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L’assegno unico non fa una politica natalista
L’assegno unico universale, introdotto
a fine 2021 dal governo Conte II, di sinistra-destra, che avrebbe dovuto rilanciare
la famiglia e la natalità – insieme con l’aumento di asili nido-scuole materne,
non ha avuto l’effetto sperato, se la denatalità continua a crescere, verso
record sempre negativi.
Ha funzionato sessant’anni fa in Francia,
col governo Pompidou, che riuscì a interrompere una denatalità secolare, ma ora
molte cose sono cambiate. Per almeno cinque fattori, quali sono emersi nelle tavole
rotonde di demografi, giuslavoristi, economisti etc., attivate al dicastero della
Famiglia, la natalità e le pari opportunità. La ritardata nuzialità-procreazione
per effetto degli studi: molte più persone studiano ancora nei loro anni venti.
Si è generalizzato il lavoro femminile, in tutti i tipi e i gradi di qualificazione.
La famiglia, sempre informale, è sempre più “plurireddito” – non può più fare a
meno di un reddito. E contemporaneamente patrimonializzata – in beni mobili e
immobili, a spese elevate costanti. La natalità diventa una pausa molto ardua
in questa situazione.
Il quinto elemento dissuasivo è opera
dello stesso mondo imprenditoriale che più lamenta la denatalità, la scarsità
di manodopera. È la pratica aziendale ancora diffusa di scoraggiare la
maternità, con misure anche esplicite - dimissioni in bianco, contratti a termine
non rinnovabili in caso di licenza prolungata, difficoltà ai permessi parentali,
disparità di retribuzione.
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