astolfo
Candy – Esordisce alla prima
Fiera di Milano dopoguerra, nel 1946, “ancora in forma rudimentale”, come la prima
lavatrice, “la macchina per il lavaggio automatico della biancheria e dei
panni” - Amalia Ercoli Finzi, “Introduzione “ a Di Paolo-Guanciale, “Miracolo a
Milano”, Il Saggiatore: “Di nome Candy dal titolo di una canzone di Nat King
Cole, proposta da una piccola ditta di Monza, la Officine Meccaniche Eden
Fumagalli specializzata nella produzione artigianale di meccanica strumentale, suggerito al proprietario
dal figlio Enzo, reduce dalla prigionia negli Stati Uniti”. Era “la Candy 50,
poi sostituita dalla Candy-Bimatic, la prima semiautomatica”.
Charivari – I movimenti dei gilets
jaunes, o dei “forconi”, nella Francia Cinquecento – noti in Inghilterra
invece come skimmington, o tin-panning, delle “padelle”, le
pentole, o tin-panning. Movimenti contadini di protesta,
rapidi e violenti, spesso senza una causa precisa. L’analogo in Inghilterra era
lievemente diverso, una parata dai tratti burleschi, con la “musica” dei rumori,
contro
uno più concittadini, più spesso per motivi di letto - coniugi infedeli, mariti sottomessi, mogli santippe
(con figuranti, oltre che con la “musica grezza”).
Eilat-Ashkelon – L’unico sbocco
sicuro del petrolio del Golfo è attraverso Israele? Un “intervento” (non richiesto?) dello scrittore iraniano Tolouei
oggi sul “Corriere della sera” evoca “il gasdotto di Eilat-Ashqelon in Israele,
costruito grazie agli investimenti iraniani durante il regno dello Scià”, come “uno
dei princiali concorrenti allo Stretto di Hormuz nel trasferimenti di risorse
energetiche”. È vero - se non che non è un gasdotto ma un oleodotto, il Tipline
(Trans-Israel Pipeline), o Oleodotto Europa-Asia, tra il golfo di Aqaba e il
Mediterraneo.
L’oleodotto funziona, malgrado la guerra, e trasporta
verso Israele e il Mediterraneo, con un breve percorso, greggio iracheno, kuwaitiano
e emiratino, e in senso inverso, con una capacità di trasporto ridotta, prima della guerra e
della chiusura di Hormuz, petrolio russo per i mercati asiatici – questo spiega
la premura di Putin di farsi mediatore nella guerra.
Dacché, con l’avvento di Khomeiny, l’Iran si è fatto nemico
di Israele, l’inimicizia ha portato a una singolare contesa giuridica. La quota
iraniana dell’oleodotto non è stata nazionalizzata da Israele. Ma la società proprietaria
della condotta, di diritto israeliano, non paga la quota di royalties di
Teheran.
L’oleodotto è lungo 254 km e ha un diametro di 42 pollici
(107 cm) con una capacità diversa di trasporto nelle due direzioni: fino a 400
mila barili al giorno da Ashkelon a Eilat, e una capacità tripla (grazie al
potenziamento delle stazioni di pompaggio) in seno inverso, dal Golfo al Mediterraneo
– approssimativamente 20 e 60 milioni di tonnellate di greggio annue. Da
Ashkelon al Golfo trasporta essenzialmente greggio russo, dal Mediterraneo verso
l’Oriente, India e Cina i maggiori mercati.
L’oleodotto è gestito dalla Eilat Ashkelon Pipeline
Company, o Europa Asia Pipeline Company (Eapc), la società che lo scià e
Israele avevano fondato nel 1968 – un favore a Israele per circonvenire l’ostilità
dei paesi arabi dopo la sconfitta dell’Egitto di Nasser l’anno prima nella guerra
dei Sei Giorni. Poi, dopo l’avvento del khomeinismo a Teheran e la rottura delle
relazioni, Israele ha fatto propria la società. Senza rimborso. Una lunga
contesa giuridica ne è seguita, conclusa nel 2015 in un tribunale svizzero, con
la condanna di Israele a un risarcimento, quantificato in 1,1 miliardi di dollari.
Risarcimento che Israele non ha effettuato, sulla base di una sua propria legge
che non consente relazioni economiche con un nemico.
Israele non è nuovo a complicazioni giuridiche di questo genere.
Dal 1967 al 1974, quando occupava il Sinai, pompava il petrolio dei giacimenti
italo-egiziani come preda di guerra. Ma riconosceva le royalties alla
parte italiana (Eni).
Millenarismo – L’attesa della
fine del mondo, o spirito avventista, è parte dello “stile paranoide” di
lettura della realtà nella riflessione di Richard Hofstadter, “Lo stile paranoide
nella politica americana” – in realtà dell’opinione pubblica in America. Nella
quale fa un excursus (in nota, 8-89) sull’avventismo, a proposito dei
fondatore, William Miller - ma
ritenendolo anche un’evoluzione “delle tendenze principali del protestantesimo
americano”: “L’esempio americano probabilmente più spettacolare dello spirito
avventista è il caso di William Miller, che si fece conoscere a New York negli anni
Trenta dell’Ottocento. Nato in una famiglia di predicatori battisti, Miller
cominciò a occuparsi dele profezie millenariste, effettuò dei calcoli e
annunciò il ritorno di Cristo una prima volta per il 1843, poi una seconda volta
per il22 ottobre del 1844, e divenne così il leader di una setta avventista dal
seguito considerevole. Il giorno stabilito, i milleriti si adunarono in preghiera,
molti abbandonarono le loro occupazioni mondane e alcuni si disfecero dei loro
bei. Il movimento di Miller tramontò dopo il giorno fatale, ma altri
avventisti, più cauti nell’uso di date, proseguirono in quello spirito”.
Non fu un fuoco di
paglia, Miller si iscriveva in una tradizione protestante, “non lontana dalle tendenze
principali del protestantesimo americano, secondo uno studio famoso di un
storico locale, Whitney R. Cross, sulla parte occidentale dello stato d New
York, degli Appalachi,“The Burned-Over District: The Social and Intellectual
History of Enthusiasmatic Religion in Western New York, 1800 – 1850 ”: I
milleriti non possono essere liquidati come contadini ignoranti, libertari di
frontiera, vittime impoverite del cambiamento economico o seguaci ipnotizzati
di un pazzo…. Il protestantesimo americano preso nel suo complesso è arrivato
molto vicino alle stesse convinzioni…. Tutti i protestanti si aspettavano un
qualche evento attorno al 1843 e nessun critico del fronte ortodosso ebbe niente
da ridire sui principi alla base dei calcoli di Miller” – gli assistenti e i
seguaci di Miller troveranno “il mondo insalvabile e i parlamenti corrotti, mentre
l’infedeltà, l’idolatria, la sudditanza alla chiesa di Roma, il settarismo, la
seduzione, la frode, l’assassinio proliferavano”.
Il senso della
protesta è una certa idea della storia, spiega Hofstdater: “La storia è una
cospirazione, messa in moto da forze demoniache dal potere trascendente…. Per
batterla c’è bisogno non dei soliti metodi di botta e risposta politico, ma di
una crociata senza quartiere”.
Barone de Morpurgo
–
Fu tra i protagonisti italiani del tennis negli anni 1920, dopo esserlo stato
in precedenza per l’Austria-Ungheria. Così lo scrittore americano Frederik
Prokosch lo ricorda in “Voci” – altre memorie non se ne conoscono. Solo ottavo,
nono, decimo nelle graduatorie mondiali, e mai più in là di una semifinale nei tornei
maggiori, Wimbledon, Montecarlo, Internazionali di Francia, Internazionali d’Italia,
ma perdendo sempre contro i fuoriclasse del momento, Bill Tilden, René Lacoste,
Jean Borotra (una volta peraltro sconfitto, all’Olimpiade di Parigi nel 1924, allo
spareggio per il terzo posto – un Borotra fresco del trionfo a Wimbledon), Henri
Cochet. A Wimbledon ha fatto anche una
finale, al torneo del 1925, nel doppio misto, insieme con la statunitense
Elizabeth Ryan – contro il solito Borotra, in duo con l’altra fuoriclasse
francese Suzanne Lengler.
Cambiò nazionalità
col passaggio di Trieste all’Italia dopo la Grande guerra. Ma fu a lungo
ignorato da Federtennis, che lo tesserò solo a fine 1923.
Di padre triestino,
ebreo, barone, di madre inglese, aveva fatto le scuole a Oxford, scoprendovi il
tennis. A partire dai 15 anni, nel 1911, gareggiò in Inghilterra con successo
nella categoria juniores. In guerra fu mobilitato nell’aviazione austriaca. Raggiunse
la vetta del successo nel 1930. Agli Internazionali d’Italia in finale in tutte
le specialità: singolare (sconfitto dal fuoriclasse Tilden in tre set), doppio
(con Paolo Gaslini, sconfitti dalla coppia Tilden-Wilbur Coen) e doppio misto
(qui vincente, con Lilì de Álvarez, contro Lucia Valerio e Pat Hughes). Agli Internazionali
di Francia dello stesso anno fu il primo
tennista italiano a disputare una semifinale di una prova del Grande Slam – sconfitto
da Cochet.
È in coppa Davis
che l’unica memoria del barone De Morpurgo resta negli annali: partecipa a
tutti i tornei dal 1923 al 1933, con 39 vittorie in singolo e 14 sconfitte, e
16 vittorie contro 10 sconfitte nel doppio. Figura tuttora al quarto posto come
numero di presenze in coppa, dopo Pietrangeli, Panatta e Sirola.
L’ultima uscita
nel 1935, a Wimbledon, sconfitto al primo turno da un giapponese, Jiro
Yamagishi. Morirà dimenticato, a 65 anni, nel 1961, in Svizzera, di polmonite
fulminante.
astolfo@antiit.eu

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