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Antropologia – Oggi è
rovesciata, si esercita sul Nord del mondo, Europa o America del Nord? Si domandava nel 2004 la storica Natalie Zemon
Davis (“La passione della storia”) e si rispondeva: “Per ragioni pratiche e
politiche…. Non ci sono più isole etnologicamente «utopiche» nel Pacifico…” E: “Molto
spesso i governi postcoloniali non gradiscono antropologi occidentali!”.
Fortuna – È efficace
quando è avversa. È uno dei paradossi di Boezio, “La consolazione di Filosofia”,
8, 3-4. Filosofia consola Boezio, al domicilio coatto, sicuro condannato, così:
“Credo che agli uomini giovi di più la sorte avversa di quella favorevole;
questa infatti, mostrandosi lusinghiera, mente sempre con l’apparenza della
prosperità, quella, mostrandosi instabile con i suoi cambiamenti, è sempre
vera. Una inganna, l’altra istruisce; una, con l’apparenza di beni menzogneri,
blandisce le menti che ne godono, l’altra le libera rendendoli consapevoli di
quanto fragile sia la prosperità; … una è volubile, insicura, sempre ignara di
sé, l’altra sobria e pronta, prudente perché avvezza alle avversità….”.
Hölderlin – “Era pazzo o
fingeva”, si chiede Mario Praz con Frederik Prokosch, in “Voci”, p. 223: “C’è
un’ambiguità allucinante, dal principio alla fine. Forse doveva
impazzire dopo tanta sublimità.
Intellettuale – “L’artista e l’intellettuale
sono tra le poche restanti personalità equipaggiate a resistere e a combattere la
stereotipizzazione e la conseguente morte di cose genuinamente viventi. Una
percezione libera ora implica la capacità di smascherare continuamente e
schiacciare gli stereotipi di visione e intelligenza con cui le comunicazioni
moderne ci sommergono”, C, Wright Mills, “Power, Politics, and People”, già nel
1944 (in “The collected Essays of C. Wright Mills, p. 299). Dove proseguiva: “Questi
mondi di arte di massa e pensiero di massa sono sempre più orientati sulle
esigenze della politica” – invece che, politica compresa, del business (pubblicità).
“Un compito degli intellettuali è di abbattere gli stereotipi e le
categorie riduttive che limitano così tanto il pensiero umano e la
comunicazione” - Edward W. Said, “Representations of the Intellectual”, p. 26.
Luci – C’è luce e
luce, differente per i luoghi oltre che per le ore? “Il sole di Capri aveva una
luce particolare. Non era una luce arida come quella della Spagna, né orlata di
arcobaleno come quella del Portogallo, né immersa in ombre lilla come la luce
sopra la Senna. Non aveva la profondità della luce di Roma, né l’austerità della
luce siciliana. Aveva l’opacità del diamante….” – F. Prokosch, “Voci”, 248.
Mozart – “Un contadino”
lo dice Gide, pianista di lunga pratica, a Frederic Proksch, che ne riferisce marginalmente
in “Voci”, p.268. In una conversazione in cui critica il virtuosismo, la tendenza
degli interpreti a sovrapporsi ai musicisti – la tentazione, o bisogno, di
bravura, di dimostrare quanti arpeggi si possono costruire su un accordo, moltiplicando
le note: “Bisogna andarci piano con Chopin, è da criminali voler scoprire
troppe cose. Non solo con Chopin. Anche con Mozart. E perfino con
Beethoven. Con Beethoven la tentazione è irresistibile. Con Mozart e Chopin
bisogna evitare come il colera ogni tendenza a complicare, a elaborare. I contadini
sono strana gente. Per me Mozart è un contadino. Nei contadini c’è un’essenza
terrestre che li salva dalla volgarità”.
Pound – “Ezra Pound
abita ancora in un villaggio, e il suo mondo è una sorta di villaggio”, così Gertrude
Stein ne parla con Frederic Prokosch in “Voci”, p. 115: “La gente, quando vive
in un villaggio, continua a voler spiegare le cose”.
Romanticismo e classicismo - “Ma si fondono l’uno nell’altro e s’intrecciano”, Praz a
Prokosch, in “Voci”, p.223, “e ciò che li
tiene uniti è la comune consapevolezza di un antico terrore. Dimentichi le
foreste e le cascate, dimentichi i boschetti e i templi: alla fine romanticismo
e classicismo si danno la mano e danzano insieme un tango mortale”.
Romanzi giappponesi – “C’era in Giappone tutto quel mondo che si osserva nei romanzi giapponesi
e che si usa definire «mondo fluttuante» - la storica Natalie Zemon Davis
ricorda a un certo della rievocazione della sua attività (“La passione della storia”,
p.80), a proposito di un suo soggiorno a Tokyo nel 1997 - “noi diremmo forse un mondo dei «marginali,
mondo che gravitava intorno ai teatri, alle geishe, agli intellettuali
«bohèmiens»”.
Torino – “Torino è
stata una delle capitali della Controriforma, san carlo Borromeo era piemontese,
come Pio V, il papa di Lepanto. E Torino ha esercitato un ruolo pedagogico – i
liberali che fecero il Risorgimento, i comunisti, gli azionisti - che l’ha resa
antipatica al resto della nazione. Ora Torino non è più nulla, ha un’identità
spappolata” - Aldo Cazzulo, “Corriere della sera”,5 aprile.
Vico - “C’era anche
Vico”, ricorda della sua formazione la storica Zemon Davis nel libro intervista
con lo storico Denis Crouzet, “La passione della storia”, pp.132-133. “Per due ragioni”,
spiega: “Innanzitutto il suo orientamento, come diremmo oggi, pluridisciplinare”.
Per “il suo modo di mettere la letteratura e altre espressioni culturali in relazione
…. con la poesia, i racconti, l’economia politica. Ai miei occhi è straordinario!
E poi c’era anche il suo sforzo di descrivere il movimento rivoluzionario. Oggi
trovo che sia tropo schematico, ma quando lo leggevo ero sedotta dal suo metodo
quasi antropologico.
“Ho cominciato a immergermi in Vico quando ero studentessa, prima di
impegnarmi nel dottorato. All’inizio ho dovuto leggerlo in francese, perché a
quell’epoca non conoscevo ancora l’italiano.
Vico come lettura in parallelo con Marx. “L’ho letto insieme a Marx”, continua
Zemon Davis, “che è più duro, più critico. Sono felice di averli affrontati
contemporaneamente, perché in Marx apprezzavo il fatto che esponesse in termini
satirici il rapporto tra la letteratura e le classi dominanti, mentre Vico era
più
”.
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