Postpolitica
Il secondo, o terzo, editoriale del britannico “Guardian” in un paio di giorni contro Berlusconi si conclude oggi con un’invettiva: “È molto scioccante pensare che tra i venti leader al vertice di Londra ce ne sarà uno che ha costruito la sua base politica sulle fondamenta del fascismo”. Il titolo dell’editoriale è del resto: “Italia: l’ombra del fascismo”. Ma l’invettiva arriva dopo avere argomentato che Fini si è ben democratizzato negli ultimi quindici anni, mentre Berlusconi è razzista, corrotto, violento.
Sembra una prosa impegnata, resistenziale, e invece è mussoliniana.
L’editoriale ha subito registrato centinaia di commenti online di lettori. Sono i lettori del “Guardian” tutti pensionati? Usa in Uk leggere, e commentare, il giornale in ufficio? Quella, è vero, è pratica antimussoliniana.
Il commento del giorno prima contro Berlusconi era più fiducioso: Draghi, diceva, salverà gli italiani. Solo roba di banche di affari, allora, questa durissima resistenza al tiranno? La libertà degli inglesi non cessa di sorprendere.
Muore Anna Maria Mammoliti. Se ne parla, come merita, ma evitando di dire che era socialista. Condoglianze di Piero Fassino, Athos De Luca, Pietro Folena: solo gli (ex) Pci possono parlare.
Ammirazione, plauso, incanto perfino, a sinistra, nella Rai, nei commenti, per il presidente della Camera Fini che vorrebbe lo Stato etico. Lo Stato etico…
Parla Fini da leader del centrosinistra, lui che è stato l’ultimo fascista dichiarato. La fascista Casapound celebra Bettino Craxi, con partecipazione di Stefania Craxi.
Berlusconiana
Dopo Veltroni, il comunista che non è mai stato comunista, Fini, il fascista che non è mai stato fascista. È uno dei segreti di Berlusconi, che i suoi concorrenti non siano mai niente.
Il “Corriere” anticipa domenica coi “Diari” il vero Montanelli: brillante e meschino – il piccolo Cagliostro, in linea con la Repubblica. Berlusconi, l’unico editore che aveva trovato nella tragicomica uscita dal “Corriere”, Montanelli liquida sprezzante: “È il vero climber che approfitta di tutto” – lui che, come si sa, non si arrampicava.
Cazzullo torna sul “Corriere” sulla casualità della “discesa” in politica di Berlusconi nel 1994: la politica, fa capire, era allora dominata da Mario Segni. Ma bisognerebbe dire per chi Mario Segni dominava la politica. Per gli editori di giornali, cioè per gli industriali e i banchieri, e per la vecchia Dc, i padroni nel linguaggio degli anni Cinquanta, i gattopardi in quello degli ani Sessanta. Al voto, Mario Segni è scomparso.
Sempre sul “Corriere” venerdì Luciano Violante spiega di Berluconi: nel 1994 “non avevamo capito nulla”. Ma non si scompone: Berlusconi un po’ ripete Craxi, “una certa sua capacità di rompere gli schemi”, robetta. E non è tutto. Non avevamo capito, aggiunge, come “alla verità del merito, tipica della nostra storia comunista, si stesse sovrapponendo la verità della forma”. Berlusconi di plastica, la verità comunista… E perché Occhetto perse contro Berlusconi? Si presentò in tv “con un abito marrone in stoffa “occhio di pernice” piuttosto triste… Berlusconi, di fronte, come un manichino lucente…”
Storia di Roma
“Villa Borghese. Potati 250 lecci, dopo 10 anni”. Il Comitato Roma Rinasce del sindaco Alemanno
ha stampato e affigge a ogni passo manifesti per l’avvenimento. Nei quasi undici mesi che Alemanno è stato sindaco fanno un leccio al giorno, tolti i sabati e le domeniche.
Un alto manifesto è più modesto: “Via Giulio Agricola. Potati 40 platani, dopo 18 anni”. Un platano a settimana, tolte le feste, Ferragosto, Natale e Capodanno.
La Fed aumenta in un colpo solo di quasi un decimo, mercoledì 18, i fondi pubblici Usa contro la crisi: in aggiunta ai quasi 12 mila miliardi di dollari stanziati dal governo, ne anticipa alle banche altri 1.150 miliardi. “Equivalgono”, scrive Margiocco sul “Sole 24 Ore”, “a poco meno del doppio del costo della guerra in Vietnam, che fu pari a poco più di 698 miliardi di dollari attuali”.
Solo una multa a Mourinho per avere detto i giornali venduti, e l’Inter, la Roma, il Milan i corruttori del calcio, che si comprano gli arbitri. Poco più della multa a De Rossi, il calciatore romanista, che ha osato, con prudenza, lamentarsi di un arbitraggio troppo favorevole a Mourinho. Tutti contenti all’Inter, alla “Gazzetta dello sport” e al “Corriere della sera”, e questa è Milano: la corruttela esibita e impune. Grazie al solito giudice napoletano, che nel caso si chiama Palazzi. A conferma dell’asse Napoli-Milano, giustizia-affari, che da un ventennio tiene in pugno l’Italia.
lunedì 30 marzo 2009
Il ritorno del padre
Il padre è in imprevedibile, sostanzioso, ritorno. Nel “Requiem” di Patrizia Valduga, in Alda Merini spesso, Tabucchi, Amanda Davis, nel “Piccolo Budda” di B. Bartolucci e tanti film americani, nella “Storia infinita” di Michael Ende. In questa antologia dei giovani narratori 1991 è una presenza ossessiva: Allamprese, Bacci, Cappelli, Capriolo, Mari...
Italiana. Antologia dei giovani narratori, Oscar 1991
Italiana. Antologia dei giovani narratori, Oscar 1991
venerdì 20 marzo 2009
Un secolo di critici senza autori
spock
Il caso letterario della critica letteraria in questi anni Duemila, che stanno ormai per entrare nel secondo decale, riguarda dunque Asor Rosa, un altro critico, peraltro dell’Ottocento. Di questo caso non si può farne colpa ai critici, è Einaudi che ripropone Asor Rosa in ben tre volumi, con un titolo di fantasia, “Storia europea della letteratura italiana”. Nella quale peraltro mancano gli scrittori italiani più europei, a parte Pirandello: Papini, Malaparte, Silone, Marinetti e compagni, Alvaro - che vi ricorre in mezza pagina come “popolare e provinciale”, mentre Malaparte è solo nazionalista e fascista. Oltre ai critici, tutti notevolissimi, con l’eccezione di De Sanctis. Ma per il resto è paradigmatico - dello spettegüless, che altro? Mentre gli editori concorrenti pubblicano come nuovo Harold Bloom, di trent’anni fa, e ancora i grandi novecentisti, Steiner, Citati, Magris, Pedullà, Garboli.
Il fatto è che il secolo che si voleva tanto breve non si è ancora concluso: il Novecento è invadente. O solo persistente, in mancanza di meglio, eco di echi, nostalgia. E si è chiuso tra le maledizioni: vent’anni fa, nel 1992, Asor Rosa decretava la fine della letteratura italiana. Nel 1993 Walter Pedullà decretava la fine dell’ironia – di chi? Un decimo del nuovo millennio è così passato e non se ne vede traccia, neppure in traduzione. Anche se non si è mai letto tanto come in questi giorni. E roba letteraria, non usa e getta, o almeno presentata con sfoggio di critica. Se non è proprio questo il problema.
Di notevole resterà in questa prima parte del millennio la creazione del blockbuster. Non un libro di autore ma un fatto di genere, del tutto industriale. Non speciale, ma impilato come i cubetti del lego, e venduto subito, in due settimane, a milioni. Anche se lo schema è trito (blockbuster, spiega Wikipedia, è termine usato dal 1975 per i film a immediato grande successo, quale fu in quell'anno "lo Squalo"), e tutto basato sul marketing: l’arruolamento di un critico, la prevendita in massa alle catene librarie, gli echi di stampa, l’appiglio della cronaca. E il presupposto che nessuno legga il libro - se qualcuno, avendolo letto, lo critica, si fa capire che è invidioso, o rincoglionito.
Vita intensa dei libri: la poetica del blockbuster
Non è una cattiva novità. L'editore studia il mercato, inventa la clientela, impone il prodotto – si fanno investimenti nella promozione dei libri che a volte eguagliano quelle dei film. Le librerie sono affollate come i supermercati. I libri si vendono a milioni - anche se non è possibile, non è vero, che tutti abbiamo a casa Faletti, Ammanniti, Brown, Saviano, e un Camilleri al mese. Il mass market non è male, uno, neppure se critico, non saprebbe dolersene. Se non che, come si sa, ogni volta la cattiva moneta scaccia la buona.
I libri vanno di fretta. Muoiono quindici giorni dopo essere nati, devono avere vita intensa, e dunque si anticipano, si illustrano, con foto anche arrapanti e comunque d’autore, si magnificano, si estraggono, si classificano, anche in cinque e sei modi diversi, occupando tutte le piazze Internet del momento, con chat, forum, premesse e promesse strabilianti, lungamente si intervistano gli autori, se ne celebrano le feste, le fiere, i festival, le rassegne e i premi, e si danno per letti. Il genere intervista è specialmente esilarante, di solito scritta da appositi uffici, in genere a sconosciuti, che non hanno nulla da dire, se non parlare di se stessi, della nonna, del papà, del gatto, e quasi sempre brutti, malgrado le pose lusinghiere e i tagli di luce, né spiritosi o ispiranti, per libri che non verranno letti, dell’Irlanda o del New Hampshire, su una pagina intera e perfino due pagine di giornale, anche più di una volta a settimana, un confessore inorridirebbe. Tutto vi è eccezionale, ma in questo senso: tradurre, stampare e vendere, in un caso anche tremila pagine, in milioni di copie, subito, prima che se ne accorgano, l'impegno dev’essere enorme. Cui la critica non si sottrae.
L’ultimo romanzo Garzanti, quello di Andrea Vitali, ha avuto in cadenza prima dell’uscita una serie di recensioni mozzafiato: «Giù il cappello! È il miglior Vitali della nostra vita», Antonio D'Orrico, con link pdf; «I romanzi di Vitali sembrano scritti per un lettore che cede al solo ed esclusivo piacere della lettura», Antonio Gnoli, «la Repubblica»; «Andrea Vitali, giostraio esimio di robe, animali, atmosfere», Bruno Quaranta, «ttL – La Stampa». Roba da Guinness dei primati, o da storia della letteratura? Questi promo, infatti, sono utilizzati usualmente, Vitali non c’entra, in forma di pubblicità ma anche di recensione. E la recensione, spiega Massimo Onofri che ne è il teorico (da ultimo in “Recensire. Istruzioni per l’uso”, Donzelli, pp. 152, € 15), “rivela, in profondità, la verità dell'atto critico in quanto tale”. Il mercato librario è insomma la critica. Che si può dire anche così: non c’è il Libro, e non c’è l’Autore, ma c’è la critica.
La morte dell’autore
Com’è allora che la critica non c’è, o si lamenta? Berardinelli, scrivendo male sul “Sole 24 Ore” di Asor Rosa e della sua “Storia europea”, ricorda che “De Sanctis aveva (e stimava) Foscolo, Manzoni, Mazzini, Leopardi, Hegel, Byron”. Niente di simile per il De Sanctis di oggi, che quindi non ci può essere. Bisogna andare indietro di sessant’anni per avere un Pasolini poeta felibrista scoperto, mentre l’Italia perdeva rovinosamente la guerra, da Contini. Di cinquanta per avere Pasolini romanziere scoperto da De Robertis. E del resto sono già quarant’anni che Barthes scrisse il piccolo saggio “La morte dell’Autore”, su cui si fonda – si fondava già prima che Barthes lo dicesse – la semiologia. Come dire che possiamo considerare Eco morto, se non Barthes stesso, grande autore.
Muoiono in tanti dopo Nietzsche e Dio. L’autore, il romanzo più volte, e la letteratura, che la scrittura sostituisce, cioè la critica. Ma di che? Nonché il testo, lo stile, una storia, un personaggio, che incida e si ricordi, non c’è l’autore. Non c’è insomma materia per i contemporaneisti, ecco che. Se non, ancora, il Novecento. Quando già un decimo del nuovo secolo è trascorso senza traccia. Senza contare che il Novecento s’è fermato al 1980 o poco più – al primo Tondelli, all’ultimo Tabucchi prima che entrasse nella clandestinità antiberlusconiana. Ci sono molti libri finalmente nei giornali, anche nei supplementi pubblicitari, ma non ci sono autori o libri per i critici.
La morte dell’autore, annunciata da Barthes, Foucault e altri cloni, si realizza per partenogenesi, il morto si moltiplica. Per frammentazione: come un vaso di coccio, l’autore è andato in frantumi, e in ogni coccio pretende di ritrovarsi. Mentre ce ne vorrebbe uno, ce ne vorrebbero un paio, che raccordassero la critica con il mercato, la letteratura con i reality. Un arcangelo che innamori di sé la madre, e se la faccia, banghizzi (banging) il figlio, sodomizzi il padre, peraltro cancerizzato terminale, squarti la figlia… Che è storia nota, il vecchio”Teorema” che Pasolini non ardì scrivere, se non sottotraccia al film. Bisognerebbe osare. Ma, certo, sapendo che non c’è autore senza il suo critico, c’è da chiedersi: e se non ci fossero critici? Si rischia di oltraggiare il nulla.
La critica soprammobile
Nelle pagine culturali dei giornali, tutte ora molto leggibili, dopo quasi mezzo secolo di “storie dell’antico Egitto”, l’eterno cocktail di fantasia, esoterismo, religione, storia, seguita alla crisi della Terza Pagina, non c’è peraltro posto per la recensione critica. Di cui forse per questo Onofri, uno dei “giovani” critici in cerca d’autore, fa la teoria e l’esemplificazione, una sorta di epicedio. Presentazioni, anticipazioni, estratti, interviste, testimonianze fanno il libro, la critica è quasi assente, e se è presente è d’uso, confinata allo strillo, la frase fulminante, con valore esornativo, come un bel soprammobile. Si dice: i giornali devono venire incontro ai lettori, sono lo specchio di ciò che avviene. Per ciò che avviene intendendosi pure le parole. Con il sottinteso, essendo gli editori che fanno le parole, che se un editore avesse dieci autori, o anche uno solo, che si segnalasse per le parole che scrive, quale letterato, i giornali ne parlerebbero. Ma un editore questo autore non solo non ce l’ha, non lo può avere, cioè non lo vuole.
L’editore vuole tirature minime di ventimila copie, più le traduzioni obbligate (i diritti di un best-seller comportano altre traduzioni, quelli di un blockbuster pacchetti di diritti) e si occupa di marketing: buone confezioni, buone presentazioni, anticipazioni, promo, e un uso anche ingegnoso degli incentivi alle vendite (concorsi a premi, sconti a termine, buoni sconto, vendite in blocco). Il critico può farne parte, per prefazioni, anticipazioni, presentazioni, con premi e regali, non manca il rispetto anche in questa editoria: il best-seller si adrona ancora del dittico ditirambico di un critico - viene dopo la presentazione ai librai e una settimana prima dell’uscita del libro. Ma niente di memorabile, degli ultimi venti anni, anche trenta, niente resta. “Il nuovo, in letteratura, è dietro di noi”, dice Ficara tranquillo: è il Novecento, arato.
Il tema si può esporre così: Garboli nel 1969 elogia Soldati e Maigret, e critica Pasolini dantista, Ficara quarant’anni dopo se ne fa meraviglia. Non si sa, cioè, se con l’autore non è scomparso anche il critico – l’autore è il suo critico, come si sa. La letteratura non avendo più posto nel mercato, il mercato?, argomenta Onofri, “i critici, che preoccupano e interessano sempre meno i potenti di turno, sono forse più liberi, non hanno più niente da perdere”. La felicità è dunque nella tebaide. Inviandosi magari insulti e anatemi da una grotta all’altra.
Forse il Duemila non si può scrivere. Non per la morte della letteratura, che essendo viva altrove è ben viva ovunque, ma per la mancanza di pezze d’appoggio, nell’affarismo di poca sostanza che ha invaso l’esistenza, e della società dei belli-e-buoni più che delle masse e del popolo populista. Ma ci può essere un secolo non secolo? O non è questo materia di critica? In Francia, direbbe Berardinelli, quando con Bonaparte finirono le residue illusioni, vennero Stendhal, Balzac eccetera.
Nel 2008 si è ripubblicato “Il Canone” di Bloom, mentre Steiner, Citati, Magris, Pedullà hanno raccolto le letture di una vita e il loro Novecento, e perfino le scritture non scritte. Tutti libri sul piacere del testo, con la critica della critica in filigrana. Mentre la giovane critica si attarda, senza oggetto, sulle metodologie e sugli altri critici – per il gusto dominante dello Streit, la polemica. Vivace certo, giornalistica. Ma che cos’è il gusto dominante, di chi, chi domina e perché?
Non si può dire che la professione sia sparita, o sia finita in un gulag o al giardino zologico, i critici sono sempre numerosi e militanti, anzi, anch’essi, non sono mai stati tanti e tanto agguerriti, ma confinati alle accademie, dove parlano di Calvino, e si parlano tra di loro, dottamente. Anche se non in modo diretto, per echi e rimandi: Cordelli parla di Ficara, che parla di Berardinelli, che parla di Cesare Garboli. E questo è il modello Internet, il brusio di Internet, i critici giovani sono aggiornati.
Ma, poi, il pattern del mercato librario, o della critica che dir si voglia, è palese e modesto: nessuna scoperta, nessuna proposta, nessuna vera lettura se non obbligata. Niente antologie, preferenze, scelte, decisioni, non c’è più l’autonomia del critico – il critico autonomo, che orienta le scelte, invece di recepirle. L’ambizione del critico è il posto all’università, sempre per il Novecento, e una rubrica giornalistica – la finestra. E i giornali lavorano con gli editori, che forniscono storie e personaggi già fatti (letti, biografati, fotografati, intervistati). Il massimo, come si dice a Roma, è il critico che si accapiglia con un autore, o viceversa, magari sullo stesso giornale di cui entrambi siano vedettes, insomma il reality della letteratura - ancora si ricorda il celebre Streit su “Repubblica” tra Baricco e Citati, autore e (non)critico, la baruffa tra le prime donne del giornale.
La critica mercato
Questa critica che è mercato sembra una limitazione ma è un’opportunità. Come no? Come i terremoti, lo tsunami, la peste, e ogni altra tabula rasa. Per non dire che consente ottima ermeneutica gramsciana, là dove, in “Letteratura e vita nazionale”, il quesito è posto: “Forse si potrebbe provare che la grande massa della paccottiglia letteraria è dovuta ai burocrati”, aziendali?
Dopo l’autore, un Barthes di oggi potrebbe agevolmente censire la morte del critico. Dei tre novecentisti emeriti che hanno segnato il 2008 con le loro raccolte, due, Citati e Magris, coltivano ancora il protagonismo, l’Autore, Pedullà le riviste, “L’Illumista” e “Il Caffè letterario” dopo “Il cavallo di Troia”, anche se senza gruppi di sostegno e senza poetiche. I giovani critici non coltivano niente, se non le reciproche diatribe. Che fanno “pubblicazione” per contemporaneistica. La quale è, anch’essa, in via di sparizione – è materia d’esame fondamentale ma senza peso specifico.
Il “Washington Post” del resto non ha chiuso il supplemento libri – continuerà, ma solo su Internet? E il concorrente “New York Times”, nel darne maligno la notizia, non ha commentato: “Un altro segno del fatto che la critica letteraria sta perdendo terreno”? Si sa come vanno le cose, quello che succede oggi in America è il nostro futuro. E dunque sta per diventare la letteratura un cimitero, tutti morti.
Le ombre già si vedono, tra l’aria che ci manca per l’ozono o il riscaldamento globale e il sole sporco. Agguerriti, colti, occhiuti, una generazione o due di giovani critici di quaranta e cinquant’anni vaga nel vuoto pneumatico. Non in cerca d’autore, non c’è più il critico lettore di libri. Che comunque devono finire in quindici giorni.
Resta un dubbio: se è vero che la critica letteraria l’ha inventata Aristofane, perché i critici non ritornano, in questa vacanza obbligata, all’origine? L’immortalità della letteratura è creazione recente, di Petrarca, anche se per questo ha avuto molteplice figliolanza. Senza contare che anche l’immortalità deperisce e muore.
Non ci sono autori, ma nemmeno, a ben guardare, poetiche – il postmodenismo non vuole dire nulla. Ci sarebbero da catalogare l’editoria del best-seller, le librerie supermercato, i libri venduti a milioni, e i corsi di scrittura, che si vendono anche in edicola, a dispense e con dvd. Ma l’ottica dei nuovi critici è rimasta bloccata su quella dei maestri, come in un brutto sogno. Oppure: la novità non è il mercato, è un'altra.
Un altro mondo
Ci sono sempre stati gli autori di romanzi. Dei cormanzi che si leggono per passatempo, come le parole crociate. Che anno venduto moltissomo. Tutto in poche settimane. Anche perché erano autori da due e anche da tre romanzi l'anno: Guido Milanesi, Mario Mariani, Willy Diase altri, olotre i tanti in traduzione. Senza scandalo. Oggi sono molti di più perché si legge molto di più. La novità non è questa, è che oggi questi scrittori di romanzo sono tutto. Occupano le pagine della cultura, fanno serate ai Fori Imperiali, con band e fuochi d'artificio, vanno da Fazio, e sono le vedettes dei festival letterari, e dei premi. Cioè, nemmeno questa è una grande novità, in fondo ci sono stati i littori. La novità è che i critici non si ribellano, anzi solo di questo di occupano, anche loro.
Oggi è curioso, ma ci fu un’epoca, cinquant’anni, quarant’anni fa, in cui il letterato era un ricercatore, senza scandalo, insaziato di esperimenti e scoperte, in Francia, in Germania, negli Usa, in Gran Bretagna, e perfino nell’Unione Sovietica e in Italia, in riviste, mostre, happening, manifestazioni pubbliche e libri, alla ricerca di nuovi moduli, linguaggi, significati. Si innovava ancora di più al cinema, arte popolare per eccellenza, se qualcuno si ricorda ancora i film di Godard, e i primi di Truffaut e Bertolucci. E non sembrano tempi remoti, sono proprio un altro mondo.
Giorgio Ficara, Stile Novecento, Marsilio, pp 242, € 20
Filippo La Porta, Giuseppe Leonelli, Dizionario della critica militante. Letteratura e mondo contemporaneo, Bompiani, pp. 268, € 11
Massimo Onofri, Recensire. Istruzioni per l’uso, Donzelli, pp. 152, € 15
La favola del potere nel televisore
Un ghirigoro, dal nulla al nulla. Senza filologia, né storia. Né c’è la scienza del potere, se non il Gramsci confuso di “ogni Stato è una dittatura”. E il vago risentimento del potere che sempre sta nell’ombra, l’anarchia a tutti comoda e che però della democrazia fa un’oligarchia.
C’è molto Cesare, ma è quello “tedesco”, che coniuga destra e sinistra, del periodo guglielmino e ancora di Weimar, che Canfora chiama il “fascismo democratico”. Un Cesare di maniera, un totem, uno dei santi ispiratori del Kulturkampf più vero, che è l’ideologia dei primati, in cui anche il socialismo si assoggettava alla grandezza della Germania. Ma non c’è Foucault, e nemmeno Andreotti, né l’Avvocato Agnelli. Non ci sono i Bottomore, Russell, Mosca, Pareto, Jünger, Schmitt, Machiavelli c’entra per caso. Il destra-sinistra che ha affascinato a lungo i tedeschi, e Canfora già dal tempo in cui propose il Gentile de “La sentenza” e “Il comunista senza partito” Arthur Rosenberg, grandi narrazioni, è qui nella esposizione dell’antichista Eduard Meyer, conservatore, teorico ammirato del “bonapartismo di sinistra” in Lenin.
Galantuomini e snob
Un libro di divagazioni, frettolosamente montato, ormai anche Canfora è a un libro al mese, o due, nel quale l’antichista dissipa pure le sue doti di narratore, oltre che di filologo. Per l’ossessione, evidente, di Berlusconi, che non citato buca in più posti – nel cittadino “suddito-consumatore-arrampicatore frustrato”, e nel televisore (“ormai la parola pubblica è morta, sostituita da un potentissimo elettrodomestico. Chi lo possiede, per dirla con De Gasperi, vince le elezioni”). L’ossessione coltivata, blanda cioè e non veramente ossessiva, che è per molti una sorta di trincea, benché lustra e anzi con design d’architetto, per i tanti che si pensano veterocomunisti, specie diffusa tra i vecchi galantuomini, intellellettuali, meridionali – un po’ oblomoviani, certo, salveminiani. Canfora sa benissimo, per dire, poiché lo sanno tutti, che Berlusconi è invece un pessimo comunicatore, legnoso, ripetitivo, inconcludente, monotono, uno che non “buca lo schermo”, ma si parla allo specchio e mai entra in comunicazione (feeling) col pubblico, e che se le elezioni si vincessero con i talk show lui le perderebbe. Ma sì è uomo dei καιροί – Canfora, che il καιρός evoca, il momento buono, l’opportunità, per farne merito a Stalin, si lascia sfuggire questo καιρός, e cioè che Berlusconi è l’uomo dei καιροί, non se ne è perso uno. Che volgarmente si direbbe “ha culo”, ma è anche dote politica, saper afferrare il momento giusto, le opportunità, i treni - se una definizione si può dare di Berlusconi, è: “l’uomo delle opportunità”.
Pensare i berlusconiani frustrati, uno invidia tanta certezza. Non è la sola. Il libro si chiude con un sublime Hobsbawm, testimone involontario dell’indigenza politica di alcune generazioni intellettuali – con cui Canfora supersnob finge d’identificarsi, suprema ironia: “L’unica cosa assolutamente certa”, fa dire a Hobsbawm, è che l’impero americano “sarà transitorio come tutti gli altri imperi”. Da stropicciarsi gli occhi.
Luciano Canfora, La natura del potere, Laterza, pp. 99, € 14
C’è molto Cesare, ma è quello “tedesco”, che coniuga destra e sinistra, del periodo guglielmino e ancora di Weimar, che Canfora chiama il “fascismo democratico”. Un Cesare di maniera, un totem, uno dei santi ispiratori del Kulturkampf più vero, che è l’ideologia dei primati, in cui anche il socialismo si assoggettava alla grandezza della Germania. Ma non c’è Foucault, e nemmeno Andreotti, né l’Avvocato Agnelli. Non ci sono i Bottomore, Russell, Mosca, Pareto, Jünger, Schmitt, Machiavelli c’entra per caso. Il destra-sinistra che ha affascinato a lungo i tedeschi, e Canfora già dal tempo in cui propose il Gentile de “La sentenza” e “Il comunista senza partito” Arthur Rosenberg, grandi narrazioni, è qui nella esposizione dell’antichista Eduard Meyer, conservatore, teorico ammirato del “bonapartismo di sinistra” in Lenin.
Galantuomini e snob
Un libro di divagazioni, frettolosamente montato, ormai anche Canfora è a un libro al mese, o due, nel quale l’antichista dissipa pure le sue doti di narratore, oltre che di filologo. Per l’ossessione, evidente, di Berlusconi, che non citato buca in più posti – nel cittadino “suddito-consumatore-arrampicatore frustrato”, e nel televisore (“ormai la parola pubblica è morta, sostituita da un potentissimo elettrodomestico. Chi lo possiede, per dirla con De Gasperi, vince le elezioni”). L’ossessione coltivata, blanda cioè e non veramente ossessiva, che è per molti una sorta di trincea, benché lustra e anzi con design d’architetto, per i tanti che si pensano veterocomunisti, specie diffusa tra i vecchi galantuomini, intellellettuali, meridionali – un po’ oblomoviani, certo, salveminiani. Canfora sa benissimo, per dire, poiché lo sanno tutti, che Berlusconi è invece un pessimo comunicatore, legnoso, ripetitivo, inconcludente, monotono, uno che non “buca lo schermo”, ma si parla allo specchio e mai entra in comunicazione (feeling) col pubblico, e che se le elezioni si vincessero con i talk show lui le perderebbe. Ma sì è uomo dei καιροί – Canfora, che il καιρός evoca, il momento buono, l’opportunità, per farne merito a Stalin, si lascia sfuggire questo καιρός, e cioè che Berlusconi è l’uomo dei καιροί, non se ne è perso uno. Che volgarmente si direbbe “ha culo”, ma è anche dote politica, saper afferrare il momento giusto, le opportunità, i treni - se una definizione si può dare di Berlusconi, è: “l’uomo delle opportunità”.
Pensare i berlusconiani frustrati, uno invidia tanta certezza. Non è la sola. Il libro si chiude con un sublime Hobsbawm, testimone involontario dell’indigenza politica di alcune generazioni intellettuali – con cui Canfora supersnob finge d’identificarsi, suprema ironia: “L’unica cosa assolutamente certa”, fa dire a Hobsbawm, è che l’impero americano “sarà transitorio come tutti gli altri imperi”. Da stropicciarsi gli occhi.
Luciano Canfora, La natura del potere, Laterza, pp. 99, € 14
Soldati libero narratore, tra Douglas e Chatwin
Soldati è sempre vittima di se stesso, giacché si continua a “vendere” per il personaggio, che egli ha voluto essere e fu. Mentre è scrittore robusto, anche in queste improvvisate corrispondenze dal “fronte”, al seguito delle salmerie. Dei muli, per intendersi. Epigono italico da manuale, anche se non dichiarato, del narratore-viaggiatore alla Norman Douglas (i cui nipotini britannici sono Chatwin, per intendersi, e Leigh Fermor), uno sempre indaffarato nell'ozio, apparentemente distratto, e come lo scozzese anticonformista - si diceva una volta: libero. Il miglior Douglas, sempre apparentemente in superficie, al fatto, e acuminato, fulmineo, mai banale. Tribale, col senso vivo cioè delle differenze anche se non leghista (razzista, superiore) e anzi cosmopolita, che fa vivere: il napoletano, il siciliano, lo scozzese che non è l'inglese. Con l'abilità dell'innestatore, il virtuoso della talea, in senso musicale, della sorpresa, della novità non forzata. Da "America primo amore", il primo viaggio "inglese", o scozzese, un vizio non più abbandondato.
Un "viaggiatore" che sa raccontare le minuzie e anche l'inanimato, una sfumatura di colore, un sapore, un neo in un viso, e pure gli eventi banali, la conversazione da treno, l'incontro occasionale in piazza, sa, se lo vuole, trasformare in un mondo leggibile. Un narratore: questo revival sarà la scoperta di un autore, a mano a mano che il centralismo democratico s’indebolisce con le sue durissime censure - una letteratura solo un po' meno bacchettona, anche se per il nobile fine rivoluzionario, ne avrebbe fatto una bandiera ricavandone un tesoro.
Soldati argomenta che l’Italia avrebbe fatto bene ad attaccare i tedeschi invece di capitolare. Tesi arrischiata, perché Soldati la basa sulla volontà degli italiani di combattere. Eppure è convincente, con i suoi aneddoti di eroismo ordinario. Anzi, più volentieri si legge per l’appendice, ricostruita da Emiliano Morreale con i testi non pubblicati dall’“Avanti!” e “l’Unità”, cui erano indirizzati, anche se più argomentati che narrativi. Sull’altro fronte, pattugliano Bologna “quattrocento donne, emigrate da Firenze, armate di tutto punto, vestite di nero, in pantaloni”.
Mario Soldati, Corrispondenti di guerra, Sellerio, pp. 123, € 10
Un "viaggiatore" che sa raccontare le minuzie e anche l'inanimato, una sfumatura di colore, un sapore, un neo in un viso, e pure gli eventi banali, la conversazione da treno, l'incontro occasionale in piazza, sa, se lo vuole, trasformare in un mondo leggibile. Un narratore: questo revival sarà la scoperta di un autore, a mano a mano che il centralismo democratico s’indebolisce con le sue durissime censure - una letteratura solo un po' meno bacchettona, anche se per il nobile fine rivoluzionario, ne avrebbe fatto una bandiera ricavandone un tesoro.
Soldati argomenta che l’Italia avrebbe fatto bene ad attaccare i tedeschi invece di capitolare. Tesi arrischiata, perché Soldati la basa sulla volontà degli italiani di combattere. Eppure è convincente, con i suoi aneddoti di eroismo ordinario. Anzi, più volentieri si legge per l’appendice, ricostruita da Emiliano Morreale con i testi non pubblicati dall’“Avanti!” e “l’Unità”, cui erano indirizzati, anche se più argomentati che narrativi. Sull’altro fronte, pattugliano Bologna “quattrocento donne, emigrate da Firenze, armate di tutto punto, vestite di nero, in pantaloni”.
Mario Soldati, Corrispondenti di guerra, Sellerio, pp. 123, € 10
Il mondo com'è (15)
astolfo
Comunicazione - Latita straordinariamente nella molteplicità delle immagini e dei messaggi, così ampiamente diffusi tra le masse attraverso i tre canali del cellulare, del computer e della tv satellite-cavo, con le loro innumerevoli estensioni. L’information technology nasce con la forte connotazione del bisogno dell’inutile. Mai marketing è stato così aggressivo, e la qualità del prodotto deperibile, con durata di pochi anni o mesi - a costi di manutenzione, in esclusiva, che impongono la sostituzione.
Nelle società industrializzate (ricche) e nelle altre: s’impone un’economia che non è gestione della penuria, ma moltiplicazione dei bisogni. In forma di sudditanza: l’evoluzione tecnologica copre in realtà un marketing spietato. C’è un monopolio dei consumi in quanto compulsione incontrollabile, totalitario anche se non giuridicamente rilevante. Che elimina la possibilità di capire e calcolare: la moltiplicazione dei modelli, delle tariffe e dei gadget riduce il potenziale logico alla radice.
Giustizia – In Italia è politica proprio perché è autonoma, cioè irresponsabile: la parificazione del procuratore al giudice la rende costituzionalmente politica. Il procuratore della Repubblica è il capo della polizia inquirente, e come tale ha poteri inquisitivi pieni. Ma è anche irresponsabile, e perfino legibus solutus, dal momento che il Consiglio superiore della magistratura, l’unico suo giudice in fatto di rispetto della legalità, è evoluto in sindacato e collegio di difesa – per cause certo altisonanti: l’autonomia, la giustizia eccetera.
I procuratori lo sanno, poiché lo dicono nelle loro rivendicazioni – che non sono di efficienza ma di potere. Lo mostrano nella pratica, nella quale la prevenzione e la sanzione del crimine occupano un tempo e un’attenzione minimi, l’attività è normalmente presa dalla politica - nel caso migliore, perché ci sono anche gli affarucci, le invidie, le vendette, le carriere,
L’inefficienza deriva in massima parte dal carattere politico della giustizia: dal privilegio e l’irresponsabilità, che ha come solo criterio di merito la carriera.
I procuratori essendo negli stessi ruoli dei giudici, anche la magistratura giudicante è infetta da questo delirio d’onnipotenza, senza saggezza né equità.
È un sistema chiuso. Non una casta, giacché ci sono i concorsi, ma una mafia. Il carattere mafioso è dato dal sistema interno di giustizia, che procede non per meriti e demeriti ma per cordate e gruppi di potere, con vendette e compensazioni.
Media – Sono la verità, perché fanno la politica – il linguaggio, la psicologia, la giustizia, la vita in comune. Creatori infaticabili e rapidi di miti - la razionalità della parola scritta è solo uno di essi. Ma di miti e verità che si sanno, si sentono, falsi, stonati, calcolati, miseramente basati sul gioco delle influenze o servili. Per la parte migliore tendenti alla autocelebrazione.
È la verità e la mitologia della pubblicità. Non devastante, ma demoralizzante. Tanto più quanto riesce ad allargarsi.
La realtà contemporanea (il crollo del comunismo, il neo cristianesimo americano, le guerre della e alla Jugoslavia, il khomeinismo, il jazirismo) è l’effetto dei media. In senso proprio: avviene su propulsione e nelle forme che i media dettano, per le loro esigenze di linguaggio e di mercato. È per questo che stona: stona tanta democrazia nell’Est Europa, è oltraggiosa la devozione islamica, perfino blasfema.
Opinione pubblica - È la valvola del potere. Già dai tempi del suffragio elettorale, ancorché limitato. È centrale in regime elettorale presidenziale, plebiscitario.
Obama ha vinto le elezioni contro H.Clinton con la comunicazione, specie nei new media. Utilizzando al meglio i new media si è guadagnato l’attenzione dei giovani, che gli hanno vinto importanti caucuses, decisivi per spostare i voti statali, nelle primarie. Obama è un risarcimento, di una storia infame di cui l’America vuole sgravarsi. Ma non è più di una rockstar, cui si sia dato lo scettro di comando. Non è il primo, Carter, Reagan, Clinton sono stati in vario effetti dello stardom.
Si pubblicano telefonate di questo a quello, e indiscrezioni varie, di abusi, sessuali e non, licenze e inganni, in cui non è più il governo (il potere, il regime) che attraverso i suoi servizi segreti droga l’informazione. Ma non è certo la libertà di stampa: il vizio è sempre quello delle veline di stampo fascista. Molti scandali politici venivano alimentati dal fascismo attraverso i giornali, ai quali il regime forniva in esclusiva le notizie e i materiali che gli servivano.
La Repubblica naturalmente non è il fascismo, c’è la costituzione e c’è il mercato. Ma l’abitudine è rimasta: le prerogative costituzionali dei magistrati e il mercato convergono nel commercio delle notizie. Commercio non necessariamente a vile scopo di lucro, i magistrati non sono tombaroli - non sono ladri, a loro basta un semplice barbaglio di carriera, sociale e politica se non di mestiere.
È il fascismo contemporaneo, ha ragione chi lo dice: l’ingiustizia che arriva via opinione pubblica.
In America scopertamente, l’opinione pubblica è propaganda. È corriva ai poteri, sia pure dell’opposizione, e non critica – intelligente, libera, veritiera. In Europa il potere è quello giudiziario, l’ingiustizia dei magistrati. Che vogliono essere accusatori e anche giudici. Nel nome dell’autonomia. L’autonomia del potere giudiziario da che cosa? Dall’obbligo di verità e giustizia, il potere giudiziario in quanto tale è più che tutelato. Gli apparati, del resto, le eccellenze, gli ermellini, gli anni giudiziari, e la rissosità denotano anche esteriormente la mancata defascistizzazione di questo potere.
L’ordinamento americano, che lascia la repressione alla polizia, ai giudici chiedendo la funzione di giudicare, riacquista al contrario per questo in democrazia: la forza della legge è l’unico cardine della democrazia in America, ma quanto solido. La giustizia vuol’essere equanime, ma soprattutto ponderata, non ostile. Deve ristabilire le condizioni, non affermare un potere.
Norman Mailer aveva coniato i factoïds, che non esistono prima della pubblicazione. Da riferire non alla creazione letteraria, ma alla pretesa giornalistica ….
Politicamente corretto - È ipocrita, e violento, ma inestirpabile: è l’ipocrisia puritana che si rifà legge, naturalmente razzista.
Violento. Nega gli esseri – gli uomini nei confronti delle donne e viceversa, gli esseri umani nei confronti degli animali, le professioni, le aspirazioni, la società, che anzitutto è articolazione. E ognuno fissa nel proprio ruolo, nel mentre che nega la diversità. In forme anche atroci, come l’outing per gli omosessuali, l’obbligo di dichiararsi – personaggi complessi e ricchi riducendo al fallo, il desiderio di un fallo, l’ossessione, un Pasolini testa di cazzo per essere chiari, un Oscar Wilde, un Anthony Blunt.
Ipocrita. Per la non tanto sottile sottigliezza di affermare negando: un nero che non si può dire – pensarsi – nero, un down down. Con la semplificazione della storia, che è a senso unico, quella propria: c’è un solo schiavismo, un solo hitlerismo, un solo stalinismo, un solo generale Custer, e a una sola dimensione.
Razzista. È il protestante - anche un battista, non solo il presbiteriano – che smerda il cattolico, il viceversa non è ammesso, il settentrionale il meridionale, il nordamericano il sudamericano.
È lo stesso ipocrita perbenismo che ha portato alla crisi e la governa. Col consenso informato che è puro esproprio. Con la privacy invadente che è autorizzazione a intrudere. Con l’ineffabile disonestà dei prezzi “a partire da”, detti per giunta verità dei prezzi. E delle prestazioni “fino a” – la batteria del pc che dura “fino a” dieci ore, cioè anche pochi minuti.
astolfo@antiit.eu
Comunicazione - Latita straordinariamente nella molteplicità delle immagini e dei messaggi, così ampiamente diffusi tra le masse attraverso i tre canali del cellulare, del computer e della tv satellite-cavo, con le loro innumerevoli estensioni. L’information technology nasce con la forte connotazione del bisogno dell’inutile. Mai marketing è stato così aggressivo, e la qualità del prodotto deperibile, con durata di pochi anni o mesi - a costi di manutenzione, in esclusiva, che impongono la sostituzione.
Nelle società industrializzate (ricche) e nelle altre: s’impone un’economia che non è gestione della penuria, ma moltiplicazione dei bisogni. In forma di sudditanza: l’evoluzione tecnologica copre in realtà un marketing spietato. C’è un monopolio dei consumi in quanto compulsione incontrollabile, totalitario anche se non giuridicamente rilevante. Che elimina la possibilità di capire e calcolare: la moltiplicazione dei modelli, delle tariffe e dei gadget riduce il potenziale logico alla radice.
Giustizia – In Italia è politica proprio perché è autonoma, cioè irresponsabile: la parificazione del procuratore al giudice la rende costituzionalmente politica. Il procuratore della Repubblica è il capo della polizia inquirente, e come tale ha poteri inquisitivi pieni. Ma è anche irresponsabile, e perfino legibus solutus, dal momento che il Consiglio superiore della magistratura, l’unico suo giudice in fatto di rispetto della legalità, è evoluto in sindacato e collegio di difesa – per cause certo altisonanti: l’autonomia, la giustizia eccetera.
I procuratori lo sanno, poiché lo dicono nelle loro rivendicazioni – che non sono di efficienza ma di potere. Lo mostrano nella pratica, nella quale la prevenzione e la sanzione del crimine occupano un tempo e un’attenzione minimi, l’attività è normalmente presa dalla politica - nel caso migliore, perché ci sono anche gli affarucci, le invidie, le vendette, le carriere,
L’inefficienza deriva in massima parte dal carattere politico della giustizia: dal privilegio e l’irresponsabilità, che ha come solo criterio di merito la carriera.
I procuratori essendo negli stessi ruoli dei giudici, anche la magistratura giudicante è infetta da questo delirio d’onnipotenza, senza saggezza né equità.
È un sistema chiuso. Non una casta, giacché ci sono i concorsi, ma una mafia. Il carattere mafioso è dato dal sistema interno di giustizia, che procede non per meriti e demeriti ma per cordate e gruppi di potere, con vendette e compensazioni.
Media – Sono la verità, perché fanno la politica – il linguaggio, la psicologia, la giustizia, la vita in comune. Creatori infaticabili e rapidi di miti - la razionalità della parola scritta è solo uno di essi. Ma di miti e verità che si sanno, si sentono, falsi, stonati, calcolati, miseramente basati sul gioco delle influenze o servili. Per la parte migliore tendenti alla autocelebrazione.
È la verità e la mitologia della pubblicità. Non devastante, ma demoralizzante. Tanto più quanto riesce ad allargarsi.
La realtà contemporanea (il crollo del comunismo, il neo cristianesimo americano, le guerre della e alla Jugoslavia, il khomeinismo, il jazirismo) è l’effetto dei media. In senso proprio: avviene su propulsione e nelle forme che i media dettano, per le loro esigenze di linguaggio e di mercato. È per questo che stona: stona tanta democrazia nell’Est Europa, è oltraggiosa la devozione islamica, perfino blasfema.
Opinione pubblica - È la valvola del potere. Già dai tempi del suffragio elettorale, ancorché limitato. È centrale in regime elettorale presidenziale, plebiscitario.
Obama ha vinto le elezioni contro H.Clinton con la comunicazione, specie nei new media. Utilizzando al meglio i new media si è guadagnato l’attenzione dei giovani, che gli hanno vinto importanti caucuses, decisivi per spostare i voti statali, nelle primarie. Obama è un risarcimento, di una storia infame di cui l’America vuole sgravarsi. Ma non è più di una rockstar, cui si sia dato lo scettro di comando. Non è il primo, Carter, Reagan, Clinton sono stati in vario effetti dello stardom.
Si pubblicano telefonate di questo a quello, e indiscrezioni varie, di abusi, sessuali e non, licenze e inganni, in cui non è più il governo (il potere, il regime) che attraverso i suoi servizi segreti droga l’informazione. Ma non è certo la libertà di stampa: il vizio è sempre quello delle veline di stampo fascista. Molti scandali politici venivano alimentati dal fascismo attraverso i giornali, ai quali il regime forniva in esclusiva le notizie e i materiali che gli servivano.
La Repubblica naturalmente non è il fascismo, c’è la costituzione e c’è il mercato. Ma l’abitudine è rimasta: le prerogative costituzionali dei magistrati e il mercato convergono nel commercio delle notizie. Commercio non necessariamente a vile scopo di lucro, i magistrati non sono tombaroli - non sono ladri, a loro basta un semplice barbaglio di carriera, sociale e politica se non di mestiere.
È il fascismo contemporaneo, ha ragione chi lo dice: l’ingiustizia che arriva via opinione pubblica.
In America scopertamente, l’opinione pubblica è propaganda. È corriva ai poteri, sia pure dell’opposizione, e non critica – intelligente, libera, veritiera. In Europa il potere è quello giudiziario, l’ingiustizia dei magistrati. Che vogliono essere accusatori e anche giudici. Nel nome dell’autonomia. L’autonomia del potere giudiziario da che cosa? Dall’obbligo di verità e giustizia, il potere giudiziario in quanto tale è più che tutelato. Gli apparati, del resto, le eccellenze, gli ermellini, gli anni giudiziari, e la rissosità denotano anche esteriormente la mancata defascistizzazione di questo potere.
L’ordinamento americano, che lascia la repressione alla polizia, ai giudici chiedendo la funzione di giudicare, riacquista al contrario per questo in democrazia: la forza della legge è l’unico cardine della democrazia in America, ma quanto solido. La giustizia vuol’essere equanime, ma soprattutto ponderata, non ostile. Deve ristabilire le condizioni, non affermare un potere.
Norman Mailer aveva coniato i factoïds, che non esistono prima della pubblicazione. Da riferire non alla creazione letteraria, ma alla pretesa giornalistica ….
Politicamente corretto - È ipocrita, e violento, ma inestirpabile: è l’ipocrisia puritana che si rifà legge, naturalmente razzista.
Violento. Nega gli esseri – gli uomini nei confronti delle donne e viceversa, gli esseri umani nei confronti degli animali, le professioni, le aspirazioni, la società, che anzitutto è articolazione. E ognuno fissa nel proprio ruolo, nel mentre che nega la diversità. In forme anche atroci, come l’outing per gli omosessuali, l’obbligo di dichiararsi – personaggi complessi e ricchi riducendo al fallo, il desiderio di un fallo, l’ossessione, un Pasolini testa di cazzo per essere chiari, un Oscar Wilde, un Anthony Blunt.
Ipocrita. Per la non tanto sottile sottigliezza di affermare negando: un nero che non si può dire – pensarsi – nero, un down down. Con la semplificazione della storia, che è a senso unico, quella propria: c’è un solo schiavismo, un solo hitlerismo, un solo stalinismo, un solo generale Custer, e a una sola dimensione.
Razzista. È il protestante - anche un battista, non solo il presbiteriano – che smerda il cattolico, il viceversa non è ammesso, il settentrionale il meridionale, il nordamericano il sudamericano.
È lo stesso ipocrita perbenismo che ha portato alla crisi e la governa. Col consenso informato che è puro esproprio. Con la privacy invadente che è autorizzazione a intrudere. Con l’ineffabile disonestà dei prezzi “a partire da”, detti per giunta verità dei prezzi. E delle prestazioni “fino a” – la batteria del pc che dura “fino a” dieci ore, cioè anche pochi minuti.
astolfo@antiit.eu
martedì 17 marzo 2009
La revoluciòn alla Casa Bianca
La revoluciòn contagia gli yanques? Barack Obama scatena le folle contro i supermanager e Michelle vara l’orto di crisi nel giardino presidenziale: un tocco, anzi due, di Terzo mondo alla Casa Bianca, anche se l’orto, si assicura, sarà biologico, Hugo Chavez si morderà le mani dall’invidia. Col plauso ammirato dei media in Italia, il solo paese avanzato, finora, dove il Terzo mondo fa proseliti.
La crisi è sempre più larga e più profonda, e gli orti di crisi saranno dunque necessari, anche fuori dal Terzo mondo. Ma perché il governo americano, che ha messo 170 miliardi di dollari nel primo gruppo assicurativo, Aig, non si è assicurato e non vuole assicurarsi alcun potere sulle decisioni di Aig, compresi i supercompensi ai manager? Questo è il nocciolo della questione, ma di questo non si può parlare. Bisognerebbe spiegare perché e come i miliardi pubblici sono spesi per le grandi compagnie private. E perché, per esempio, una cinquantina dei miliardi pubblici a Aig sono stati intascati dalle solite banche, che vendono le polizze Aig, Goldman Sachs, Merrill Lynch e Bank of America. Forse perché il capo di gabinetto del ministro del Tesoro è, era, il lobbista di Goldman Sachs, Mark Patterson? Scatenare le folle contro le ville dei supermanager è più semplice.
“Dall’inizio della crisi ad oggi la mano dello Stato si è mossa in salvataggio di più di 400 banche e finanziarie Usa”, scrive il ministro Tremonti sul “Corriere della sera”, in singolare accostamento all’apertura trionfale dello stesso giornale sul presidente Obama giustiziere. E non solo delle banche, continua Tremonti, ma anche “in salvataggio” di assicurazioni, case automobilistiche, mutui della famiglie, e ora dei fondi pensione. Senza darsi nessun potere di controllo, bisogna aggiungere. Il peggio della crisi è che si spendono soldi pubblici per riempire buchi privati e privatissimi. Di cui si finge di non sapere la natura.
La crisi è sempre più larga e più profonda, e gli orti di crisi saranno dunque necessari, anche fuori dal Terzo mondo. Ma perché il governo americano, che ha messo 170 miliardi di dollari nel primo gruppo assicurativo, Aig, non si è assicurato e non vuole assicurarsi alcun potere sulle decisioni di Aig, compresi i supercompensi ai manager? Questo è il nocciolo della questione, ma di questo non si può parlare. Bisognerebbe spiegare perché e come i miliardi pubblici sono spesi per le grandi compagnie private. E perché, per esempio, una cinquantina dei miliardi pubblici a Aig sono stati intascati dalle solite banche, che vendono le polizze Aig, Goldman Sachs, Merrill Lynch e Bank of America. Forse perché il capo di gabinetto del ministro del Tesoro è, era, il lobbista di Goldman Sachs, Mark Patterson? Scatenare le folle contro le ville dei supermanager è più semplice.
“Dall’inizio della crisi ad oggi la mano dello Stato si è mossa in salvataggio di più di 400 banche e finanziarie Usa”, scrive il ministro Tremonti sul “Corriere della sera”, in singolare accostamento all’apertura trionfale dello stesso giornale sul presidente Obama giustiziere. E non solo delle banche, continua Tremonti, ma anche “in salvataggio” di assicurazioni, case automobilistiche, mutui della famiglie, e ora dei fondi pensione. Senza darsi nessun potere di controllo, bisogna aggiungere. Il peggio della crisi è che si spendono soldi pubblici per riempire buchi privati e privatissimi. Di cui si finge di non sapere la natura.
Porte aperte
Un giorno di primavera di questo anno di crisi 2009, che a Roma è sempre solare e lieta, fate richiesta di copia di un atto alla XVIma circoscrizione a Roma, quella della Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi, che avrebbe potuto essere la vera rivoluzione italiana e non fu per l’invidia francese, popolare e democratica, il vero Risorgimento, un atto pubblico qualsiasi, e avrete, protocollata, con oggetto e tutto, la seguente risposta prestampata: “Si comunica che, nell’istanza prodotta dal Sig. X non viene compiutamente dimostrato l’interesse concreto, diretto ed attuale, né viene evidenziata la situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento richiesto. Pertanto – non risultando idonea la motivazione addotta – lo scrivente Ufficio non può dar seguito all’istanza di cui all’oggetto”. F.to: Il Dirigente Architetto E.C.
Una riposta prestampata, frutto di consolidata giurisperizia, ineccepibile. Evocatrice anche: la prosa dell’architetto E.C, sigla di fantasia, risuscita come fosse oggi la prima volta che la Repubblica tentò di farsi pubblica, e sono già dodici anni, la realtà talvolta è immutabile. Anche se dodici anni, o sono già quindici, di porte aperte nella Pubblica Amministrazione, che per questo ha creato forniti uffici di rapporti con il pubblico, e di saracinesche calate dalla Pubblica Amministrazione contro le porte aperte, che per questo ha promosso e ottenuto dai rigorosi giudici amministrativi le complesse formulazioni dell’architetto E.C., sono da ritenere un pieno impiego del tempo da parte della stessa, che ingiustamente dunque il ministro Brunetta accusa di nonfarnientismo.
È un giovedì, il giorno che il ministro Treu ha decretato dei ministeri aperti per i cittadini. Di prima mattina, un giorno che la frescura promette di scacciare l’afa di luglio. L’ingresso del ministero a via Pagano è pulito e sgombro, pronto per le visite. Si lascia via XX Settembre, col traffico ininterrotto, le puzze, i rumori, e la pace subentra immediata, col decoro delle istituzioni. Le poche persone che entrano salgono al quarto piano. Dove si trova l’ufficio per i rapporti con i cittadini. Tenuto da due funzionari che sono già al loro posto, nella stessa stanza ampia, a due grandi scrivanie ordinate, senza i soliti ingombri di scartoffie, vuote.
L’orario di apertura è dalle nove, e bisogna attendere. Si attende in piedi, leggendo le bacheche, scambiando sorrisi con gli altri visitatori che invece vanno, tutti con una valigetta rigida, per le loro pratiche negli altri uffici al piano, non soggetti a orario se non quello di lavoro, il corri-doio trasformando in open space ben milanese, d’accenti e operosità. Alle nove in punto i due funzionari ascoltano la richiesta e, senza consultarsi, all’unisono chiedono: “Lei è sindacalista?” Perché, spiegano, un dipendente non può avere l’atto richiesto: “La dichiarazione dello stato di crisi è pubblica", l’atto richiesto è una dichiarazione di crisi aziendale, “ma possono averne copia i rappresentanti dell’azienda e i sindacalisti”.
I due, sempre all’unisono, non oppongono però resistenza: “Quali sindacalisti? Anche uno confederale, sì”. Renato della Cgil, che si occupa della stampa, sicuramente si presterà. Ma Renato non risponde. Sarà presto, conviene ritentare, aspettando nel corridoio vuoto. Solo animato dai primi visitatori che escono dalle stanze, sorridenti, e scambiano saluti, mentre altri subentrano, a incastro perfetto, tutti simili, con la ventiquattrore.
Quando il compagno Renato non risponde alla seconda o terza chiamata, l’idea viene di chiedere in segreteria. Renato c’è, ma è in riunione. Fino a quando la segretaria non sa: “Non sarà breve. Chiama fra un’ora. Fra mezzora, se vuoi”. Insomma, è più che altro una sensazione sgradevole, come quando in mare un cirro lontano porta burrasca. L’idea di recuperare qualcuno della rappresentanza sindacale aziendale contribuisce anch’essa al nervosismo: sono tutti aziendalisti. Uno di quelli che entrano ed escono con la valigetta fa la sua parte, un rosso, che la butta in braccio al suo compagno e urla sarcastico: “È leggerina, neh!”, cercando con l’occhio complicità alla sua involuta insinuazione.
I due funzionari dell’ufficio rapporti con i cittadini stanno sempre ai loro posti, immobili, muti. Sulle loro teste leonine due ritratti danno carattere ieratico alla scena: da una parte il presidente moralista, col suo piglio monacale, non si sa cioè se più semplice o più furbo, dall’altra il presidente del consiglio, che per distrazione, e per l’apprensione crescente, rimanda per un attimo al cantante Drupi, del resto suo anagramma, senza naturalmente la capigliatura cavallina. Un tentativo di fare conversazione per ingannare l’attesa, essendo l’unico visitatore, cade: i funzionari rimangono composti, con gli occhi bassi. Finché la decisione di porre urgenza sulla segreteria alla Cgil s’impone e riesce, Renato viene al telefono.
Renato è rassicurante, ci penserà lui, “ma non subito, in tarda mattinata”. Consiglia di aspettare al ministero: “Appena ho un minuto scappo: da qui sono due minuti”. E insomma, la cosa si risolve. Se non che, fra una cosa e l’altra, sono già le undici, e la targhetta alla porta dell’ufficio rapporti con i cittadini è precisa: l’orario è fino alle 12,30. Lo scoramento quindi rigurgita. Tanto più che, alla richiesta alla romana di conferma dell’orario, “allora c’è tempo solo fino alle 12,30?”, uno dei due precisa: “L’orario di lavoro è fino alle 14, fino alle 12,30 quello di sportello”. Che non si sa se è un limite o una possibilità.
Si dice in questi casi che ci si sente come un animale in gabbia. Ma chissà cosa sente un animale in gabbia. Mentre il rovello insorge di cercare una via d’uscita nella segreteria del buon ministro, che in fondo è un compagno pure lui, seppure del partito del presidente del consiglio, e ha un addetto stampa amico. È farsi violenza, non è un’esagerazione, e l’indecisione vince. Il riserbo impone di non disturbare la segreteria oberata dai tanti stati di crisi che il buon ministro avalla – Treu in tedesco è leale, uno che sta alla parola. In Italia, come si sa, l’articolo 18 proibisce i licenziamenti. Con lo stato di crisi invece si può licenziare liberamente, non c’è neanche la giusta causa, la difficoltà di trovare una giustificazione. Per cui gli stati di crisi si moltiplicano.
La tentazione della raccomandazione vince infine con la stanchezza, poiché si aspetta in piedi, il corridoio è lindo e vuoto. C’è lo spettacolo di chi entra e chi esce, per chiedere lo stato di crisi, o sollecitarne l’iter. Ora a buon ritmo, segno che i funzionari sono diligenti e operosi. Ma la stanchezza prevale, e con essa la tentazione della raccomandazione. Anche per darsi fiducia: con l’addetto stampa del ministro abbiamo condiviso la “creazione” politica del ministro stesso, con articoli e interviste, quale giuslavorista eminente.
Non si tratta peraltro proprio di una raccomandazione. E comunque non si può fare. L’addetto stampa non c’è, non viene, ma il capo della segretaria è svelto e chiaro: “Sollecitare è inutile, hanno deciso che può avere le carte solo chi può dimostrare un interesse diretto. Può dimostrarlo legalmente. Hanno fatto una causa per questo, una vertenza di lavoro, il sindacato li ha assistiti. Possiamo solo autorizzarne lo straordinario di sportello fino alle 14. C’è un’indennità di sportello, sa?” E ha disposto l’autorizzazione allo straordinario.
L’ultima attesa è stata nervosa. I due funzionari erano sempre al loro posto, le facce sempre di marmo, non fosse stato per gli occhi, in qualche modo mobili, sarebbero stati busti policromi dell’Archeologico di Napoli, erano di moda nel secondo Ottocento, ma dopo le 12,30 ogni minuto si è fatto contare. È passata così l’una. Un’altra chiamata, dal corridoio ormai deserto, non ha avuto esito: Renato non ha risposto, né la segreteria. Finché alle 13,25 Renato è uscito dall’ascensore. Sempre gioviale e un po’ affannato, “ci ammazziamo di riunioni”.
La sua vista ha infine animato i due funzionari, sembrava lo aspettassero. Non gli hanno chiesto un’identificazione. Hanno compulsato insieme l’indice degli stati di crisi. Uno dei due ha reperito in una stanza a fianco la “Gazzetta Ufficiale” che ne aveva dato pubblicazione, rendendolo esecutivo. L’altro ha fatto la fotocopia. Ha acceso la macchina delle fotocopie. Che ha imposto un’altra attesa di una diecina di minuti, il tempo di una sigaretta nervosa, ma con la certezza infine che il documento era ottenuto.
Sono poche righe di testo, su una facciata. Il decreto effettivamente dichiara la casa editrice in stato di crisi per ramo d’azienda. Riconosce cioè la crisi senza accertarla, consentendole di licenziare mille poligrafici e cento giornalisti. È un decreto di due articoli, e non sembra contestabile. Renato concorda: “Li fanno bene, sono studiati da grandi giuristi”. Né d’altra parte c’erano illusioni da coltivare. Solo che, essendo disoccupati, uno ha il problema la mattina di trovarsi un’occupazione del tempo.
La morale è: tutto questo non sembra, ma è giusto. La prima lezione del professor Giannini all’università, Massimo Severo, era: “Il diritto amministrativo è la scienza che consente ai dipendenti pubblici di non lavorare.”. L’architetto E.C, che, nel tempo libero, si presta a dirigere l’ufficio tecnico della XVIma circoscrizione, di Garibaldi, della Repubblica romana eccetera, con la sua prosa al ciclostile, sapientemente redatta nella sua concisione per ogni occasione possibile di non fare, bisogna riconoscere che è studioso accorto.
Una riposta prestampata, frutto di consolidata giurisperizia, ineccepibile. Evocatrice anche: la prosa dell’architetto E.C, sigla di fantasia, risuscita come fosse oggi la prima volta che la Repubblica tentò di farsi pubblica, e sono già dodici anni, la realtà talvolta è immutabile. Anche se dodici anni, o sono già quindici, di porte aperte nella Pubblica Amministrazione, che per questo ha creato forniti uffici di rapporti con il pubblico, e di saracinesche calate dalla Pubblica Amministrazione contro le porte aperte, che per questo ha promosso e ottenuto dai rigorosi giudici amministrativi le complesse formulazioni dell’architetto E.C., sono da ritenere un pieno impiego del tempo da parte della stessa, che ingiustamente dunque il ministro Brunetta accusa di nonfarnientismo.
È un giovedì, il giorno che il ministro Treu ha decretato dei ministeri aperti per i cittadini. Di prima mattina, un giorno che la frescura promette di scacciare l’afa di luglio. L’ingresso del ministero a via Pagano è pulito e sgombro, pronto per le visite. Si lascia via XX Settembre, col traffico ininterrotto, le puzze, i rumori, e la pace subentra immediata, col decoro delle istituzioni. Le poche persone che entrano salgono al quarto piano. Dove si trova l’ufficio per i rapporti con i cittadini. Tenuto da due funzionari che sono già al loro posto, nella stessa stanza ampia, a due grandi scrivanie ordinate, senza i soliti ingombri di scartoffie, vuote.
L’orario di apertura è dalle nove, e bisogna attendere. Si attende in piedi, leggendo le bacheche, scambiando sorrisi con gli altri visitatori che invece vanno, tutti con una valigetta rigida, per le loro pratiche negli altri uffici al piano, non soggetti a orario se non quello di lavoro, il corri-doio trasformando in open space ben milanese, d’accenti e operosità. Alle nove in punto i due funzionari ascoltano la richiesta e, senza consultarsi, all’unisono chiedono: “Lei è sindacalista?” Perché, spiegano, un dipendente non può avere l’atto richiesto: “La dichiarazione dello stato di crisi è pubblica", l’atto richiesto è una dichiarazione di crisi aziendale, “ma possono averne copia i rappresentanti dell’azienda e i sindacalisti”.
I due, sempre all’unisono, non oppongono però resistenza: “Quali sindacalisti? Anche uno confederale, sì”. Renato della Cgil, che si occupa della stampa, sicuramente si presterà. Ma Renato non risponde. Sarà presto, conviene ritentare, aspettando nel corridoio vuoto. Solo animato dai primi visitatori che escono dalle stanze, sorridenti, e scambiano saluti, mentre altri subentrano, a incastro perfetto, tutti simili, con la ventiquattrore.
Quando il compagno Renato non risponde alla seconda o terza chiamata, l’idea viene di chiedere in segreteria. Renato c’è, ma è in riunione. Fino a quando la segretaria non sa: “Non sarà breve. Chiama fra un’ora. Fra mezzora, se vuoi”. Insomma, è più che altro una sensazione sgradevole, come quando in mare un cirro lontano porta burrasca. L’idea di recuperare qualcuno della rappresentanza sindacale aziendale contribuisce anch’essa al nervosismo: sono tutti aziendalisti. Uno di quelli che entrano ed escono con la valigetta fa la sua parte, un rosso, che la butta in braccio al suo compagno e urla sarcastico: “È leggerina, neh!”, cercando con l’occhio complicità alla sua involuta insinuazione.
I due funzionari dell’ufficio rapporti con i cittadini stanno sempre ai loro posti, immobili, muti. Sulle loro teste leonine due ritratti danno carattere ieratico alla scena: da una parte il presidente moralista, col suo piglio monacale, non si sa cioè se più semplice o più furbo, dall’altra il presidente del consiglio, che per distrazione, e per l’apprensione crescente, rimanda per un attimo al cantante Drupi, del resto suo anagramma, senza naturalmente la capigliatura cavallina. Un tentativo di fare conversazione per ingannare l’attesa, essendo l’unico visitatore, cade: i funzionari rimangono composti, con gli occhi bassi. Finché la decisione di porre urgenza sulla segreteria alla Cgil s’impone e riesce, Renato viene al telefono.
Renato è rassicurante, ci penserà lui, “ma non subito, in tarda mattinata”. Consiglia di aspettare al ministero: “Appena ho un minuto scappo: da qui sono due minuti”. E insomma, la cosa si risolve. Se non che, fra una cosa e l’altra, sono già le undici, e la targhetta alla porta dell’ufficio rapporti con i cittadini è precisa: l’orario è fino alle 12,30. Lo scoramento quindi rigurgita. Tanto più che, alla richiesta alla romana di conferma dell’orario, “allora c’è tempo solo fino alle 12,30?”, uno dei due precisa: “L’orario di lavoro è fino alle 14, fino alle 12,30 quello di sportello”. Che non si sa se è un limite o una possibilità.
Si dice in questi casi che ci si sente come un animale in gabbia. Ma chissà cosa sente un animale in gabbia. Mentre il rovello insorge di cercare una via d’uscita nella segreteria del buon ministro, che in fondo è un compagno pure lui, seppure del partito del presidente del consiglio, e ha un addetto stampa amico. È farsi violenza, non è un’esagerazione, e l’indecisione vince. Il riserbo impone di non disturbare la segreteria oberata dai tanti stati di crisi che il buon ministro avalla – Treu in tedesco è leale, uno che sta alla parola. In Italia, come si sa, l’articolo 18 proibisce i licenziamenti. Con lo stato di crisi invece si può licenziare liberamente, non c’è neanche la giusta causa, la difficoltà di trovare una giustificazione. Per cui gli stati di crisi si moltiplicano.
La tentazione della raccomandazione vince infine con la stanchezza, poiché si aspetta in piedi, il corridoio è lindo e vuoto. C’è lo spettacolo di chi entra e chi esce, per chiedere lo stato di crisi, o sollecitarne l’iter. Ora a buon ritmo, segno che i funzionari sono diligenti e operosi. Ma la stanchezza prevale, e con essa la tentazione della raccomandazione. Anche per darsi fiducia: con l’addetto stampa del ministro abbiamo condiviso la “creazione” politica del ministro stesso, con articoli e interviste, quale giuslavorista eminente.
Non si tratta peraltro proprio di una raccomandazione. E comunque non si può fare. L’addetto stampa non c’è, non viene, ma il capo della segretaria è svelto e chiaro: “Sollecitare è inutile, hanno deciso che può avere le carte solo chi può dimostrare un interesse diretto. Può dimostrarlo legalmente. Hanno fatto una causa per questo, una vertenza di lavoro, il sindacato li ha assistiti. Possiamo solo autorizzarne lo straordinario di sportello fino alle 14. C’è un’indennità di sportello, sa?” E ha disposto l’autorizzazione allo straordinario.
L’ultima attesa è stata nervosa. I due funzionari erano sempre al loro posto, le facce sempre di marmo, non fosse stato per gli occhi, in qualche modo mobili, sarebbero stati busti policromi dell’Archeologico di Napoli, erano di moda nel secondo Ottocento, ma dopo le 12,30 ogni minuto si è fatto contare. È passata così l’una. Un’altra chiamata, dal corridoio ormai deserto, non ha avuto esito: Renato non ha risposto, né la segreteria. Finché alle 13,25 Renato è uscito dall’ascensore. Sempre gioviale e un po’ affannato, “ci ammazziamo di riunioni”.
La sua vista ha infine animato i due funzionari, sembrava lo aspettassero. Non gli hanno chiesto un’identificazione. Hanno compulsato insieme l’indice degli stati di crisi. Uno dei due ha reperito in una stanza a fianco la “Gazzetta Ufficiale” che ne aveva dato pubblicazione, rendendolo esecutivo. L’altro ha fatto la fotocopia. Ha acceso la macchina delle fotocopie. Che ha imposto un’altra attesa di una diecina di minuti, il tempo di una sigaretta nervosa, ma con la certezza infine che il documento era ottenuto.
Sono poche righe di testo, su una facciata. Il decreto effettivamente dichiara la casa editrice in stato di crisi per ramo d’azienda. Riconosce cioè la crisi senza accertarla, consentendole di licenziare mille poligrafici e cento giornalisti. È un decreto di due articoli, e non sembra contestabile. Renato concorda: “Li fanno bene, sono studiati da grandi giuristi”. Né d’altra parte c’erano illusioni da coltivare. Solo che, essendo disoccupati, uno ha il problema la mattina di trovarsi un’occupazione del tempo.
La morale è: tutto questo non sembra, ma è giusto. La prima lezione del professor Giannini all’università, Massimo Severo, era: “Il diritto amministrativo è la scienza che consente ai dipendenti pubblici di non lavorare.”. L’architetto E.C, che, nel tempo libero, si presta a dirigere l’ufficio tecnico della XVIma circoscrizione, di Garibaldi, della Repubblica romana eccetera, con la sua prosa al ciclostile, sapientemente redatta nella sua concisione per ogni occasione possibile di non fare, bisogna riconoscere che è studioso accorto.
Letture - 6
Borges – Raboni (o Giudici?) sostiene che Borges “non esiste”, non avendo scritto un solo racconto degno di nota, o una poesia. Una storia molto borgesiana.
Brecht – Bisogna intendersi su Brecht, che primo e unico ha trovato per il popolo le immagini che ne vivificano la causa. Quelle immagini che solitamente la poesia riserva ai tiranni e ai padroni, mentre la causa del popolo al più s’imbottiva di retorica. Ma era un lestofante: si appropriava di ogni intelligenza, delle mogli e le fidanzate, dei collaboratori, dei conoscenti, non credeva al Partito che esecrava nel mentre che lo osannava, non credeva a niente, e accumulava i soldi in Svizzera per quando sarebbe stata fatta la guerra alla barbarie sovietica.
Dumas - Un antropologo. Intelligente.
Gadda – È, come Borges, fuori della letteratura. Che impersona, scrivendola, ma non la esercita. Letterato, come Borges, tutto d’un pezzo, e nient’altro che tale. Ma scrive a distanza. L’unico, con Borges, modernissimo - Proust, Joyce, Beckett, gli autori classici della contemporaneità, sono ancora romantici.
Per l’alterità che ne caratterizza l’opera di fronte alla loro vita. Nell’epoca in cui della letteratura si sono perdute le tracce – cultura di massa, del giornalismo, dell’intrattenimento, dell’evento, dei consumi, e della società civile o autoimpegnata (mancano ancora le biografie di tipo americano, sempre robustamente manuali: taglialegna, pugile eccetera).
Giallo - Il pattern è indubbiamente quello della tragedia classica, da ultimo Crono e Urano, il rapporto antropofago padri-figli, nella terza rata della trologia di Larsson: si buttano ami in tutte le direzioni, moltiplicando le situazioni estreme e inverosimili – il delitto come atto è subito finito, si vivacizza per la ricostruzione, i contorni, l’efferatezza. Quando la vicenda è ingarbugliata al massimo, o entra in stallo, si fa intervenire il deus ex machina.
La prosa dei gialli è sempre fluviale, irridente, autoirridente, vacua, piatta. Col sapore di un viaggio in macchina, che in Italia è sempre un caleidoscopio di immagini, e una sensazione generale di euforia, ma senza tracce. Da Conan Doyle e Arsenio Lupin a Agata Christie, oppure oggi a Vazquez Montalbàn, Camilleri, Larsson. O, quella di Maigret, tirata via - non quella di Simenon, proprio quella di Maigret. Ma se ne fanno buoni film, spessi, durevoli, con personaggi “veri”, quasi sempre sorprendenti: lo stesso Maigret, il melenso Poirot, Sherlock Holmes inafferrabile - anche Barnaby, Jack Frost e Morse, per la superiore tradizione britannica del film televisivo (prestata all’Italia per “La baronessa di Carini” e altri sceneggiati d’epoca).
Da romanzi spessi, quelli di Chandler o di Hammett, o di Margaret Millar, invece, film mediocri, inutili, noiosi.
Hölderlin – Ammutolisce (si toglie la parola, si fa afasico) quando scopre che la sua lingua è morta. Che la filosofia e la mistica, basate sulla filologia, sono inespressive – non portano alla novità ma all’arabesco. Chiude allora il sogno divino e resta fanciullo.
Il suo silenzio è quello dell’intellettualismo – della deumaninzzazione – dell’università tedesca, che fu la sua grande esperienza di vita, con Hegel e Schelling. Della gioventù (passioni, languori, incertezze, scoperte) trasformata in saccenteria e spinta sul binario morto della filologia (morto è il binario quando la filologia vuole essere tutto – la genealogia di Nietzsche: filosofia, poesia, vita)
Italiano – La sua poesia è intellettuale (Dante, Petrarca, Boccaccio…). Anche la giocosa o burlesca (Boiardo, Ariosto…), o disperata (Cecco...). Anche la pittura lo è, sotto l’apparente facilità. E l’arte tutta in genere. Non ha Omero o Shakespeare, che saltano o mediano la riflessione, dando l’illusione d’immedesimarsi con la vita – e convenientemente mancano d’identità personale.
Machiavelli – Soggiace al singolare fuoco di sbarramento, concentrato e incrociato, da “destra” e da “sinistra”, cui fu sottoposto nella secondo metà del Cinquecento e nel Seicento. Accusato d’immoralità e di ogni ignominia dai fautori dello Stato confessionale, i gesuiti e i protestanti. Gli accusatori si atteggiano da allora a difensori del bene contro lo Stato tirannico. Non senza ragione, ma con quel vizio d’origine colpiscono con Machiavelli ogni idea di libertà, ossia di autonomia del politico. Sono integralisti che fanno leva sul moralismo per bloccare la funzione politica che sempre più si faceva autonoma - con Machiavelli da subito al massimo grado – e sola può dare delle risposte democratiche, legate cioè ai bisogni del popolo. Machiaveli che ha il suo patrono in Tito Livio, storico di grande cultura e modestia, fautore della virtù e fustigatore dei vizi, competente, misurato.
Malaparte – Ha un motivo tutto suo, la fisicità. Dei corpi, le bestime, la natura. Non intellettualistica: si vede dal penchant omoerotico, che certamente non era una posa, almeno questo, non nel fascismo.
Mann, Thomas – In Italia è letto molto seriosamente, mentre dà il sospetto di un’enorme architettura ironica. Com’è letto in Germania, come suona in tedesco?
Manzoni – Viene risciacquato col pessimismo cristiano. Ma il suo era ottimismo cristiano: povero ma consolatorio, sulla inea del vogliamoci bene, o della carità che lava le sofferenze. Una concezione arcaica del male – da sacrestia però e non epica. Il romanzo ne è segnato, e la poesia – la schiava della “Pentecoste” non ha nulla da invidiare al figlio della libera: “Non sa che il regno è misero,\solo il Signor solleva?”
Il Manzoni privatamente ipocondriaco e egoista, proprio come un prete.
Nietzsche – Nella lettura di Edipo, Prometeo eccetera, palesemente non sa cos’è la femminilità – maternità – nel Mediterraneo. Va per stereotipi, da giovane tedesco, seppure non filisteo.
Omero – il puro talento narrativo. In plot spesso scontati (Odisseo e le donne), triviali (Polifemo),
ripetitivi (battaglie e duelli). Per il culto della forma – per l’impassibilità, nei confronti di dei e umani, Achei e Troiani, eroi e umili, gioie e sciagure.
Traduzione - È impossibile, da Dante a Croce. Ma ogni opera d’arte è traduzione – è interpretazione: la musica, il teatro, una poesia, o anche la visione di un quadro, una statua, un palazzo, un giardino.
Brecht – Bisogna intendersi su Brecht, che primo e unico ha trovato per il popolo le immagini che ne vivificano la causa. Quelle immagini che solitamente la poesia riserva ai tiranni e ai padroni, mentre la causa del popolo al più s’imbottiva di retorica. Ma era un lestofante: si appropriava di ogni intelligenza, delle mogli e le fidanzate, dei collaboratori, dei conoscenti, non credeva al Partito che esecrava nel mentre che lo osannava, non credeva a niente, e accumulava i soldi in Svizzera per quando sarebbe stata fatta la guerra alla barbarie sovietica.
Dumas - Un antropologo. Intelligente.
Gadda – È, come Borges, fuori della letteratura. Che impersona, scrivendola, ma non la esercita. Letterato, come Borges, tutto d’un pezzo, e nient’altro che tale. Ma scrive a distanza. L’unico, con Borges, modernissimo - Proust, Joyce, Beckett, gli autori classici della contemporaneità, sono ancora romantici.
Per l’alterità che ne caratterizza l’opera di fronte alla loro vita. Nell’epoca in cui della letteratura si sono perdute le tracce – cultura di massa, del giornalismo, dell’intrattenimento, dell’evento, dei consumi, e della società civile o autoimpegnata (mancano ancora le biografie di tipo americano, sempre robustamente manuali: taglialegna, pugile eccetera).
Giallo - Il pattern è indubbiamente quello della tragedia classica, da ultimo Crono e Urano, il rapporto antropofago padri-figli, nella terza rata della trologia di Larsson: si buttano ami in tutte le direzioni, moltiplicando le situazioni estreme e inverosimili – il delitto come atto è subito finito, si vivacizza per la ricostruzione, i contorni, l’efferatezza. Quando la vicenda è ingarbugliata al massimo, o entra in stallo, si fa intervenire il deus ex machina.
La prosa dei gialli è sempre fluviale, irridente, autoirridente, vacua, piatta. Col sapore di un viaggio in macchina, che in Italia è sempre un caleidoscopio di immagini, e una sensazione generale di euforia, ma senza tracce. Da Conan Doyle e Arsenio Lupin a Agata Christie, oppure oggi a Vazquez Montalbàn, Camilleri, Larsson. O, quella di Maigret, tirata via - non quella di Simenon, proprio quella di Maigret. Ma se ne fanno buoni film, spessi, durevoli, con personaggi “veri”, quasi sempre sorprendenti: lo stesso Maigret, il melenso Poirot, Sherlock Holmes inafferrabile - anche Barnaby, Jack Frost e Morse, per la superiore tradizione britannica del film televisivo (prestata all’Italia per “La baronessa di Carini” e altri sceneggiati d’epoca).
Da romanzi spessi, quelli di Chandler o di Hammett, o di Margaret Millar, invece, film mediocri, inutili, noiosi.
Hölderlin – Ammutolisce (si toglie la parola, si fa afasico) quando scopre che la sua lingua è morta. Che la filosofia e la mistica, basate sulla filologia, sono inespressive – non portano alla novità ma all’arabesco. Chiude allora il sogno divino e resta fanciullo.
Il suo silenzio è quello dell’intellettualismo – della deumaninzzazione – dell’università tedesca, che fu la sua grande esperienza di vita, con Hegel e Schelling. Della gioventù (passioni, languori, incertezze, scoperte) trasformata in saccenteria e spinta sul binario morto della filologia (morto è il binario quando la filologia vuole essere tutto – la genealogia di Nietzsche: filosofia, poesia, vita)
Italiano – La sua poesia è intellettuale (Dante, Petrarca, Boccaccio…). Anche la giocosa o burlesca (Boiardo, Ariosto…), o disperata (Cecco...). Anche la pittura lo è, sotto l’apparente facilità. E l’arte tutta in genere. Non ha Omero o Shakespeare, che saltano o mediano la riflessione, dando l’illusione d’immedesimarsi con la vita – e convenientemente mancano d’identità personale.
Machiavelli – Soggiace al singolare fuoco di sbarramento, concentrato e incrociato, da “destra” e da “sinistra”, cui fu sottoposto nella secondo metà del Cinquecento e nel Seicento. Accusato d’immoralità e di ogni ignominia dai fautori dello Stato confessionale, i gesuiti e i protestanti. Gli accusatori si atteggiano da allora a difensori del bene contro lo Stato tirannico. Non senza ragione, ma con quel vizio d’origine colpiscono con Machiavelli ogni idea di libertà, ossia di autonomia del politico. Sono integralisti che fanno leva sul moralismo per bloccare la funzione politica che sempre più si faceva autonoma - con Machiavelli da subito al massimo grado – e sola può dare delle risposte democratiche, legate cioè ai bisogni del popolo. Machiaveli che ha il suo patrono in Tito Livio, storico di grande cultura e modestia, fautore della virtù e fustigatore dei vizi, competente, misurato.
Malaparte – Ha un motivo tutto suo, la fisicità. Dei corpi, le bestime, la natura. Non intellettualistica: si vede dal penchant omoerotico, che certamente non era una posa, almeno questo, non nel fascismo.
Mann, Thomas – In Italia è letto molto seriosamente, mentre dà il sospetto di un’enorme architettura ironica. Com’è letto in Germania, come suona in tedesco?
Manzoni – Viene risciacquato col pessimismo cristiano. Ma il suo era ottimismo cristiano: povero ma consolatorio, sulla inea del vogliamoci bene, o della carità che lava le sofferenze. Una concezione arcaica del male – da sacrestia però e non epica. Il romanzo ne è segnato, e la poesia – la schiava della “Pentecoste” non ha nulla da invidiare al figlio della libera: “Non sa che il regno è misero,\solo il Signor solleva?”
Il Manzoni privatamente ipocondriaco e egoista, proprio come un prete.
Nietzsche – Nella lettura di Edipo, Prometeo eccetera, palesemente non sa cos’è la femminilità – maternità – nel Mediterraneo. Va per stereotipi, da giovane tedesco, seppure non filisteo.
Omero – il puro talento narrativo. In plot spesso scontati (Odisseo e le donne), triviali (Polifemo),
ripetitivi (battaglie e duelli). Per il culto della forma – per l’impassibilità, nei confronti di dei e umani, Achei e Troiani, eroi e umili, gioie e sciagure.
Traduzione - È impossibile, da Dante a Croce. Ma ogni opera d’arte è traduzione – è interpretazione: la musica, il teatro, una poesia, o anche la visione di un quadro, una statua, un palazzo, un giardino.
domenica 15 marzo 2009
Da dove arrivano i tanti soldi dell'Inter
È un calcio impunito che si celebra, non dissimile da una mafia vincente anche se senza morti. Con una cupola, tutta milanese, di cui la punta sono i Moratti. Dopo avere sacrificato il capro espiatorio Moggi, complici i padroni della Juventus, che alcune NN.DD. in Tribunale a Napoli si apprestano a condannare. Tra il furbissimo allenatore portoghese Mourinho e la Milano dell’informazione servilissima – applaude a comando, come in televisione, questa ancora non s’era vista, e siccome l’Inter gioca sempre “male” e “malissimo”, si supera con la fatale domanda: che sarebbe se giocasse anche bene?
Ma non c’è da sottilizzare. Gli arbitri favoriscono l’Inter senza ritegno, con la Sampdoria, con la Fiorentina, col Siena, con la Roma, ogni volta che è necessario. L’allenatore dell’Inter che accusa gli arbitri di avere favorito Juventus, Milan e Roma andrebbe squalificato, ma la “giustizia sportiva” soprassiede. Mourinho del resto non si nasconde, che disprezza e accusa i suoi stessi giornalisti felloni, i suoi giocatori, la sua società (“mi ha dato una squadra vecchia”), gli altri allenatori, le altre squadre: è il giusto gallo in questo pollaio di vergini indecorose – il calcio non è una mafia, troppa organizzazione, è un puttanaio. La “Gazzetta dello Sport” ha fatto in sette mesi 134 paginate su Mourinho (il “Corriere della sera” 38). In un numero è arrivata a un servizio-intervista di tre pagine.
Ma c’è un fatto in tanto troiaio, nel quale è tutta Milano. È che Mourinho, dopo aver portato l’Inter a giocare male e a perdere tutti gli impegni, ha scaricato metà squadra. Riducendo di un terzo abbondante il patrimonio della società (l’avviamento dei giocatori scaricati è praticamente azzerato, con forti minusvalenze). Nel mentre che la obbliga a spese impossibili per ricostituire i ranghi. Ma senza indispettire la società. Moratti e Mourinho sono dunque complici. Ma non di qualcosa di ragionevole, né visibile, quindi di qualcosa di oscuro.
A Milano non si può, ma dove la mafia è dichiarata a questo punto si è legittimati a pensare: chi tiene per le palle chi? E se Mourinho non fosse Mourinho, a pensare, non senza fondamento, che è pagato in nero, offshore, su fondi sospetti. Già ora del resto, prima dello smantellamento, l’Inter ha un buco di 180 milioni, che Moratti promette di pagare, cioèdi buttare via. E dove prende tanti soldi? Nessun petroliere ha mai avuto questa disponibilità. La Saras deve avere una ricetta fortunata. Anche se non segreta, poiché ha una storia nota. E la Procura di Milano, la regina della questione morale, l’ha ripulita di qualsiasi sospetto.
Ma non c’è da sottilizzare. Gli arbitri favoriscono l’Inter senza ritegno, con la Sampdoria, con la Fiorentina, col Siena, con la Roma, ogni volta che è necessario. L’allenatore dell’Inter che accusa gli arbitri di avere favorito Juventus, Milan e Roma andrebbe squalificato, ma la “giustizia sportiva” soprassiede. Mourinho del resto non si nasconde, che disprezza e accusa i suoi stessi giornalisti felloni, i suoi giocatori, la sua società (“mi ha dato una squadra vecchia”), gli altri allenatori, le altre squadre: è il giusto gallo in questo pollaio di vergini indecorose – il calcio non è una mafia, troppa organizzazione, è un puttanaio. La “Gazzetta dello Sport” ha fatto in sette mesi 134 paginate su Mourinho (il “Corriere della sera” 38). In un numero è arrivata a un servizio-intervista di tre pagine.
Ma c’è un fatto in tanto troiaio, nel quale è tutta Milano. È che Mourinho, dopo aver portato l’Inter a giocare male e a perdere tutti gli impegni, ha scaricato metà squadra. Riducendo di un terzo abbondante il patrimonio della società (l’avviamento dei giocatori scaricati è praticamente azzerato, con forti minusvalenze). Nel mentre che la obbliga a spese impossibili per ricostituire i ranghi. Ma senza indispettire la società. Moratti e Mourinho sono dunque complici. Ma non di qualcosa di ragionevole, né visibile, quindi di qualcosa di oscuro.
A Milano non si può, ma dove la mafia è dichiarata a questo punto si è legittimati a pensare: chi tiene per le palle chi? E se Mourinho non fosse Mourinho, a pensare, non senza fondamento, che è pagato in nero, offshore, su fondi sospetti. Già ora del resto, prima dello smantellamento, l’Inter ha un buco di 180 milioni, che Moratti promette di pagare, cioèdi buttare via. E dove prende tanti soldi? Nessun petroliere ha mai avuto questa disponibilità. La Saras deve avere una ricetta fortunata. Anche se non segreta, poiché ha una storia nota. E la Procura di Milano, la regina della questione morale, l’ha ripulita di qualsiasi sospetto.
Ombre - 15
È lusinghiero, Asor Rosa, con Scalfari nella sua “Storia europea della letteratura italiana”. Scalfari è lusinghiero con Asor Rosa sull’“Espresso”. E chiede al Sole 24 Ore di cancellare la collaborazione di Berardinelli, che ha criticato Asor Rosa. La valanga è specialmente rovinosa se la montagna è alta, più brutale e letale.
C’è in Arizona uno sceriffo pazzo, un ottantenne che fa sfilare gli immigrati illegali in tutù rosa – se si è ben capito. Si merita una mezza illustratissima pagina dal “Corriere della sera” come “lo sceriffo da Avellino”. Perché suo padre, un centinaio di anni fa, era emigrato in America dall’avellinese - o era suo nonno, non si sa bene.
Il giorno prima sono state arrestate a Milano diciassette persone che organizzano il lavoro clandestino. Li tirano fuori dai Cpt, li organizzano in cooperative di servizi, per pagarli tre euro l’ora, con la promessa della protezione legale e di futuri guadagni, per subappalti che si fanno pagare due e tre volte tanto, cooperative che sciolgono ogni pochi mesi per evitare rivendicazioni, o al lavoro in campagna o in fabbrica con una taglia fino al 50 per cento della busta paga. Una storia di caporalato, di connivenza del sindacato e del movimento cooperativo, bianco e rosso, e del senso vero della Lega, della legalizzazione che essa non consente del lavoro.
È la storia anche, possibile se non probabile, di un’organizzazione internazionale dell’immigrazione illegale, molto copiosa, tenendo l’attenzione focalizzata sugli sbarchi spettacolari e le spiagge della morte, prima Brindisi, poi Crotone, e ora Lampedusa. In altro ambito si sarebbe parlato con dovizia di cupola e di testa del serpente. Ma il “Corriere” confina la vicenda in poche svogliate righe, sotto il titolo «“Spiagge piene di cadaveri”. I dialoghi degli scafisti». La parola Lombardia ricorre in ultimo: “In Lombardia c’è quella che viene ritenuta la base logistica, dove si provvede a ricevere i clandestini, a fornirli di documenti contraffatti e di (a?) avviarli al lavoro grazie a cooperative compiacenti”. Totale la protezione degli arrestati.
A Palermo Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il sindaco della mafia, minaccia di coinvolgere nella sua non onorevole eredità personaggi politici berlusconiani, tra essi l’integerrimo Carlo Vizzini. Il figlio non è innocente, anzi si sa che era in contatto con Provenzano, il capo della mafia lattante da lungo tempo, secondo le istruzioni lasciate dal padre al loro avvocato. Ma “Repubblica” lo patrocina.
Il papa scrive una lettera emozionante. Parla di sé in prima persona, come un intellettuale qualsiasi, si scusa di non avere consultato “l’internet”, spiega diligente cos’è una scomunica, e in che modo si commina e si abbuona, discute se era giusto o meno riconciliare i lefebvriani. Discute se stesso, insomma. La lettera è anche scritta bene, una lettura interessante per chiunque. Ma non per i giornali italiani, che fanno il conto di chi nella curia è con o contro il papa. Solo Galli della Loggia la legge, essendo uno storico che sa il valore del Vaticano a Roma, un’eccezione insomma. Gli stessi giornali diffondono l’ultima “rivelazione” dello “Spiegel”, il settimanale tedesco: il papa è un fascista.
Il giornalista Mourinho, travestito da allenatore di calcio, va in conferenza stampa, un giorno qualsiasi della settimana, a freddo cioè e dice che tutti i giornalisti sono disonesti. Ma solo intellettualmente. È sicuro? È possibile: lui prende dall’Inter undici milioni, la società non può essere altrettanto generosa coi trenta-quaranta giornalisti che gli fanno da claque rumorosa, ai suoi reality.
Fanno questi giornalisti parte anch’essi del quarto settore, del volontariato? È probabile: quando Mourinho, per lo sbarco in Italia, si preparò in italiano le quattro parole famose, “non sono un pirla”, i quaranta risero sguaiati, e applaudirono.
Mourinho accusa, tra gli altri, la Juventus di vincere favorita dagli arbitri. La Juventus, che si pretende signora del calcio, chiede che Moratti smentisca il suo allenatore. Moratti ghigna: Mourinho sono io. Sembra di sognare, puro Settecento. I gentiluomini juventini in parrucca incipriata, con la erre blesa e un voce di naso. Moratti libertino. Mourinho servo furbo, o servo padrone. Quello che è l’anima nera del padrone - anche all’epoca il servo era il servo di un padrone, ma l’Ancien Régime presumeva che il servo di un padrone fosse buono per definizione, anche il bandito dichiarato.
Crollano le Borse mondiali, le assicurazioni, le banche, e l’Italia è scossa da Mourinho. Non si parla d’altro.
C’è in Arizona uno sceriffo pazzo, un ottantenne che fa sfilare gli immigrati illegali in tutù rosa – se si è ben capito. Si merita una mezza illustratissima pagina dal “Corriere della sera” come “lo sceriffo da Avellino”. Perché suo padre, un centinaio di anni fa, era emigrato in America dall’avellinese - o era suo nonno, non si sa bene.
Il giorno prima sono state arrestate a Milano diciassette persone che organizzano il lavoro clandestino. Li tirano fuori dai Cpt, li organizzano in cooperative di servizi, per pagarli tre euro l’ora, con la promessa della protezione legale e di futuri guadagni, per subappalti che si fanno pagare due e tre volte tanto, cooperative che sciolgono ogni pochi mesi per evitare rivendicazioni, o al lavoro in campagna o in fabbrica con una taglia fino al 50 per cento della busta paga. Una storia di caporalato, di connivenza del sindacato e del movimento cooperativo, bianco e rosso, e del senso vero della Lega, della legalizzazione che essa non consente del lavoro.
È la storia anche, possibile se non probabile, di un’organizzazione internazionale dell’immigrazione illegale, molto copiosa, tenendo l’attenzione focalizzata sugli sbarchi spettacolari e le spiagge della morte, prima Brindisi, poi Crotone, e ora Lampedusa. In altro ambito si sarebbe parlato con dovizia di cupola e di testa del serpente. Ma il “Corriere” confina la vicenda in poche svogliate righe, sotto il titolo «“Spiagge piene di cadaveri”. I dialoghi degli scafisti». La parola Lombardia ricorre in ultimo: “In Lombardia c’è quella che viene ritenuta la base logistica, dove si provvede a ricevere i clandestini, a fornirli di documenti contraffatti e di (a?) avviarli al lavoro grazie a cooperative compiacenti”. Totale la protezione degli arrestati.
A Palermo Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il sindaco della mafia, minaccia di coinvolgere nella sua non onorevole eredità personaggi politici berlusconiani, tra essi l’integerrimo Carlo Vizzini. Il figlio non è innocente, anzi si sa che era in contatto con Provenzano, il capo della mafia lattante da lungo tempo, secondo le istruzioni lasciate dal padre al loro avvocato. Ma “Repubblica” lo patrocina.
Il papa scrive una lettera emozionante. Parla di sé in prima persona, come un intellettuale qualsiasi, si scusa di non avere consultato “l’internet”, spiega diligente cos’è una scomunica, e in che modo si commina e si abbuona, discute se era giusto o meno riconciliare i lefebvriani. Discute se stesso, insomma. La lettera è anche scritta bene, una lettura interessante per chiunque. Ma non per i giornali italiani, che fanno il conto di chi nella curia è con o contro il papa. Solo Galli della Loggia la legge, essendo uno storico che sa il valore del Vaticano a Roma, un’eccezione insomma. Gli stessi giornali diffondono l’ultima “rivelazione” dello “Spiegel”, il settimanale tedesco: il papa è un fascista.
Il giornalista Mourinho, travestito da allenatore di calcio, va in conferenza stampa, un giorno qualsiasi della settimana, a freddo cioè e dice che tutti i giornalisti sono disonesti. Ma solo intellettualmente. È sicuro? È possibile: lui prende dall’Inter undici milioni, la società non può essere altrettanto generosa coi trenta-quaranta giornalisti che gli fanno da claque rumorosa, ai suoi reality.
Fanno questi giornalisti parte anch’essi del quarto settore, del volontariato? È probabile: quando Mourinho, per lo sbarco in Italia, si preparò in italiano le quattro parole famose, “non sono un pirla”, i quaranta risero sguaiati, e applaudirono.
Mourinho accusa, tra gli altri, la Juventus di vincere favorita dagli arbitri. La Juventus, che si pretende signora del calcio, chiede che Moratti smentisca il suo allenatore. Moratti ghigna: Mourinho sono io. Sembra di sognare, puro Settecento. I gentiluomini juventini in parrucca incipriata, con la erre blesa e un voce di naso. Moratti libertino. Mourinho servo furbo, o servo padrone. Quello che è l’anima nera del padrone - anche all’epoca il servo era il servo di un padrone, ma l’Ancien Régime presumeva che il servo di un padrone fosse buono per definizione, anche il bandito dichiarato.
Crollano le Borse mondiali, le assicurazioni, le banche, e l’Italia è scossa da Mourinho. Non si parla d’altro.
venerdì 13 marzo 2009
Dopo i post-berlingueriani niente
Aggiornato negli Oscar a un anno e mezzo dalla prima uscita, la storia del gruppo dirigente postcomunista ha già bisogno di un nuovo aggiornamento. Di Veltroni Romano dice, come degli altri postcomunisti, che è un millenarista, si sente un predestinato. Gli è mancato di vederli all’opera nel partito Democratico col rozzo centralismo sovietizzante (hanno pure commissariato le federazioni… ), oltre che con la consueta mancanza di un profilo politico e di un’idea delle cose da fare. Romano lo sapeva, che ne sottolinea nell’aggiornamento “il peculiare intreccio di familismo e tribalismo”. Ma la faziosità è diventata oltraggiosa, indirizzandosi sugli stessi alleati, i popolari, i prodiani, i laici, i residui socialisti, che si sono svenati per dare un futuro al postcomunismo.
È questa una storia certo non agiografica, come i compagni di scuola sono abituati a scrivere e a farsi scrivere: la parabola della famiglia berlingueriana, dice Romano in apertura, “si avvia a concludersi senza lasciare un’eredità politica vitale”. Ma nemmeno anodina: pur con taglio storico, attento a tutte le fonti, Romano delinea un percorso postcomunista all’insegna dell’opportunismo, con le note giravolte. Soprattutto di D’Alema e di Veltroni (l’accoppiata di riferimento Bob Kennedy-Berlinguer merita di restare negli annali, oltre a quella più nota del viaggio nei morti, le tombe di Rossetti e don Milani, le Fosse Ardeatine, Bobbio agli ultimi giorni, la Bolognina, tomba del Pci, e la Einaudi quando era passata a Berlusconi). Partendo dalla conclusione che la Fgci di Berlinguer, di questo si tratta, ha perpetuato in realtà il vetero comunismo: Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino “tutti insieme hanno fatto in modo di essere percepiti ancora oggi come eredi del vecchio Pci, a quasi vent’anni dal suo scioglimento”.
Le pezze giustificative sono numerose, alcune anche esilaranti, a ogni passo. Da ultimo D’Alema che va nella City e scopre le virtù del capitalismo, poi se ne dimentica e torna al linguaggio cominformista. O, ricalcando Berlinguer, dice nel 2003 la sinistra nemica: “La sinistra è un male, solo l’esistenza della destra rende questo male sopportabile” - Berlinguer di cui si può aggiungere che resta nella storia per la faziosità estrema, nel demenziale sacrificio di ogni sinistra, compresa la sua, a non si sa bene che cosa. O la doppia verità: contro la Serbia è lecita e anzi opportuna la guerra attiva, con i bombardamenti, benché senza l’avallo dell’Onu, mentre in Iraq, mancando l’avallo dell’Onu, la semplice partecipazione alla ricostruzione è criminosa. O il buonista Veltroni, terzomondista e anti global, che giustifica e anzi esalta i black blok e l’inferno di Genova per il G8.
Questi postcomunisti sono tutto e il contrario di tutto, perché sono sempre berlingueriani, integralisti: “Il morto infine è riuscito ad afferrare il vivo”, nota curialmente Romano. Compreso il culto della personalità, si può aggiungere, che avvinse Berlinguer da vivo ben prima che da morto (gli editoriali sdolcinati di Scalfari, e quante iperboli). Che Veltroni sindaco ha rinverdito con i vecchi sistemi: ogni giorno ha avuto la sua mezza pagina nei grandi giornali romani - un giorno che non aveva argomenti “dotò” un’orfanella di periferia, che invece era una aspirante attrice. O il collateralismo con la Cgil, oltre che con la Lega delle cooperative. E la gestione di Unipol, con il Monte dei Paschi.
Romano salva la “coscienza repubblicana” di D’Alema - della cui Fondazione ItalianiEuropei è stato il direttore. Il solo in effetti che avesse un progetto, quello del ritorno alla politica, del paese normale, e ha tentato di realizzarlo. Ma, poi, dietro D’Alema, Veltroni, Fassino, è il deserto: se hanno evitato di restare seppelliti nelle macerie del Pci, non lasciano a loro volta che rovine. Specie la circonvenzione dell’opinione pubblica, messa in opera dai grandi imprenditori e banchieri proprietari dei giornali, cui si deve in realtà lo tsunami dell’antipolitica, dai postcomunisti cauzionata. I postcomunisti hanno avuto e hanno in gestione una trentina di giornali, almeno due televisioni più il Tg 1, una diecina di radio, e una rigorosa organizzazione delle campagne di stampa (dossier, riprese, rilanci), un centralismo democratico molto attivo e quasi da spionaggio. Che, peraltro, è la loro parte migliore: non si può fare a meno di notare la brillantezza degli interventi di D’Alema (discorsi, libri, interviste) quando glieli scrivevano Rondolino e Velardi – gli altri semplicemente disprezzano l’opinione. Anche su questo D’Alema aveva visto bene. Romano rileva che già nel 1993 affermava: “Un grande partito ha il dovere di dirsi, di comunicare se stesso, di non farsi comunicare dagli altri”. Ma poi anche lui ha creduto di poter gestire i media, mentre ne è stato gestito, osannato nelle cose sbagliate, dannato in quelle buone (“dalemone”). Quanto a Veltroni, ha perso tutte le elezioni che ha gestito come capo partito: le europee del 1999, le regionali del 2000, le politiche del 2001, quando il suo partito scese al minimo storico, le politiche del 2008, le regionali e amministrative in Sardegna e altrove.
Il giudizio di Romano tuttavia non è scontato. La storia di questo gruppo potrebbe anche essere quella di un successo: avendo essi trasformato una bancarotta storica e politica, fino al dimezzamento del voto elettorale, in una vittoria, a loro si potrebbe anche ascrivere speciale sagacia, se non genialità politica. È un fatto: nel 1979 il Pci perde le elezioni, dopo avere avviato l’Italia al declino con cinque anni di compromesso storico, con i governicchi Moro e Andreotti. Nel 1989 scompare il sovietismo, e quindi anche il Pci. Nel 1999 D’Alema a palazzo Chigi chiude il Lungo Golpe di Scalfaro e Borrelli: non è il primo uomo di sinistra a capo del governo, ma è pur sempre il primo postcomunista. Questa è la storia. Nel 2009 l’ex Pci si è trasformato in Pd, annettendosi i democristiani di sinistra, mentre Napolitano è presidente della Repubblica - Napolitano che gli stessi dioscuri di oggi, Veltroni e D’Alema, estromisero dalla successione a Berlinguer, e da un possibile cambiamento del Pci che avrebbe risparmiato tanti lutti all’Italia e alla sinistra. Non sarà l’eredità integrale di Berlinguer, ma è una capacità manovriera superiore.
E d’altra parte non si può fare colpa a loro, benché corresponsabili, di Berlinguer, della sua faziosità eretta a politica. Il cui Pci vive e combatte insieme a noi, ancora dopo vent’anni. Al centro della sua storia-requisitoria, Romano nota che, quando D’Alema va a palazzo Chigi, a ottobre del 1998, sa già che potrà governare il paese ma non il suo partito. Ancora nel 1990 il Pci era filosovietico, ancora nel 1991, fino al golpe di agosto di Gorbaciov con la dissoluzione dell’Urss. Ancora oggi l’Italia è per molti aspetti postsovietica, per l’antiamericanismo, il burocratismo irriformabile, l’inefficienza sindacalizzata negli ospedali, la scuola, i comuni (trasporti, spazzatura, decentramento), anche se i suoi santi non sono solo postcomunisti.
C’è anche da dire che i berlingueriani vengono da lontano, la tradizione giacobina è sempre stata forte nel Pci – la tradizione del mozzare le teste solo perché invise al partito. A partire dal Gramsci leninista in morte di Lenin, che celebra come “il Capo”, nel presupposto che “ogni Stato è una dittatura”. Avendo a suo tempo su “Ordine nuovo” stabilito, dopo Livorno: “Il partito Comunista continua le tradizioni dei giacobini della Rivoluzione francese contro i girondini. I comunisti sono giacobini, ma per l’interesse del proletariato e delle masse rurali tradite dai socialisti”. Ma questa è storia che sarà difficile da scrivere.
Se è possibile una prova d’appello, si può notare che l’eredità immutata del vecchio Pci - di Togliatti oltre che di Berlinguer o della supponenza - viene bene nel regime elettorale plebiscitario che l’antipolitica ha via via costruito, ma l’applicazione è insufficiente o errata. Si può dire che il berlusconismo non ha altro fondamento che l’insufficienza di D’Alema, Veltroni, Fassino, i tre “compagni di scuola” Fgci? Sì, si deve: Berlusconi ha vinto le sue primarie nel 1994, e da allora, malgrado i fendenti ricevuti, dai giornalisti e i giudici compagni, è sempre al comando: ha domato Bossi e Fini, il razzismo e il fascismo, e batte i postcomunisti, largamente, a ogni elezione. L’avversario del postcomunismo in tutti questi anni è stato un imprenditore. Pieno di sé, ma pur sempre limitato nella visione e nel linguaggio. Che un uomo solo, Prodi, è riuscito a battere più volte. Veltroni si è detto trionfatore in primarie di poco conto (settantacinquemila attivisti si sono mobilitati, per trentacinquemila candidati: quattro milioni di votanti per centomila professionisti della politica non sono nemmeno i parenti - e non erano quattro milioni… ), nelle quali in realtà non ha vinto niente, e non si è legittimato dopo, a parte il culto della personalità – la sua galleria di foto su “Repubblica” è da regime sovietico puro.
Ma non c’è solo Berlusconi. I nipoti del Pci si distinguono, al meglio, come grilli parlanti. Che gestiscono in continua perdita l’enorme patrimonio del Partito. Incapaci cioè, non antipatici, forse nemmeno ipocriti. Ochetto era riuscito a salvare il Pci da Mani Pulite. Degli ex giovani, D’Alema si distingue per il tentativo di tesaurizzare il passato, invece di buttarlo, ma poi è quello che suscita le maggiori ripulse e secessioni. Protagonisti della politica rimangono, da quindici anni ormai, gli avanzi di Mani Pulite, Bossi, Fini, Berlusconi e Di Pietro, i meno che mediocri eroi della “rivoluzione italiana”, o milanese. I postcomunisti hanno seccato l’albero della sinistra, che non cresce più e anzi marcisce. Si vede ora che si discute del dopo: non c’è nessuno. Questi postcomunisti sono, come Berlusconi, giganti nella tebaide. Nel deserto che il Lungo Golpe dell’antipolitica ha lasciato in Italia.
Andrea Romano, Compagni di strada, Oscar Mondadori, pp. 181, € 9
È questa una storia certo non agiografica, come i compagni di scuola sono abituati a scrivere e a farsi scrivere: la parabola della famiglia berlingueriana, dice Romano in apertura, “si avvia a concludersi senza lasciare un’eredità politica vitale”. Ma nemmeno anodina: pur con taglio storico, attento a tutte le fonti, Romano delinea un percorso postcomunista all’insegna dell’opportunismo, con le note giravolte. Soprattutto di D’Alema e di Veltroni (l’accoppiata di riferimento Bob Kennedy-Berlinguer merita di restare negli annali, oltre a quella più nota del viaggio nei morti, le tombe di Rossetti e don Milani, le Fosse Ardeatine, Bobbio agli ultimi giorni, la Bolognina, tomba del Pci, e la Einaudi quando era passata a Berlusconi). Partendo dalla conclusione che la Fgci di Berlinguer, di questo si tratta, ha perpetuato in realtà il vetero comunismo: Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino “tutti insieme hanno fatto in modo di essere percepiti ancora oggi come eredi del vecchio Pci, a quasi vent’anni dal suo scioglimento”.
Le pezze giustificative sono numerose, alcune anche esilaranti, a ogni passo. Da ultimo D’Alema che va nella City e scopre le virtù del capitalismo, poi se ne dimentica e torna al linguaggio cominformista. O, ricalcando Berlinguer, dice nel 2003 la sinistra nemica: “La sinistra è un male, solo l’esistenza della destra rende questo male sopportabile” - Berlinguer di cui si può aggiungere che resta nella storia per la faziosità estrema, nel demenziale sacrificio di ogni sinistra, compresa la sua, a non si sa bene che cosa. O la doppia verità: contro la Serbia è lecita e anzi opportuna la guerra attiva, con i bombardamenti, benché senza l’avallo dell’Onu, mentre in Iraq, mancando l’avallo dell’Onu, la semplice partecipazione alla ricostruzione è criminosa. O il buonista Veltroni, terzomondista e anti global, che giustifica e anzi esalta i black blok e l’inferno di Genova per il G8.
Questi postcomunisti sono tutto e il contrario di tutto, perché sono sempre berlingueriani, integralisti: “Il morto infine è riuscito ad afferrare il vivo”, nota curialmente Romano. Compreso il culto della personalità, si può aggiungere, che avvinse Berlinguer da vivo ben prima che da morto (gli editoriali sdolcinati di Scalfari, e quante iperboli). Che Veltroni sindaco ha rinverdito con i vecchi sistemi: ogni giorno ha avuto la sua mezza pagina nei grandi giornali romani - un giorno che non aveva argomenti “dotò” un’orfanella di periferia, che invece era una aspirante attrice. O il collateralismo con la Cgil, oltre che con la Lega delle cooperative. E la gestione di Unipol, con il Monte dei Paschi.
Romano salva la “coscienza repubblicana” di D’Alema - della cui Fondazione ItalianiEuropei è stato il direttore. Il solo in effetti che avesse un progetto, quello del ritorno alla politica, del paese normale, e ha tentato di realizzarlo. Ma, poi, dietro D’Alema, Veltroni, Fassino, è il deserto: se hanno evitato di restare seppelliti nelle macerie del Pci, non lasciano a loro volta che rovine. Specie la circonvenzione dell’opinione pubblica, messa in opera dai grandi imprenditori e banchieri proprietari dei giornali, cui si deve in realtà lo tsunami dell’antipolitica, dai postcomunisti cauzionata. I postcomunisti hanno avuto e hanno in gestione una trentina di giornali, almeno due televisioni più il Tg 1, una diecina di radio, e una rigorosa organizzazione delle campagne di stampa (dossier, riprese, rilanci), un centralismo democratico molto attivo e quasi da spionaggio. Che, peraltro, è la loro parte migliore: non si può fare a meno di notare la brillantezza degli interventi di D’Alema (discorsi, libri, interviste) quando glieli scrivevano Rondolino e Velardi – gli altri semplicemente disprezzano l’opinione. Anche su questo D’Alema aveva visto bene. Romano rileva che già nel 1993 affermava: “Un grande partito ha il dovere di dirsi, di comunicare se stesso, di non farsi comunicare dagli altri”. Ma poi anche lui ha creduto di poter gestire i media, mentre ne è stato gestito, osannato nelle cose sbagliate, dannato in quelle buone (“dalemone”). Quanto a Veltroni, ha perso tutte le elezioni che ha gestito come capo partito: le europee del 1999, le regionali del 2000, le politiche del 2001, quando il suo partito scese al minimo storico, le politiche del 2008, le regionali e amministrative in Sardegna e altrove.
Il giudizio di Romano tuttavia non è scontato. La storia di questo gruppo potrebbe anche essere quella di un successo: avendo essi trasformato una bancarotta storica e politica, fino al dimezzamento del voto elettorale, in una vittoria, a loro si potrebbe anche ascrivere speciale sagacia, se non genialità politica. È un fatto: nel 1979 il Pci perde le elezioni, dopo avere avviato l’Italia al declino con cinque anni di compromesso storico, con i governicchi Moro e Andreotti. Nel 1989 scompare il sovietismo, e quindi anche il Pci. Nel 1999 D’Alema a palazzo Chigi chiude il Lungo Golpe di Scalfaro e Borrelli: non è il primo uomo di sinistra a capo del governo, ma è pur sempre il primo postcomunista. Questa è la storia. Nel 2009 l’ex Pci si è trasformato in Pd, annettendosi i democristiani di sinistra, mentre Napolitano è presidente della Repubblica - Napolitano che gli stessi dioscuri di oggi, Veltroni e D’Alema, estromisero dalla successione a Berlinguer, e da un possibile cambiamento del Pci che avrebbe risparmiato tanti lutti all’Italia e alla sinistra. Non sarà l’eredità integrale di Berlinguer, ma è una capacità manovriera superiore.
E d’altra parte non si può fare colpa a loro, benché corresponsabili, di Berlinguer, della sua faziosità eretta a politica. Il cui Pci vive e combatte insieme a noi, ancora dopo vent’anni. Al centro della sua storia-requisitoria, Romano nota che, quando D’Alema va a palazzo Chigi, a ottobre del 1998, sa già che potrà governare il paese ma non il suo partito. Ancora nel 1990 il Pci era filosovietico, ancora nel 1991, fino al golpe di agosto di Gorbaciov con la dissoluzione dell’Urss. Ancora oggi l’Italia è per molti aspetti postsovietica, per l’antiamericanismo, il burocratismo irriformabile, l’inefficienza sindacalizzata negli ospedali, la scuola, i comuni (trasporti, spazzatura, decentramento), anche se i suoi santi non sono solo postcomunisti.
C’è anche da dire che i berlingueriani vengono da lontano, la tradizione giacobina è sempre stata forte nel Pci – la tradizione del mozzare le teste solo perché invise al partito. A partire dal Gramsci leninista in morte di Lenin, che celebra come “il Capo”, nel presupposto che “ogni Stato è una dittatura”. Avendo a suo tempo su “Ordine nuovo” stabilito, dopo Livorno: “Il partito Comunista continua le tradizioni dei giacobini della Rivoluzione francese contro i girondini. I comunisti sono giacobini, ma per l’interesse del proletariato e delle masse rurali tradite dai socialisti”. Ma questa è storia che sarà difficile da scrivere.
Se è possibile una prova d’appello, si può notare che l’eredità immutata del vecchio Pci - di Togliatti oltre che di Berlinguer o della supponenza - viene bene nel regime elettorale plebiscitario che l’antipolitica ha via via costruito, ma l’applicazione è insufficiente o errata. Si può dire che il berlusconismo non ha altro fondamento che l’insufficienza di D’Alema, Veltroni, Fassino, i tre “compagni di scuola” Fgci? Sì, si deve: Berlusconi ha vinto le sue primarie nel 1994, e da allora, malgrado i fendenti ricevuti, dai giornalisti e i giudici compagni, è sempre al comando: ha domato Bossi e Fini, il razzismo e il fascismo, e batte i postcomunisti, largamente, a ogni elezione. L’avversario del postcomunismo in tutti questi anni è stato un imprenditore. Pieno di sé, ma pur sempre limitato nella visione e nel linguaggio. Che un uomo solo, Prodi, è riuscito a battere più volte. Veltroni si è detto trionfatore in primarie di poco conto (settantacinquemila attivisti si sono mobilitati, per trentacinquemila candidati: quattro milioni di votanti per centomila professionisti della politica non sono nemmeno i parenti - e non erano quattro milioni… ), nelle quali in realtà non ha vinto niente, e non si è legittimato dopo, a parte il culto della personalità – la sua galleria di foto su “Repubblica” è da regime sovietico puro.
Ma non c’è solo Berlusconi. I nipoti del Pci si distinguono, al meglio, come grilli parlanti. Che gestiscono in continua perdita l’enorme patrimonio del Partito. Incapaci cioè, non antipatici, forse nemmeno ipocriti. Ochetto era riuscito a salvare il Pci da Mani Pulite. Degli ex giovani, D’Alema si distingue per il tentativo di tesaurizzare il passato, invece di buttarlo, ma poi è quello che suscita le maggiori ripulse e secessioni. Protagonisti della politica rimangono, da quindici anni ormai, gli avanzi di Mani Pulite, Bossi, Fini, Berlusconi e Di Pietro, i meno che mediocri eroi della “rivoluzione italiana”, o milanese. I postcomunisti hanno seccato l’albero della sinistra, che non cresce più e anzi marcisce. Si vede ora che si discute del dopo: non c’è nessuno. Questi postcomunisti sono, come Berlusconi, giganti nella tebaide. Nel deserto che il Lungo Golpe dell’antipolitica ha lasciato in Italia.
Andrea Romano, Compagni di strada, Oscar Mondadori, pp. 181, € 9
La verità di Pasolini nelle lettere
Pasolini è in queste lettere, per accenni, dietro le lunghe argomentazioni, tutto quello che critica: amante del lusso e dei consumi, dei premi e degli onori, del sesso facile. È d’altro canto sempre fedele al Pci, che in ogni occasione della sua vita e della sua attività gli è stato contro, anche con violenza, sempre sgradevolmente – l’amabile Calvino lo dice “comunista dolciastro” – anche se se n’è appropriato dopo morto. E questo non è opportunismo, o forse sì. Nell’introduzione Naldini, a proposito di Pasolini che nel buen retiro di Versuta nell’anno fatale 1943 si occupa della tesi di laurea, nota, a proposito del tema scelto, pascoliano: “Un mondo magico, altamente artificiale, falsamente ingenuo, molto vicino al suo gusto”. Il vero Pasolini sarà un commediante? In maschera è felice.
Mancano alcune cose dalla vita di Pasolini, che la corrispondenza mette in rilievo: la guerra, i tedeschi, la durezza del Pci, il padre, cui pure deve molto. Il 12 febbraio 1945 il fratello Guido, partigiano, viene ucciso a tradimento, con accanimento, da altri partigiani. Il 18 Pasolini fonda l’Academiuta de Lenga Furlana, la passione letteraria e la creazione di sé fanno aggio su ogni altro sentimento, di dolore, d’indignazione.
Molte cose in questa scelta di lettere sono peraltro ancora novità, nella persistente agiografia. L’amore del lusso. La creazione del personaggio: di ogni lettera spedita Pasolini teneva la copia carbone, sulla quale apportava a penna le correzioni ortografiche o dell’ultimo minuto dell’originale. Il sentimento religioso: “L’usignuolo della chiesa cattolica” era originariamente “un libretto di meditazioni religiose”. L’incredibile corrispondenza con Calvino sul “sapore meridional-romanesco di tutto il movimento operaio italiano”. O: il cinema è oggettivo, la letteratura è soggettiva, borghese. O: “Ah, fosse il patrimonio semantico della nostra lingua almeno uguale a quello anglosassone e francese!” – e tedesco no? Ma l’italiano ha più sensi, se non ha più parole.
Naldini non è tenero con la figura pubblica del cugino e amico, e tuttavia non se ne stanca: tre o quattro scritti biografici si sono succeduti dopo la curatela delle lettere. Compreso il saggio sulle abitudini sessuali del poeta, brutali, rozze. Un primo moto di distacco Naldini l’aveva avuto col contributo a “Desiderio di Pasolini”, la collettanea pubblicata nel 1990 da Stefano Casi sull’omosessualità “non accettata” del poeta. Qui, a p. 209, i suoi amori devono essere sotto i venti anni, del popolo, casuali e solo occasionali.
Pier Paolo Pasolini, Vita attraverso le lettere
Mancano alcune cose dalla vita di Pasolini, che la corrispondenza mette in rilievo: la guerra, i tedeschi, la durezza del Pci, il padre, cui pure deve molto. Il 12 febbraio 1945 il fratello Guido, partigiano, viene ucciso a tradimento, con accanimento, da altri partigiani. Il 18 Pasolini fonda l’Academiuta de Lenga Furlana, la passione letteraria e la creazione di sé fanno aggio su ogni altro sentimento, di dolore, d’indignazione.
Molte cose in questa scelta di lettere sono peraltro ancora novità, nella persistente agiografia. L’amore del lusso. La creazione del personaggio: di ogni lettera spedita Pasolini teneva la copia carbone, sulla quale apportava a penna le correzioni ortografiche o dell’ultimo minuto dell’originale. Il sentimento religioso: “L’usignuolo della chiesa cattolica” era originariamente “un libretto di meditazioni religiose”. L’incredibile corrispondenza con Calvino sul “sapore meridional-romanesco di tutto il movimento operaio italiano”. O: il cinema è oggettivo, la letteratura è soggettiva, borghese. O: “Ah, fosse il patrimonio semantico della nostra lingua almeno uguale a quello anglosassone e francese!” – e tedesco no? Ma l’italiano ha più sensi, se non ha più parole.
Naldini non è tenero con la figura pubblica del cugino e amico, e tuttavia non se ne stanca: tre o quattro scritti biografici si sono succeduti dopo la curatela delle lettere. Compreso il saggio sulle abitudini sessuali del poeta, brutali, rozze. Un primo moto di distacco Naldini l’aveva avuto col contributo a “Desiderio di Pasolini”, la collettanea pubblicata nel 1990 da Stefano Casi sull’omosessualità “non accettata” del poeta. Qui, a p. 209, i suoi amori devono essere sotto i venti anni, del popolo, casuali e solo occasionali.
Pier Paolo Pasolini, Vita attraverso le lettere
mercoledì 11 marzo 2009
Lo spirito protestante del capitalismo
Il crollo peggiore nella crisi per un lettore compulsivo è quello della stampa anglosassone. L’inaffidabilità e l’impudenza di “Economist”, “Financial Times” e “Wall Street Journal” levano il respiro. In seconda battuta viene il crollo ideologico, il secondo in meno di vent’anni dopo quello del socialismo: come si può essere governati dall’incrocio orrendo di banche, banche d’affari e agenzie di rating di cui i tre giornali, la “coscienza del mercato”, sono la vetrina? Prima, e anche ora nella crisi. Dov’è, qual è il potere di Goldman Sachs e Moody’s, che Tremonti dice i Templari del nuovo millennio? Quello dei soldi, certo, ma… Il terzo crollo è quello dello spirito protestante del capitalismo, inteso in Italia come dirittura morale e lealtà, ma questo si sapeva: non si ruba mai così tanto e impunemente, in buona coscienza, come in quello spirito.
Max Weber in parte non dice lo spirito del capitalismo superiore, non nei confronti delle altre religioni o sette, ma in parte sì: il suo capitalista è il santo della borghesia. Non ha torto la sua sociologia disincantata quando fa del possesso la via alla salvezza: la rivoluzione sociale, le rivoluzioni, si sono sempre anch’esse connotate per la presa di possesso. Ma alla fine è una sociologia patetica: il capitalismo, anche quello della Riforma, specie quello “liberato” della Riforma, non è razionale ma ideologico. E questo, per uno che conosce il mondo, seppure in forma religiosa, è limite molto europeo, anzi tedesco, e forse “ariano”, dell’epoca dei primati nazionali. Oggi saldamente in mano agli anglosassoni, agli Usa con l’appendice britannica, alle banche d’affari, alle agenzie di rating e ai loro santuari giornalistici.
Max Weber in parte non dice lo spirito del capitalismo superiore, non nei confronti delle altre religioni o sette, ma in parte sì: il suo capitalista è il santo della borghesia. Non ha torto la sua sociologia disincantata quando fa del possesso la via alla salvezza: la rivoluzione sociale, le rivoluzioni, si sono sempre anch’esse connotate per la presa di possesso. Ma alla fine è una sociologia patetica: il capitalismo, anche quello della Riforma, specie quello “liberato” della Riforma, non è razionale ma ideologico. E questo, per uno che conosce il mondo, seppure in forma religiosa, è limite molto europeo, anzi tedesco, e forse “ariano”, dell’epoca dei primati nazionali. Oggi saldamente in mano agli anglosassoni, agli Usa con l’appendice britannica, alle banche d’affari, alle agenzie di rating e ai loro santuari giornalistici.
La scienza politica indigente del Pd
Vale la pena rivedere a freddo le reazioni degli intellettuali che il Pd privilegia all’indomani della sconfitta in Sardegna. La sconfitta Sarkozy ha definito un capolavoro di Berlusconi. Ma l’isola era, ed è, saldamente di sinistra: vale la pena chiedersi cosa non ha funzionato.
Il giorno dopo Lucia Annunziata ha aperto “La Stampa” con un innocuo can per laia: “La sinistra ha molte responsabilità nella propria continua sconfitta di questi ultimi anni. Ma nessuna è forse così rilevante quanto la rimozione con cui continua a negarsi la verità su se stessa”, questa è la conclusione. Quale verità non è dato sapere.
Mauro è di malumore, si capisce cha abbia portato “Repubblica” a un vicolo cieco. “Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi”. Tutti coglioni, insomma. E, come conseguenza, il Pd va in frantumi: “Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo”.
Il “Corriere della sera” approssima meglio la verità. Massimo Franco biasima il “primato velleitario” di Veltroni, il primato morale, o civile. E il 18 febbraio, dopo ancora un giorno, Panebianco, che non è veltroniano, vi si avvicina ancora di più: il progetto di Veltroni era “una salutare reazione all’eccesso di frammentazione”, e doveva “dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo, fornendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia”.
La sinistra ha bisogno di una iniziativa politica. E di un minimo comune denominatore organizzativo. Come partito e nella legge elettorale. Ma i suoi intellettuali non glielo consentono – ispiratori, portavoce, trombettieri, guitti. Nessuno che dica che il partito di Veltroni è nuovo e vecchio, molto vecchio. E che era ed è insoddisfacente. Per l’assetto politico nuovo che il paese dal 1991 si sta dando, con i referendum per la governabilità. Tanti scienziati politici attorno al Pd, e nessuno che sappia o dica la verità: che il regime elettorale è ormai plebiscitario, e vince o perde il partito di un capo.
Non è la sola mancanza. Nessuno che dica che la sinistra deve liberarsi dai postcomunisti. Solo lo storico Andrea Romano. Che è però sospettato di non essere buon democratico, forse nemmeno postcomunista. La sinistra deve liberarsi del linguaggio doppio. Deve liberararsi della finzione. Deve liberarsi da se stessa, dalla presunzione di essere migliore. Berlusconi si può battere, è elementare. Possibile che gli intellettuali e scienziati politici del Pd non lo sappiano? Cioè, perché non lo dicono? Sarà che sono amici del giaguaro.
Il giorno dopo Lucia Annunziata ha aperto “La Stampa” con un innocuo can per laia: “La sinistra ha molte responsabilità nella propria continua sconfitta di questi ultimi anni. Ma nessuna è forse così rilevante quanto la rimozione con cui continua a negarsi la verità su se stessa”, questa è la conclusione. Quale verità non è dato sapere.
Mauro è di malumore, si capisce cha abbia portato “Repubblica” a un vicolo cieco. “Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi”. Tutti coglioni, insomma. E, come conseguenza, il Pd va in frantumi: “Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo”.
Il “Corriere della sera” approssima meglio la verità. Massimo Franco biasima il “primato velleitario” di Veltroni, il primato morale, o civile. E il 18 febbraio, dopo ancora un giorno, Panebianco, che non è veltroniano, vi si avvicina ancora di più: il progetto di Veltroni era “una salutare reazione all’eccesso di frammentazione”, e doveva “dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo, fornendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia”.
La sinistra ha bisogno di una iniziativa politica. E di un minimo comune denominatore organizzativo. Come partito e nella legge elettorale. Ma i suoi intellettuali non glielo consentono – ispiratori, portavoce, trombettieri, guitti. Nessuno che dica che il partito di Veltroni è nuovo e vecchio, molto vecchio. E che era ed è insoddisfacente. Per l’assetto politico nuovo che il paese dal 1991 si sta dando, con i referendum per la governabilità. Tanti scienziati politici attorno al Pd, e nessuno che sappia o dica la verità: che il regime elettorale è ormai plebiscitario, e vince o perde il partito di un capo.
Non è la sola mancanza. Nessuno che dica che la sinistra deve liberarsi dai postcomunisti. Solo lo storico Andrea Romano. Che è però sospettato di non essere buon democratico, forse nemmeno postcomunista. La sinistra deve liberarsi del linguaggio doppio. Deve liberararsi della finzione. Deve liberarsi da se stessa, dalla presunzione di essere migliore. Berlusconi si può battere, è elementare. Possibile che gli intellettuali e scienziati politici del Pd non lo sappiano? Cioè, perché non lo dicono? Sarà che sono amici del giaguaro.
Problemi di base - 11
spock
Sulle cause e gli effetti delle guerre
Perché l’Europa fa la guerra in Afghanistan?
Perché l’Europa tra il 1933 e il 1943 si è consegnata agli Stati Uniti? Senza che gli Stati uniti abbiamo mosso un dito, non in senso ostile. Reduci da una crisi profonda e perdurante-…
Fu Hitler un Superagente americano?
Perché l’Inghilterra e la Francia consegnarono il Mediterraneo e il Medio Oriente nel 1956 agli Stati Uniti?
Perché l’Italia ha occupato l’Africa desertica e l’ha chiamata impero?
Ci sarebbe stata la Soluzione Finale se gli Alleati a Casablanca nel 1942 non avessero deciso la resa incondizionata della Germania?
Ci sarebbero state senza Casablanca Yalta, la divisione dell’Europa e le persecuzioni-… sovietiche?
Perché Vittorio Emanuele III non ebbe la fidanzata inglese cui ambiva?
Che Hitler darebbe stato se non avesse avuto il sostegno della società civile, i borghesi, i tecnici Schacht e Speer, gli opinionisti, e dei grandi intellettuali, Schmitt, lo stesso Junger, Heidegger?
Ha fatto più martiri la fede in Cristo, o la Grande Germania, o il comunismo, o Napoleone?
E se la figlia del faraone non avesse tratto fuori dal Nilo la cesta col bambino Mosè, ci sarebbero stati il Decalogo e l’Occidente?
spock@antiit.eu
Sulle cause e gli effetti delle guerre
Perché l’Europa fa la guerra in Afghanistan?
Perché l’Europa tra il 1933 e il 1943 si è consegnata agli Stati Uniti? Senza che gli Stati uniti abbiamo mosso un dito, non in senso ostile. Reduci da una crisi profonda e perdurante-…
Fu Hitler un Superagente americano?
Perché l’Inghilterra e la Francia consegnarono il Mediterraneo e il Medio Oriente nel 1956 agli Stati Uniti?
Perché l’Italia ha occupato l’Africa desertica e l’ha chiamata impero?
Ci sarebbe stata la Soluzione Finale se gli Alleati a Casablanca nel 1942 non avessero deciso la resa incondizionata della Germania?
Ci sarebbero state senza Casablanca Yalta, la divisione dell’Europa e le persecuzioni-… sovietiche?
Perché Vittorio Emanuele III non ebbe la fidanzata inglese cui ambiva?
Che Hitler darebbe stato se non avesse avuto il sostegno della società civile, i borghesi, i tecnici Schacht e Speer, gli opinionisti, e dei grandi intellettuali, Schmitt, lo stesso Junger, Heidegger?
Ha fatto più martiri la fede in Cristo, o la Grande Germania, o il comunismo, o Napoleone?
E se la figlia del faraone non avesse tratto fuori dal Nilo la cesta col bambino Mosè, ci sarebbero stati il Decalogo e l’Occidente?
spock@antiit.eu
Secondi pensieri (23)
zeulig
Anarchico – È conservatore. Ama la tradizione come fondamento della libertà interiore, molto individualista ma un po’ gentleman, per una vita comoda e senza obblighi, piena di tempo, e buoni cibi, buoni vini, aria buona, nella natura se possibile non condivisa.
Antropologia – È forchettate di spaghetti che si arrotolano su se stessi, utile ma imbecille. Per l’imbecillità di pensare (costruire, strutturare, creare) il diverso, e sistematizzarlo con profusione di modelli e strutture, norme e regole che sono tutte eccezioni.
È imperialista ma anche liberatrice, afferma la differenza per il fatto di classificarla.
Cattolicesimo – È la religione più modernizzante, rispetto all’islam, al buddismo, al confucianesimo, alo shintoismo, all’ebraismo, è sempre stata al passo con i tempi. Ora si organizza aziendalmente: adatta liturgie e linguaggi a periodicità brevi, fa studi di marketing, pr e immagine, esibisce simboli à la page (paramenti, musiche, media. Il proprio della religione è ieratico, o deve essa, per universalizzare il messaggio, adattare il linguaggio?
Solo di Dio la chiesa parla come d’immutabile sostanza, con gli insondabili dogmi. Dall’esterno, cioè.
Classico - Ma è il culto dei morti.
Coscienza – Porta dipendenza, dal confessore, dal terapeuta, dalla chimica.
Dio – “Il potere della natura è il potere di Dio, che ha diritto di sovranità su tutte le cose” (Spinoza, “Trattato teo-politico”, cap. XVI). È così: prima della legge non c’è peccato (san Paolo), il discriminante dell’uomo. Ma “il diritto naturale dell’uomo è determinato non dalla ragione ma dal desiderio e dal potere” (Spinoza, ib.). Allora, è Dio duplice, quello della natura e quello della legge? In realtà la legge è umana. Via profeti o messia, ma è un’aspirazione umana, e si realizza come covenant. Dio è quello della natura.
Don Giovanni - È un san Sebastiano vestito. In solitudine è nudo e incerto. Non sarà affare di donne, se alla donne piace collezionare (se per le donne l’amore è curiosità)?
Donna – È stata, è, la malattia (ossessione) della civiltà della crisi, la Mitteleuropa ne era afflitta. Ha portato Freud alla continenza, mentre Otto Weininger, venticinque edizioni in breve tempo di “Sesso e carattere”, e Moebius le concedevano a stento l’umanità, e J.D.Unwin, “Sex and culture”, provava l’assunto di Weininger – lo sviluppo intellettuale legato all’astinenza sessuale in ben ottanta culture.
Eternità – Si chiude nell’arco della vita. Dopo, se c’è, non è più la stessa.
Evoluzione – Presuppone un passato e un futuro, un inizio e una fine.
Filologia – Alla fine, per quanto creativa, è un rifiuto del linguaggio. Come chi volesse riprodurre esattamente il ricamo della nonna e non ricamare. È subordinatrice al quadrato: è abdicazione al chi l’ha detto e al già detto. Ma non si può sapere mai bene che cosa sia stato detto, e quindi è scuola del sospetto – quella che produce insicurezza e non quella del giallo risolutore. Insicurezza cioè subordinazione: ai padroni dell’opinione, della disinformazione, delle trame occulte. Nel Novecento ha coperto l’ipocrisia, il linguaggio doppio che è stato il cancro di quel secolo. La scienza delle parole ha portato alla perdita di significato delle parole, e agli abissi catastrofici che al linguaggio doppio si legano.
Gergo – Si diffonde, come i dialetti, perché è un piccolo muro di cinta, segna l’esclusione: dei refoulés, gli snob, gli stupidi, gli insicuri.
Immortalità – Si rinnova e deperisce, talvolta muore, nella storia, la letteratura, la religione.
Lavoro - È la sopravvivenza. È una condanna per gli ebrei della Bibbia nomadi.
Mito - È una proiezione: all’origine vuole un io molto forte.
Moralismo - È una forma di misantropia, di narcisismo deviato: tutto è marcio non per un criterio di legge ma all’“infuori di me”.
È sempre stato la leva dell’assolutismo in politica, del giudice insindacabile dell’antipolitica. Emerge tra Cinque e Seicento con l’uso di Tacito (moralista si spera sincero e ineccepibile) contro Machiavelli, da parte di gesuiti e protestanti insieme, risolvendo la politica nel potere e stroncando per lungo tempo l’autonomia del politico (diritti di libertà, diritti di possesso, patti).
Morte - È un altro giorno, altrettanto incerto.
Aiuta a vivere.
Popolo - È il peggior nemico di se stesso. Come impiegato di sportello, sbirro, tranviere, ferroviere, portantino – l’inumanità della Usl, struttura democratica e popolare per eccellenza, soprattutto nelle cose che non costano: le lunghe file e le sale d’attesa, le informazioni, le scadenze.
Scienza - Ha dormito per duemila anni,da Euclide a Galileo. Non è esplosa dopo, semplicemente si è svegliata. E si è scoperta vuota: è passata dai postulati ai presupposti, concezioni debolissime della causalità e della verità delle cose.
Televisione - È nata piagnona perché guarda dentro le case.
zeulig@antiit.eu
Anarchico – È conservatore. Ama la tradizione come fondamento della libertà interiore, molto individualista ma un po’ gentleman, per una vita comoda e senza obblighi, piena di tempo, e buoni cibi, buoni vini, aria buona, nella natura se possibile non condivisa.
Antropologia – È forchettate di spaghetti che si arrotolano su se stessi, utile ma imbecille. Per l’imbecillità di pensare (costruire, strutturare, creare) il diverso, e sistematizzarlo con profusione di modelli e strutture, norme e regole che sono tutte eccezioni.
È imperialista ma anche liberatrice, afferma la differenza per il fatto di classificarla.
Cattolicesimo – È la religione più modernizzante, rispetto all’islam, al buddismo, al confucianesimo, alo shintoismo, all’ebraismo, è sempre stata al passo con i tempi. Ora si organizza aziendalmente: adatta liturgie e linguaggi a periodicità brevi, fa studi di marketing, pr e immagine, esibisce simboli à la page (paramenti, musiche, media. Il proprio della religione è ieratico, o deve essa, per universalizzare il messaggio, adattare il linguaggio?
Solo di Dio la chiesa parla come d’immutabile sostanza, con gli insondabili dogmi. Dall’esterno, cioè.
Classico - Ma è il culto dei morti.
Coscienza – Porta dipendenza, dal confessore, dal terapeuta, dalla chimica.
Dio – “Il potere della natura è il potere di Dio, che ha diritto di sovranità su tutte le cose” (Spinoza, “Trattato teo-politico”, cap. XVI). È così: prima della legge non c’è peccato (san Paolo), il discriminante dell’uomo. Ma “il diritto naturale dell’uomo è determinato non dalla ragione ma dal desiderio e dal potere” (Spinoza, ib.). Allora, è Dio duplice, quello della natura e quello della legge? In realtà la legge è umana. Via profeti o messia, ma è un’aspirazione umana, e si realizza come covenant. Dio è quello della natura.
Don Giovanni - È un san Sebastiano vestito. In solitudine è nudo e incerto. Non sarà affare di donne, se alla donne piace collezionare (se per le donne l’amore è curiosità)?
Donna – È stata, è, la malattia (ossessione) della civiltà della crisi, la Mitteleuropa ne era afflitta. Ha portato Freud alla continenza, mentre Otto Weininger, venticinque edizioni in breve tempo di “Sesso e carattere”, e Moebius le concedevano a stento l’umanità, e J.D.Unwin, “Sex and culture”, provava l’assunto di Weininger – lo sviluppo intellettuale legato all’astinenza sessuale in ben ottanta culture.
Eternità – Si chiude nell’arco della vita. Dopo, se c’è, non è più la stessa.
Evoluzione – Presuppone un passato e un futuro, un inizio e una fine.
Filologia – Alla fine, per quanto creativa, è un rifiuto del linguaggio. Come chi volesse riprodurre esattamente il ricamo della nonna e non ricamare. È subordinatrice al quadrato: è abdicazione al chi l’ha detto e al già detto. Ma non si può sapere mai bene che cosa sia stato detto, e quindi è scuola del sospetto – quella che produce insicurezza e non quella del giallo risolutore. Insicurezza cioè subordinazione: ai padroni dell’opinione, della disinformazione, delle trame occulte. Nel Novecento ha coperto l’ipocrisia, il linguaggio doppio che è stato il cancro di quel secolo. La scienza delle parole ha portato alla perdita di significato delle parole, e agli abissi catastrofici che al linguaggio doppio si legano.
Gergo – Si diffonde, come i dialetti, perché è un piccolo muro di cinta, segna l’esclusione: dei refoulés, gli snob, gli stupidi, gli insicuri.
Immortalità – Si rinnova e deperisce, talvolta muore, nella storia, la letteratura, la religione.
Lavoro - È la sopravvivenza. È una condanna per gli ebrei della Bibbia nomadi.
Mito - È una proiezione: all’origine vuole un io molto forte.
Moralismo - È una forma di misantropia, di narcisismo deviato: tutto è marcio non per un criterio di legge ma all’“infuori di me”.
È sempre stato la leva dell’assolutismo in politica, del giudice insindacabile dell’antipolitica. Emerge tra Cinque e Seicento con l’uso di Tacito (moralista si spera sincero e ineccepibile) contro Machiavelli, da parte di gesuiti e protestanti insieme, risolvendo la politica nel potere e stroncando per lungo tempo l’autonomia del politico (diritti di libertà, diritti di possesso, patti).
Morte - È un altro giorno, altrettanto incerto.
Aiuta a vivere.
Popolo - È il peggior nemico di se stesso. Come impiegato di sportello, sbirro, tranviere, ferroviere, portantino – l’inumanità della Usl, struttura democratica e popolare per eccellenza, soprattutto nelle cose che non costano: le lunghe file e le sale d’attesa, le informazioni, le scadenze.
Scienza - Ha dormito per duemila anni,da Euclide a Galileo. Non è esplosa dopo, semplicemente si è svegliata. E si è scoperta vuota: è passata dai postulati ai presupposti, concezioni debolissime della causalità e della verità delle cose.
Televisione - È nata piagnona perché guarda dentro le case.
zeulig@antiit.eu
Stato di natura felino
La favola modesta della natura, dello stato di natura. Che Scaraffia arricchisce di un brillante ritratto dell’autore, al suo modo, tra i Goncourt e Sainte-Beuve.
Hippolyte Taine, Vita e opinioni filosofiche di un gatto, Nottetempo, pp. 45 € 3
Hippolyte Taine, Vita e opinioni filosofiche di un gatto, Nottetempo, pp. 45 € 3
La cosa di Pasolini
Titolo marxiano per un racconto crepuscolare. Di eventi e persone minime, compreso il passaggio in Svizzera o Jugoslavia. Di cui Pasolini pretenderà che era un romanzo “contro De Gasperi”: “Io fui coi braccianti”, dice, “poi lessi Gramsci e Marx”. È possibile. Quali braccianti? “I braccianti friulani in lotta contro i latifondisti, subito dopo la guerra”. Ma non ci sono latinfodisti nel Friuli, e non ci furono lotte. “Il sogno di una cosa”, pubblicato nel 1962 ma scritto allora, si doveva intitolare “I giorni del lodo De Gasperi”, dice lo scrittore nel 1970 (“Al lettore nuovo”), come dire “i giorni dell’ira”. Ma De Gasperi non ne seppe nulla.
Pier Paolo Pasolini, Il sogno di una cosa
Pier Paolo Pasolini, Il sogno di una cosa
lunedì 9 marzo 2009
Pasolini vivo
Il Pasolini essenziale dei precedenti “Pasolini, una vita” e “Come non ci si difende dai ricordi”, di brevi aneddoti e vivi, che dicono tutto: le “vedove” che hanno affollato Casarsa e il cimitero, l’amore adolescenziale del poeta, l’unico della sua vita, il fratello Guido escluso e devoto, la madre innocente di sventura, il precoce ossessivo erotismo, Laura Betti, il complotto, Pelosi (qui curiosamente ascrivendo Sartre ai complottisti, mentre il filosofo per primo e molto persuasivamente il 14 marzo 1976 sul “Corriere della sera” fece dell’assassinio la lettura di Naldini, che Pelosi agì per “pura hybris di fuggire da se stesso”). Naldini non ama la figura pubblica di Pasolini, si sente, le sue furie posticce e contraddittorie, e tuttavia in questi tratteggi del cugino e amico ha maturato una feconda cifra narrativa.
Nico Naldini, Breve vita di Pasolini, Guanda, pp. 152, € 12
Nico Naldini, Breve vita di Pasolini, Guanda, pp. 152, € 12
La verità della poesia popolare
Rassegna della poesia dialettale e popolare, che fu la passione di Pasolini giovane e ancora negli anni 1950 - assortita da recensioni numerose ai poeti. Una ricerca che da sola fa un autore e vale una vita, prima che il poeta si perdesse nel cominformismo, con la pretese dell’anticonformismo – si ritroverà nel cinema. L’esercizio della verità gli è più consono:
alle pp. 47-48 (anche se a margine, in nota - “per scrupolo”, dice): “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fato di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri “italianizzati”).
a p. 203: “La differenza psicologica tra borghese e popolano non è - evidentemente – una contrapposizione di complicazione e semplicità: sicché questo della semplicità sembrerebbe nel Croce un residuo proprio di quella teoria romantica che egli va confutando – e magari proprio nella sua fase rousseauiana –, quando è, semmai, la cultura, ossia la coscienza, a fornire di qualche base psicologica l’uomo, e non certo l’ignoranza (o la cultura primitiva): che lo abbandona, indifeso e violento, alle storture e alle oscurità dei “complessi…. Statisticamente l’enorme maggioranza dei delitti sessuali si dà nei «bassi strati»”. E quindi: “Non conoscendo l’ipocrisia borghese, ma non conoscendo nemmeno la capacità borghese di sincerità, di attitudine alla “confessione”, il cantante popolano si rifugia nella semplicità espansiva del canto… Sicché, a leggere… una scelta rigorosa, … verremmo appunto a configurarci un “canzoniere” quasi di tipo stilnovistico, addirittura aristocratico nella sua allegria di popolani parlanti di lingua”.
Pier Paolo Pasolini, Passione e ideologia
alle pp. 47-48 (anche se a margine, in nota - “per scrupolo”, dice): “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fato di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri “italianizzati”).
a p. 203: “La differenza psicologica tra borghese e popolano non è - evidentemente – una contrapposizione di complicazione e semplicità: sicché questo della semplicità sembrerebbe nel Croce un residuo proprio di quella teoria romantica che egli va confutando – e magari proprio nella sua fase rousseauiana –, quando è, semmai, la cultura, ossia la coscienza, a fornire di qualche base psicologica l’uomo, e non certo l’ignoranza (o la cultura primitiva): che lo abbandona, indifeso e violento, alle storture e alle oscurità dei “complessi…. Statisticamente l’enorme maggioranza dei delitti sessuali si dà nei «bassi strati»”. E quindi: “Non conoscendo l’ipocrisia borghese, ma non conoscendo nemmeno la capacità borghese di sincerità, di attitudine alla “confessione”, il cantante popolano si rifugia nella semplicità espansiva del canto… Sicché, a leggere… una scelta rigorosa, … verremmo appunto a configurarci un “canzoniere” quasi di tipo stilnovistico, addirittura aristocratico nella sua allegria di popolani parlanti di lingua”.
Pier Paolo Pasolini, Passione e ideologia
domenica 8 marzo 2009
Tutto il pil Usa nella crisi
Tra impegni annuali e pluriennali, da fine 2007 il governo Usa e la Federal riserve hanno impegnato contro la crisi dodici miliardi di dollari, quasi un pil annuale degli Usa. Per quattro quinti si tratta di erogazioni o impegni a favore del sistema finanziario, banche e assicurazioni. I fondi già erogati sono poco meno della metà degli stanziamenti, circa 5 mila miliardi, più del pil della Germania, il maggiore in Europa. Non è finita, e anzi prospettive peggiori si annunciano. Il calo del pil sarà nel tempo prevedibile non minore del 4 per cento. I nuovi disoccupati aumentano ogni mese in progressione geometrica, e sono ora a un milione al mese: a quelli dei servizi, che nell’ultima rilevazione hanno portato i posti perduti a quasi 700 mila, si aggiungono quelli dell’industria - meccanica, dei trasporti, dell’energia, e perfino dell’informatica. Citigroup e Bank of America, in aggiunta a General Motors, sono reputate insolventi dal mercato: in due anni la loro capitalizzazione si è ridotta rispettivamente a un ventesimo e a un decimo. La Federal Reserve, che ha mobilitato due terzi delle risorse anticrisi, potrebbe non farcela più. Anche perché, dice il ministro del Tesoro Geithner, ex Federal Reserve, “il sistema finanziario lavora contro la ripresa”, e contemporaneamente “la recessione impone nuove pesanti pressioni sulle banche”. Il piano del predecessore di Geithner, Paulson, quello dei 700 miliardi, è già fallito per quanto riguarda le banche: metà dello stanziamento, quello che è andato alla ricapitalizzazione delle banche, è scomparso senza effetto.
A rischio è ora la tenuta del dollaro, e del sistema globale di credito alla produzione – la globalizzazione. Le banche Usa, d’investimento e di affari, erano centrali nella globalizzazione, con loro è a rischio l’insieme dei rapporti economici internazionali.
A rischio è ora la tenuta del dollaro, e del sistema globale di credito alla produzione – la globalizzazione. Le banche Usa, d’investimento e di affari, erano centrali nella globalizzazione, con loro è a rischio l’insieme dei rapporti economici internazionali.
Il filoislamismo americano
Dunque gli Stati Uniti aprono ai talebani. Non il governo afghano, ma la potenza militare occupante, seppure sotto bandiera Onu. È la conferma della politica filoislamica dell’America. E di un duplice errore. I talebani, che si trovano avallata da Hillary Clinton la loro tesi che il governo Karzai è un fantoccio, non vorranno solo sedersi al tavolo, vorranno tutto il potere. Magari con la promessa di non interferire con le politiche Usa nella regione - è lo schema originario khomeinista, quello che nel 1980 portò gli Usa ad abbandonare lo scià. Il secondo errore sta nel fatto che il governo Karzai è stato eletto, in un processo di modernizzazione della politica afgana, di liberazione dalla rete tribale – che, si condivida o meno, è l’unico contributo positivo che l’Occidente può esportare, positivo nel senso della democrazia.
Ma sono errori? Questo filoislamismo molto imperialista rientra nella politica democratica di disprezzo del mondo, di Wilson, F.D.Roosevelt, Truman, Kennedy, Lyndon Johnson, Carter, Clinton. E naturalmente nella tradizione filoaraba e filoislamica
di Washington. Che rimonta al patrocinio della famiglia Saud nella penisola arabica, e si è allargata a tutta le regione con la guerra di Suez. Sviluppata in entrambi i casi all’insegna dell’anticolonialismo, questa politica è stata poi rafforzata da Kissinger negli anni 1970 col sostegno al radicalismo islamico di Zia ul Haq in Pakistan, contro la penetrazione sovietica e il neutralismo del subcontinente indiano, ritenuto ancillare all’Urss. E poi in tutto il Medio Oriente, khomeinismo compreso, e nel Maghreb, spesso sotto la copertura saudita. Fino a farne, con successo, il fronte avanzato antisovietico con l’Urss in Afghanistan.
Obama e Hillary Clinton riprendono e rendono manifeste queste tradizioni, di aloofness democratica e di filoislamismo. Che gli Stati Uniti non hanno smesso di considerare un indirizzo principale di politica estera - per il petrolio, per la finanza e come area integrabile – anche quando è sfociato nel terrorismo, in Algeria, nel Sudan, in Africa, in Palestina.
Con l’11 settembre questo fronte ha abortito nel rifiuto degli stessi Usa e nel terrorismo. Se ne tenta ora il recupero facendo spazio al nuovo radicalismo, palestinese e talebano. Con prospettive che potrebbero essere buone, anche se l’islam si ritiene a tutti gli effetti non inferiore all’Occidente e all’America. E in realtà anzi superiore - inferiore\superiore è la categoria politica dominante, da sempre, dai tempi del Profeta. Non governabile cioè. Tanto più verso un’apertura come quella americana, che molto presume di sé, quasi padronale. L’apertura appare utilizzabile per un disimpegno dell’America dalle due guerre, ma non per la stabilizzazione dell’area: tra un anno Hillary Clinton avrà perduto lo smalto, la profezia è facile.
Restano comunque fuori l’Iran e il Pakistan, le due potenze nucleari, che ambiscono entrambe a un ruolo di potenza regionale. Gli ayatollah, com’è ormai loro consuetudine da trent’anni, si mostreranno concilianti, ma non sull’atomica. Faranno succedere ad Ahmadinejad una personalità democratica, possibilmente un ayatollah, una persona di grande standing culturale cioè. Ma non recederanno dall’atomica. Quanto al Pakistan, è dubbio se non ha la forza oppure la volontà di fare da santuario al terrorismo qaedista e salafita. Ma tutto lascia propendere per la seconda ipotesi. Nella scienza politica islamica nulla si dà per nulla. Come è di qualsiasi diplomazia, ma nell’islam nessun mezzo è escluso.
Ma sono errori? Questo filoislamismo molto imperialista rientra nella politica democratica di disprezzo del mondo, di Wilson, F.D.Roosevelt, Truman, Kennedy, Lyndon Johnson, Carter, Clinton. E naturalmente nella tradizione filoaraba e filoislamica
di Washington. Che rimonta al patrocinio della famiglia Saud nella penisola arabica, e si è allargata a tutta le regione con la guerra di Suez. Sviluppata in entrambi i casi all’insegna dell’anticolonialismo, questa politica è stata poi rafforzata da Kissinger negli anni 1970 col sostegno al radicalismo islamico di Zia ul Haq in Pakistan, contro la penetrazione sovietica e il neutralismo del subcontinente indiano, ritenuto ancillare all’Urss. E poi in tutto il Medio Oriente, khomeinismo compreso, e nel Maghreb, spesso sotto la copertura saudita. Fino a farne, con successo, il fronte avanzato antisovietico con l’Urss in Afghanistan.
Obama e Hillary Clinton riprendono e rendono manifeste queste tradizioni, di aloofness democratica e di filoislamismo. Che gli Stati Uniti non hanno smesso di considerare un indirizzo principale di politica estera - per il petrolio, per la finanza e come area integrabile – anche quando è sfociato nel terrorismo, in Algeria, nel Sudan, in Africa, in Palestina.
Con l’11 settembre questo fronte ha abortito nel rifiuto degli stessi Usa e nel terrorismo. Se ne tenta ora il recupero facendo spazio al nuovo radicalismo, palestinese e talebano. Con prospettive che potrebbero essere buone, anche se l’islam si ritiene a tutti gli effetti non inferiore all’Occidente e all’America. E in realtà anzi superiore - inferiore\superiore è la categoria politica dominante, da sempre, dai tempi del Profeta. Non governabile cioè. Tanto più verso un’apertura come quella americana, che molto presume di sé, quasi padronale. L’apertura appare utilizzabile per un disimpegno dell’America dalle due guerre, ma non per la stabilizzazione dell’area: tra un anno Hillary Clinton avrà perduto lo smalto, la profezia è facile.
Restano comunque fuori l’Iran e il Pakistan, le due potenze nucleari, che ambiscono entrambe a un ruolo di potenza regionale. Gli ayatollah, com’è ormai loro consuetudine da trent’anni, si mostreranno concilianti, ma non sull’atomica. Faranno succedere ad Ahmadinejad una personalità democratica, possibilmente un ayatollah, una persona di grande standing culturale cioè. Ma non recederanno dall’atomica. Quanto al Pakistan, è dubbio se non ha la forza oppure la volontà di fare da santuario al terrorismo qaedista e salafita. Ma tutto lascia propendere per la seconda ipotesi. Nella scienza politica islamica nulla si dà per nulla. Come è di qualsiasi diplomazia, ma nell’islam nessun mezzo è escluso.
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (31)
Giuseppe Leuzzi
Hanno benevolmente salvato, senza spendere una lira, su invito perentorio della Banca d’Italia, la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, per prima, poi quella delle Puglie, quindi i banchi di Sicilia e di Napoli. Guadagnandoci, evidentemente, poiché non se ne sono lagnate, ma sempre col cipiglio del salvatore suo malgrado, per la solita malintesa solidarietà con il Sud. Di propria iniziativa invece le grandi banche di Milano hanno rilevato le banche dei paesi dell’Est, in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Croazia, paesi baltici. Le hanno pagate, anche molto caro, e ora per esse temono il fallimento. Ma mai una critica.
Nella rubrica che apre un mensile pubblicitario del “Corriere della sera” Ernesto Galli della Loggia dice l’autostrada in Calabria infestata dalla ‘ndrangheta - “da casello a casello” dice il titolo, ma questo è un errore, non ci sono caselli. È così, spiega lo storico, perché Fanfani che ne varò i lavori, parlava da fascista. E perché “le oligarchie politiche calabresi” ne imposero un percorso interno invece che “la linea costiera”.
Galli della Loggia è forse il miglior storico contemporaneista dell’Italia, non pregiudicato, che ha elaborato su molti aspetti tracce importanti. Ma a Sud non ci vede bene. Nel 1992 voleva che si recintasse col filo spinato. Nel quadro di un suo indimenticabile decalogo contro la mafia, per il quale lo Stato doveva rendere impossibile la vita al Sud, tagliando acqua, elettricità, telefono e patente.
Sarà la passione – Galli della Loggia non è il solo. Ma lo storico non sa, per esempio, l’inattendibilità del pentito di mafia singolo, senza riscontri. Non sa la natura speciale del pentito di mafia calabrese. Non sa che l’autostrada fu costruita in pochi, pochissimi, anni – la metà di quelli che ci sono voluti per il passante di Mestre, 475 chilometri pieni di gallerie e viadotti, contro 32 piani. E così via. Né sa che l’autostrada, per fortuna, ha risparmiato “la linea costiera” calabrese, anche se non tutta.
Sembra non sapere dle resto nemmeno come si fanno gli appalti in Italia, e questo è grave. Si appella ai “cittadini della Calabria e di molte altre zone del Sud”, ai quali chiede, a “questi nostri connazionali”, di darsi una regolata. Altrimenti, dice, “prima o poi (e più prima che poi) il resto del Paese non ne potrà più dei loro problemi, li abbandonerà a loro stessi”, eccetera eccetera. Cioè, non si rende conto, lo storico, che sarebbe meglio prima che dopo, che il Sud si liberi finalmente del sistema italiano di fare gli appalti. Sa Galli della Loggia come si fanno gli appalti a Roma, dove vive, o a Milano, la capitale morale d’Italia?
Ma, poi, Galli della Loggia cita l’Antimafia, la commissione parlamentare. E uno non può dargli torto, è l’Antimafia che scrive, nella relazione 2008: “La ‘ndrangheta controlla metro per metro, casello per casello, grazie a una spartizione-accordo, i lavori perenni di ammodernamento e di ampliamento della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici nazionali ed europei interminabili, con continui incrementi di previsioni di spesa e relativi aggiornamenti di bandi di gara”. Siccome questo non è vero, si conferma che l’Antimafia è in realtà uno dei più grossi promotori della mafia – un onest’uomo legge le sue relazioni e dice: “Che ci sto a fare?”. Ben protetto, e anzi immunizzato (alcuni dei suoi presidenti e membri autorevoli sono stati e sono percettori dei voti mafiosi, non innocenti). Ma resta il dubbio: se è come dice l’Antimafia, tutte le imprese che hanno l’appalto dell’Anas per l’ammodernamento, le maggiori imprese nazionali, del Nord, sono allora della ‘ndrangheta.
Perché non si fa una storia dell’Antimafia?
Il Sud per i viaggiatori inglesi del secondo Settecento era il Sud della Francia, povero, sporco, in rovina. “Chambéry, la capitale della Savoia”, scrive il dottor Burney (“Viaggio musicale in Italia”), è una poverissima città, senza commercio, piena di fannulloni e mendicanti”. Nel “ricco vescovado” di Saint-Jean de Maurienne, ai piedi del Moncenisio, la cui ragguardevolissima rendita raggiunge le 22 mila sterline annue, “la gente vive allo stato quasi selvaggio: una sola camera basta a tutta la famiglia, compresi muli, asini, vacche e maiali” – oggi Saint-Jean de Maurienne è rinomata stazione di sci.
Anche in Italia, in tutto il Nord prealpino, il dottor Burney non trova che “polvere, sporcizia, ragnatele, pulci, cimici”. Tra Torino e Milano la campagna è infestata di “fuorilegge”, ladri assassini.
La Calabria è per Pasolini studioso della poesia dialettale (“Il Reame”, saggio del 1952 raccolto in “Passione e ideologia”), “isola anch’essa, come la Sardegna e la Corsica, tanto da avere con queste strette analogie geografiche e umane, e più isola della Sicilia”. Intuizione affascinante, che il poeta confina stranamente tra parentesi.
A conclusione delle cinque pagine che Pasolini dedica alla poesia dialettale in Calabria altre poche righe che valgono una storia della letteratura, e una storia civile e politica. Pasolini concorda con altri critici che la poesia dialettale calabrese è umanistica e borghese. “Ma”, spiega, “questa contaminazione col dialetto di tutta una cultura umanistica e borghese non è senza coerenza con tutta la Calabria: questa gentilezza, questa civiltà che lievitano ingenuamente i versi dei calabresi non sono essenzialmente diverse dalla gentilezza e dalla civiltà della più autentica poesia popolare; e forse bisognerà mettere tale fenomeno in relazione con l’italianizzazione recente della Calabria (in cui il greco dei Bizantini si era sovrapposto senza soluzione di continuità a quello antichissimo della Magna Grecia), per cui l’italiano importato in Calabria era già un italiano colto (e, inoltre, l’antico spirito “greco” sussisterebbe quale ideale struttura di questo dialetto recente): sì che non si danno nenie più vicine a quelle del Sannazzaro delle nenie cantate dalle madri calabresi”. Le nenie colte del latinista Sannazzaro.
Il resto delle cinque pagine è un’illustrazione del saggio di Corrado Alvaro, “L’anima del Calabrese”, che apriva il numero speciale del “Ponte”, la rivista fiorentina, sulla Calabria, settembre-ottobre 1950. Con una notazione anch’essa ancora vera, cioè nuova (naturalmente tra parentesi): l’anima del calabrese, dice Pasolini, “Alvaro delinea con eccezionale acume e umanità (meglio certo di quanto, in senso realistico, abbia fatto nel suo per altri versi importante Gente in Aspromonte)”. Sulla Calabria Pasolini ritorna, con altre cinque pagine, nel saggio sulla poesia popolare, dopo aver riscoperto, a Martano (Lecce) e Bova (Reggio Calabria) un canto grecanico quasi identico sul tema della bella e la pulce.
Sempre a margine, questa volta in nota, Pasolini osserva anche non c’è romanticismo nella passione meridionale, né pietismo nella bontà: “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fatto di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri romantici napoletani”.
Nello stesso libro, “Passione e ideologia”, Pasolini precisa in fine, recensendo nel 1957 Zanzotto: “Si sa che le aree marginali e le isole sono linguisticamente conservatrici”. E questa è la mancanza, che si sente così forte, della Calabria culta: non essere conservatrice come la sua lingua sarebbe. Non elaborare le radici, e quindi non vivere. Per legarsi invece saprofiticamente a Roma, a Milano, a ogni esperienza altra.
Suonatori dalla Calabria trova il dottor Burney nel 1770 a Napoli: “Poco prima del Natale suonatori girovaghi giungono a Napoli dalla Calabria: … cantano di solito accompagnati da una chitarra e da un violino, che non è appoggiato alla spalla ma tenuto in basso”.
Nessuno sa chi fossero, che fine abbiano fatto, che strumento fosse il violino tenuto basso, la storia (in Calabria) non esiste.
Tracce ampie lascia il dottor Burney: “Paisiello ha introdotto qualcuna di queste musiche nella sua opera comica che si sta ora rappresentando (“Le trame per amore”, n.d.r.). Piccinni mi promise di procurarmi alcune di queste appassionate melodie popolari”. Che quindi erano trascritte.
Hanno benevolmente salvato, senza spendere una lira, su invito perentorio della Banca d’Italia, la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, per prima, poi quella delle Puglie, quindi i banchi di Sicilia e di Napoli. Guadagnandoci, evidentemente, poiché non se ne sono lagnate, ma sempre col cipiglio del salvatore suo malgrado, per la solita malintesa solidarietà con il Sud. Di propria iniziativa invece le grandi banche di Milano hanno rilevato le banche dei paesi dell’Est, in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Croazia, paesi baltici. Le hanno pagate, anche molto caro, e ora per esse temono il fallimento. Ma mai una critica.
Nella rubrica che apre un mensile pubblicitario del “Corriere della sera” Ernesto Galli della Loggia dice l’autostrada in Calabria infestata dalla ‘ndrangheta - “da casello a casello” dice il titolo, ma questo è un errore, non ci sono caselli. È così, spiega lo storico, perché Fanfani che ne varò i lavori, parlava da fascista. E perché “le oligarchie politiche calabresi” ne imposero un percorso interno invece che “la linea costiera”.
Galli della Loggia è forse il miglior storico contemporaneista dell’Italia, non pregiudicato, che ha elaborato su molti aspetti tracce importanti. Ma a Sud non ci vede bene. Nel 1992 voleva che si recintasse col filo spinato. Nel quadro di un suo indimenticabile decalogo contro la mafia, per il quale lo Stato doveva rendere impossibile la vita al Sud, tagliando acqua, elettricità, telefono e patente.
Sarà la passione – Galli della Loggia non è il solo. Ma lo storico non sa, per esempio, l’inattendibilità del pentito di mafia singolo, senza riscontri. Non sa la natura speciale del pentito di mafia calabrese. Non sa che l’autostrada fu costruita in pochi, pochissimi, anni – la metà di quelli che ci sono voluti per il passante di Mestre, 475 chilometri pieni di gallerie e viadotti, contro 32 piani. E così via. Né sa che l’autostrada, per fortuna, ha risparmiato “la linea costiera” calabrese, anche se non tutta.
Sembra non sapere dle resto nemmeno come si fanno gli appalti in Italia, e questo è grave. Si appella ai “cittadini della Calabria e di molte altre zone del Sud”, ai quali chiede, a “questi nostri connazionali”, di darsi una regolata. Altrimenti, dice, “prima o poi (e più prima che poi) il resto del Paese non ne potrà più dei loro problemi, li abbandonerà a loro stessi”, eccetera eccetera. Cioè, non si rende conto, lo storico, che sarebbe meglio prima che dopo, che il Sud si liberi finalmente del sistema italiano di fare gli appalti. Sa Galli della Loggia come si fanno gli appalti a Roma, dove vive, o a Milano, la capitale morale d’Italia?
Ma, poi, Galli della Loggia cita l’Antimafia, la commissione parlamentare. E uno non può dargli torto, è l’Antimafia che scrive, nella relazione 2008: “La ‘ndrangheta controlla metro per metro, casello per casello, grazie a una spartizione-accordo, i lavori perenni di ammodernamento e di ampliamento della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici nazionali ed europei interminabili, con continui incrementi di previsioni di spesa e relativi aggiornamenti di bandi di gara”. Siccome questo non è vero, si conferma che l’Antimafia è in realtà uno dei più grossi promotori della mafia – un onest’uomo legge le sue relazioni e dice: “Che ci sto a fare?”. Ben protetto, e anzi immunizzato (alcuni dei suoi presidenti e membri autorevoli sono stati e sono percettori dei voti mafiosi, non innocenti). Ma resta il dubbio: se è come dice l’Antimafia, tutte le imprese che hanno l’appalto dell’Anas per l’ammodernamento, le maggiori imprese nazionali, del Nord, sono allora della ‘ndrangheta.
Perché non si fa una storia dell’Antimafia?
Il Sud per i viaggiatori inglesi del secondo Settecento era il Sud della Francia, povero, sporco, in rovina. “Chambéry, la capitale della Savoia”, scrive il dottor Burney (“Viaggio musicale in Italia”), è una poverissima città, senza commercio, piena di fannulloni e mendicanti”. Nel “ricco vescovado” di Saint-Jean de Maurienne, ai piedi del Moncenisio, la cui ragguardevolissima rendita raggiunge le 22 mila sterline annue, “la gente vive allo stato quasi selvaggio: una sola camera basta a tutta la famiglia, compresi muli, asini, vacche e maiali” – oggi Saint-Jean de Maurienne è rinomata stazione di sci.
Anche in Italia, in tutto il Nord prealpino, il dottor Burney non trova che “polvere, sporcizia, ragnatele, pulci, cimici”. Tra Torino e Milano la campagna è infestata di “fuorilegge”, ladri assassini.
La Calabria è per Pasolini studioso della poesia dialettale (“Il Reame”, saggio del 1952 raccolto in “Passione e ideologia”), “isola anch’essa, come la Sardegna e la Corsica, tanto da avere con queste strette analogie geografiche e umane, e più isola della Sicilia”. Intuizione affascinante, che il poeta confina stranamente tra parentesi.
A conclusione delle cinque pagine che Pasolini dedica alla poesia dialettale in Calabria altre poche righe che valgono una storia della letteratura, e una storia civile e politica. Pasolini concorda con altri critici che la poesia dialettale calabrese è umanistica e borghese. “Ma”, spiega, “questa contaminazione col dialetto di tutta una cultura umanistica e borghese non è senza coerenza con tutta la Calabria: questa gentilezza, questa civiltà che lievitano ingenuamente i versi dei calabresi non sono essenzialmente diverse dalla gentilezza e dalla civiltà della più autentica poesia popolare; e forse bisognerà mettere tale fenomeno in relazione con l’italianizzazione recente della Calabria (in cui il greco dei Bizantini si era sovrapposto senza soluzione di continuità a quello antichissimo della Magna Grecia), per cui l’italiano importato in Calabria era già un italiano colto (e, inoltre, l’antico spirito “greco” sussisterebbe quale ideale struttura di questo dialetto recente): sì che non si danno nenie più vicine a quelle del Sannazzaro delle nenie cantate dalle madri calabresi”. Le nenie colte del latinista Sannazzaro.
Il resto delle cinque pagine è un’illustrazione del saggio di Corrado Alvaro, “L’anima del Calabrese”, che apriva il numero speciale del “Ponte”, la rivista fiorentina, sulla Calabria, settembre-ottobre 1950. Con una notazione anch’essa ancora vera, cioè nuova (naturalmente tra parentesi): l’anima del calabrese, dice Pasolini, “Alvaro delinea con eccezionale acume e umanità (meglio certo di quanto, in senso realistico, abbia fatto nel suo per altri versi importante Gente in Aspromonte)”. Sulla Calabria Pasolini ritorna, con altre cinque pagine, nel saggio sulla poesia popolare, dopo aver riscoperto, a Martano (Lecce) e Bova (Reggio Calabria) un canto grecanico quasi identico sul tema della bella e la pulce.
Sempre a margine, questa volta in nota, Pasolini osserva anche non c’è romanticismo nella passione meridionale, né pietismo nella bontà: “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fatto di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri romantici napoletani”.
Nello stesso libro, “Passione e ideologia”, Pasolini precisa in fine, recensendo nel 1957 Zanzotto: “Si sa che le aree marginali e le isole sono linguisticamente conservatrici”. E questa è la mancanza, che si sente così forte, della Calabria culta: non essere conservatrice come la sua lingua sarebbe. Non elaborare le radici, e quindi non vivere. Per legarsi invece saprofiticamente a Roma, a Milano, a ogni esperienza altra.
Suonatori dalla Calabria trova il dottor Burney nel 1770 a Napoli: “Poco prima del Natale suonatori girovaghi giungono a Napoli dalla Calabria: … cantano di solito accompagnati da una chitarra e da un violino, che non è appoggiato alla spalla ma tenuto in basso”.
Nessuno sa chi fossero, che fine abbiano fatto, che strumento fosse il violino tenuto basso, la storia (in Calabria) non esiste.
Tracce ampie lascia il dottor Burney: “Paisiello ha introdotto qualcuna di queste musiche nella sua opera comica che si sta ora rappresentando (“Le trame per amore”, n.d.r.). Piccinni mi promise di procurarmi alcune di queste appassionate melodie popolari”. Che quindi erano trascritte.
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