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L'arte del cinema
Recensioni
di film per lo più totalmente dimenticati, pochi se ne sono salvati (quelli che
Flaiano salvava), ma di lettura per qualche verso sempre interessante - non per nulla Flaiano è stato a lungo dopo la guerra miglior critico nei giornali.
“Quel
certo «grano di pazzia» che ha fatto la fortuna del cinema oggi si è esaurito
nel meccanico…. Tutte le case produttrici si fissano gentilmente verso un
genere narrativo di un realismo molto verosimile e romanzesco e mortificano
invece le ragioni della fantasia”. Il cinema è nato libero ma già “si confonde
nelle tavole della farmacopea, rientra fra le cose utili” (anche i critici, bisognerebbe
aggiungere, che si limitano a una o due notazioni , semrpe le stesse, ripetitive,
sbrigatve, disappetenti e inappetenti
Si
parte con un teso del 10 magio 1943, in piena guera, “I piedi sul piatto”, in
cui Flaiano fa le bucce al cinema, come è e come dovrebbe esere, la cui lettura
da sola basta e avanza. C’è poi la verità sugli attori al cinema: ombre.
Flaiano la pensa come Soldati, che molti film ha girato: “L’attore
cinematogafico non è che il risultato di parecchi sforzi convergenti”, del
regista, il produttore, il soggettista, e di “una pleiade di tecnici senza i
quali rimane un volto qualsiasi”. Flaiano trentenne (“quand’eravamo giovani”, ripete,
cioè ai vent’anni) la sa lunga.
“Giallo
carico”, recensione del 1940, è anamnesi attuale, anni 2020, del giallo come
genere facile di racconto. O quella del documentario, che non monogafia, e non
è “attualità” – il documentario fu genere seguito fino agli anni 1960, quando
ne veniva proiettato uno insieme con il film. E la magia del cinema d’epoca, magari
al cinemimo rionale, “due film una lira”: Gtreta Garbo, Deanna Durbin, “La folla”
di Vidor, “Nerone”(Petrolini), Frank Capra, “Proibito”, “un grande film”, “E arrivata
.la felicità”, “Accadde una notte”, “Alba tagica” – nel 1940 si vedevano con
grandi prime e si lodavano i film americani. O “il caso di «Pepé le Mokò» che soltanto
alla quarta volta si è «chiarificato» dentro di noi, con tute le sue sfumature
e i suoi passaggi”. Un inno per “Ombre rosse”, visto subito, ripercorso in tutte
le pieghe. E ritornanìte la teorica contro l’“adattamento” dei grandi romanzi.
Con
attenzione ricorrente, oltre che per la regia e per gli interpreti, anche per
la colonna sonora.
Ferocemente
anticolionialista, nel 1939 (“Equatore”). Connotando quindi il futuro romanzo d’Africa
“Tempo di uccidere” come memoria anticoloniale. Sempre nel 1939 la lettura poi canonica,
dopo molti anni, di Totò – per un film che non appezza, pur essendo la regia di
C.L.Bragaglia, “Animali pazzi”.
Il
tutto affidato alla forma aforistica, suo tratto distintivo.
È
curioso anche che Flaiano non è stato un
“critico cinematografico”, professionale – se non per la rubrica che tenne poi per
anni su “Il Mondo”, la rivista di cui era anche il tuttofare. Roba di
giornalista, non ancora scrittore, freelance
come ora si dice, in cerca di una collaborazione qualsiasi, estermamente colto.
A fine 1938, nel primo o secondo articolo sul cinema, “Le aspirazioni
sbagliate”, dà una lezione di linguaggio cinematografico. La “Parigi” di René
Clair, “quattro comignoli, i baffi delle guardie, i tavolini di un caffè”. O la
Dublino d John Ford, più asciutto e più desricttivo di Joyce, “una strada
nebbiosa e un suonatore melanconico”.
Il
titolo della raccolta era previsto inizialmente per le critiche teatrali. “Fra
i suoi ultimi progetti”, Anna Longoni, che ha curato la raccolta ricorda nella sua
esaurientissima Nota al teso, “Flaiano aveva previsto un volume di critiche
teatrali, per il quale aveva anche pensato al titolo, Lo spettatore addormentato”.
Alla
vigilia della Liberazione, il 22 aprile 1945, questo bilancio Flaiano faceva,
triste: “Del migliaio di film prodotti dal ’29 (da quando aveva cominciato ad andare
assiduamente al cinema, n.d.r.) ad oggi, pochissimi si ripresentano alla nostra
memoria come pietre finite e conchiuse nelle loro ambizioni fedeli ad un’in
dagine poetica e non solo e non soltanto ad un pretest occasionale. La maggior parte
del nostro cinema era di intenzioni coloniali…”.
Ennio Flaiano, Chiuso per noia, Adelphi, pp. 326 €
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