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domenica 13 settembre 2026

Quando il terrorismo è una forma di guerra

Salman Rushdie è andato al processo contro Hedi Matar, il terrorista islamico cha ha provato ad assassinarlo quattro anni fa, e ne ha ricavato questa impressione, confida a Viviana Mazza su “La Lettura”: “Sembrava un cretino. Teneva gli occhi abbassati e prendeva appunti”.
Il terrorista singolo può essere, è, un cretino – basta pensare alle Brigate Rosse: un esaltato. Ma è difficile far passare l’11 settembre e il 7 ottobre per terrorismo. Si può, si deve, farlo per motivi di difesa. Il radicalismo islamico seguente all’11 settembre ha fatto forse un milione di morti in Europa e in Medio Oriente (nella sola Algeria si calcolano mezzo milione), forse anche di più. Ma la repressione non basta, bisogna andarne alle radici.
Sul 7 ottobre il fronte è chiaro, la linea di frattura: è Palestina contro Israele. Che ha reagito incorporandosi Gaza, e sempre più la Cisgiordania. Questo è un conflitto. Che vede Israele sempre vincente, da quasi ottant’anni. Ma non pacificato – in genere si fanno le guerre per arrivare a una pace.
L’11 settembre ha due moventi: l’alimentazione, se non la creazione, da parte americana, dell’islamismo come barriera al sovietismo negli anni a cavaliere del 1980, in Afghanistan – e nell’Arco della Crisi, dall’Algeria al Pakistan, tutto islam. In contemporanea con la creazione e diffusione del khomeinismo, sempre come barriera anti-sovietica, in Europa e poi in Iran. Il radicalismo khomeinista accenderà l’islam in ogni sua sezione (lo Stato Islamico sarà teorizzato e praticato come reazione wahabita, cioè sunnita-saudita, al khomeinismo, e più radicale) e area di diffusione, specie in Africa, sotto e sopra il Sahara.
Se così è – ma così è – non si vede perché l’Iran dovrebbe crollare sotto la prima bomba americana. Si può dichiarare “canaglia” uno  Stato, trattarlo come un qualsiasi gruppo terrorista, di “cretini”, ma poi bisogna farci i conti.    

All'ultimo respiro - un giorno in ospedale

Un’infermiera seguita passo passo nel suo turno quotidiano (diurno) in un ospedale cantonale (non grande cioè, ma dall’intensa attività) svizzero. Con alti e bassi, la paziente che sta meglio di tutti, di umore e di fisico, con la quale è anche possibile farsi una cantatina, che poi muore, o il paziente che a sette o otto giorni dal ricovero ancora non è stato visitato dal dottore (che è una dottoressa, arcgna) e si “autodimette”. Niente di che, giusto lo svolgimento delle normali pratiche. Che però richiedono, anche le più semplici, complicate procedure – anche soltanto aprire una scatola richiede sterilizzazioni, guanti, annotazioni, eccetera.
Il film si propone come di denuncia sociale, con la chiosa finale che anche nella ricca Svizzera gli infermieri sono troppo pochi e tropo sfruttati. Ma su questi movimenti rituali, frenetici, più che sul “caso”, cioè sull’ordinarietà della cura ospedaliera, Volpe costruisce un meccanismo che inchioda – senza porre mente alla neutralità del gesto, dell’evento. Un piccolo miracolo: si segue la vita ordinaria dell’infermiera – che però è la bravissima Leonie Benesch, l’amburghese de “Il nastro bianco”, “La sala professori”, “Lezioni di persiano” - come il Godard di “Fino all’ultimo respiro”.     
Petra Volpe,
L’ultimo turno, Sky Cinema, Now