Cerca nel blog

sabato 9 maggio 2026

Hannah poco sionista, con Heidegger sempre nel cuore

Una pubblicazione molto illustrata, con rare foto d’epoca. Con attenzione prevalente verso le problematiche sioniste, viste da sinistra, forse più di quanto il sionismo sia stato importante per la Hannah Arendt “pensatrice lucida”. Ma nel complesso equilibrata.
Hannah era nata Johanna, Arendt Cohn. Dell’infanzia si sa tutto grazie al diario della madre, Martha Cohn, donna colta, che aveva studiato musica tre anni a Parigi, si era specializzata poi in psicologia infantile, ed era socialista, molto impegnata, specie tra la fine della guerra e i primi anni 1920. Ma sempre in urto poi con la figlia – che non ne condivideva la militanza politica. Seppure in un rapporto costante, anche nell’esilio a Parigi, e poi nello stabilimento a New York. Morto il padre di Hannah precocemente, per una recrudescenza della sifilide, Martha si era risposata, e in ogni esilio trovava sempre motivo di ritornare in Germania, anche sotto Hitler. A New York, benché in età, fece la vita difficile a Hannah criticando in ogni momento suo marito Heinrich Blücher, colpevole anche di non essere ebreo.
Malgrado l’impegno socialista della madre, che la portava alle manifestazioni, Hannah non si occupò di politica se non tardi, nel 1933, e non subito, all’elezione di Hitler, ma all’incendio del Reichstag. Negli anni 1920 scriveva “poesiole” ne scriveva giornalmente, un Ersatz dei diari “intimi” adolescenziali. Appassionata di greco al liceo, fondò e animo al liceo con poche compagne un Cicolo Greco
A Marburgo, all’università, “capelli neri e occhi verdeoliva”, innamorava chiunque a Filosofia, Hans Jonas, prima di Heidegger. L’innamoramento di Heidegger, che rimarrà sempre l’uomo della sua vita, anche dopo la guerra, con cui intrattenersi nei frequenti ritorni in Germania – mentre lo giustificava, resa edotta dal suo mentore Jaspers della condotta di  Heidegger nel rettorato, 1933-34 e dopo, in vari scritti, in tono semiserio. E poi, una notte a Berlino, il coetaneo Günther Stern, “alto e bellissimo, con una fossetta seducente sul mento”, che “aveva un sorriso affascinante e sembrava simpatico”. Con Stern consce mezza Berlino, compresi Brecht, vecchia conoscenza di Günther, e Benjamin, suo lontano parente. Si sposeranno ma durerà poco. Per lui entra in urto con la Scuola di Francoforte, dove Stern ambiava un insegnamento ma ne fu sbarrato da Adorno.
L’esilio a Parigi, per sette anni, dal 1933 all’occupazione, le vede dapprima segretaria personale della Baronessa Rothschild, poi impiegata della Alyiah, una istituzione ebraica che organizzava i viaggi, specialmente degli apolidi, verso la Palestina. Gli interessi sono sempre letterari, e passano per la frequentazione di Brecht – per lui “fedeltà assoluta” – e di Benjamin, che di Parigi sapeva tutto, più che di Berlino, amava la conversazione, e aveva bisogno di amicizie forti- Parigi era una sorta di succursale letteraria della Germania. Si sveglia la politica frequentando Jean Wahl, e atri due giovani intellettuali, ebrei, Raymond Aron e l’avvocato Cohn-Bendit (padre del Cohn-Bendit del Maggio francese, nel 1968).
La relazione col marito Stern sarà per lo più epistolare, a distanza. Anche quando i due si ritrovano a Parigi. Ma con Heinrich Blücher, un comunista, presto subentrato a Stern, sarà sempre invece intima e appassionata.
Il matrimonio probabilmente bianco con Günther Stern, poi “Anders”, presto sciolto. L’ostilità di e con Adorno, specie nel dopoguerra, nel trattamento degli inediti di Walter Benjamin, e nell’analisi del totalitarismo. L’impegno a distanza nel sionismo, fino a fare una volta, con un gruppo di assistiti da Alyiah, il viaggio fino a Gerusalemme, ma per tornare evidentemente disincantata – un viaggio senza emozioni, senza storia.
Quando la Germania invase la Polonia, l’1settembre 1939, Aliyah chiuse l’ufficio parigino, per riaprire a Londra, considerata più sicura. Hannah rimase a Parigi, passando all’Agenzia per la Palestina, la cui attività era esplosa con l’arrivo di centinaia di profughi dall’Austria e dalla Cecoslovacchia. Per finire, con Martha e Heinrich, in campo di concentramento, in due campi diversi. L’evasione, dai campi senza controllo, la fuga come tutti verso il Sud, la riunione a Montauban nei pressi di Tolosa – Hannah vi riceve in custodia dall’impaurito Benjamin copia manoscritta delle “Tesi sulla filosofia della stoia” – e il passaggio verso gli Stati Uniti.
Dalla politica alla Scienza Politica, Hannah comincia con una riflessione sull’apolidismo, “Noi, i rifugiati”. Una condizione che comincia a non sentire più pesante, non in America, patria degli apolidi (prima della scoperta ovviamente delle “radici”), anzi. A Jaspers scrive: “Forse Nietzsche aveva ragione con il suo «Felice chi non ha casa!»”. E contemporaneamente “decide si prendere le distanze dagli ambienti sionisti”. È redattrice dall’editore Schocken, ha cominciato a pubblicare, in inglese, aiutata dall’amica Mary Mcarthy, e il resto è noto, lo studio del totalitarismo eccetera.
In realtà il fenomeno Israele la terrà sempre occupata. Fino allo “scandalo” del resoconto del processo Eichmann, “La banalità del male” – una tempesta, di cui questa “vita” dà ampio conto. Inquadrandola nella riflessione forse più originale di Hannah Arendt, sulla “natura” del male. La chiamata in causa dei consigli ebraici nella vicenda dell’Olocausto non le viene perdonata. A New York, subito dopo lo sbarco, aveva trovato la sua forma di sionismo in Judah Magnes, rabbino americano presto morto, nel 1948, quando nasceva Israele, “il leader dell’unico movimento (sionista) che propugnava la creazione di uno stato bi-nazionale”. Il voto Onu del 1948 che diede origine a Israele non ne tenne conto, e Arendt non si interessò più della questione.
Mentre entra nella sua nuova dimensione, di filosofa della storia, e della politica, viaggia molto e a lungo in Europa - dove si occuperà di incontrare Heidegger, e in qualche modo di sdoganarlo - in qualità di “direttrice della ricerca e poco dopo direttrice esecutiva di un’importante istituzione, la Commissione europea per la ricostruzione culturale ebraica in  Europa, fondata da Salo Baron”. Un incarico presto complicato, presupponendo un inventario di tutti i beni che erano stati sottratti agli ebrei, per la restituzione o il pagamento. La Commissione fu comunque in grado di pubblicare un volume di duecento pagine, “Elenco provvisorio dei tesori culturali ebraici nei Paesi occupati dalle potenze dell’Asse”, che “servì come base per guidare i primi sforzi per recuperare le proprietà ebraiche in Europa”.
Benché apolide professa, apprezza moltissimo la cittadinanza americana – ciò che fa la specificità dell’America, e al fondo di una democrazia, contro il nazionalismo radicato in Europa, in Francia, in Germania. Con Heinrich fa sempre una festa in casa per gli amici ogni Natale. Sulla scrivania tiene sempre una foto di Heidegger, accanto a quella di Heinrich.
Hannah Arendt, una lucida pensatrice, “National Geographic Storica”, pp. 142 ill. € 10, in edicola

Nessun commento: