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Hannah poco sionista, con Heidegger sempre nel cuore
Una pubblicazione molto illustrata, con rare foto
d’epoca. Con attenzione prevalente verso le problematiche sioniste, viste da
sinistra, forse più di quanto il sionismo sia stato importante per la Hannah Arendt
“pensatrice lucida”. Ma nel complesso equilibrata.
Hannah era nata Johanna, Arendt Cohn. Dell’infanzia
si sa tutto grazie al diario della madre, Martha Cohn, donna colta, che aveva
studiato musica tre anni a Parigi, si era specializzata poi in psicologia
infantile, ed era socialista, molto impegnata, specie tra la fine della guerra
e i primi anni 1920. Ma sempre in urto poi con la figlia – che non ne condivideva
la militanza politica. Seppure in un rapporto costante, anche nell’esilio a
Parigi, e poi nello stabilimento a New York. Morto il padre di Hannah
precocemente, per una recrudescenza della sifilide, Martha si era risposata, e
in ogni esilio trovava sempre motivo di ritornare in Germania, anche sotto
Hitler. A New York, benché in età, fece la vita difficile a Hannah criticando
in ogni momento suo marito Heinrich Blücher, colpevole anche di non essere
ebreo.
Malgrado l’impegno socialista della madre, che
la portava alle manifestazioni, Hannah non si occupò di politica se non tardi,
nel 1933, e non subito, all’elezione di Hitler, ma all’incendio del Reichstag.
Negli anni 1920 scriveva “poesiole” ne scriveva giornalmente, un Ersatz dei diari “intimi” adolescenziali. Appassionata
di greco al liceo, fondò e animo al liceo con poche compagne un Cicolo Greco
A Marburgo, all’università, “capelli neri e occhi
verdeoliva”, innamorava chiunque a Filosofia, Hans Jonas, prima di Heidegger. L’innamoramento
di Heidegger, che rimarrà sempre l’uomo della sua vita, anche dopo la guerra, con
cui intrattenersi nei frequenti ritorni in Germania – mentre lo giustificava,
resa edotta dal suo mentore Jaspers della condotta di Heidegger nel rettorato, 1933-34 e dopo, in
vari scritti, in tono semiserio. E poi, una notte a Berlino, il coetaneo Günther
Stern, “alto e bellissimo, con una fossetta seducente sul mento”, che “aveva un
sorriso affascinante e sembrava simpatico”. Con Stern consce mezza Berlino, compresi
Brecht, vecchia conoscenza di Günther, e Benjamin, suo lontano parente. Si sposeranno
ma durerà poco. Per lui entra in urto con la Scuola di Francoforte, dove Stern
ambiava un insegnamento ma ne fu sbarrato da Adorno.
L’esilio a Parigi, per sette anni, dal 1933 all’occupazione,
le vede dapprima segretaria personale della Baronessa Rothschild, poi impiegata
della Alyiah, una istituzione ebraica che organizzava i viaggi, specialmente
degli apolidi, verso la Palestina. Gli interessi sono sempre letterari, e passano
per la frequentazione di Brecht – per lui “fedeltà assoluta” – e di Benjamin, che
di Parigi sapeva tutto, più che di Berlino, amava la conversazione, e aveva bisogno
di amicizie forti- Parigi era una sorta di succursale letteraria della
Germania. Si sveglia la politica frequentando Jean Wahl, e atri due giovani
intellettuali, ebrei, Raymond Aron e l’avvocato Cohn-Bendit (padre del Cohn-Bendit
del Maggio francese, nel 1968).
La relazione col marito Stern sarà per lo più epistolare,
a distanza. Anche quando i due si ritrovano a Parigi. Ma con Heinrich Blücher, un
comunista, presto subentrato a Stern, sarà sempre invece intima e appassionata.
Il matrimonio probabilmente bianco con Günther Stern,
poi “Anders”, presto sciolto. L’ostilità di e con Adorno, specie nel dopoguerra,
nel trattamento degli inediti di Walter Benjamin, e nell’analisi del totalitarismo.
L’impegno a distanza nel sionismo, fino a fare una volta, con un gruppo di assistiti
da Alyiah, il viaggio fino a Gerusalemme, ma per tornare evidentemente disincantata
– un viaggio senza emozioni, senza storia.
Quando la Germania invase la Polonia, l’1settembre
1939, Aliyah chiuse l’ufficio parigino, per riaprire a Londra, considerata più
sicura. Hannah rimase a Parigi, passando all’Agenzia per la Palestina, la cui attività
era esplosa con l’arrivo di centinaia di profughi dall’Austria e dalla Cecoslovacchia.
Per finire, con Martha e Heinrich, in campo di concentramento, in due campi diversi.
L’evasione, dai campi senza controllo, la fuga come tutti verso il Sud, la
riunione a Montauban nei pressi di Tolosa – Hannah vi riceve in custodia dall’impaurito
Benjamin copia manoscritta delle “Tesi sulla filosofia della stoia” – e il
passaggio verso gli Stati Uniti.
Dalla politica alla Scienza Politica, Hannah
comincia con una riflessione sull’apolidismo, “Noi, i rifugiati”. Una condizione
che comincia a non sentire più pesante, non in America, patria degli apolidi
(prima della scoperta ovviamente delle “radici”), anzi. A Jaspers scrive: “Forse
Nietzsche aveva ragione con il suo «Felice chi non ha casa!»”. E contemporaneamente
“decide si prendere le distanze dagli ambienti sionisti”. È redattrice dall’editore
Schocken, ha cominciato a pubblicare, in inglese, aiutata dall’amica Mary
Mcarthy, e il resto è noto, lo studio del totalitarismo eccetera.
In realtà il fenomeno Israele la terrà sempre
occupata. Fino allo “scandalo” del resoconto del processo Eichmann, “La
banalità del male” – una tempesta, di cui questa “vita” dà ampio conto.
Inquadrandola nella riflessione forse più originale di Hannah Arendt, sulla “natura”
del male. La chiamata in causa dei consigli ebraici nella vicenda dell’Olocausto
non le viene perdonata. A New York, subito dopo lo sbarco, aveva trovato la sua
forma di sionismo in Judah Magnes, rabbino americano presto morto, nel 1948,
quando nasceva Israele, “il leader dell’unico movimento (sionista) che
propugnava la creazione di uno stato bi-nazionale”. Il voto Onu del 1948 che diede
origine a Israele non ne tenne conto, e Arendt non si interessò più della
questione.
Mentre entra nella sua nuova dimensione, di filosofa
della storia, e della politica, viaggia molto e a lungo in Europa - dove si
occuperà di incontrare Heidegger, e in qualche modo di sdoganarlo - in qualità
di “direttrice della ricerca e poco dopo direttrice esecutiva di un’importante
istituzione, la Commissione europea per la ricostruzione culturale ebraica
in Europa, fondata da Salo Baron”. Un incarico
presto complicato, presupponendo un inventario di tutti i beni che erano stati
sottratti agli ebrei, per la restituzione o il pagamento. La Commissione fu comunque
in grado di pubblicare un volume di duecento pagine, “Elenco provvisorio dei tesori
culturali ebraici nei Paesi occupati dalle potenze dell’Asse”, che “servì come
base per guidare i primi sforzi per recuperare le proprietà ebraiche in Europa”.
Benché apolide professa, apprezza moltissimo la
cittadinanza americana – ciò che fa la specificità dell’America, e al fondo di
una democrazia, contro il nazionalismo radicato in Europa, in Francia, in
Germania. Con Heinrich fa sempre una festa in casa per gli amici ogni Natale.
Sulla scrivania tiene sempre una foto di Heidegger, accanto a quella di
Heinrich.
Hannah Arendt, una lucida pensatrice,
“National Geographic Storica”, pp. 142 ill. € 10, in edicola
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