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martedì 14 ottobre 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (222)

Giuseppe Leuzzi

“I tedeschi sono molto più birichini degli italiani”, confida l’imprenditore Fabio Franceschi, Grafica Veneta, a Stefano Lorenzetto nel loro libro intervista “L’Italia che vorrei”. “Soprattutto quelli dell’Est”, aggiunge l’imprenditore: “Ci tratto dieci ore al giorno, dunque so di che parlo. Sono i magliari d’Europa, peggio di calabresi, siciliani e campani…”. Abbiamo perduto anche questo primato?
Anche: la Germania è proprio prima in tutto? 

Piove a Genova, governo ladro. Piove a Sarno, Siderno, Giampilieri no: imprevidenza, speculazione, corruzione, mafia.

“Anime nere” Gioacchino Criaco dice nel romanzo omonimo i vincenti: “Le ombre diventavano anime nere o tingiùti, tinti col carbone, a seconda se si prevedeva che uscissero vincenti o fossero considerate sicure vittime”. Nel film invece sono i perdenti: c’è un problema filologico?
La filologia dei mafiosi è fantastica. Quasi più della sociologia. .

Si scrive meglio al Sud
“Nord” quindici anni fa, il repertorio degli scrittori del Nord-Nordovest drizzato da Paolo Mauri, sottotitolo “Scrittori in Piemonte, Lombardia e Liguria”, va in prospettiva rovesciata: Paolo Mauri vi fa una difesa, come se mettesse un argine alla sovrabbondanza di buona letteratura altrove, un riparo. Difensiva è anche l’opera dell’ispiratore e mentore di Mauri, Dionisotti. Che intese argomentare una letteratura transappenninica – o meglio, dal suo punto di vista, cisappenninica: fuori dall’asse Sicilia-Roma-Firenze. Come luogo geografico, e come lingua e linguaggio. Petrarca dunque compreso, l’Ariosto, e, a suo modo, Manzoni.
Una vocazione testimoniata nel Novecento dall’immigrazione dapprima a Firenze, di Montale e Gadda, ma anche di Svevo e Saba. E poi, a Roma, di milanesi eminenti, Manganelli, Gadda, Arbasino, Nonché di Calvino, Parise, Soldati, Pasolini, e chiunque altro avesse qualcosa da dire. Senza contare Alvaro e i siciliani, il tronco forse più solido del Novecento stesso.
C’è una diversa vocazione dunque delle due Italie: quella letteraria non è indigente e dipendente, anzi è piuttosto prepotente. Sarebbe un ottimo unto di partenza, anche robusto, per un riequilibrio dell’opinione, oggi così violentemente nordista.
A Nord c’è poco, a parte Gozzano e Porta, se Mauri si deve annettere anche Malerba di Orvieto, e il toscano di Roma Ottieri, accanto ai ticinesi Ragazzoni e Filippini.

La Sicilia inglese
Sicilia-Italia sarebbe finita forse anch’essa con la vittoria dell’Italia, ma non sempre, tutte le volte di seguito, come è nella storia delle partite Italia-Malta. La Sicilia sarebbe stata anche non solo un punto strategico per Londra nel Mediterraneo, come Corfù e Malta, ma un’ottima colonia, ricca. Fu sul punto di esserlo, e non è chiaro perché non lo fu.
Perché la Sicilia ebbe la costituzione inglese solo per un periodo breve, dal 1812 al 1815, è tormento di Sciascia e dei siciliani migliori. Insomma, perché la Sicilia non ebbe né Napoleone, mai, né gli inglesi, che pure controllarono l’isola in quegli anni. Ma poi, pur vittoriosi su Napolone, la Sicilia retrocessero al re di Napoli.
In realtà la costituzione – quindici articoli in tutto, e bastarono - non era dei siciliani ma di lord Bentinck, il “sergentaccio” di Maria Carolina, la regina, e del suo ministro marchese Circello, mandato giovane e risoluto a governare l’isola contro la corte e molti dei baroni. Furono poi gli stessi siciliani a far retrocedere gli inglesi.
Nel 1811 c’erano ventimila soldati britannici di stanza a Messina - Lucy Riall, “Bronte”, 66 segg. C’erano un paio di centinaia di imprese britanniche tra Palermo, Messina e Trapani-Marsala. Che consideravano la Sicilia, come Malta, un investimento migliore che il Sudamerica. E fecero campagna costante perché il governo difendesse l’isola contro Napoleone. Con la flotta (Nelson vi fu impegnato in prima persona a lungo), e con l’esercito di terra.
Fu l’unico impegno diretto, dice anche la storica, delle truppe britanniche sul continente contro Napoleone. Questo non è vero. Dal 1806 gli inglesi impegnarono duramente per tre anni l’armata del generale Massena in Calabria. Con l’aiuto dei massisti, i ribelli alla leva obbligatoria – levée en masse. In Calabria e non altrove perché i massisti costituivano, oltre che una buona forza d’urto (una brigata con uniforme e mostrine restò inquadrata ancora per un decennio fra le truppe inglesi), una sponda sociale e un fonte di informazione.. 

L’odio-di-sé meridionale
Non è un caso isolato la “Gazzetta del Sud”, il giornale della Calabria, che in mancanza di delitti locali, fa la prima pagina su un incidente d’auto mortale a Salerno – non su altri omicidi efferati, volendo restare alla nera, scoperti  nelle stesse ore in Lombardia e in Emilia. L’odio-di-sé meridionale, una forma sociale di depressione, è specialmente acuto in Calabria. Anche a Napoli. In Sicilia Camilleri, e di più la serie tv di Montalbano, hanno allentato la morsa stretta da Sciascia, dell’universo mafioso, fino alla magistratura più impegnata.
In Calabria l’odio è più evidente a contrasto con due scrittori etnici di lingua inglese, Talese e Rotella. Entrambi americani di New York, entrambi nell’editoria, ma non legati a un pregiudizio modernista-progressista. Curiosi delle tradizioni e rispettosi della dievrsità. Anche nello sghignazzo, che può essere cattivo ma non censorio, sdegnoso, superiore.– ed è in linea col linguaggio etnico proprio (locale).
Anche Abate, il “germanese”, tale peraltro pure nella scelta di vita, insegnante nel Trentino piuttosto che in Calabria..
Bisogna stare fuori dalla realtà meridionale per poterla vivere o rivivere senza rifiuti? Se non per apprezzarla – Talese, Rotella, Abate. Standovi dentro non c’è rimedio? Entrambe le proposizioni sono dubbie. È probabile che starci dentro configuri l’insufficienza del provincialismo a contatto con la città, una forma di subordinazione – alla modernità, il progresso, la buona educazione, l’aggiornamento.

L’antimafia delle prefetture
Si sciolgono sempre più consigli comunali per mafia. Lasciando per diciotto mesi campo libero alle mafie. Vere o presunte, ma più indisturbate. Ma questo è stato già detto.
Da dire è che questo è quasi un business delle prefetture. Che volentieri fanno perno su una qualche nota di servizio di un maresciallo dei Carabinieri – per i quali tutto è mafia – e sciolgono il Comune che decidono. Dove per un anno e mezzo fanno i sindaci, prendono una diaria in aggiunta allo stipendio, e hanno anche l’autista.
In tutti i paesi personalmente conosciuti in cui il sindaco sia stato azzerato per mafia, non c’è un miglioramento e anzi un peggioramento dell’amministrazione. La raccolta dei rifiuti, i poveri, i lavori pubblici. Compresi gli appalti minimi, che non devono andare a gara, per le scuole (banchi, refezione, servizi igienici), o gli interventi coi lavoratori socialmente utili (tombini intasati, condutture scoppiate, mura crollate o da puntellare). E anche quelli per i quali la gara è prescritta. Il sindaco sta attento perché si sente sorvegliato, il commissario si fa forte dell’autorità indiscussa in materia di norme e regolamenti e se ne frega – e non è escluso che ne ricavi beneficio.

leuzzi@antiit.eu 

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