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Riscoprirsi a settant’anni, in rima
Di virgiliano, come da titolo, c’è poco: ritmo e
rima, Patrizia Vaulduga parte incazzata contro i guerrafondai “liberati”. Più
non si sfidano a duello ma si divertono ad assassinare, impuniti, in massa,
inattaccabili. Al punto che la morte fa solo rima con se stessa, come in
copertina: “Padroni della guerra e della morte,\ che gestite patrimoni di
morte\ e fate investimenti sulla morte,\ cosa posso augurarvi se non morte?”
Come darle torto. Ma noi, “i nessuno”? “Siamo merce
al mercato del virtuale”. Altro centro. Se non che il mondo resta fuori,
Patrizia fa settant’anni. Sembra che vada sempre di fretta, l’endecasillabo è marciante,
e invece segna il passo. Irritata, perché per il perimetro interiore l’osservazione
non è buona: “Ci sono almeno state evoluzioni\ sotto l’aspetto affetti… o anche
passioni?”. No, sempre “con sogni vecchi niente vita nuova”, da vent’anni, dal
fu Giovanni Raboni. Non più vedova, inconsolabile, ma sì. Se a settant’anni di
sé può aggiungere, famosamente: “Nasco alla morte….strana gestazione”.
Dopo una lunga pausa, interrotta da un ritorno all’origine,
“Belluno”, Valduga si risveglia con le bombe, per fare i conti con i signori della
guerra. Con l’età. E con Milano, che l’ha adottata ventenne ma le è matrigna - “Di
Milano che finge d’esser viva\ meglio Venezia morta per davvero”.
Dalla lingua l’età non si direbbe. E dal brio: la plaquette
viene dotata di una perfida appendice. Dove Raboni usa il vetriolo contro la pax
americana (“Avvenire”, 1970, recensendo il film agiografico “”Tora! Tora! Tora!”),
e contro la sua Milano (che lo ha dimenticato, Patrizia non cessa di ripeterlo),
sul suo “Corriere della sera”, “Le mosche della capitale”, il 9 aprile 1992 (dopo
il “mariuolo” Chiesa, certo).
Con qualche dubbio: “Ma sono stata, almeno qualche
volta?”. E un ricordo grato dei vent’anni, accudita dal geniale Tadeusz Kantor
- la memorialistica può essere, è, potente analgesico, di consolazione, quand’anche
fosse irritata, anche rabbiosa.
Patrizia Valduga, Lacrimae rerum, Einaudi, pp.
78 € 10
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