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sabato 19 settembre 2026

La protesta insaziabile

Vannacci fa passi da gigante - senza organizzazione, con i media contro: sarà lui il nuovo astro della destra? Dopo Meloni. Che venne dopo Grillo. Che venne dopo Salvini. Che venne dopo Berlusconi. La destra è intrattabile? O insaziabile? 
Ma forse destra è sbagliato, bisogna dire la protesta. Volendo comprendere Grillo nella successione. E dovendo tenere conto anche del non voto - altro crescendo. Tanto più che non ci sono "valori" di destra in ballo. Non c'è razzismo in Italia, non come in Francia, in Germania,  in Svizzera, in Austria, in Olanda, nell'accoglientissima Inghilterra. La docente romana accoltellata da un alunno "suprematisa" che perdona "tutto e tutti" mentre si proclama su facebook "remigrazionista" ("la società multietnica fa SCHIFO") ne spiega i limiti. E non c'è più europeista dell'italiano.
Insoddisfazione dunque, protesta. Generica. E il senso è chiaro, che l'ottantesimo della Repubblica non ha messo in chiaro. La Repubblica è lunga, ma ha costruito poco sulla ripartenza - la nuova Italia,  dopo le oligarchie e i primati: tra le democrazie, nei mercati mondiali. Che si direbbero, e sono, ancoraggi saldi. Ma di un soggetto fragile. Politicamente, nella coscienza della politica. Abbattuto dai giudici il primo ancoraggio, vive allo stato brado.

Le verità di Feltri nei fatti

"Non è giusto che tutti i lavoratori che sbagliano ci rimettono del proprio, tranne quelli con la toga" - Enzo Tortora, 14 novembre 1984. ""Aberrante la sentenza contro Muccioli". Lo scrivo e tre giudici mi portano in tribunale""- Montanelli, 3 aprile 1985. E il femminicidio quando non c'era il femminicidio, 6 gennaio 1977:"botte, ogni, calci. Sono fuggita da mii mariti lasciando 5 figli. Mi sono finta morta per 40 anni", a Milano sotto falso nome. A Ferragosto del 1987: "i problemi sono maturi: il Golfo Persico, il petrolio che rincara  la Borsa inquieta". E Andreotti una settimana dopo: "L'Iran è il più interessato alla navigazione nel Golfo: chiuso Hormuz, il petrolio iraniano resterebbe invenduto". E: "La bonifica delle mime è necessaria a erga omnes". Avrà ragione - il fatto è posto correttamente? Anche allora il ministro della Difesa continuava "a ripetere che la Marina è pronta a partire .
Di destra che più di destra non si può, trinariciuto , - Feltri ora fa il testimonial a Vannacci, al vincente di destra, dopo averlo fatto a Meloni, e prima a SLvini, e prima a lungo a Berlusconi. Ma sul pezzo ci vedeva, questo fascicolo glielo riconosce. 
Una antologia di interviste. Non le "interviste celebri", quelle di cui si cita la frase celebre,  ma incontri giornalistici, che dicono qualcosa.
Vittorio Feltri, I miei anni in via Solferino
, "Corriere della sera", pp. 62 gratuito col giornale 

venerdì 18 settembre 2026

Appalti, fisco, abusi (249)

Prima era il Comieco, il consorzio per il riciclo degli imballaggi a base cellulosica, insomma di carte e cartoni, a non ritirare i rifiuti, che invece si moltiplicano con la diffusione delle vendite online. Creando l’impensabile inquinamente da cartone. Ora è il Corepla, il consorzio per le plastiche – è anche sotto inchiesta giudiziaria, per truffa nel trattamento. Decisamente, la transizione è partita male.
 
“Comieco: C’è un dato, nel 31esimo Rapporto Annuale di Comieco sulla raccolta e il riciclo di carta e cartone in Italia, capace di rendere concreta una cifra altrimenti astratta: le oltre 400mila tonnellate raccolte nel Lazio nel 2025, se pressate, occuperebbero un volume quasi pari all’intero Circo Massimo”. Una volta si tagliava un bosco per fare un giornale, che durava un giorno. Ora che si ricicla, anche il giornale, non c’è più limite allo spreco.
 
“Sempre più mezzi a due ruote, sempre più rischi e decessi”. Da motorino.  A Roma circa 400 mila circolano ogni giorno – 14 romani ogni cento quotidianamente usano il due ruote. Pagando “il prezzo più alto sulle strade: la metà dei morti per incidente stradale, secondo i dati Istat-Aci, sono su due ruote”. Molti di più gli invalidi, più spesso a vita, paraplegici – si sa, anche se l’Aci non li conteggia. Per una circolazione che il Campidoglio a fine Millennio favorì a due ruote – si arriva prima, si parcheggia ovunque. Obbligando il Policlinico a sdoppiare e triplicare il padiglione del Pronto Soccorso.

Povero Putin, quanti torti

Un ex collaboratore di Putin ne racconta l’ascesa politica e la metodologia, la mentalità. Come la Russia si è conforrmata al “putinismo”. Dalla direzione del controspionaggio alla guerra all’Ucraina.
“Vadim Baranov”, un ex teatrante che per quindici anni è stato il “consigliori” di Putin, invita uno studioso americano di letteratura russa, a Mosca per indagare sul suo autore preferito, di Zamijatin,  per raccontargli in una una notte tutto di sé e di Putin. Figlio e nipote di gerarchi sovietici, morti per nulla, un’affermazione-negazione di sé che lo tormenta. Per il resto sarebbe la controfigura di un personaggio reale, Vladislav Surkov, che, come lui, “Baranov”, è stato cantante rap, scrittore, regista teatrale, produttore tv, e ha accompagnato l’ascesa dello “zar” da San Pietroburgo a Mosca, fino al 2015.
Un film lungo e politico, tutto basato sulla recitazione, e monologante, eppure coinvolgente. Per il rilievo, e la capacità mimetica, dei tanti personaggi di contorno, arricchiti perlopiù e tutti poliedrici, intelligenti, che via via sostengono Putin e se lo fanno nemico. Curiosamente attraente. Persuasivo, in ogni aspetto della lenta, frammentata, particolareggiata, narrazione. Con l’eccezione forse del Putin di Jude Law, il nome di maggior spicco del casting, sempre corrugato, come incerto o indispettito, mentre Putin fa sempre lo sportivo, disteso – perlomeno così si esibisce, appare.
Curiosamente, anche, non anti-zar, come si presenta. Alla fine l’impressione è che lo “zar”, il putinismo, non abbia tutti i torti. Perlomeno nella salvaguardia della Russia dalla dissoluzione: il racconto, a tratti rappresentazione, dei torti subiti e degli intrighi ostili non ha contravveleni, solo misurate obiezioni.
Ma questo corrisponde nella sceneggiatura al “tono” del romanzo sottostante, che è opera di uno scienziato politico, Da Empoli – quando, smessi i panni del Savarov di Renzi, a Firenze e a Roma, , è diventato titolare di cattedra a Sciences Politiques alla Sorbona. E quindi?
Olivier Assayas,
Il mago del Cremlino, Sky Cinema, Now

giovedì 17 settembre 2026

Problemi di base terroristi - 932

spock


Terroristi si nasce o si diventa?
 
C’è una scuola, un percorso?
 
C’è un terrorismo buono, sociale, nazionale, rivoluzionario, egualitario, e uno cattivo?
 

E quando il terrorismo diventa Stato?
 
E le bombe, come si distinguono quelle buone da quelle terroristiche?
 
Le bombe buone piovono dal cielo?


spock@antiit.eu

Easy Rider inseguendo il padre

De Luigi e Accorsi, fratelli dispersi, si ritrovano cinquantenni, quali sono di fatto, a dover disporre  delle ceneri dell’esecrato babbo. Tra Milano e Cervia. Sui ciclomotori da ragazzi, un Piaggio e un Atala. In una serie di gag che li diverte, partner affiatatissimi, e diverte.
Un film citazionista pieno di gusto – e con un po’ di misura (due ore, e troppe spiegazioni) di culto. 
Tra “Easy Rider”, citazione scoperta, ma certo senza Nicholson, e senza la Harley Davidson, e “Blues Brothers”.
Un altro film alla ricerca del padre - la figura, che si era abolita, torna a imporsi.
Fabio De Luigi, 50 km all’ora, Sky Cinema, Mediaset Infinity 


mercoledì 16 settembre 2026

Secondi pensieri - 591

zeulig
 
Democrazia – La democrazia è in crisi o è in crisi l’Occidente? La democrazia è in crisi perché è in crisi l’Occidente? Dopo tre secoli dallo “Spirito delle leggi”, il fondamento della democrazia moderna - la legalizzazione o costituzionalizzazione del potere (divisione e controllo dei poteri), e l’universalizzazione del voto, singolo, individuale, “popolare” - si discute la democrazia come se fosse defunta, o persa, o perfino irredimibile, comunque non protettiva (certa, stabile, sicura). Perché l’Occidente vota a destra – l’Europa e gli Stati Uniti.
Ciò sembra un segno di forza, ridiscutersi, rifondarsi. E invece si assume di confusione, cioè di debolezza, o come suole dirsi di crisi. L’alternanza politica dei poteri si direbbe un segno di forza, della democrazia, e dunque questa deriva – questo panico – a che è dovuto? Esaminate tutte le prospettive (immigrazione di massa, insicurezza del lavoro, terrorismo, islamismo), si direbbe dall’arrivo al benessere di due terzi del mondo. Che si vorrebbe arrivasse anche alla democrazia: il mondo islamico, una marea di Stati, circa due miliardi di persone, e l’impero comunista cinese. Da questo mondo una sfida viene all’Occidente nei livelli di reddito, per un’offerta di lavoro che li appiattisce. Da qui la crisi occidentale. Che allora, però, è di ciclo economico, di un processo di livellamento dell’offerta di lavoro. Una crisi di percorso. Che non arresta o incide sulla democrazia – alla quale anzi, si direbbe, il mercato “mondiale” del lavoro apre una platea vastissima.  
 
Democrazia è la legge. Che può – poteva, quando se ne fecero le prime esperienze – risultare avversa. Ad Antigone, p.es.. Ma è la forma migliore di gestione della violenza pubblica, dell’autorità, del potere - di quello che poi è diventato lo Stato, le istituzioni. Affinata via via come strumento con le costituzioni. E ampliato, dalla giustizia propriamente detta, penale e civile, alla convivenza sotto ogni forma, e alla politica, all’esercizio della violenza. Che riduce a un assist, si direbbe con terminologia sportiva, periodico, minimo, il voto.
 
La democrazia è semplice, è la legalità. Non contro il crimine penale, la legalità del potere – l’addomesticamento, l’addestramento, l’ammaestramento del potere. Della violenza del potere. Della violenza interna alla società, da distinguere dalla guerra. Nelle forme legali, costituzionali. Su alcuni prerequisiti: l’uguaglianza tra gli individui, la non discriminazione, per qualsiasi motivo che non sia la violenza, con un po’ di impegno sociale, a favore dell’uguaglianza di fatto (a favore degli svantaggiati), e per il contenimento della violenza. In un metodo o sistema compromissorio e non coercitivo – il più possibile democratico, cioè accettato dal più gran numero.  
Tutto ciò è basilare. Va ripetuto perché non se ne tiene conto, anche in sede scientifica, di studio, forse per motivi politici. E mentre i motivi reali di crisi sono altri, non politici in senso stretto, di orientamento o obbedienza.

 
Male – Guido Morseli nel diario, “Mi sono conosciuto nel sogno”, sintetizza il problema da (ex? credente, allievo dei gesuiti, interrogandosi sui “fatti, nella storia privata dei singoli individui come nella storia dell’umanità, che smentiscono in pieno l’amore e la giustizia, la «Provvidenza» di Dio. L’ingiustizia e la sofferenza imperversano… Insomma: c’è il male”. C’è ma non regge, poiché alla sommatoria siamo qua, benché sempre feroci. E ce la spassiamo sempre meglio di prima. Ma non si capisce bene l’istinto di sopravvivenza, anche solo nella riduzione darwiniana-spenceriana, il survival of the fittest, se e perché siamo organizzati-ci organizziamo per sopravvivere piuttosto che per morire, e migliorare. Per vivere cioè oltre ogni aspettativa e pretendendo, a diritto, che tutto sia messo in opera per a questo fine.
Si procede in salita, per ostacoli. Superandoli, aggirandoli, anche abbattendoli. Singolarmente e in gruppo. Il vero quesito sarebbe: unde bonum.
 
Vita – È un lasso di tempo, un segmento, deperibile, perento. E un principio, il principio dell’inestinguibilità – da cosa nasce cosa, anche dall’Apocalisse, c’è sempre un day after, sia pure mostruoso.
 
Il problema del tempo è quello della vita. Non ci sarebbe senza una vita – una cosa vitale, cioè in evoluzione, per quanto minima o, apparenemente, in surplace.
 
Ha un principio e una fine, il ciclo vitale, ma nell’apparenza – cronologia.  Il “fatto” è una essenza -  “restanza” si potrebbe dire, non nel senso dell’antropologo Teti: una permanenza. È l’eterno  - un tempo che ci attraversa, gli umani, ma attraversa anche la “natura”, il mondo quale è. Che si trasforma, e anche scompare, ma permane, in qualche forma – nei luoghi, nei materiali, nella memoria, nelle idee, nelle trasformazioni: nella tecnologia e nella filosofia, il farsi del tempo.
La morte è una tappa della vita.  

zeulig@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – universitarie (426)

 

Nell‘anno accademico che si apre sedici college e università americane hanno tasse universitarie annuali superiori a 100 mila dollari, secondo i dati di “The Princeton Review”.  Un anno fa
erano solo due,
La retta è comprensiva di tasse, insegnamento, vitto e alloggio, libri, trasporti.
Non fanno parte delle sedici le università più reputate, della Ivy League – eccetto qualche college femminile, come Vassar.
Questa la lista dei sedici college da 100 mila dollari in su:

    1.      Harvey Mudd College: $104.512
2.      Università Duke: 103.975 dollari
3.      Università di Chicago: $103.821
4.      Università della California del Sud: $103.162
5.      Barnard College: 103.000 dollari
6.      Università di Washington: $102.260
7.      Smith College: $102.226
8.      Università Fordham: $102.188
9.      Claremont McKenna: $101.990
10.  Vassar College: $101.051
11.  Università Wesleyana: $101.030
12.  Università di New York: $100.998
13.  Università di Georgetown: $100.864
14.  Bates College: $100.437
15.  Università Colgate: $100.224
16.  Haverford College: $100.026

Il padre ritrovato in pista, a tutta velocità

Come un rider diventa un campione di MotoGP? Grazie al padre ritrovato – un padre assente.
Gli “idoli” sono specificamente italo-spagnoli, come si vuole per una coproduzione italo-spagnola, come usava ai bei tempi – quando il cinema italiano illuminava mezza Europa: i campioni motociclìsti, il motociclismo essendo disciplina, in fatto di piloti, latina, italo-spagnola. Il tutto diretto da un regista britannico, da oltremanica venendo ancora gli specialisti di motori veloci, nella gestione delle corse (le squadre dietro i motori, un tempo italo-inglesi, ora sono predominantemente inglesi, anche in Mercedes, anche in Ferrari).
Quindi, su due ore di immagini, una buona di corse “spettacolari” e rombanti: scintille, sportellate, capitomboli, gelosie e liti. Mentre un paziente Santamaria, l’ex Grande Campione dei Due Mondi, italo-spagnoli, si ritrova infine padre accudente, e il figli pure, riconosce e accetta il padre. Nel quadro del filone dell’epoca, la ricerca-riscoperta del padre – a opera anche di figlie, ma soprattutto di figli (il padre ritorna col genere all male).
Mat Whitecross, Idoli: fino all’ultimo corsa, Sky Cinema, No
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martedì 15 settembre 2026

Se l'Europa torna a destra

Oggi come novant’anni fa una trentina di paesi europei sta a destra. Con una differenza, non da poco: quest Europa vota per la destra, in regime di libertà d’informazione e di voto. Che è un’attenuante, ma può essere un’aggravante: è una destra d’opinione, “popolare”, non di regimi.

Il conteggo si può fare agevolmente su vari repertori. CentroAnalytica ne fa una rappresentazione grafica, con i colori. Che danno subito un’immagine di dove va il mondo. Le Americhe sono suddivise fra centro-destra, azzurro:  Usa, Argentina, Paraguay, Colombia. E rosso scuro, sinistra: Messico, Cuba, Nicaragua, Brasile, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Perù, Cile. E un solo centro-sinistra, Canada.

L'Africa, il mondo arabo e buona parte dell'Aspia meridionale restano nell'indistinto, grigio. Su tutta l'Asia e l'Oceania due macchie azzurre relativamente piccole emergono, India e Giappone con Corea del Sud. Mentre  giganteggua il rosso scuro, con qualche approssimazione: Cina e Corea del Nord certamente, mentre Vietnam, Indonesia e Australia, sarebbero in realtà rosso sbiadito, centro sinistra.

Contro le Americhe e l'Asia-Oceania si legge invece l'Europa. Niente sinistra e poco centro-sinistra: Spagna, UK, Norvegia, Danimarca, Islanda, Albania, Malta, Ungheria, Bulgaria e, volendo, Germania e Olanda. E domani forse la Svezia. Però con tre sicure eccezioni, anti-immigrazione - effetto islamismo, troppa la paura: Gran Bretagna, Danimarca e Svezia  e domani forse la Germania. E una filo-russa, Bulgaria. 

Tre sole presenze al centro: Austria, Irlanda e Francia. Mentre tre governi si collocano a destra, Macedonia del Nord, Slovacchia, Slovenia - e a metà anche la Polonia. Lunga la lista del centro-destra: Belgio, Bosnia, Repubblica. Ceca, Cipro, Croazia, Estonia, Finlandia, Grecia  Ista, Italia, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Moldavia, Montenegro, Polonia (a metà), Portogallo, Romania, Serbia.

Una cartina non propriamente di destra. Se non che il panorama cambia al "colore politico del partito più votato": l'Europa è nera, Italia compresa. Nei Paesi a maggiore peso politico e demografico. Nero ma non radicale, controrivoluzionario? Un nero sicuramente elettorale, democratico: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda  Austria, Rep. Ceca, Slovacchia, Polonia, Romania, Slovacchia, Macedonia del Nord. Il colpo d'occhio è impressionante. E anche la lista, ben più significativa che quella dei governi, necessariamente di coalizione.

Gadda buffone

“I nostri polli, a corte, hanno sempre due colli. Sono della covata dell’aquila bicipite…. Per la corte doppia, imperiale e regale, ci vogliono polli adeguati. Anche i nostri generali andavano contro Napoleone a due a due….”. Il tono è questo, da farsa - bicipite, cioè ungherese. Attorno a un Liederspiel di Zoltàn Kodaly, 1926, ricavato da un poema comico ungherese, “Az Obstoes” (il congedato) di Janos Garay, primo Ottocento, che l’Orchestra Sinfonica del Terzo Programma Rai eseguiva in prima italiana nel 1955. Gadda, redattore del Terzo Programma, si incaricò del testo italiano - il Liederspiel ha lunghi passaggi recitati e poche musiche. Ci teneva al teatro, anche per ragioni alimentari – il successo era in fieri, col “Pasticciaccio”, ma si manifesterà con corposi diritti un paio d’anni dopo.

Qui si produce in una burla, che è il suo genere naturale, attorno a uno sbruffone, Háry, il falso eroe del “Congedato”, che è afrodisiaco, a suo dire naturalmente, per ogni femmina. Ci sbavano tutte, giovani e non, contadine e principesse, e soprattutto Maria Luisa, l’imperatrice doppia, di Vienna e di Parigi – è Háry che ha sconfitto naturalmente Napoleone, “Zufolino”, “il Pancetta”. Con la vocazione già netta per i gerghi. Qui per le forme toscane, accentuate a ogni scena e quasi a ogni battuta.

L’aneddoto è debole – e più a una lettura non avvezza al personaggio, alle sue guasconate. Si va avanti per allusioni più o meno salaci – poco: le battute più spinte sarebbero state biffate dalla censura (allora preventiva) e non recuperabili, non esistendo copia di prima della censura. Nell’edizione del Saggiatore la nota ai testi introduttiva di Claudio Vela spiega le vicende editoriali.

L’edizione del Saggiatore si vuole anche un punto di riferimento per gli interessi teatrali di Gadda (siamo nel 1982, gli unici aggiornamenti successivi in tema sono del “The Edinburgh Journal of Gadda Studies”). A seguire sul radiodramma una sezione raccoglie le recensioni teatrali di Gadda – alcune da lui già ripubblicate in “I viaggi la morte” e “Le meraviglie d’Italia”.  Una terza sezione riproduce “Per un barbiere” – il testo de “Il Giorno” già ripreso in “Verso la Certosa” e “Le meraviglie d’Italia”. Infine anche le famose “Norme per la redazione di un testo radiofonico”.

Carlo Emilio Gadda, Un radiodramma per modo di dire, Adelphi, pp. 56, € 6

Il Saggiatore, pp. XII + 112, pp.vv.

 

lunedì 14 settembre 2026

Problemi di base nazionali - 931

spock


Quando l’irredentismo diventa terrorismo?
 
E quando il terrorismo diventa nazionalismo?
 
Se il nazionalismo è buono e fa bene?
 
E l’identità, o patria?
 
Quando il nazionalismo diventa canaglia?
 
E chi fa la guerra al nazionalismo, l’irenismo?
 
spock@antiit.eu

Ridere fa bene, anche alle donne

“In passato si pensava che la commedia rappresentasse i difetti della natura umana e la tragedia ritraesse gli uomini più grandi di quanto siano. Per dipingerli come veramente sono, si deve, a quanto pare, trovare una via di mezzo tra le due, e il risultato è o qualcosa di troppo serio per essere comico, o di troppo imperfetto per essere tragico, e questo possiamo chiamarlo umorismo”. Un saggio breve, sull’umorismo, di Virginia Stephen (poi Woolf) nel 1905, pubblicato dal quotidiano “The Guardian”. Acerbo nella costruzione, ma sì, Virginia non ancora Woolf voleva ridere.
Al secondo capoverso c’è più propriamente la futura Woolf: “L’umorismo, come ci è stato detto, è negato alle donne, che possono essere tragiche o comiche, mentre quel particolare amalgama che rende una persona dotata di umorismo è solo appannaggio degli uomini”. Un argomento forse vero (se riferito al riso, non all’umorismo, delle donne, come incapaci di ridere e far ridere) ma datato: quanti trattati ci sono, o personaggi letterari, o proclami, che escludono le donne dal riso, a partire da Aristofane (o non è il cotrario)?
Uno dei primi scritti pubblicati da Virginia, a 23 anni. Con tutte le riserve, è la risata che la giovane scritrice vuole liberare. Seriosa (“i cani, misericordiosamente, non sanno ridere” è l’unica battuta pungente che si consente), con passo da saggista. Ma il proposito dice chiaro, per concludere: “Noi andiamo ai funerali e al capezzale dei malati molto più volentieri che ai matrimoni o alle cerimonie festose, e non siamo capaci di spazzare via dalla nostra mente la convinzione che c’è qualcosa di virtuoso nelle lacrime e che il nero è il colore che più ci si addice. Non c’è niente, in verità, tanto difficile quanto ridere e far ridere, ma non esiste qualità che valga di più. È una lama che recide ciò che è superfluo, riproporziona e restituisce giusta misura e sincerità alle nostre azioni e alla parola scritta e parlata”. Se lo fosse ricordato.
Virginia Woolf,
Il valore della risata, Libreria delle donne, in libera lettura

domenica 13 settembre 2026

Quando il terrorismo è una forma di guerra

Salman Rushdie è andato al processo contro Hedi Matar, il terrorista islamico cha ha provato ad assassinarlo quattro anni fa, e ne ha ricavato questa impressione, confida a Viviana Mazza su “La Lettura”: “Sembrava un cretino. Teneva gli occhi abbassati e prendeva appunti”.
Il terrorista singolo può essere, è, un cretino – basta pensare alle Brigate Rosse: un esaltato. Ma è difficile far passare l’11 settembre e il 7 ottobre per terrorismo. Si può, si deve, farlo per motivi di difesa. Il radicalismo islamico seguente all’11 settembre ha fatto forse un milione di morti in Europa e in Medio Oriente (nella sola Algeria si calcolano mezzo milione), forse anche di più. Ma la repressione non basta, bisogna andarne alle radici. Gli Stati Uniti, che della lotta al terrorismo hanno fatto nei venticinque anni la linea guida della loro politica internazionale, in aspetto di repressione, non hanno ottenuto molto e ora rischiano la leadership mondiale.
Sul 7 ottobre il fronte è chiaro, la linea di frattura: è Palestina contro Israele. Che ha reagito incorporandosi Gaza, e sempre più la Cisgiordania. Questo è un conflitto. Che vede Israele sempre vincente, da quasi ottant’anni. Ma non pacificato – in genere si fanno le guerre per arrivare a una pace.
L’11 settembre ha due moventi: l’alimentazione, se non la creazione, da parte americana, dell’islamismo come barriera al sovietismo negli anni a cavaliere del 1980, in Afghanistan – e nell’Arco della Crisi, dall’Algeria al Pakistan, tutto islam. In contemporanea con la creazione e diffusione del khomeinismo, sempre come barriera anti-sovietica, in Europa e poi in Iran. Il radicalismo khomeinista accenderà l’islam in ogni sua sezione (l'Is, lo Stato Islamico, sarà teorizzato e praticato come reazione wahabita, cioè sunnita-saudita, al khomeinismo, e più radicale) e area di diffusione, specie in Africa, sotto e sopra il Sahara.
Se così è – ma così è – non si vede perché l’Iran dovrebbe crollare sotto la prima bomba americana. Si può dichiarare “canaglia” uno  Stato, trattarlo come un qualsiasi gruppo terrorista, di “cretini”, ma poi bisogna farci i conti.    

All'ultimo respiro - un giorno in ospedale

Un’infermiera seguita passo passo nel suo turno quotidiano (diurno) in un ospedale cantonale (non grande cioè, ma dall’intensa attività) svizzero. Con alti e bassi, la paziente che sta meglio di tutti, di umore e di fisico, con la quale è anche possibile farsi una cantatina, che poi muore, o il paziente che a sette o otto giorni dal ricovero ancora non è stato visitato dal dottore (che è una dottoressa, arcgna) e si “autodimette”. Niente di che, giusto lo svolgimento delle normali pratiche. Che però richiedono, anche le più semplici, complicate procedure – anche soltanto aprire una scatola richiede sterilizzazioni, guanti, annotazioni, eccetera.
Il film si propone come di denuncia sociale, con la chiosa finale che anche nella ricca Svizzera gli infermieri sono troppo pochi e tropo sfruttati. Ma su questi movimenti rituali, frenetici, più che sul “caso”, cioè sull’ordinarietà della cura ospedaliera, Volpe costruisce un meccanismo che inchioda – senza porre mente alla neutralità del gesto, dell’evento. Un piccolo miracolo: si segue la vita ordinaria dell’infermiera – che però è la bravissima Leonie Benesch, l’amburghese de “Il nastro bianco”, “La sala professori”, “Lezioni di persiano” - come il Godard di “Fino all’ultimo respiro”.     
Petra Volpe,
L’ultimo turno, Sky Cinema, Now