante e la sua ex, una infermiera, che le notti solitarie si telefonano. Si raccontano una giornata strana, in cui sembra che la, faglia del Nord California si sia attivata, incendi indomabili si sono sprigionati qua e là negli States, e alluvioni, a Livorno le acque hanno invaso la città, e frane, voragini, traffico bloccato, gente che arriva esausta a casa, a piedi, la mattina dopo, consigli inutili su come evitare il blocco del traffico, volendo ancora andare a lavorare, o recuperare la macchina nell’intasamento. La normalità nell’anormalità. Su cui si proietta come beffarda, a ogni piega a ogni sguardo, una pubblicità, “Grazie Charles “Chuck” Krantz per i 39 anni fantastici”. Come una pubblicità politica, di uno che si candida – a sindaco, a senatore – di cui però nessuno ha mai sentito.
Ma al secondo atto “Chuck” è vivo. Cioè, è morto, ma esiste: la scritta onnipresente è il ricordo della moglie e del figlio affezionati, che lo ringraziano di aver vissuto 39 fantastici anni, per sé e per loro. Si prosegue sempre a ritroso, con Chuck adulto col figlio. Poi con i nonni, ai quali è stato affidato infante per la morte incidentale dei genitori. Sempre a ritroso, col divieto del nonno di entrare nella soffitta. Dove da ultimo Chuck si troverà morto.
Con una morale. Una vita breve, destinata alla morte, come tutti, la vita è sempre breve, ma molteplice: Chuck, come tutti, avrà vissuto contenendo-vivendo “moltitudini”. La storia è cominciata con Walt Whitman storpiato dagli scolari ignoranti o svogliati, il verso “contengo moltitudini”, dal “Canto di me stesso”.  
Non è un thriller, la curiosità si accende a mano a mano con lo sviluppo del racconto – non c’è una fine, una causa, un mistero da indovinate. Dal racconto “La vita di Chuck” di Stephen King (nella raccolta “Se scorre il sangue”).
Chiwetel Eijofor, l’insegnante solitario del primo atto, e Annalise Basso, l’infermiera, danno il tono “ordinario” alla fine del mondo che è l’attrattiva del film.  Che poi “Chuck” da ultimo e da giovane, Tom Hiddleston e Jacob Tremblay, perpetuano.
Mike Flanagan, The Life of Chuck, Sky Cinema, Now

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