Le conversazioni dei giudici
palermitani Natoli e Scarpinato in disprezzo dei Borsellino non avranno peso
giudiziario, e nemmeno di galateo (si sa come si parla tra amici), ma confermano,
oltre la psicologia dei due, quanto di sordido c’è in questa giustizia
antimafia. Ci se ne serve per fare carriera, i delinquenti sono vittime
casuali. In situazione non infetta persone esposte su una linea di battaglia non
stano lì a farsi le pulci politiche (Natoli e Scarpinato, vecchi democristiani,
si posizionano a sinistra, Borsellino era di destra). Si rischia appunto di passare
per amici del nemico.
Passatempo antimafia
È più ridicolo che tragico il caso dell’ex prefetto
Piritore, settantaseienne, che la Procura, il Gip e il Tribunale del Riesame di
Palermo volevano in carcere perchè nel 1980, in forza alla Mobile di Palermo,
“occultò” un guanto che era stato rinvenuto nella 127 Fiat usata dall’assassino
del presidente della Regione Sicilia Mattarella. Mentre il giovane Piritore,
che aveva trovato il guanto, l’aveva fatto vedere al proprietario della 127 rubata,
e poi l’aveva “consegnato”. Tragico forse perché dice il livello di
professionalità della Polizia. Ma ridicolo riesumare il guanto dopo 46 anni: la
Procura di Palermo non ha (non vuole avere?) altro da fare.
E per fortuna che il Piritore
non ha, non avrebbe, almeno per il momento, carature politiche. Altrimenti staremmo
qui ad almanaccare per secoli – altro che il “papello” di Ciancimino figlio,
che tanti (falsi) processi innescò, per distogliere l’attenzione (per insipienza
dei giudici, o per connivenza?). Come dire che se i metodi della Polizia sono migliorati,
forse, anzi sicuramente, altrimenti non staremmo qui a raccontarla, quelli dei giudici
sono sempre gli stessi, della giustizia a perdere – un giorno della settimana,
un momento di un giorno della settimana, il passaggio di una nuvola.
La dialettica radicamento-esilio
Il radicamento, e la
conseguente esclusione, assurta nell’Otto-Novecento al nazionalismo, ma sempre
attivo nella forma mentis individuale e ora riprodotto dal
leghismo come esclusione, Edward Said, lo studioso che si voleva “nato in esilio”,
ben sintetizza nelle “riflessioni, letture ed altri saggi” raccolti in “Nel segno
dell’esilio”: “Esso invoca la casa creata da una comunità di linguaggio,
cultura e usanze; e così facendo rifiuta l’esilio, combatte per impedire le sue
devastazioni. Di fatto, l’interrelazione fra nazionalismo ed esilio è come la
dialettica hegeliana di servo e padrone, in cui gli opposti si modellano e si
costituiscono a vicenda….. Questo ethos collettivo costituisce quello che
Pierre Bourdieu, il sociologo francese, chiama habitus, il coerente amalgama
di pratiche che lega l’abito all’abitare”.
Il radicamento come inclusione,
anche del più diverso, non il radicamento come esclusione (la Lega). La riflessione
precedente il comparatista americano di famiglia palestinese così continua:
“Col passare del tempo, i nazionalismi vittoriosi ascrivono la verità solo a se
stessi, e riservano la falsità e l’inferiorità agli outsider…. E subito
al di là della frontiera tra «noi» e gli «outsider»
si estende il pericoloso
territorio della non-appartenenza”. E concludeva, senza naturalmente sapere del
leghismo: “È questo il luogo nel quale in un’epoca primitiva erano mandati al
bando i popoli, e dove in età moderna immensi aggregati di umanità si aggirano furtivamente
in qualità di profughi e rifugiati, o semplicemente emigrati”.
A Milano nessuno parla
milanese – i siciliani parlano siciliano con i siciliani, i calabresi calabrese
con i calabresi, i napoletani napoletano tra di loro. E i milanesi non parlano -
se non il “linguaggio del giorno”.
Milano ex
protestante
“Non ho mai creduto alla
favola di Milano «capitale morale»”, esplodeva a un certo punto Giovanni Raboni,
il grande poeta allora di Milano, in un lungo articolo sul “Corriere della sera”
il 9 aprile 1982, “e mi sembrava che a stonare, in quel la coppia di parole,
fosse proprio il sostantivo. Capitale no, assolutamente: la singolarità, la
ragion d’essere di Milano stava, anzi, nel non poterlo né volerlo essere, nella
sua vocazione particolaristica, municipale. Mentre l’aggettivo… beh, l’aggettivo
poteva anche voler dire, in altri tempi, qualcosa….
“Se nel carattere di Milano e
dei suoi abitanti meno occasionali si poteva
scorgere, sino a pochi decenni fa, l’impronta di una concezione etica dell’agire
e del vivere, è soltanto perché la città era una città davvero e «seriamente»
capitalistica, con una vera borghesia e un vero proletariato, una città in cui ciascuno
sapeva - sulla propria pelle o sulla pelle altrui - quanto valesse e quanto
costasse il denaro, in quali mani stessero poteri e privilegi, cosa ci fosse da
conservare e difendere per alcuni, da combattere per altri. Per la moralità del
capitale: inamabile, certo, ma riconoscibile; e capace di imporsi non solo a
chi la subiva, ma anche, per certi aspetti, a chi ne traeva vantaggio. Nel suo
ostinato e tetro badare al sodo, nel suo chiudersi come una solida e grigia
cassaforte sulle proprie ricchezze, Miano era la più «protestante» delle città
italiane, una città in cui vivere era facile per pochi ma poteva avere un senso
per tutti. Non è più così (……).
“Alla prudente, avara, timorata
borghesia imprenditoriale, asserragliata nelle case buie, nei suoi giardini invisibili,
nel numero ferocemente chiuso dei palchi alla Scala e degli abbonamenti alla
Società del Quartetto, è subentrato l’indescrivibile, ripugnante «generone»
degli speculatori, dei trafficanti di ogni merce lecita e illecita, degli
stilisti e pubblicitari e mediatori del nulla, degli affaristi corruttori e dei
politici corrotti; il proletariato e la piccola borghesia hanno lasciato il posto
a una massa atrocemente indistinta di emarginati; la ricchezza non viene più
prodotta e difesa, ma sperperata senza fine e senza lasciare tracce dignitose,
sedimentazioni interpretabili e fruibili. Non più «protestante» ma
cattolicamente caotica, incosciente, invivibile …”.
Quarantacinque anni fa. Il
saggio veniva dopo il “mariuolo” Mario Chiesa, ma anche dopo la Lega, che ha
imbarbarito la città – o le ha levato la maschera: la Lega ha assicurato alla
città rappresentanza politica e più di un sindaco, ed è pur sempre il secondo maggior
partito.
P.s. – Il titolo della filippica di Raboni - redazionale?
– era “Le mosche della capitale”, sottinteso “morale”, a imitazione-parodia
dell’ultimo, allora, Volponi, “Le mosche del capitale”. Un (confuso) memoriale delle
esperienze dello scrittore, industrialista deluso, in Olivetti e in Fiat. Di
lui giova ricordare la presenza al convengo anti-inquinamento Tecneco-Eni di
Urbino otto anni prima, nel 1974, reduce da un “Gli Agnelli sotto processo” sul “Corriere della sera”, subito dopo che gli Agnelli
ne avevano declinato la proprietà, in cui tracciava la storia della
“famosa famiglia di Torino”, sul filo scalfariano dell’“Avvocato di panna
montata”, e scriveva: “Agnelli vuole solo buone maniere, buone notizie e
divertirsi. Ascolta, capisce, rimuove, sorride e parte dopo dieci minuti”. Lo
si rivede a Urbino mentre fungeva da cicerone,
sudato, congestionato, il testone agitando e le mani, gli occhi
cerchiati, il lutto al risvolto, lucido il nodo della cravatta nera, allentato
sul bottone, la camicia bianca sdrucita, all’Avvocato
Agnelli in passerella, zoppo, asciutto e sorridente, e ai due pargoli ricci,
smilzi, che gli correvano avanti e indietro in maglietta – il figlio Edoardo e il
nipote Govannino. L’Avvocato, che aveva rischiato di avere patrigno e
mentore a quindici anni Malaparte, non fosse stato per il nonno, che saggio spiegò
l’errore alla madre Virginia, inesausta malgrado i sette figli, interloquiva
senza affettazione. Volponi, il “poeta poetico” di Pasolini, che se ne faceva
maestro benché coetaneo, a Urbino lamentava la passione del Seicento, e la
tentazione di Christie’s, a prezzi miliardari - che diceva “una vertigine”.
Cronache della differenza: Napoli
A Donnarumma
a Zenica un ragazzo raccattapalle ruba il foglio dei “rigoristi” della Bosnia,
quello dove gli spiega come ognuno li tira. È un fatto grave, ma non c’è
sanzione. E anzi il foglio finisce all’asta – in Bosnia si vede usa così. Però, un napoletano fregato
da un bosniaco non è male, che per di più ci fa un mercato. \.
Ritorna capitale del Sud col
referendum sulla giustizia, nel nome di Mario Pagano, giurista insigne di scuola
napoletana. Il Procuratore Capo Gratteri, promotore del no, e l’avocato Bruno
Larosa, presidente del comitato per il sì, sono entrambi calabresi. E hanno scelto
Napoli l’uno per il culmine della carriera l’altro per esercitare la
professione.
Napoli ha ancora molte attaches
con la Calabria latina o citeriore, ma era scomparsa come polo d’attrazione
formativo e professionale, a favore di Roma e di Milano.
“Città d’estenuante bellezza,
in cui persino la bruttezza di certe zone e quartieri partecipa in modo misterioso
del privilegio. Insieme a ciò, la sua spigolosità”. È il complimento non interessato
di Belpoliti, “Nord Nord”, 191.
Del repertorio su Napoli antologizzato
da Ramondino e Müller, “Dadapolis”, Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, sintetizza
così i motivi principali: “L’innamoramento per il brulicare di vita, la paura
per il brulicare di vita, l’interesse quasi entomologico per il brulicare di
vita… Ed è curioso vedere come – almeno per i primi due atteggiamenti - riguardino
anche i napoletani stessi”.
A proposito del dimenticato Luigi
Incoronato, Fofi ricorda “la bella fioritura di talenti letterari che riguarda
Napoli del dopoguerra (e di prima o durante, a cominciare da quel romanzo
decisamente altro rispetto alla letteratura del ventennio fascista che fu i ‘Tre
operai’ di Carlo Bernari…): lo ‘Spaccanapoli’ e il ‘Gesù, fate luce’ di Rea….,
e la provincia sonnacchiosa di Prisco, e ‘Un giorno d’impazienza’ di La Capria,
e il primo capolavoro della Ortese, ‘Il mare non bagna Napoli’”.
Intervistato da Sandra Cesarale sul “Corriere della sera”
alla vigilia di Sanremo, Nino D’Angelo ricorda del suo esordio al festival, nel
1986, “il razzismo, mi hanno trattato come un immigrato. Se ci fossero state le
barche per arrivare a Sanremo, me ne avrebbero fatto prendere una. Sono stato il
primo immigrato d’Italia, il terrone”.
Dal
Mondo milanese Pasolini scriveva a
“Gennariello” per fargli la morale. A un ragazzo che non è un napoletano ma il
napoletano stereotipo, “simpatico”. Pasolini e il settimanale della borghesia
scrivevano dunque alla macchietta del napoletano, e perché? Perché a Napoli
“sono rimasti gli stessi di tutta la storia”. Che non era quella dei furbi.
“Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante
un’effusione, mi stava sfilando il portafoglio; gliel’ho fatto notare, e il
nostro affetto è cresciuto”, scrive. Indiscutibile, se l’“effusione” è durata
“un giorno”. Ma questa non è più ipocrisia, è dileggio, l’“affetto” per “un
napoletano”: non per un ragazzo, no, per una generalizzazione, un codice.
Nel
1895, secondo una cronaca poco frequentata, il locale brefotrofio lasciò morire
di fame e percosse 853 dei suoi 856 bambini. Continuando a percepire la retta
dei morti. A beneficio dei medici - di 42 medici invece dei 19 in organico.
L’evento l’inchiesta non limitò al 1895, pur sorvolando sui precedenti. Ma la
città-metropoli, indifferente e per lo più crudele, si vuole anema e core.
Alla
Juventus, che vorrebbe assolutamente avere come centravanti Osimhen – e a Osimhen
che vorrebbe assolutamente andare alla Juventus – il presidente del Napoli Calcio
De Laurentiis, che ha lanciato il calciatore, oppone la clausola imposta anni fa
alla sua cessione: mai più in un club italiano. Senza iattanza, giusto no.
Napoli, a pensarci, era capitale prima di Torino, molto prima – e molto più “capitale”.
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