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Identità – Screditata
per ragioni politiche, nella polemica politica, ma solo chi ha radici è, può essere,
cittadino del mondo – l’apolidismo, lo statuto del primo Novecento per i senza
patria, quasi onorario, una medaglia al petto, non è più negli ordinamenti, e
anzi è svanito, sostituito dallo statuto di profugo, che invece è qualifica
identitaria. La ragione politico-legale innestando sulla condizione
identitaria. Simone Weil lo spiega diffusamente lungamente in “Enracinement”,
il radicamento (tradotto come “La prima radice”), scritto nel 1942 in esilio forzato.
Ernesto De Martino allarga l’orizzonte alla società: solo chi ha radici, chi viene
da un posto preciso e si collega a una comunità, interagisce nella società.
Ma, poi, nella stessa polemica politica si nega l’identità
per affermare i diritti (l’identità) altrui – si nega una identità per
affermarne un’altra.
Integrazione –
Pasolini, sul “Corriere della sera”, il grande quotidiano della grande borghesia,
il 15 giugno 1975 abiurava solenne dalla “Trilogia della vita”, i tre film sui
racconti classici, cui aveva dedicato tre o quattro anni d’intensa attività e
di vita: “Io penso che, prima, non si debba mai in nessun caso temere la
strumentalizzazione da parte del Potere e della sua cultura. Basta comportarsi
come se questa eventualità pericolosa non esistesse. Ciò che conta è anzitutto la
sincerità e la necessità di ciò che si deve dire…. Ma penso anche che, dopo, bisogna rendersi
conto di quanto si è stati strumentalizzati, eventualmente, dal potere
integrante. E allora se la propria sincerità o necessità sono state asservite e
manipolate, io penso che si debba avere addirittura il coraggio di abiurarvi. Io
abiuro dalla ‘Trilogia della vita’, benché non mi penta di averla fatta”.
“Eventualmente”, Pasolini non vuole cortocircuitarsi, ama
il suo pubblico. “Sincerità” e “necessità”, Pasolini è sempre stato un ideologo
autoreferente – giustificazionista di se sesso, la realtà reinterpretando e
risistematizzando a ogni giro di tempo o di strada – da vero Autore, senza mai
darsi una pausa. L’integrazione è tema degli anni 1960-1970. Italiano, per via
dell’ideologia “marxista-leninista”, in realtà comunista, del partito Comunista
Italiano. Oggi dissoltasi, con la dissoluzione del Potere – dapprima militare (monopolio
della violenza), poi militare-industriale (Galbraith), oggi tecnologico, nelle cose,
impalpabile, benché non celato.
Due culture distinte, del potere e del non potere? Pasolini
razzolava nelle “contraddizioni”, erano il fieno del polemismo, del giornalismo
d’assalto.
Intellettuale -
Si cerca e non si trova, in Italia come in Francia, Spagna, Germania, i paesi dell'intelligentsja,
l’intellettuale di destra. Alberto Castoldi ha lasciato una dettagliata antologia
degli “Intellettuali e Fronte Popolare in Francia”, nel1936-1938, in cui non trova
posto per Céline. Né c’è posto oggi per Houellebecq, sì come autore poiché “funziona”
ma non come intellettuale di destra – “non merita il Nobel perché è di destra”.
Anarcoide di destra, come Céline – o sempre nel Novecento, Pound, Hamsun. E in Italia,
ciascuno di loro a suo modo, anche Malaparte, Berto, lo stesso Gadda, antimussoliniano,
o Pirandello. Mentre alcuni degli intellettuali più influenti del primo Novecento
sono inequivocabilmente di destra – oltre i Céline, Pound e Hamsun, Mircea Éliade,
Ionesco, Cioran. O il futurismo, anche nelle sue applicazioni sovietiche.
Stato –
“Una formazione che ha avuto un’evoluzione diversa, lacerante, nelle nazioni latine”?
È la lezione dell’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13
maggio 2004: “Con la Rivoluzione Francese per la prima volta in assoluto nella
storia sorge lo Stato puramente secolare, che abbandona e mette da parte la
garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come
una visione mitologica del mondo e dichiara Dio stesso come affare privato, che
non fa parte della vita pubblica e della comune formazione del volete. Questa
viene ora vista solamente come un affare della ragione, per la quale Dio non appare
chiaramente conoscibile: religione e fede in Dio appartengono all’ambito del
sentimento, non a quello della ragione”. Ne è derivata una frattura – “un nuovo
scisma”. Non risentito in Germania, “perché qui si è ripercosso più
lentamente”. Ma radicale nel mondo latino: “Questa lacerazione negli ultimi due
secoli è penetrata nelle nazioni latine come una frattura profonda, mentre il
cristianesimo protestante in un primo tempo ebbe vita facile nel concedere
spazio alle idee liberali e illuministe all’interno di sé, senza che la cornice
di un ampio consenso cristiano di fondo dovesse in tal modo venire distrutta”,
Virtuosismi –
Restano nelle arti legati solo musica, una prerogativa, dei pianisti e violinisti,
forse per contagio dal jazz, ma era già un virtuoso Pagani, come Liszt, ed è rimasta
arte di esecuzione – l’arte per eccellenza degli esecutori. Nel pianismo non
c’è più, p.es., la serena classicità, naturale ma studiata, di Rubinstein o Benedetti
Michelangeli, intesa a rendere, riprodurre, al meglio l’originale, come concepito
dagli autori, Chopin, Schubert, Beethoven, ma un subisso di note, “interpretative”,
variazioni sul tema, che unicamente testimoniano la bravura dell’esecutore – l’autore
resta come pretesto, un tema del virtuosismo. Di creatività fanciullesca, di moltiplicazione-semplificazione
di accordi, temi, arie, di costruzioni in forma di variazioni. E precarie,
improvvisazioni, non ripetibili; per una impressione di meraviglia, per natura
fuggevole, comunque di realizzazione volutamente passeggera – di cui resti la
memoria ma non l’opera.
L’esecutore si vuole sempre più autore. Un personaggio, non solo un
esecutore, ma per “quella” esecuzione, come una sorte d ri-creazione – in entrambi
i sensi.
zeulig@antiit.eu

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