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L’Europa prigioniera delle faide slave
“Quale sarà il destino dei milioni di ucraini che vorrebbero il proprio
Paese nel «mondo russo» e non europeo? Potranno tornare a votare partiti filorussi,
parlare russo?” è la domanda. La risposta di Michailo Podolyak, “consigliere della
presidenza ucraina”, è: “Se a qualcuno piace può andare a vivere in Russia,
finché esisterà. Non ci sarà alcun «mondo russo» in Ucraina”.
C’era prima della guerra, prima della Crimea, delle “rivoluzioni
arancione”, cioè nazionaliste ucraine, e ora non ci sarà più. È comprensibile
dopo quattro anni di guerra. Ma è anche una faida, come ce ne sono sempre state
e se ne preannunciano a ogni curva, tra gli slavi: nella ex Jugoslavia, a partire
dalla sanguinosa caccia agli italiani in Istria, e poi alla dissoluzione, nel
1992-1993, nel Kossovo, ora in Ucraina, domani in Moldavia. Con la Polonia che
ha più di un conto in sospeso con la stessa Ucraina, compresa Lviv-Leopoli, e
con qualche paese baltico. La Polonia che ottant’anni dopo la guerra, e dopo essersi
presa un quinto o un quarto della Germania, e averne cacciato gli otto milioni
di tedeschi che lo abitavano, vuole dalla Germania i danni di guerra - un governo
li chiede e uno ci rinuncia, ma il sentiment è revanscista.
Il futuro dell’Europa all’ora slava è, al meglio, lo stallo – la composizione
di conflitti. Anche gravi, come ora l’amputazione della Russia.
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