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giovedì 27 agosto 2009

Il letto di Putin rianima "Repubblica"

La tiratura di “Repubblica” il 26 agosto 2008, un martedì, era di 793 mila copie, quella del 26 agosto 2009, un mercoledì, è stata di 630 mila. Un tracollo. Ma anche un segno di ripresa, seppure modesto: “Repubblica” ritorna sopra le 500 mila copie vendute, dopo essere stata sotto, l’anno era cominciato molto male. Ad agosto 2008 “Repubblica” diffondeva, cioè vendeva, 580 mila copie in media ogni giorno, ad agosto 2009 un primo calcolo dà 518 mila. A giugno era peggio: un primo calcolo delle vendite dà 466 mila copie giornaliere, contro le 524 mila di un anno prima.
Oltre che di “Repubblica” si è anche arrestata tra luglio e agosto l’emorragia di vendite del “Corriere della sera”, benché meno grave. I due maggiori giornali tornano a crescere. Che erano quelli più colpiti dalla crisi di copie e pubblicità. Sono anche i giornali che con maggiore virulenza si sono buttati sulle disavventure matrimoniali e di letto di Berlusconi. E' una coincidenza, e forse una spiegazione.
Provvisoriamente è anzi questa l’unica spiegazione possibile del rebounding, della modesta ripresa: i giornali che fanno l’opinione pubblica in Italia hanno invertito il ciclo negativo in contemporanea con – se non a causa di - la campagna di letto contro Berlusconi. Prima con la "minorenne" Noemi, su dritta di Veronica Berlusconi e delle sue agguerrite pr. Poi con la stagionata D’Addario, su autodenuncia della stessa, documentata, specie sull’uso del “lettone di Putin”.
Il calo di vendite dei maggiori quotidiani è andato avanti per un paio d’anni. Coincidenti peraltro col governo di centro sinistra, per il quale i due giornali sono schierati. Il calo era diventato una frana a partire da marzo 2008, in coincidenza con la crisi politica del centro-sinistra. Per la disaffezione presumibile dei lettori ex democristiani, che non si sono sentiti tutelati dall’euforia pro Veltroni, e nell’incredibile affare Mastella.
Nel 2005 il “Corriere della sera” vendeva 682 mila copie quotidiane, “Repubblica” 630 mila.
Nel 2006 il “Corriere” era ancora a 680 mila, e “Repubblica” a 627 mila. Nel 2007 il calo è stato sensibile ma gestibile: per il “Corriere” a 661 mila copie, per “Repubblica” a 622 mila. Nel 2008 il crollo: il “Corriere” si ferma a 621 mila copie, “Repubblica” a 556 mila.
Il 2009 è cominciato peggio. Il primo quadrimestre ha registrato un ulteriore fortissimo calo per entrambi i quotidiani. Il “Corriere” è sceso da 647 mila copie vendute in media al giorno nel primo quadrimestre 2008 a 574 mila. “Repubblica” ha fatto peggio, da 610 mila a 508 mila. Ad aprile il quotidiano romano è sceso per la prima volta dopo diciotto anni sotto le 500 mila copie, 492 mila.
Sui mesi successivi non ci sono dati, neppure degli editori. Ma ragionando sulle tirature dichiarate, con una resa storica del 19 per cento della tiratura per il “Corriere” e del 21 per “Repubblica”, giugno è stato il mese peggiore per entrambi i quotidiani: “Repubblica” ha venduto 466 mila copie, il “Corriere” 524 mila. Era il mese del crollo elettorale del partito Democratico, che i due giornali sostengono. Ma anche i mesi precedenti non erano andati meglio: per il trimestre aprile-giugno 2009 si calcola una diffusione di appena 483 mila copie giornaliere per il quotidiano romano, contro le 549 mila di un anno prima, e di 531 mila per il quotidiano milanese, contro le 610 mila del secondo trimestre 2008.
Agosto segna, sempre ragionando sui dati della tiratura, una inversione di tendenza e forse di ciclo: 518 mila copie per il quotidiano romano, contro le 508 mila del primo quadrimestre, e le 466 mila di giugno. Mentre per il giornale milanese le vendite si aggirano sulle 586 mila copie giornaliere, non molte di più delle 574 mila del primo quadrimestre, ma con una decisa ripresa rispetto alle 526 mila di giugno. Già a luglio le vendite per il “Corriere” erano risalite a 572 mila copie.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (41)

Giuseppe Leuzzi

L’odio-di-sé-meridionale
Siamo sudditi. Primitivi, materiale per antropologi. Non abbiamo essere, né quindi diritto di parlare, se non come pentiti. Ma i nostri antropologi non sono Bateson, Malinowski, Mead, Leiris, Lévi-Strauss, Meillassoux, neppure Griaule con tutte le sue architetture. Sono Biagi, Bocca, Leoluca Orlando, e qualche gesuita ignorante.
Non ci sono gesuiti ignoranti, ma in Sicilia sì.

“Il sole nella questione meridionale” è trattatello di Antonio Altomonte sul “Caffè”, 1972, n. 2. Sulle condizioni climatiche che, come voleva Madame de Staël, influenzano i prodotti dello spirito, tra i quali la letteratura. “Di conseguenza”, diceva Madame, “non più una letteratura italiana, una francese, una russa, una inglese, eccetera, ma due grandi tipi di letteratura: una settentrionale e una meridionale”.
Altomonte ritrova l’argomento nel “Gattopardo”, in cui il principe del titolo spiega a Chevalley, l’uomo di Casa Savoia: “Sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste”.
Nel mezzo ci sono i viaggiatori stranieri tra Sette e Ottocento, per i quali tutto al Sud era classico e bello, anche i briganti: “Fu il tempo della gente del Sud amante del bello, cordiale, aperta d’animo, dalla fantasia accesa, come i colori del sole che lustrava abitati e arenili”, ricorda Altomonte. Poi venne l’unità, “e subito qualcosa cambia anche nel carattere degli abitanti delle regioni meridionali, che vengono descritti piccoli di statura, dal tratto arabo, nonché pigri, bugiardi, privi d’iniziativa”.
Ora, i meridionali stessi si ritengono tali. Magari dicono il contrario, ma lo pensano, specie la notte.

Paradiso e diavoli ricorrono già in una descrizione dell’Italia in versi di John Harvey, 1728, che Voltaire traduce nelle “Lettere inglesi”, pp. 125-129. Un poeta di cui si ricorda un’opera epica in sei volumi, “The Bruciad”, finita nel 1729 e pubblicata quarant’anni dopo, sugli eroismi di un Bruce di Caledonia, quando ancora Walter Scott non aveva creato il mito della Scozia, in difesa dei suoi diritti conculcati, “che gli Stuart, i Douglas, i Graemes e i Wallace” emulavano.

Ognuno è causa del suo male. Per buona parte del Sud, la Sicilia e la Calabria, prevale la cancellazione del sé. Complicata in Sicilia dalla storia – è il paese europeo con più storia – nonché dall’abbondanza delle testimonianze. Che non si possono celare, e dall’essere stata bene o male regno e vice-regno. La Calabria, latinizzata via Sicilia, segue la Sicilia in tutto, non solo nel linguaggio. Ma non avendo quel patrimonio, non ha altro che l’odio di sé. Non c’è mare in Calabria, non c’è montagna, non c’è olio, non ci sono arance, non c’è storia, non ci sono monumenti. Solo povera gente, sporcizia, prepotenza, corruzione.

Alvaro e l’odio-di-sé meridionale – 2
La Calabria c’è spesso nei primi articoli di Alvaro, corrispondente da Parigi del “Mondo” nel 1922, ma rifiutata. È un reperto.
In uno degli articoli Alvaro ha la “desolata sera meridionale sotto la cui stretta le città diventano più anguste e le lontananze in sormontabili”. Alvaro manzoneggia. La serata meridionale può essere più breve, più luminosa, più gemütlich. Rispetto alla serata settentrionale, ovvio. D’estate, poiché il racconto di Alvaro è estivo. È rischioso umanizzare il paesaggio e il firmamento, si fa ideologia. Alvaro ha anche, nello stesso elzeviro, “Usi e costumi”, una paginetta uscita sul “Mondo” l’11 gennaio 1925, una “storia meridionale di tranquille sopportazioni e di violente risoluzioni”. Quanto tranquille? Ne è sicuro?
Sempre sul “Mondo”, il 7 settembre 1923, c’è il testo più misterioso di Alvaro sul “ritorno”, che egli intitola “Ricordo della Calabria”. Denso di cose non dette: recriminazioni? dispetto? nostalgia? E di che? A volte siamo privati di un’origine, delle radici, non per colpa. Al paragrafo “Una civiltà che scompare” esordisce: “Il carattere primitivo e naturale, che era l’unico stile della Calabria, va scomparendo, senza trasformazioni”. Condannando la Calabria alla mancanza di storia. Non degli eventi, quelli non mancano mai, ma della memoria. La damnatio memoriae si praticava in antico quando moriva un tiranno: è la Calabria tirannica per Alvaro? Un’origine infetta.
Nello stesso articolo c’è un primo “ritorno in treno”, che si ritroverà in tanti racconti e negli articoli del postumo “Un treno nel Sud”. Il calabrese, si sa, deve viaggiare molto in treno su e giù per lo stivale. Questo è una celebrazione gioiosa di San Luca, un’eccezione.
San Luca è ovunque in Alvaro, perfino nella tragedia “Medea”. Ma avulso, un reperto perennemente senza contesto, i cui significati sono servili: abbandono, trascuratezza, violenza, asocialità.
Alvaro vi tornava raramente, e solo per un giorno, per salutare la mamma. Si dice che non voleva rischiare d’incontrare gli Stranges, da lui perfidamente dipinti in “Gente in Aspromonte”. Non per sentirsene minacciato, ma per un’oscura colpa.
Anche del padre, che ricorre in molti racconti, l’immagine è tra sbiadita e critica. Anche dove è più felice, nei campi fuori del paese. Che pure l’ha voluto “Alvaro”, fortissimamente: colto, scrittore, emigrato.

Pentiti
La spia s’inebria della violenza senza limiti (l’indiscrezione malevola, e le trappole, le calunnie, gli incidenti, perfino l’assassinio, l’attentato nelle forme più diverse) nel nome delle istituzioni, e dei valori più sacri, la libertà, la democrazia,. La patria (la nazione, l’indipendenza). È un piacere totale, e totalmente irresponsabile, alla portata di chiunque, sia esso abietto o imbecille. Senza regole anche: lo sbirro deve invece sottostare alle leggi.
Si estende nella figura del pentito: la delazione fa parte dell’arsenale spionistico.

8 gennaio 1996. Molti pentiti, venticinque, garantiscono che la mafia in Calabria è Gaicomo Mancini. Il giudice Verzera ci crede, col procuratore Pennini. Sono “giovani”, persone cioè che non hanno mai fatto nulla nella vita, e anche del genere fascisti di sinistra, che va di moda su “Repubblica” e per la carriera. Su “Repubblica” dove Scalfari ha conoscenza diretta e approfondita di Mancini.
Alcuni mafiosi, non altrettanto numerosi, hanno confidato a Caselli che la mafia è Andreotti. Caseli ci crede. Ma non è un cretino.

15 ottobre 1997. La famiglia Brusca al completo, tre figli e un padre, quattro animali con le zanne, che vuole dare Andreotti in pasto a Riina (in alternativa: vuole subentrare a Balduccio di Maggio nella posizione di Primo Pentito della Procura di Palermo), è uno sketch sublime. Che lascia perà imperturbabile il Procuratore vicario Lo Forte. Ma anche il suo capo Caselli. E i giornalisti, tanti, tutti, che fanno capo al Circolo della Giustizia palermitano. Si può anche pensare che il senso del ridicolo è scomparso in Italia. Ma ricordando che i mafiosi ne sono caratteristicamente sprovvisti.
Dieci anni fa Andreotti: la mafia nobilitata da Caselli
Sono dieci anni il 23 ottobre che Andreotti è stato assolto a Palermo dopo il lungo processo per mafia, avviato dal Procuratore Caselli. Un processo che ad altro non servì se non alla nobilitazione della mafia, per i best-seller di Biagi e Bocca. Nonché degli editori Rizzoli e Mondadori, si capisce che i loro giornali tengano Caselli in gran conto, il nobilitatore. Mettere Riina accanto a Andreotti è stato riconoscere alla mafia lustro intellettuale, potenza, capacità politica, capacità di governo. Nelle stesse questioni di giustizia, attraverso i pentiti, che sono in genere i killer, i mafiosi più ignoranti e feroci.
Quello che non era riuscito ai mafiosi in cento e più anni, e a cui essi sono anzi inetti, costruirsi una leggenda e un ruolo sociale, è stato il regalo di alcuni Procuratori della Repubblica. Preterintenzionale?

Un baraccone di processo, su e giù per l’Italia, frotte di avvocati, questurini, magistrati, cancellieri, giornalisti e pentiti in carovana. Davanti a un Tribunale che ascoltava visibilmente assente. E come avrebbe potuto occuparsene, di un processo con 120 mila fogli di accusa, cinque o seicento testi citati dall’accusa, e nessuna prova?

“Lei conferma”, chiese il sostituto Lo Forte a Di Maggio al momento clou del dibattimento, “l’incontro e il bacio tra Andreotti e Riina?”. “Sì”, fu la risposta. L’unica “prova”, dopo due anni di dibattimento, a carico di Andreotti. Sulla parola di un pentito cafone e pasticcione – che purtroppo era anche un confidente, probabilmente dei carabinieri.

leuzzi@antiit.eu

mercoledì 26 agosto 2009

Vent'anni fa si dislocava l'Italia

“Il mondo com’è” registrava vent’anni fa, il 26 agosto 1989, la fine degli Stati nazionali:
“Decentramento e autonomie, comunitarismo negli Usa, sussidiarietà a Bruxelles, si va verso il disfacimento dello Stato unitario, costruito con molti lutti nel corso di più secoli, in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in Russia, e sanzionato dalla Rivoluzione francese e da Napoleone. Sul presupposto che il valore politico supremo fosse l’unità – ex impero. I valori sono ora i diritti locali, i privilegi, le esclusioni.
È una deriva pericolosa, dice Maxime Rodinson intervistato per il giornale: “Ci si rinchiude in se stessi, come il racconto di quell’autore polacco che anticipava “La peste” di Camus: subentra la misantropia e l’egoismo”. È un tema di destra: Action Française, Daudet, movimenti nazionalistici regionali, fronti patriottici, il nazionalismo delle piccole patrie. Però, con quali argomenti! No alla leva. Dopo un secolo e mezzo, anzi due, possiamo liberarci dell’incubo della guerra necessaria, o guerra come condizione permanente, per tornare a Clausewitz. Fiscalità modulata, perché no (v. Scandinavia)? Scuola aperta, perché no? Purché lo Stato garantisca un livello minimo – sussidiarietà – a tutti.
Si dice la devoluzione necessaria anche per poter costruire l’Europa unita, e probabilmente è così. Il caso britannico della common law. Il comunitarismo sociale in America, fortissimo, e il decentramento della polizia, della magistratura, della politica, della politica industriale. I vecchi statuti locali mai abbandonati in Svizzera e in Germania: si comprende l’antimilitarismo e il pacifismo in questi paesi, che hanno radici molto più antiche della Schuldfrage –mentre lo Stato nazionale ha deciso che non poteva essere se non imperialista”.

La Dc governava a sangue freddo

Della storia che non si scrive: “Il mondo com’è” registrava venticinque anni fa, il 26 agosto 1984, il decisionismo democristiano.
“A differenza degli altri partiti, la Dc prende le decisioni in cold blood. Perché ha il potere e il senso del potere – una scacchiera enorme – e forse una visione. Sia pure il mantenimento del potere, cioè la capacità di catturare il consenso.
Gli altri partiti, che gestiscono solo chiacchiere, vi si perdono: ci credono. La Dc, che gestisce eventi drammatici, e alcuni anzi li provoca – il terrorismo, le stragi, le logge, i dossier, i processi artefatti, le feroci calunnie intestine – lo fa con freddezza. Natta si riterrà certamente superiore a Andreotti, ma dovendo immaginare un colloquio tra i due non c’è confronto: Andreotti sa a che cosa serve parlare con Natta, Natta no.
L’unico politico che la Dc mostra di temere è Craxi. Ma non farà mostra?”

martedì 25 agosto 2009

L'imputtanamento dell'opinione

La riedizione della biografia della moglie di Berlusconi, “venduta” agevolmente come anticipazione dalla Rizzoli Corriere della sera e dall’autrice Latella, confidente e addetto stampa della Berlusconi, al gruppo Murdoch in Inghilterra (“Times” e “Observer”), concorrente e nemico di Berlusconi marito, è ripresa così rafforzata (“l’ha detto il «Times»”) da “Repubblica”, “Spiegel”, “Huffington Post” e altri media. Si gonfia a questo modo una bomba che dovrebbe portare all’incapacitazione politica di Berlusconi marito. Nelle more di un divorzio e della divisione dell’asse ereditario tra i figli.
Il divorzio e le “parti” tra i figli sono un fatto privato, e della peggiore specie – roba cioè di consiglieri, consigliori, matrimonialisti, patrimonialisti. Che tuttavia fanno l’opinione pubblica. Si parte cioè dagli interessi della moglie di Berlusconi e dall’abilità della sua addetta stampa, e si arriva a una crisi politica. Peggio: si rafforzano gli interessi stessi della moglie, nonché quelli di Murdoch, che attraverso Sky distribuisce in Italia molte mance, “creando” una crisi politica.
È un modo singolare di formazione dell’opinione pubblica, e quindi di governo della politica, ma non isolato, e anzi caratteristico. Si arriva all’opinione attraverso mediazioni: dei soggetti coinvolti, i “dichiaranti”, e di fonti anonime, attraverso indiscrezioni, segreti, calunnie. Di soggetti cioè che non sono pubblici e, in teoria, non avrebbero parte all’opinione pubblica. Ma che nello stato attuale dell’informazione sono la parte sempre vincente. Nel presupposto che la parte denunciante rappresenti il dovere cosiddetto civico. Anche se torbida, e perfino quando è immorale.
Nel caso in questione, al centro dello scandalo privato-politico è una prostituta. Dichiarante questa non segreta né anonima, e anzi esibita. A differenza del Watergate, lo scandalo che è all’origine dello stato attuale dell’informazione, dove la “gola profonda” fu segreta, benché di vita proba. Ma i due scandali non sono diversi, la natura essendo la stessa, l’imputtanamento dell’opinione pubblica. D’Addario, a differenza dell’informatore del Watergate, non ha bisogno dell’anonimato perché la natura – la regola - della sua azione è quella stessa della sua professione.
Una natura – una regola - che spiega l’irrilevanza dell’opinione pubblica negli ultimi trentacinque anni, dopo il Watergate. Negli Stati, i pochi dove vanta una tradizione, in Europa e nel Nord America, e negli affari internazionali – qui soprattutto. Per il privilegio accordato al complotto nella storia. Che per sua natura si svilisce, il vero complotto è la dottrina del complotto. Si riduce cioè al pettegolezzo. Nel quale i rifiuti della storia sguazzano: le ragazze sceme, spregiudicate, prostituite, i procuratori dei processi estivi, i giornali di Murdoch che un tempo si sarebbero detti “gialli” o “scandalistici”, e perciò ininfluenti, gli interessi di potenti editori che governano la politica – il potere - gestendo impuniti lo scandalo.

Letture - 12

letterautore

Baudelaire - Il dandismo come forma attraente (presentabile) di misantropia. Per lui e per gli interlocutori: parenti, editori, direttori, amici, scrittori, artisti.

Céline – L’impuro del puro. La malvagità del buono, l’autore del roman communiste della Francia – così il “Viaggio” per il comitato di lettura Gallimard nel 1932.
Come i buoni sentimenti (l’odio della guerra, dei prepotenti, dei parolai, dei profittatori, dei furbi, delle consorterie , massoniche, ebraiche, degli ipocriti – i comunisti) possono degenerare in mostruosità. Non basta il buon motivo: le passioni vogliono essere temperate.
Che rapporto c’è fra il principio – la buona ragione – e la realtà, la storia? Perché ottimi fini possono degenerare in pessimi effetti? Per errore. Ma cosa porta all’errore? L’immaturità, o impreparazione: per superficialità, studi scarsi, aggressività. Ma si può essere impreparati, oltre che per difetto, per volerlo essere, perché si è scelta una via di non compromesso: intransigenza, radicalismo. Non c’è bene dunque se non nel compromesso, mediocre, senza eroi, impuro, non accettabile? E funzionale – a misura cioè della storia.

È la disperazione coerente. La coerenza non è il silenzio (lo è in uno dei personaggi del “Viaggio”, ma fa ridere), è la disperazione stessa, la distruzione. Céline, che vive la vita tragicamente, va fino ad autodistruggersi.
Porta anche alla disperazione: troppo conseguente moralmente, troppo abile scrittore.

È lo scrittore tragico del Novecento. Ha scritto un “Inferno”, l’infamia dell’universale. Si applica ai temi del genere epico (guerra, tradimento, amore, crudeltà), cioè alla morte, e la concelebra in tutte le sue forme, comprese quelle contemporanee dell’autodistruzione: l’abisso proprio e della Framcia, gli odi e gli scheletri nell’armadio del dopoguerra.
Ha la scrittura del secolo: interrogativa, ansiosa, violenta e trattenuta allo stesso tempo, indagatrice e assertiva – minacciosa. Ne narra, anche, le vicende: la prima guerra, i tradimenti intellettuali tra le due guerre, la seconda guerra, il collaborazionismo, le imposture del dopoguerra. Ha la sua buona parte di storia familiare, adolescenziale e atroce, della mamma in mancanza della zia, ma storicizzata e perfino sociologizzata, il muro intesse e ricama solido.

L’antisemitismo (Rodinson, Cattaneo, Yergin…) è parte della reazione romantica contro il capitalismo e la modernizzazione. In Céline no, è duro e refrattario: è parte dell’odio piccolo borghese, che Céline stesso ripetutamente narra, per ogni forma di potere, sia pure di facciata (carriera, modi di vita). Che è il substrato della società francese, al fondo di ogni sua crisi politica, e a metà degli anni Trenta si esprimeva nell’insultante “meglio Hitler che Léon Blum".
Céline è razzista. Ma non disprezza l’ebreo. Il suo disprezzo va all’“inferiore”, allo schiavo, all’africano incivile. L’ebreo lo odia. Se ricco, e per il senso di esclusione che genera.

L’odio dei massoni come quello degli ebrei. E l’odio della sinistra politica, del radicalsocialismo, come conseguenza dei due. Si resta sempre nel mal di pancia piccolo borghese, il complesso di esclusione. Seppure non senza fondamento: la massoneria nella Terza Repubblica è stata invasiva, e tipicamente elitistica (sono la Terza Repubblica e la scimmia italica che giustificano gli studi di Mosca, Pareto, Sorel). Ma c’è una causa specifica.
La leadership è più (ri)sentita se si basa su premesse intellettuali, di conoscenza, di fede, di etica. L’intelligenza è il bene che si presume più democratico. Non lo è, basandosi sull’istruzione, la tradizione, la tribù, ma ci gratifica con l’illusione di esserlo. Atteggiata in forme snobistiche perde il sapore ludico, e se si occupa di politica e fatti sociali, si manifesta come irritante irresponsabilità (Thomas Mann si irrita molto di più per molto meno con la famiglia ebraica della moglie in “Sangue velsungo”). Atteggiata in forma di circolo ristretto, è la negazione di se stessa.
È un don Chisciotte reale, quindi tragico. Un millenarista (catastrofista) da fine secolo – una categoria che viene posticipata, il secolo si conclude in genere con gli auguri. In “Morte a credito” l’ironia sulla tecnica che non decolla è la constatazione, amara, non compiaciuta, della “fine” del secolo.

La lingua asintattica vuole riprodurre ritmi esistenziali. Nel senso della vita vissuta, e della filosofia esistenziale.

Sembra il perfetto fascista, compreso il dispensario dei poveri. Del fascismo anche come rivalsa: Céline disprezza Laval e Pétain, odia i tedeschi (come li odia lui nessun “resistente” nella Parigi dell’Occupazione), ma è indispettito dei privilegi cui la democrazia fa da nido. Ne è invece l’opposto, il radicale antipolitico, comunque alieno dalla violenza. Ogni sfiato di Céline è classista. Anti privilegio: ricchezza, influenza, cordate. Tema tipico è il confronto, ogni paio di pagine, tra dame inguantate e impellicciate, o splendidamente nude, e “vecchie” mamme curve sull’uncinetto o prostitute, tra un mondo dorato e uno senz’aria. Contro il proustismo e il gidismo = contro il culo dilagante = contro l’establishment.
Ma tutto è establishment, tutto ciò che ha successo. Compresa la sinistra politica. Detto da tanto a sinistra da risultare di destra. Una sensibilità su questo punto talmente acuta da portare all’autoesclusione – Céline è “nato” con un premio Goncourt. Non è misantropia. O è la misantropia dei filantropi.

Erasmo – Non ha ancora un’edizione critica. Per essere rimasto cattolico.

Ermeneutica – Di Marx o della Bibbia o delle pandette, o dello stesso Heidegger, è ancillare e sterile. Serve a rafforzare il principio di autorità, dell’interprete contro il lettore cioè, e non rende neppure servizio a chi onora: costringe testi e autori alla ripetitività e all’insignificanza, li frantuma. È come dice Metodio di Olimpo nel “Simposio”: come i fuchi gira attorno alle foglie delle piante, invece che come l’ape intorno ai fiori e ai frutti.
È intollerabile. Bastano le diverse traduzioni della Bibbia, in ebraico, in greco, in latino, in italiano. E ora Marx, Obama, Andreotti…

Giustizia - È una delle passioni elementari, come la libertà, l’amore, l’odio. Difficile da enucleare e definire, se non intuitivamente, essendo nota a tutti nelle sue più riposte pieghe - la realtà che non è semplificabile in canoni, né normativi né conoscitivi. È stata già in antico materia di tragedia. E spiega il successo del giallo, genera popolare della stessa materia, la popolarizzazione degli stessi plot tragici. Per la sua diffusa latitanza.

Iconografia – Nell’arte “classica”, fino al Settecento, è meno ingenua di quanto sembri. Molto meno. È con l’arte contemporanea che il soggetto si banalizza - come tutto?

Libro - Diverso a ogni lettura, diverso dalle intenzioni dell’autore, è muto. Non argomenta in realtà, neanche il pamphlet, e non entra in contraddizione. È flessibile e muto.
È per questo dominio del lettore – il quale magari ci vorrebbe un messaggio netto, ma ormai è abituato a fantasizzare, anche se secondo certi canoni. In misura maggiore che ogni altra forma di comunicazione. In ragione della massa: il numero delle parole, la forma libro, cioè chiusa, la grafica, del testo e delle copertine (la vecchia Bur è un’altra lettura ce la nuova, anche se incornicia lo stesso testo).

letterautore@antiit.eu

giovedì 20 agosto 2009

Il giornale totalitario

Stamani mi sono alzato alle sei, quando mi sono svegliato. Avendo deciso da qualche tempo che è inutile tentare di riaddormentarsi, si finisce per poltrire tra pensieri cupi, che alzandosi invece si dissolvono. Ma alle otto ero nero. E senza che fosse successo nulla nelle due ore. Oh sì, alle sette apre il giornalaio, e alle otto avevo finito di leggere il giornale. Anzi, di rileggerlo. Con sgomento, come ora che sono le undici, e ho potuto conversare col barbiere, il macellaio, il vinaio, il fruttivendolo, di niente di speciale e anzi delle consuete trite banalità, ripetute, ripetitive, me ne rendo conto, che comunque però vedono la televisione, e non si censurano. Il giornale promette in grande la lista svizzera dei conti segreti. Con commento. Ma si tratta dei conti americani. Quelli milanesi sono dentro, in uno dei tanti articoli della cronaca cittadina, non fra i più importanti, anche se si calcolano in 40 miliardi (quaranta miliardi?). Milano merita la prima e una pagina perché progetta una divisa per i tassisti, naturalmente firmata. Una pagina dice la Sicilia milionaria col Superenalotto, perché s’intasca l’imposta erariale, una piccola parte. Un’altra dice Buccinasco feudo della ‘ndrangheta. Il che non può essere vero, e comunque, per un meridionale, tanta insistenza è odiosa. Una pagina è sulla potentissima figlia di Berlusconi. Una, come tutti i giorni, su cosa pensa e dice Mourinho – che per fortuna ha trovato in Lippi uno capace di mandarlo a fare in culo. Questo nel giornale più diffuso e stimato d’Italia.
Non c’è il gelato che non si scioglie. Nobilitato dall’Unione europea per essere un Ogm, e quindi un prodotto moderno, nonché della Unilever (Algida), che tutto può a Bruxelles. Il gelato che non si scioglie? Non ci sono le censure di Fernanda Pivano all’innamorato Pavese. Non c’è l’Ici al sette per mille in due terzi dei comuni italiani sulle seconde case – gli assessori sono voraci.
C’è un mondo di fuori che è putrido. Che dovrebbe essere il nostro mondo, la città, la società, la cultura, l’Italia che ci tiene in vita malgrado le eterne frasi fatte di sempre col barbiere e il macellaio. Ed è invece pregna di furbizia, faziosità, cretinismo, fino a scoppiarne.
Ho cambiato il giornale, lasciando quello nel quale sono cresciuto, la coscienza laica della nazione. Perché appunto si specializzava in cazzate, purché urticanti, un pugno nello stomaco, un calcio nei coglioni, eccetera. Ho preso questo, che tutto sommato è il giornale dei vescovi, a partire da quel bacchettone di Bazoli. Insomma, non c'è rimedio. Non alzarsi alle sei? Non leggere il giornale? Ma c’è un totalitarismo dell’informazione (dell’opinione pubblica, poveretta) contro cui è dovere civico opporre resistenza.
Poiché non è possibile fare i partigiani alla macchia, proviamo con gli appelli. Presidente Napolitano, lei che ha a cuore la libertà di stampa e del pensiero, spenda una parola buona col Lor Signori. Che ci facciano un giornale. Se non eccellente, che almeno non ci prenda in giro. Siamo nella società totalitaria dell’ipocrisia e l’idiozia, e lei ne è il Presidente. Si ribelli.

Il mondo com'è - 21

astolfo

Anticapitalismo – Quello di sinistra è ormai solo di destra – antimarxista: estetico, aristocratico, apocalittico, superomista. Identico anche il non detto: il disprezzo della libertà.

Capitalismo - È caduto con la crisi l’ultimo appiglio dello spirito protestante del capitalismo – che in Italia si attribuisce a Max Weber. Si sapeva che il capitalismo è stato cattolico, e ebraico, prima e dopo la Riforma. Dove l’indagine di Weber poteva verificarsi è nel fatto che il capitalismo moderno, che è la democrazia liberale, si realizza correttamente, e forse al meglio di se stesso, là dove c’è un pluralismo sociale reale, cioè un concorso d’interessi. Questo avveniva nelle società protestanti: Usa, Regno Unito, Scandinavia. In Francia e in Italia, e nella stessa Germania, a metà cattolica, a metà pietista, il capitale non è libero – regolato cioè da leggi uguali per tutti – ma è sanzionato dal potere politico: è il governo e non la legge che decide se una azienda va protetta oppure no, e perfino se va fatta fallire oppure no. Ora questa differenza, se mai c’è stata, non c’è più.

Lavoro - È aristocrazia. Solo con l’applicazione si realizza il bello-e-buono. Anche attraverso la pause, certo – il tempo è fatto di pause. Se non si costruisce non si è.
Il borghese fallisce quando accumula per non più lavorare – per non accumulare: i figli disappetenti e tutti coloro che vivono di rendita. I borghesi di Zola possono essere così sordidi solo perché vivono di rendita, o quelli di Gadda, ancorché elemosinata. Compresi i figli che s’immaginano la rivoluzione, sempre per disappetenza, mangiandosi svogliati le consonanti.

Medio Evo - È il minimo comune denominatore europeo, il punto in cui i barbari, slavi, tedeschi, britanni, vichinghi, si sono messi alla pari con i civili. Tra il prima imperiale e il dopo rinascimentale – durato fino a tutto l’Ottocento, la rivolta dei barbari è il Novecento.
È il Medio Evo del bruto feudatario e del fabbro. Non di altri mestieri che, per esempio il muratore, avrebbero perpetuato l’antica divisione tra barbari e civili. Per non parlare dei mestieri riflessivi, come il ciabattino – per il quale bisogna portare le scarpe.

Novecento – È, in Europa, i barbari al potere. Fino a tutto l’Ottocento i barbari, slavi, tedeschi, vichinghi, integrati in qualche modo nella civiltà nei lunghi secoli del Medio Evo, hanno cercato d’imparare anche il Rinascimento, con qualche difficoltà. Il corso è durato quattro secoli, fino a fine Ottocento, quando hanno pensato di avere imparato abbastanza.

Occidente – Lo distingue la condizione della donna, e dei diritti umani in genere, così si dice. No, lo distingue l’amore, la metafisica dell’amore. Che non c’è nelle altre culture, in africa o nell’islam, tra gli Aztechi o i Maya, in Cina, in Giappone, in India - c’è arrivato nel Settecento, con la Monaca portoghese, è di diritto comune dagli anni 1930, col cinema.

Pedagogia – È la scienza umana in più grande richiesta, proprio mentre, o perché, la sua istituzione specifica, la scuola, perde identità e si demoralizza. Le masse di turisti che pendono dalle labbra di ciceroni improvvisati, le masse che bevono reverenzialmente la tv (“l’ha detto la tv”), le masse acculturate delle visite guidate, per le quali i musei si sono riorganizzati in funzione didascalica e semplificata.
La crisi della scuola ne è una causa, più che un effetto: non c’è nessun orgoglio nell’aver fatto una buona scuola (un tempo si vantava anche una semplice licenza elementare: “Ho fatto un’ottima quinta”), mentre c’è di qualsiasi viaggio o gita fuori porta. Mancando di criteri di giudizio, naturalmente ci si accontenta di assicurazioni: “il più antico”, “il più grande”, “il più ricco” eccetera. La rassicurazione è la chiave di questo bisogno di pedagogia. Non è una domanda di cultura – d’intelligenza critica – ma di sicurezza. Così è vissuta la storia, come un altro evento dell’attualità. I cui elementi di lettura devono essere semplificati: rassicuranti e inadeguati. L’Occidente si è messo al passo della civilisation americana, in non molto tempo, trenta, forse quaranta, anni. Di masse inacculturate, che tuttavia ritengono proprie la cultura greca e quella romana, e l’opera omnia di Bach, e se ne appropriano attraverso il criterio pseudo-agonistico del “più”. Sono così contenti, e oltre non vanno. È la “vecchia” civiltà di massa, di cui si temeva l’avvento e che ci ha già seppelliti.

Psicanalisi – Fa della liberazione una prigione a vita: l’analizzato-ando non ascolta più, e forse non sente, imbozzolato nel suo sé liberato-ando. Nell’informe, irrealizzato e irrealizzabile concetto del sé, e del sé “realizzato”. Parola che non ha nemmeno un senso. Eh sì, l’analista agisce proprio come il quaresimalista sulle beghine – solo al rovescio, prospettando la salvezza attraverso l’affermazione invece che attraverso la rinuncia.

Nata per curare l’isteria, avrà indotto la depressione. Altra malattia incerta, ma sicuramente di massa e indotta, che comunque si cura solo chimicamente. L’analisi, che non sa curarla, non l’avrà idotta, anche nei non pazienti? La induce indirettamente, per il tipo di liberazione che prospetta.

Sarà stato detto che è una forma di preghiera, sebbene al dio sconosciuto. Non è infatti una confessione, è un’iterazione liturgica. Come il pep talk, è ripetitiva e ossessiva. E a carattere sadomaso invece che autocompassionevole. Cioè, l’autocompassione è volersi puniti. Anche per il peso che vi ha il sesso – o non sarà l’antisesso?

Pubblicità - È autoreferente, giustamente creatrice di miti. Si è indotti a credere alla propaganda, per quanto sfrontata, non per la sua superiore razionalità (subconscio, sublimine, eccetera, troppo sub) ma per la sua modalità ripetitiva. E alla fine non ci sono limiti: si compra, e si apprezza, l’inesistente, si crede a tutto, anche non credendo, si elimina l’avverso-ario.

Rivoluzione – È tornare allo stesso posto, e dunque? In greco, attesta Savinio, è kìnema, cinema.
Socialismo – Non è stata una buona idea legarlo all’economia. L’economia ha un peso e un’estensione enorme nel benessere. Ma non da ora, da qualche millennio, diciamo all’inizio dell’era romana. Da ora, diciamo da un paio di secoli, domina il mondo (sicurezza, stabilità, equilibrio, voglia di vivere, socievolezza), l’uomo, la personalità. E questo è male. È una mutilazione del potenziale mano. E una strada senza sbocco, anche se non intravede un’altra, per un periodo presumibilmente ancora lungo. Se il socialismo non è che economico, è impossibile. Gioca al gioco della ricchezza, che in questo suo essere economica, di commerci, profitti, proprietà, sembra debole, e invece fa il suo gioco, per quanto limitato e frustrante.

astolfo@antiit.eu

mercoledì 19 agosto 2009

Ombre - 25

General Motors si tiene Opel. Ora che il gruppo è fuori dall’amministrazione controllata, e il mercato europeo mostra segni di ripresa, la vendita farsa che questo sito spiegava il 28 maggio non ha più ragione di continuare. Se non per le settimane che servono ad Angela Merkel a vincere le elezioni, avendo salvato il secondo manifattore nazionale di auto, e a metterci dentro ancora qualche miliardo.
L’esito è anche giusto: che sarebbe Gm senza il mercato europeo? E irrilevante. Non fosse per il provincialismo che sempre alligna a Torino. Marchionne per la verità s’è defilato, deve avere capito di che si trattava già a maggio, alla cosidetta asta, con inverosimili concorrenti russi e canadesi - per il secondo o terzo maggiore gruppo automobilistico europeo. Ma Montezemolo e i suoi non ci risparmiano ogni giorno la loro disponibilità a comprare Opel.
Questo pone anche il quesito se Marchionne a Torino non sia uccello raro. Un’eccezione, e forse un caso.

Si dicono le peggiori porcate dell’Avvocato Agnelli, a opera dei legali della figlia e della figlia - unica, più o meno, prediletta. Nessuno che dica che la figlia è quella che è. O almeno che testimoni che l’Avvocato, che tanti ha beneficato, non era un ladro e un evasore fiscale. Montezemolo, Galateri, un ex manager qualsiasi della Fiat o di Ifil, un ex direttore del “Corriere”? Il nipote John Elkann, a cui ha lasciato tutto?

Calano tutti i consumi, aumentano le spese per il telefonino. L’italiano dunque è un ansioso, che digita in continuazione per sapere chi lo ha o non lo ha chiamato. E un chiacchierone, del genere diarroico: uno che spende per dire l sue minute occorrenze.

Non si gioca più da tempo al totocalcio, dove ci sono sempre molti vincitori. E sempre meno alle Lotterie, che anch’esse hanno vincitori sicuri. Si gioca al Gratta e Vinci e al Superenalotto, dove qualcuno di tanto in tanto vince, ora addirittura una cifra stratosferica. Cioè si gioca per giocare, non più per bisogno.

Fuochi d’artificio in Borsa su M&C. Cioè sul nulla. Non fosse la sigla una creazione di Carlo De Benedetti, di cui è l’ultimo (?) marchingegno finanziario. Come già la Cartiera d’Ascoli, Cdb WebTech, e altre scatole vuote. Quale sarà il segreto per cui quest’uomo poi fa la morale alla politica e all’economia dell’Italia? Osannato dagli stessi - su tutti Scalfari, ma s’immaginano dietro di lui tanti convinti investitori - cui ha preso tutto.

Don Gelmini festeggia Ferragosto nell’Aspromonte, terra come si sa di banditi e latitanti. Ma non si nasconde, anzi convoca i giornalisti per dire: “Hanno cercato di farmi del male perché spno vicino a Berlusconi”. E magari è vero. Il prete è accusato di pedofilia, ma da gente un po’ adulta, e come è normale nel suo ambiente un po’ bugiarda.

Su uno stock di 280 mila libri in inglese a prezzi dimezzati, una libreria online ha 70 mila titoli di biografie e autobiografie. Il genere dunque più venduto, dopo il religioso: i padri pellegrini amano confessarsi.

La Corte di Cassazione stabilisce che un marito islamico non ha diritto di picchiare la moglie perché “la fede islamica, ove pure non sancisca la aprità dei sessi nel rapporto coniugale, tuttavia non autorizza i maltrattamenti da parte del marito”. La Corte di Cassazione italiana, non quella di Timbuctù. Non perché la legge italiana non autorizza i maltrattamenti, ma per l’autorità della “fede islamica”.
Un giudice di Cassazione è pagato come un deputato, ma non è amovibile.

A Reggio Calabria il congresso del partito Democratico si prepara tra il segretario del partito Strangio e il Democratico Riformista (franceschiniano?) Naccari con accuse reciproche di arricchimento illecito. Naccari accusa Strangio di circolare in Jaguar, che è vero, Strangio accusa Naccari di girare per la città in “Suv superaccessoriato” Bmw X5, che è vero.

Le scuderie inglesi dicono no alla Ferrari per schierare Schumacher al posto di Massa, dopo il terribile incidente di quest’ultimo. È questo lo spirito sportivo inglese, la perfidia. Non è una novità, e forse per questo i perfidi giornali italiani omettono di segnalarla.
Come al solito, le scuderie inglesi dicono che la colpa è della Ferrari, che non avrebbe consentito a una di loro di schierare un terzo pilota. Trascurando di dire che non c’era stato nessun incidente ai piloti titolari.

Per il “Corriere della sera” Maria Teresa Meli, giornalista in bicicletta, intervista seduta Emiliano. Il sindaco di Bari, magistrato, che ha vinto la conferma con l’aiuto determinante del procuratore Scelsi, suo collega, dice che i magistrati della Dda (lo stesso Scelsi, n.d.r.) non sono competenti in materia di sanità. Sì, evidentemente, in materia di buoncostume, che gli ha valso infine la riconferma.

Per la verità, il “Corriere” premette che Emiliano è stato “rieletto alla grande per la seconda volta (per farla breve, uno dei pochi del centrosinistra che alle ultime elezioni ha vinto)”. Mentre invece è stato costretto al ballottaggio, e lo ha vinto solo in grazia della D’Addario, che Scelsi aveva in serbo.

Lo stesso Emiliano, beneficiato da D’Alema, che gli ha rifatto la città in cinque anni, anche se ciò malgrado lui stava per perdere la conferma alle elezioni, si lamenta che ci sono troppi dalemiani in giro per la Puglia. Si può dire tutto, anche al maggior giornale italiano, coscienza della nazione. Del resto, lo stesso (ex) patrono di Emiliano pare si compiaccia di far sapere che lui va in barca con il comandante della Finanza Poletti, che è anche il numero due dei servizi segreti. Come a dire: stateve accuorti!

Super Campanile d'America

Questo Bradbury è un Super Campanile, uno che si crede – creduto. E viaggia a Parigi con l’autista - seppure continuando a situare i Medici a Venezia. Ricordato da tutti i fidanzati, boy friend e amanti delle figlie, che con lui mantengono i rapporti, uomo oltre che autore felice. L’appendice a “Tangerine”, intitolata “Metafore, la colazione dei campioni”, ne è la prova. Fuor di metafora.
È vero che la letteratura è i suoi critici. Compresi gli editori e gli apparati industriali. "One more for the Road" che dà il titolo originale alla raccolta di "Tangerine", è anche un racconto ermeneutico, se il genere esiste o è da creare, quindi unico, "il primo e più lungo romanzo interstatale". Prima e più di "Sulla strada" naturalmente.
Ray Bradbury, Tangerine
Ray Bradbury, Paese d’ottobre

domenica 16 agosto 2009

L'assonante Scialoja allitterato

Il titolo “Versi del senso perso” è di Scialoja e sembra tradire lo spirito delle sue poesie. Ma ne sottolinea invece il senso recondito, perso come vago e nuovo - sono i giochi di parole a cui forse pensava Wittgenstein quando voleva rifondare il linguaggio. Il libro è del 1989, e raccoglie i sei libri di poesia pubblicati da Scialoja dal 1971, a quasi sessant’anni, al 1985, con le poesie scritte dal 1961 al 1980: sono titoli, poesie e, nelle edizioni originali, illustrazioni: “Amato topino caro”, “Una vespa, che spavento!”, “La stanza la stizza l’astuzia”, “Ghiro ghiro tonto”, “La mela di Amleto”, “Tre lievi levrieri”. Scialoja si diverte con le assonanze insistite, le allitterazioni, una girandola di anagrammi, l’assortimento del rimario, che è incongruo e non lo è, e calchi di versi noti, letteralmente vi sprofonda. Generando, seppure solitario, il nonsense e il limerick italiano, come Calvino al solito dice giusto già per la prima raccolta. Un limerick libero, non nella metrica – che oggi non si rispetta peraltro neppure in inglese, le regole ritmiche e quantitative - ma sì nello spirito: gli stessi temi, gli stessi riferimenti (geografici, zoologici, storici), lo stesso senso musicale, nella svagatezza. Ne è esemplare il più celebre, anche se rispetta le regole del genere: “Il sogno segreto\ dei corvi d’Orvieto\ è mettere a morte\ i corvi di Orte”.
Ma è una forma che resta in italiano infantile, una forma di dialogo con i bambini e di rappresentazione liberamente fantastica del mondo. Come per l’autore classico per bambini del dopoguerra, Gianni Rodari. I versi più tardi, nella raccolta “La mela di Amleto”, sono allucinati.
Toti Scialoja, Versi del senso perso, Einaudi, pp. 285, € 14,50

Il Sud è com'era

Trentasei comuni della Piana di Gioia Tauro visitati in un mese e mezzo, due. Sei mesi dopo il terremoto del 1908. Con la rilevazione di una ventina di indici diversi, istruzione, sanità, fisco, amministrazione pubblica. A opera di un vicentino, Malvezzi, e di un piemontese, Zanotti-Bianco. Un lavoro non preciso, s’immagina, benché dettagliato. E tuttavia la ristampa dopo un secolo – le “Note” sono uscite nel 1910 - sembra di un libro attuale.
L’incuria è forte. La religiosità pure, con grande sperpero di denaro per le feste religiose. Il latifondo, ce occupa gli storici calabresi, vi è sconosciuto: “La proprietà vi è fazionata oltre ogni credere”. I luoghi sono feraci, di olio, di vino, di ortaggi, ricchi di350 frantoi: “La Piana di Gioia, che si estende dalla marina fin dentro l’Aspromonte, è uno dei più incantevoli paesi d’Italia”. Lo Stato non c’è – c’è ma è come se non ci fosse. E il ceto politico: “Ricordo”, scrive Zanotti-Bianco, “con che senso di meraviglia un deputato raccoglieva da noi informazioni sui paesi più abbandonati del suo collegio”.
Bene, non è cambiato nulla. Cioè male. Dei 33 comuni di cui i due studiosi hanno indagato i bilanci, l’80 per cento delle entrate era dato dalla sovrimposta sui terreni e i fabbricati, uguale per tutti, a prescindere dal reddito complessivo dei soggetti, e dai dazi al consumo, l’Iva di oggi, in aggiunta alla patrimoniale e ai dazi del governo. Il contributo del governo non arrivava al 5 per cento del bilancio dei comuni. Imposta e sovrimposta sui terreni erano quelle di quarant’anni prima, quando il vino valeva il doppio, e i vigneti non erano stati colpiti dalla filossera, e l’olio tre volte il prezzo corrente.
I sussidi dello Stato sono indirizzati alla scuola. Ma sono una miseria: i Comuni spendono per la scuola un quinto delle entrate, lo Stato contribuisce per appena un sesto della spesa. “Interamente privo di sussidi governativi è il settore sanitario”. Niente anche ai lavori pubblici. Edifici scolastici compresi. Neppure dopo il terremoto.
Il divisionismo
Opera d’insolita intelligenza anche fuori della statistica, là dove affronta la futura storia delle mentalità, con la “personalità dei paesi” di Rodenbach: ogni paese “ha, si può dire, uno «stato d’animo» che lento s’insinua, che non sentito s’inocula in ci lo vive e lo soffre”. Uno Squillace “studioso della questione meridionale”esperto del Meridione si segnala con questa citazione da antologia: “La ragione prima della lentissima evoluzione della Calabria va ricercata in certe passate condizioni di fatto che hanno formato quello spirito di individualismo che pirta non al separatismo, a cui nessuno pensa, ma al divisionismo; cioè alla mania di appartarsi ognuno per sé, contento di un ideale ristretto qual’è quello della propria famiglia o del proprio villaggio, e che porta, per immediata e necessaria conseguenza, il concetto esagerato della propria individualità. La solidarietà sociale è in Calabria un’idea inconcepibile, e la cooperazione delle forze un fatto finora quasi impossibile. Questo divisionismo, alla sua volta, non è che l’effetto dello stato di profonda ignoranza che rappresenta non solo un ostacolo passivo ma una forza attiva che agisce contro il progresso”. E quanto attiva…
La storia certo può cambiare. Gerace, che i pochi anni di deputazione di Vittorio Sgarbi hanno mutato in città di arte e storia, è ricordata da Malvezzi e Zanotti-Bianco per “le grotte trogloditiche”. Fra un secolo ci sarà magari uno Sgarbi per tutto l’Aspromonte occidentale, che pure è tanto ricco.
Giovanni Malvezzi, Umberto Zanotti-Bianco, L’Aspromonte occidentale, Nuove Edizioni Barbaro, pp. 180, € 12

venerdì 14 agosto 2009

Secondi pensieri (30)

zeulig

Amore - È giovane. Non è più vecchio di Ero e Leandro. L’amore-passione poi è giovanissimo.

È occidentale – non c’è nelle altre culture, non prima del cinema, anni 1930. Ma è follia e non raziocinio. Addolcisce tutto, anche il matrimonio. E tuttavia è tema principe, sempre in Occidente, dove è nato ed è confinato, sotto la specie delle disgrazie dell’amore. Ogni amore è portatore di disgrazie senza fine: maledizioni, minacce, figli perduti o nascosti, ricatti, tradimenti, castrazioni, depressioni, assassinii. Non è legato al piacere, com’è nei presupposti. O allora a quel particolare piacere che è sofferenza: è l’amore masochista?

Creazione - È propria dell’uomo: la natura evolve, l'uomo crea, anche interrompendo e rovesciando dei flussi naturali.
C'è un creazionismo, antinaturale.

Deserto – Uno vi è sempre al centro.

Dio - Un dittatore. Se pure Cristo, il suo figliolo, ha dovuto mandarlo più volte a quel paese. La bestemmia è certo peccato grave, si capisce che Cristo abbia dovuto pagarlo con la croce, ma non ha più colpa chi incita e quasi obbliga alla bestemmia?

Libertà - È solo a Dio che possiamo farne capo – il Grande Inquisitore si sbaglia: non all’orgoglio (diavolo), non a un errore. Talmente è vasta e aperta, come orizzonte, e delicata nei suoi bilanciamenti, mobile, vivida.
È il miracolo, nella legge dell’universo che vuole l’implosione e il declino, nell’entropia universale: ecco perché non si giustifica e non si spiega. La libertà non viene dalla ragione, è energia.

Metafisica – Si occupa della morte. Riflette sull’essere perché è ossessionata dal non essere, per queto è triste.

Mito – Ne abbiamo bisogno, noi contemporanei, non per alleviare l’esistentema per riempirlo. Il nostro esistente p un Ersatz, e come tale ha bisogno continuamente d’inverarsi, attraverso le moderne litografie, cioè la pubblicità e la propaganda.
È anche semplice, essendo autoreferente, crescendo a valanga: basta mettere in gira la prima “voce”.

Natura - È totalitaria, tale che nessuna difesa è possibile – ci si può difendere da Dio, dalla natura no.

Nulla - È, come lo zero, concettualizzabile e inesistente. È, come lo zero, servile.

Onni – Non vuole dire niente, i concetti totalitari sono contradittori: se manca il limite manca il senso, si svuota il concetto della sua misura, l’infinito della storia, l’eternità del tempo, l’onnipotenza della libertà, e la libertà delle necessità, l’onniscienza dell’ignoranza, il destino della mancanza.
Concettualmente il paradosso è evidente. E ontologicamente? Nella realtà sociale non si danno fenomeni totalitari – se non quelli, insufficienti, della scienza politica. E in quella fisica? Nel moto (perpetuo), la forza, la materia, qual è il peso dell’opposto?

Realtà - È enigmatica, non essendo semplificabile per canoni, né normativi e neppure conoscitivi. L’irriducibilità all’astrazione – e alla classificazione – si può dire suo segno di riconoscimento, e sua qualità o assenza.
Non è umana. Non è cioè né ragionativa né poetica. Il mondo è confuso e violento, e subdolo. Compresa la natura degli uomini, gli istinti cioè e i percorsi mentali, che incontrollati derivano al male.

Religione – Rientra nell’estetica, è forma superiore (astratta) di arte. La “più” sublime, certo.

Silenzio – Separa, ma può essere una forma di attenzione. Si a scolta con attenzione. E anche le cose tacciono quando sono presenti.

Solitudine - È uno stato ricercato e non naturale: l’uomo nella natura non è mai stato isolato. Per forza di cose biologicamente, ma anche socialmente: si va in gregge.Può essere una ricerca acquisitiva, una scelta di volontà. Oppure diminutiva, un lasciarsi andare.

zeulig@antiit.eu

La Rai ha torto, e non vi diciamo perché

I tre giornali nazionali attaccano la Rai, in servizi di contorno, commenti, e interrogativi retorici, perché ha deciso di lasciare la piattaforma Sky per una sua propria, sia pure con Mediaset. Senza timore di schierare in questa crociata pro Sky perfino il presidente della Repubblica – che peraltro si lascia schierare. Ma soprattutto senza aver mai spiegato che c’è da tempo questo progetto. Che il mercato della tv a pagamento è molto cresciuto. Che il digitale terrestre allarga molto l’offerta d’informazione, segmentata per settori specifici d’interesse, e quindi il mercato pubblicitario ai vari settori legato. E che la Rai, come certo Mediaset, non vuole, e non dovrebbe, lasciare questi mercati a Sky.
È una battaglia di idee? Si può pensare la campagna anti Rai parte della campagna politica contro Berlusconi, padrone di Mediaset. Ma anche Murdoch, padrone di Sky, non è affarista di poco pelo. Sky è in una situazione di monopolio, alla quale è solo giusto, e anzi meritevole, creare un’alternativa, specie di prezzo, dov’è l’idea dei suoi paladini? È disonestà professionale, di giornalisti e commentatori tv cui Sky furbamente ha assicurato convenienti vetrine? Forse. Ma è soprattutto l’inutilità del giornalismo, ai fini dell’opinione pubblica. Come già per i famosi referendum contro le tv private. Il giornalismo è purtroppo parte attiva, e non vittima, del vuoto politico nel quale i suoi padroni tengono l’Italia.

mercoledì 12 agosto 2009

L'estate della guerra al Sud

È attacco concentrico al Sud, sul salario, la sanità, la scuola, la lingua. Senza alcuna provocazione da parte del Sud. Neppure sul gelato per dire, che al Sud indubbiamente sanno fare meglio. O sul mare, che al Sud è veramente trasparente. Da parte degli stessi giornali che polemizzano sulle scarse o mancate celebrazioni dell’unità. È un’aggressione, costante, sfrontata. In particolare del “Corriere della sera”, col suo nuovo lombardissimo gruppo dirigente, e l’intollerabile Stella. Anche Alfano, l’unico ministro meridionale in questo governo, non sta bene, e anzi, essendo siciliano, è più o meno mafioso. Mentre il Cavalier Vaselina molto milanesamente promette Enti e Miliardi di carta, quei due minuti del suo lungo anno che ritiene di dedicare al Sud.
Sono due settimane ormai, ma non si stancano di produrre indici, Invalsi, Pisa, Pirls (non è uno scherzo), per dimostrare che al Nord i ragazzi sono più intelligenti, dotti e bravi scrittori dei ragazzi del Sud. Non hanno avuto requie dacché il Sud ha avuto più promossi che il Nord. Senza mai spiegare che gli indici sono creazioni di menti malate, che ai loro presunti automatismi hanno ottenuto di legare i finanziamenti alla scuola. Le gabbie salariali ci sono già, da venti e trenta anni, ma per questi nuovi crociati della purezza settentrionale naturalmente non bastano. Gli insegnanti meridionali, come gli infermieri, da un ventennio graziano il Nord, perché lo stipendio non basta a pagarsi una camera d’affitto – eh sì, Milano costa più di Palermo. Ma ciò non basta agli ipocritoni, vogliono l’esame di dialetto per escluderli del tutto. La sanità pubblica costa a Milano il doppio che in Calabria, pro capite, ma piano sanitario è in deficit per colpa della Calabria – dove oltretutto gli aventi diritto sono pochi.
Non è la vittoria del leghismo, la Lega ha già stravinto da quindici anni, col suo 25,5 per cento del voto nel 1996 in Lombardia (il 21,6 nel 2008), e il 29,3 nel Veneto (27,1 nel 2008). È il nuovo oltranzismo confessionale, alla Bazoli, che governa Milano ora anche al “Corriere della sera”. Che si nega, contrariamente a Bossi, perché i preti sono sempre ipocriti, ma colpisce basso. L’onesto Galli della Loggia, che sul “Corriere” si chiede spesso come celebrare l’unità d’Italia, avrebbe ben da lavorare, se solo riflettesse alle troppe furbate del Risorgimento, che Milano ha solo il torto di evidenziare dopo l’ipocrisia piemontese. Lo stesso l’inqualificabile ceto politico meridionale, Bassolino, Lombardo, che non sa che bisogna fare invece che annunciare, o peggio minacciare, la prima cosa che impara un politico.

Nasce greca l'Italia nel Trecento

Ristampa del libro seminale di buona parte degli studi sul Rinascimento di Giovanni Gentile, specie di quelli su Petrarca e Platone. Benemerita, benché mancante di ogni riferimento all’autore, uno scrittore di storia locale dalla solidissima erudizione. Il testo, uscito a stampa nel 1888, è come se fosse attuale, per lo stato delle ricerche, non più avanzate. Mandalari rintraccia l’opera cospicua di Barlaam, monaco calabrese del Trecento, basiliano, morto vescovo di Gerace nel 1348, nelle maggiori biblioteche europee. E ne proietta la figura sulla cultura italiana che si formava nel Trecento, la filosofia con Petrarca, la lingua con Boccaccio, e l’arte. Nel presupposto – la cui promettente fecondità è ancora da esplorare – che le radici siano greche, classiche e bizantine, più che latine.
Giannantonio Mandalari, Fra Barlamo calabrese – maestro del Petrarca, Nuove Edizioni Barbaro, pp. 128, € 8

lunedì 10 agosto 2009

Problemi di base - 16

spock

Perché il presidente Napolitano non ci dice chi ha messo le bombe, dal 1969?

Sono le bombe che hanno portato al terrorismo? O che altro? Chi?

Che fa Dio in cielo, tutto il giorno?

L’eternità è contro la creazione, si sa. Ma che eternità è se tutti muoiono? Non sarà anche Dio un pentito?

Che fine ha fatto Zappadu? Ha finito le fotografie?

È vero che la Finanza ha fatto un accertamento alle Bahamas a Zappadu, o sono le isole Cayman, come a Agostino Rossi?

E chi è Zappadu?

Perché il presidente Napolitano vuole vedere la Rai su Sky?

Il bus 56 mi è antipatico perché è antipatico? O è antipatico perché mi è antipatico?

spock@antiit.eu

Il mondo com'è - 20

astolfo

Anversa – La “nouvelle Carthage” di Georges Eekhoud, per industria e capitali. I cui quartieri si chiamano la Fabrique, la Bourse. “Anseatici fastosi” dice Eckhoud, “che si recavano alla Cattedrale o alla Borsa preceduti da suonatori di piffero e di violino”. L’orgoglio della borghesia portato all’ostentazione.
Non protestante.

Autocritica – La facevano i comunisti. Ma era d’obbligo per gli antichi egizi quando avevano ammazzato, per esempio una pulce o un serpente. Gli egizi avevano una coscienza ecologica.

Biedermeier - In Italia viene imposto dopo l’unità, in controtendenza e fuori epoca. Fa da Ersatz alla vera e propria borghesia, quella intraprendente e liberale, che i Savoia temevano.

Indizio - È il sintomo. E ne ha l’ambiguità. Nei tribunali come nei romanzi gialli, e ora nella storia. L’opinione ricevuta ne fa elemento di colpevolezza in sé, per un rilievo o una causalità che esso conterrebbe e invece gli viene attribuito. Per convenienza dallo storico, per pigrizia e animosità dall’investigatore e dal giudice. Lo stesso indizio può avere significati diversi, invece, e perfino opposti.
I gialli sono più onesti: l’investigatore vi opera come il medico di un tempo, il quale, senza l’ausilio degli accertamenti diagnostici, suppliva con l’occhio clinico: sceglieva un indizio-sintomo e su quello organizzava la terapia, l’analogo del giudizio ma temporaneo e in attesa di riprova.
Il suo valore di prova viene a posteriori: è la colpevolezza che fonda l’indizio, e non viceversa.

Protesta – Ha una bizzarro attrazione, neanche inconscia, al conformismo. Si può pensare ai centri sociali, ai writers, al popolo di Seattle, o è Porto Alegre, come a un desiderio intenso di menare le mani. Cioè, più correttamente, di essere confrontati dalla polizia, non dagli assessori, dai condòmini, dai banchieri, ma da lavoratori incazzati neri sotto la bardatura anti-sommossa, con i quali darsele, per poter fare qualche giorno in ospedale e qualche giorno in prigione. Questo è logico, e anche accettabile, nella logica generazionale e in quella dell’avventura. Ma poi i centri sociali vogliono diventare birreria o pizzeria, senza pagare l’affitto dei locali al Comune, i writers vogliono spazi, altrettanto gratuiti, per i loro murales a stingere, e qualche premio alternativo, i no global sono i nuovi Verdi, che coltivano con la minaccia della violenza un posto in Parlamento.

Totalitarismo – È il dominio delle coscienze. È evidente nel caso del comunismo come del fascismo: i cittadini – il popolo, la gente, la massa – ci credono, ne sono convinti, ne sono rassicurati e anzi esilarati. Ne sono soggetti attivi. Risponde alla psicologia semplificatrice. Che può essere quella del terrorista come del piccolo borghese. Ma il fatto è psicologico: non c’è un fatto politico caratteristicamente totalitario. La Repubblica, che si fonda e opera su una costituzione democratica, nei principi e nelle articolazioni, è senza dubbio totalitaria: nella struttura di potere (non c’è ricambio, malgrado le elezioni), nel controllo politico (le centinaia di assassinii politici impuniti, di sindacalisti, braccianti, operai, morti eccellenti, in piazza e in carcere, e per terrorismo o stragi), nel controllo sociale (concussione e corruzione).
Ha sì una strumentazione illimitata, di controlli e violenze, ma se la può permettere in quanto s’è impadronito delle coscienze. O altrimenti è tirannia, la moderna dittatura. Tanto più complicato e irresistibile della dittatura poliziesca è quello culturale o sociale, delle dittature comprese, che è “democratico”, e cioè perfettamente totalitario, senza resistenze o opposizioni, e anzi convinto.
Il funzionamento, cioè il controllo, della democrazia era il tormento dei ricchi-e-potenti della Trilaterale, a cavaliere del 1970.

È la follia del progresso portata a conseguenza. Progresso come dominio degli istinti e della natura, del gioco delle azioni e reazioni, della dialettica. Poiché è fallito se ne dà immagine caricaturale, di un dominio violento in ogni sua articolazione. Mentre è fallito in un paio di casi, per la loro violenza, è vero, ma è qui tra noi in forme nemmeno tanto subdole. È il perfezionamento della teoria politica come disposizione o ordine. È un’utopia matematica, che fosse geometricamente definita in ogni punto.
Totalitaria è tuttavia la natura, tale che nessuna difesa è da essa possibile – ci si può difendere da Dio, dalla natura no. E dunque è la follia del progresso una seconda natura, natura naturans?

È fenomeno del Novecento. Perché è legato alla comunicazione di massa, e alla pubblicità o propaganda.

Si alimenta nella ristretta circolazione delle idee. Che sembra in contrasto con la diffusione abnorme della comunicazione. Ma non si trasmettono idee. Non c’è dubbio che il fondamento del totalitarismo è nel blocco dell’opinione pubblica.

Uguaglianza – È la giustizia: va contro la giustizia ciò che non è uguale.
Ma non c’è senza uniformità - è quindi ingiustizia?

Può solo essere aritmetica, economica. E d’altra parte c’è un’istintiva ripugnanza a considerare la libertà come libertà di commercio, economica. Anche perché in questo quadro pochi hanno posto: se la libertà – e il potere – va col commercio,m ne dispongono i commercianti. E dunque l’uguaglianza non va con la libertà? O va con la libertà dei pochi.

Unico - Il figlio unico eredita troppo.

astolfo@antiit.eu

venerdì 7 agosto 2009

Jacko, il Mozart della disco

Riascoltare “Thriller”, il suo album di maggior successo, dopo venticinque anni, impressiona per la voce da ragazzo imberbe, se non bianca, di uno che ne aveva venticinque già compiuti. E ogni altro aspetto della sua vita scandalosa riallinea in coerenza con questa immagine – è solo strano che non la si sottolinei: la ricerca inesausta dell’infanzia che non ha avuto, la nostalgia, la sofferenza. Nevrotica, perché Jacko è stato insieme un fanciullo attardato e l’adulto che ricerca, rivuole indietro, l’infanzia. La ricerca conducendo per di più in modo sbagliato, con se stesso padre protettivo e amico, per essere già una star, invece che in un’altra figura esterna, materna se non paterna. Con questa sola piccola differenza, e con quella dell’età, durata forse troppo, Michael Jackson è in tutto la copia di Mozart, all’epoca dello show business naturalmente.
Lo scandalo in cui si è avventurato, quando non gli è stato cucito addosso a scopi commerciali, è tutto qui, nella ricerca dell’innocenza. In forme parossistiche, con le bambole, il colore, il famoso sbiancamento, la paternità accanitamente ricercata, di figli anche non suoi. Che è il dramma, seppure da loro vissuto in maniera più composta, dei suoi fratelli e sorelle, con i quali bambino compose i Jackson Five. Tutti sensibili ma gestiti da un padre avido come attrazioni, guitti da circo. Una discendenza che purtroppo ha continuato a perseguitare Michael in vita, e ora anche in morte. Una sensibilità che solo il barbaro diritto americano degli avvocati a percentuale ha potuto trasformare in pedofilia, un attacco fra i tanti ai diritti, al suo patrimonio.
La vita, e la morte, di Michael Jackson consente anche di risolvere il giallo della morte di Mozart, se non del genio. Si lega il genio con lil sacrifio dell’infanzia alla insensibilità dei padri? Sherlock Holmes inclinerebbe personalmente per il sì, ma alla fine non saprebbe rispondere. È invece evidente che non si può vivere molto né bene con un tale peso nel cuore, essere cresciuti senza affetti. E che Mozart tutto sommato è morto all’età giusta – ci ha evitato i pannoloni e il laccio emostatico: tanto dolore si sopporta evidentemente male fino ai cinquant’anni.

Quando il noir inglese si faceva a Milano

Ci fu un momento dopo la guerra in cui Milano, il “mortorio mosciano” della poetessa Giulia Niccolai, fu teatro di piccanti storie gialle, noir e di spionaggio, con Scerbanenco, e con gli inglesi Ambler e Hadley Chase, che già all’epoca conoscevano e leggevano Scerbanenco. Questa è particolarmente realista del sottobosco urbano, e del borghesismo dei laghi. Con un generale pazzo americano che da solo vale la lettura.
James Hadley Chase, Inutile prudenza

Sovietismo anti-Urss

Curioso libro sovietico su Mosca post-sovietica. Scritto e pubblicato nel 1990, Vásquez Montalbán lo volle successivamente inalterato quale “testimonianza di un’epoca”. Ma non è un libro su Mosca nel 1990, benché incluso nella Feltrinelli Traveler, non è giornalismo di viaggio né d’autore. È un viaggio, non brillante, nella memoria, e nella nostalgia: una guida molto sovietica della rivoluzione mancata, nella scultura, l’architettura, la rivoluzione, la repressione – sarà stata l’ultima volta che l’Enciclopedia sovietica ha rifatto la storia? Libro cimiteriale, pieno di statue, di liquidati, scomparsi, morti seppelliti, e di monumenti, soprattutto di Lenin. Col fascino di Dzerzisnki, che ritorna ovunque nel libro, il creatore della polizia politica, spietata e corrotta fin dal 1917.
Manuel Vásquez Montalbán, La Mosca della rivoluzione

mercoledì 5 agosto 2009

A Sud del Sud - a Sud di nessun Nord (40)

Giuseppe Leuzzi 

Si può vedere tutto in termini di Nord-Sud: la voce, la pronuncia, la presentabilità, il salario, il costo dell’insalata. Non c’è più Sud per esempio in tv, nei tg, fra i presentatori, gli attori, gli showmen, e chi c’è si camuffa, Fiorello per esempio. Bossi e Milano hanno introdotto questa chiave di lettura. Ora Milano si dice pentita, dice insomma di rifiutarla. Afferma di non avere votato Bossi. Ma l’effetto l’ha già ottenuto: il Sud è chiuso in se stesso, oppure si camuffa.

Muoiono, in una città del Nord, un anziano medico di nome Trifirò, e un giovanissimo pugile di nome Morabito. Entrambi, per ragioni diverse, molto stimati. Ma né i giornali, né i celebranti, né i sindaci che li commemorano alle esequie ne ricordano le origini. Se fossero stati protagonisti di una lite, o peggio di un furto, sicuramente l'avremmo saputo per prima cosa.

Se Riina accusa lo Stato
Riina accusa lo Stato di avere assassinato Borsellino. La politica italiana e i giornali si scatenano. Scalfaro, presidente della Repubblica all’epoca, dopo essere stato ministro dell'Interno, dice e non dice, cioè dice: “Non si può mai escludere che ci possano essere state persone, se non lo Stato, che abbiano tradito. Come non si può escludere che anche n criminale dica a volte la verità". Come no.
Scalfaro non è una novità, è sempre il monaco che dice di essere, del forse che sì forse che no. Ma i terribili familiari di Borsellino, il fratello e la sorella che sulla morte del giudice hanno montato una carriera politica, a sinistra, e la vedova, che presumibilmente è rimasta a destra con il marito, alimentano anch’esse i dubbi. E dunque un mafioso, un nano politica come Riina, illetterato e semianalfabeta, tiene in pugno avvocati, giudici, carabinieri, politici e giornalisti, e questo, ha ragione lui, è lo Stato italiano.
Di questa Italia, in effetti, non si può dire che tiene il Sud in soggezione, è al Sud quello che è ovunque. Ma, poi, è solo un aiutino ai giudici di Palermo, che vogliono condannare il generale Mori, che Riina ha catturato, e non sanno come. Un cosa avvocatesca. Certo, se poi tutto il rumore - Borsellino, Riina, Ciancimino padre, Ciancimino figlio - riesce a portare a Berlusconi... Anche solo per ipotesi. Dov'è la mafia? 

Milano
Barbara Berlusconi si organizza un’intervista, genere del tutto voluttuario, per mandare un avvertimento al suo papà: non barare con le palanche. Lo fa in linguaggio milanese, “divisione equa” tra i figli, “voglio bene al mio papà”, eccetera, ma l’avvertimento non è genere mafioso? Milano ci vuole rubare anche questa letteratura minore?

Bisognerebbe abbattere Milano. Sono vent'anni che non ci dà pace. Ci ha imposto Craxi e poi l'ha dichiarato ladro e contumace. Gli ha anche impedito di curarsi. Ci ha imposto Bossi, sono ormai venti anni, e lo deride. Ci ha privati della politica, lasciandoci i fascisti, ex, e i comunisti, ex, Ochetto, D’Alema e Veltroni, gli infausti Berlinguer boys - con la solita banda di napoletani, è vero: Borrelli, D’Ambrosio, Boccassini, quello dei calzini rivoltati, Di Pietro.

Ci ha imposto Berlusconi, ormai sono quindici anni, e ce lo impone, ma pretendendo di distruggerlo con la moglie cattiva, le amiche della moglie, le figlie, e le puttane di Bari. Per lui fa bombardare dall’estero l’Italia, ogni giorno una bordata. 

Ma che vuole Milano? Si è presi i soldi di tutti gli italiani e li ha fatto sparire, è un paio d'anni che non vediamo un centesimo. Si è presi gli scudetti della Juventus, con l’incredibile Guido Rossi, la coscienza vera della città. Che peccato abbiamo commesso per ritrovarcela sul groppone?

Stati generali con Mubarak convocati da Berlusconi a Milano per farne “la capitale del Mediterraneo”. Ci rubano anche il Mediterraneo, pure tanto vituperato. 

“Corriere della sera”, 22 luglio 2009: “Il caso Milano. Per tornare a dirigere alla Scala, Abbado ha chiesto la piantumazione di novantamila alberi”. Che sarà questa piantumazione? E di novantamila per una ragione specifica, seppure occulta? Non ottanta? O cento? E tutti a Milano? Gli alberi vogliono luce, ancorché piccoli. A un minimo di cento metri quadri l'uno, la richiesta del maestro fa novecento ettari. Non vorrà Milano piantumare il resto d'Italia?

O il numero è solo un multiplo alla Beuys? Cui si deve l'idea. “Il Foglio”, giornale allora milanese, ne rilevava “la morte” il 5 giugno 1996: “Una città che dovrebbe essere governata dal suo Politecnico, dalla sua Scala, dalla sua Banca Commerciale, dalle sue imprese, ed è invece dominata dal mostro grigio e marmoreo di Piacentini, un palazzo di Giustizia che nella sua stessa forma ricorda l'idea di uno stato oppressivo incapace di dare, insieme al rigore, aria, felicità, una prospettiva e il piacere di vivere a una libera città”. Ma le imprese di Milano sono gaglioffe - mancano i “suoi giornali” nell'epicedio. 

Milano non è morta, come si fa a dirlo? Purtroppo. Milano è la capitale della finanza, della moda, del giornalismo, dell’editoria, dell’arte, ma non ha prodotto mai nulla, un autore, un artista, un grande giornalista, un grande sarto: vende il già venduto. È la capitale della pubblicità, questo sì.

Berlusconi di Milano, il 18 luglio: “È una città sporca. Le altre città europee sono più pulite”. Questo si scriveva nel 1993, in “Fuori l'Italia dal Sud”, p. 246: le friggitorie puzzolenti spalancate su piazza del Duomo, l’adiacente piazza dei Mercanti”nascosta sotto dieci centimetri di carte, plastiche, lattine e altri rifiuti”, da anni mai spazzata, benché sia la piazza delle banche, che anno i muri scrostati e gli infissi sporchi di decenni, il centralissimo palazzo dei Giureconsulti abbandonato ai topi, con le imposte inchiodate dei bombardamenti, del 1944.

"Ah, morta Milano, mortorio mosciano", poetava la bella spiritosa Giulia Niccolai - che poi si è fatta monaca, seppure buddista.

Sandra Lonardo non ha colpa dei distacchi e i comandi alla regione Campania. Centinaia. Come del resto nelle altre Regioni e in tutti gli uffici pubblici. Ma il “Corriere della sera” la addita a colpevole. Non lo dice, lo insinua. Illustrando l’articolo con la sua foto, a la necessaria didascalia, Sandra Lonardo, presidente del consiglio regionale campano. È fotografata con Mastella, di cui è la moglie. E Mastella di che è colpevole? Qui la risposta ci sarebbe. Ma non importa.

Nel 1996 la rivista letteraria britannica "Granta" ha dedicato il n. 46 al “Crime”. Con molti ghirigori sul tema, con firme illustri, da James Ellroy a Paul Auster e Italo Calvino. Calvino chiude il volume con due paginette intitolate “La pecora nera”, che cominciano così: “C’era una volta un paese in cui tutti erano ladri”. A fronte del contributo di Calvino è impaginata la foto di un personaggio che, con sguardo ironico, tiene le mani da celebrante a fine messa. Il noto gesto che significa: “Io non c'entro”. 

La foto non ha didascalia. ma per gli italiani il personaggio è noto come Giulio Andreotti. È una bella forma di allusione, dire non dicendo. Di cui Andreotti e la mafia sono maestri. I redattori di “Granta” e Calvino hanno imparato da Andreotti e dalla mafia? O non è il contrario, che la realtà impara dalla finzione? Calvino che nel 1975, quando vinceva Berlinguer e il Pci, se ne andò a Parigi. 

L’idea del Sud 
In “Roumeli”, famoso libro di viaggi di cinquant’anni fa nella Grecia di Centro, con alcune digressioni, una, la più brillante, l’autore, lo scrittore inglese Patrick Leigh Fermor, fa sulle due anime del greco contemporaneao, il romios e l’elleno, con un lunga tavola di caratteristiche psicologiche appaiate per i due tipi. Molte caratteristiche dei romioi (leggi ròmii) sono calabresi, se non tutte: realismo, individualismo, ambizione privata, leguleismo, istinto, improvvisazione, empirismo, provincialismo, retorica classica, sfiducia nella legge, saputismo, incostanza, sensibilità eccessiva, collera improvvisa e violenta... Leigh Fermor ne elenca 64, e tutte potrebbero essere molto meridionali. La vera categoria potrebbe essere ionica, come opposta all’attica, o egea. La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica ròmia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l’acedia latina, la malinconia immotivata: “Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. È compito degli amici diagnosticare l’angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria”. Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, che “il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato”, cosa, aggiunge, “tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini”, iracondi e tristanzuoli, tra i quali mette il Sud d’Italia Che invece si esprime al meglio con l’ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l'“abito” meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico, e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi. In un breve ripensamento alla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva "una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione". E fa questo esempio: "Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla". Ma Gissing si ricorda unicamente per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C'è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che più spesso sono tristi, non come Craufurd Tait Ramage, Edward Lear e Norman Douglas, che invece in Calabria si divertirono. Ma il Sud resta peculiare. Ne “I suoni del mondo greco”, che è il capitolo finale di “Roumeli”, una fantasia d’autore, Leigh Fermor sintetizza il vasto mondo che fu - ed è - greco: “La Sicilia e la Magna Grecia sono note impercettibili di musica sotterranea. L’Aspromonte è il suono del psi rovesciato (una lettera dell’alfabeto greco che ha forma di tridente, n.d.r.), il simbolo di Poseidone che si perde nella marea montante della Calabria. La Puglia e il Salento sono le parole bizantine che si restringono nella parlata otrantina. Stilo una covata di chirielesion nell’ala...". “Sei greco?” si diceva in Grecia fino a prima della Grande guerra “romios eisai?, sei romano. Erano peraltro rumi, romani, i greci per il mondo islamico, la Persia e gli arabi. Romios era per i greci greco ortodosso, elleno era pagano o, Dio ne libri, ateo. Nel greco parlato, nelle canzoni, nei proverbi, nella poesia popolare. Sono ancora chiamati rum dagli storici i possedimenti bizantini in Asia Minore. Mentre gli attuali Balcani erano chiamati Romania in Europa occidentale fino al tempo delle Crociate, e Rumelia dai turchi. Ora romios suona un po' levantino. La parola turca per gli antichi greci è yunana - ionici - e la Grecia Yunnanistan.

Delfino, la forma dell’ironia 
“La mafia non ha pensionati” è di Antonio Delfino, “Il Giornale”, 20 marzo 1995. Grande scrittore, misconosciuto, ma non minore dei tanti scrittori riconosciuti di cui la sua Bovalino è ricca. Delfino è lo scrittore che dà forma all’ironia. Non per l’impianto, sempre rispettoso del reale, ma per il guizzo, lo scarto. In parte esopico, bonario, in parte sferzante, molto calabrese. Per l’urgenza stessa dell’evento, che Delfino non banalizza mai. E anzi nell’economia stessa dell’aneddoto, talvolta abbreviato in un gesto, una smorfia, una pausa. L’aneddoto è sempre reale, e imprevedibile, traslucidato dalla verità, sotto la forma dell’ironia. Che è nel Dna dell’uomo del Sud più di qualsiasi realismo magico. L’ironia è subdola in letteratura, chiunque abbia letto “Gulliver”, anche solo in riduzione per ragazzi, sa che può riuscire noiosa, e quindi incoerentemente presuntuosa. Delfino le dà forma coerente nel racconto breve, anche micro, l’aneddoto appunto. Forma letteraria autoctona, ovunque in Calabria, in tutti i ceti e le balze, e più torno torno all’Aspromonte, l’apologo breve, anzi istantaneo, la battuta aspra e compassionata. Un’eccezione, purtroppo. Nel Novecento la Calabria in letteratura è un modo dei vinti, con l’eccezione del brio di Delfino e di alcuni reportages di Alvaro - cui però si deve lo stigma perdente, per l’esito di “Gente in Aspromonte”, durevole anche in epoca di disincanto, malgrado l’evidente barocchismo, insomma l’artificiosità. In “Partita rimandata. Diario Calabrese”, amorosamente raccolto e curato da Valerio Cappelli, il solito Savinio, che tutto prende a pretesto, usa un viaggio elettorale di tre giorni al seguito di Roberto Tremelloni nell’aprile 1948 per le sue godibili divagazioni. Spesso anche centrate. La grecità impoverita e trascurata. L’ignoranza della storia locale tra i locali, e la supponenza. L’aborto del Risorgimento nel Garibaldi senza testa di piazza Garibaldi a Reggio, e nella toponomastica: il Risorgimento ha istupidito l'Italia. Reggio è “città senza età né statura” - nel 1948, e oggi? I calabresi sono greci spuri, non avendo leventia, la “valentia”. I briganti erano i kleftes greci patrioti, i partigiani... Il suo vero Sud Savinio l'aveva del resto scritto a inizio d’anno, sul “Corriere della sera”, in un articolo intitolato “La luce viene dal Sud”: la modernità è settentrionale, l'antichità è - non era, è - invece meridionale. Un “mondo aperto, mondo sconfinato” opposto al “mondo conchiuso”. Che non è - non sarebbe - peggiore: “Significa non vivere più nell’ossessione dello sconfinato”. Anche il cattolicesimo si fa per questo apprezzare rispetto al protestantesimo, per “l’orrore della solitudine e il profondo bisogno di un mondo conchiuso”, euclideo. 

leuzzi@antiit.eu

Scandalo Sky

Fa impressione vedere i tre maggiori giornali italiani in campagna per la tv Sky di Murdoch. Alla quale vorrebbero che la Rai desse i suoi canali a poco prezzo, 50 milioni l’anno. Non è informazione, le fortune di Sky non interessano ai lettori. Semmai è informazione tardiva e distorta, come i lettori di questo sito sanno: si sta creando una piattaforma della tv a pagamento alternativa al monopolio Sky, e occuparsene con ritardo, senza neppure nominare questa piattaforma alternativa, e solo dal punto di vista Sky, è cattivo giornalismo. È dubbio che sia una campagna politica, se non perdente: in due referendum la maggioranza si è confermata per una televisione commerciale libera. Sono accordi editoriali? Fra chi e chi? E a che fine? Del gruppo L’Espresso si capisce, poiché si è detto che Murdoch potrebbe subentrare come editore, se De Benedetti, come sembra, venderà. Ma gli altri? Vogliono bene alla concorrenza?
Più impressionante ancora è che questi giornali schierino con Sky Napolitano, e che il presidente della Repubblica si lasci schierare. Che un presidente della Repubblica si occupi di un contratto Rai, questo non l’aveva fatto nemmeno Scalfaro. Come fa Napolitano a criticare la Rai per una decisione che, invece di 350 milioni in sette anni, può fargliene incassare tremilacinquecento? Di sola pubblicità. Essendo Napolitano sempre stato equilibrato e accorto, la domanda s’impone: sarà la libertà d’informazione e della stessa Rai più garantita dal monopolio Sky? Ma, per quanto uno ci rifletta, la risposta è sempre negativa. E dunque? Certo, le occasioni e il tempo non mancano mai, per il peggio.

La cosca di Macherio

In puro stile milanese Barbara, la figlia prediletta, fa un’intervista, genere del tutto voluttuario, per piantare tre croci sull’amato papi Berlusconi: la vita privata è politica, sono scioccata dai rapporti con le “minorenni”, stia attento a fare bene le parti tra i figli. La madre dopo la figlia, non passa mese che la croce di Berlusconi, se si potesse dire, non abbia un nuovo tormento.
Si capisce che, in tale famiglia, papi si facesse coccolare dalle “minorenni” in giro per l’Italia. E perfino dalla ciabattona d’Addario - una che da lui voleva il permesso per farsi una villetta, che romanticismo, prima di ricattarlo. Si capisce anche che Berlusconi non sia antipatico: deve avere sofferto molto in quella famiglia di attrici e figlie di attrici. Ma queste sono cose sue - anche se una è sua moglie, con la quale bene o male ha fatto tre figli, e una è sua figlia, cresciuta da lui.
Il punto è che questo stile milanese è quello della mafia: un avvertimento. Anche perché dice una cosa per dirne un’altra, e magari il suo contrario, per chi possiede il codice. E per l’incontinenza. La figlia lo minaccia tra le righe di fare le parti giuste tra i figli come se Berlusconi fosse al testamento, mentre è uno in pieno possesso di tutte le sue aziende, della cui proprietà e gestione può fare legalmente tutto cià che gli pare. Questo è tipico anche della mafia, appellarsi alla legge contro la legge. E non è tutto: in un periodo breve le interviste e le lettere di Macherio non lasceranno nulla di Berlusconi, né la figura politica né l’impero economico, diciamo fra cinque anni, massimo dieci, ma la famiglia di Macherio non se ne cura. Come in tutte le famiglie di mafia, che non arrivano mai a una seconda generazione.
Questa non è tragedia greca, Medea non c’entra. Qui non c’è una lei che si vendica del tradimento di lui, ma un lui che tenta di reagire all’abbandono. Mentre la figlia è da alcuni anni che vuole, fortissimamente vuole, la Mondadori. Non per altro, per diritto ereditario, essendosi la stessa, in tutti i suoi anni ormai numerosi, segnalata per niente, se non un paio di figli. Vuole la Mondadori per sistemarci i suoi giornalisti, e per questo è molto riverita, per la sua saggezza, nonché con foto lusinghiere. O,se si vuole restare alla grecità, prendere atto che le Medee sono più d’una. In Apollodoro (“Biblioteca”, I, IX, 267) Medea è una stupida pazza, che consiglia alle figlie di Pelia, re di Tessaglia, di tagliare a pezzi il padre e cuocerlo al fuoco. Per ringiovanirlo. Se non siamo in presenza di una semplice Clitennestra, che aspetta il suo eroico amrito Agamennone al ritorno dalla dura battaglia col coltello affilato.
È così, è una vera e propria cosca, quella di Macherio, piena di denti aguzzi e di stupidità. Come è della mafia, l’organismo sociale più stupido che sia stato inventato. Anche se, certo, nulla Milano deve, anche in questo, a Napoli o alla Sicilia: la “donna lombarda” della ballata topica già ne aveva i tratti, piena di violenza e nient’altro.

lunedì 3 agosto 2009

Perché Napolitano non toglie il segreto?

Quattordici stragi nei primi trentasette anni della Repubblica, e tutte impunite, è certo che c’è un segreto attorno a esse. Forse più d’uno, ma sempre c’è un Conduttore di esse al punto morto investigativo. In cui si condanna magari uno, anzi normalmente due, uno di destra e uno di sinistra, la beffarda strafottenza fu inaugurata con Piazza Fontana, con gli opposti estremismi coniati dai servizi segreti britannici. O magari con la P 2. Ma senza crederci, e soprattutto facendo capire al pubblico che non c’è da crederci.
Fanno bene dunque i parenti delle vittime a protestare a ogni ricorrenza. A Bologna però si sono ridotti a un branco di nostalgici, un tempo si diceva di faziosi, i quali ne fanno un’occasione per ricordare il piccolo mondo antico, dell’epoca del Muro, mentre invece avrebbero spalancata la strada maestra per ottenere, se non la verità, almeno il perché la verità non si può dire. Potrebbero chiedere al presidente Napolitano, che è un democratico, e personalmente sempre molto chiaro, di far aprire i cassetti a tutti gli apparati che lui stesso presiede. Dopo tanti anni, anche la ragion di Stato, ammesso che lo Stato ne abbia una, sarebbe salva. Al presidente della Repubblica fa capo in Italia tutto l’apparato repressivo, le forze armate con i carabinieri, i magistrati giudicanti e inquirenti, e indirettamente anche gli apparati di sicurezza.
Non si fa perché Bologna è una responsabilità della “sinistra”, come si è sempre mormorato e ora la destra sostiene? Dell’ordigno esploso per caso per imperizia durante un trasporto, o fatto esplodere dai servizi israeliani. È l’ipotesi meglio accreditata, ma non è più fondata delle altre. E non esclude che i corrieri fossero di estrema destra, l’ostilità a Israele era molto forte anche in questo schieramento, in una con l’antisemitismo. E d’altra parte, l’unica “prova” vera della matrice politica delle stragi è che esse siano finite tra Bologna e i Georgofili, con Gobaciov cioè, la caduta del Muro, e la fine del Pci.

La Lega delle sanatorie

Si potrebbe dire abbaia ma non morde, ma non è così: la Lega, impedendo una politica dell’immigrazione, fomenta il campo più rischioso di disordine, e anche di delinquenza. Bossi è nato politicamente, e cresce, fomentando la xenofobia, sia pure nell’aspetto di un italianofono del Sud. Salvo poi avallare, se non promuovere, le più cospicue e incontrollate sanatorie degli immigrati clandestini che abbiano uno straccio di lavoro.
Bossi personalmente ha reso impossibile, nella legge che porta il suo nome con quello del galantuomo Fini, la regolazione dell’immigrazione, negli accessi, e fra i clandestini che hanno comunque un lavoro. Ci vuole da un anno a un anno e mezzo per avere un permesso di lavoro, che dura un anno… Si può dire che era così già sessant’anni fa, agli albori della Repubblica che non sapeva staccarsi dal fascismo, specie a Milano: James Hadley Chase ci scrisse nel 1952 un romanzo giallo che ancora si vende, “Inutile prudenza”. Si può dire l’efficientismo lombardo all’opera. Ma non è materia di scherzo. L’opportunismo di Bossi alimenta l’insicurezza, il mercato clandestino (degli ingressi, delle pratiche di un anno mezzo, delle sanatorie), e la non qualificazione dell’immigrazione – chi fa un anno e mezzo di pratiche per un permesso di lavoro che dura un anno?
Una università di Milano ha dovuto rinviare a casa uno studioso indiano a cui teneva perché dopo un anno non gli aveva ottenuto un permesso di lavoro. Una sorta di girio dell'oca, seppure in età postpuberale, e non si può escludere che Bossi alla fine non sia un mattacchione. Milano dà la colpa a Roma, e anche questo fa parte del gioco, perché no. Ma, poi, questo è tutto, Milano continua a votare Bossi, anzi, con più lena.

domenica 2 agosto 2009

Ombre - 24

Per poter raccontare l’indagine sulla giunta regionale Puglia e i partiti di sinistra nello scandalo Sanità, il “Corriere della sera” ha dovuto mandare a Bari un’altra giornalista, Virginia Piccolillo. La titolare della giudiziaria, Fiorenza Sarzanini, confidente della d’Addario, solo si occupa di quest’ultima. Così si fanno i giornali, tra piccoli feudi.
Ma Sarzanini, pur nascondendole nella quotidiana storia D’Addario a palazzo Grazioli, sa molte più cose dello scandalo Sanità. Le dice en passant ma le dice - il cronista giudiziario è come lo sbirro, non si contiene. E questo significa che c’è la “manina”. Che le indiscrezioni da intercettazione provengono da fonti diverse dai due procuratori, Digeronimo da destra, Scelsi da sinistra, che manovrano le due inchieste a Bari. C’è da augurarsi che sia una manina a pagamento.

L’estero ti guarda. Il “Financial Times” pubblica l’opinione di un Geoff Andrews che dice l’Italia in declino, corrotta in (quasi) tutto il Parlamento, rigurgitante di mafia, e governata dalle puttane. Questo è quello che ne riferiscono l’Ansa, e molti giornali italiani. Senza spiegare che l’opinione non è un commento del giornale. E che lo scrivente, presentato come assistente alla Open University, la Cepu britannica, e autore di un libro “Not a normal country: Italy after Berlusconi”, espone gli argomenti di Di Pietro.

“La tecnologia rischia di far perdere tempo”, detto da Bill Gates il 27 luglio 2009 è una conferma che le scoperte sono rare. Gates ha scoperto anche che “i social network sono insidiosi, vanno usati con attenzione”. Si era messo su Facebook e aveva “diecimila richieste di amicizia”.
E Facebook, cos'è? Era un'edizione grafica dell’amico di penna dei tredicenni – mentre scriviamo sarà ben stato sorpassato da altra novità (ricordate Second Life?).

Il “Corriere della sera” dedica una pagina al malessere di Sarkozy. Decorata da cinque foto in cui, sarà un caso, il presidente francese pratica lo sport con sofferenza. Fa sempre la cosa giusta, la bicicletta, il jogging, con le guardie, con l'atletica moglie, col ministro degli Esteri verde Kouchner. E sempre a New York, dove la fitness è obbligata. Ma sempre con una smorfia. Forse per le piante degli sneaker mostruosamente rialzate.
Altrove si direbbero foto di regime. Come le nuotate di Putin, del presidente Mao, e di Mussolini che le inventò. Ma Sarkozy è al di sopra di ogni sospetto: la sinistra italiana, per non sapere cosa essere, vuole tutto, anche la destra, purché "europea".

L'università di Pisa, appena "eletta" fra gli atenei virtuosi, mette a bando 264 insegnamenti, di cui 204 gratuiti. I professori insegneranno, cioè, gratis. È una cosa pensata dalla Gelmini, e si capisce. Ma “Il Tirreno”, il giornale locale di sinistra, pretende che lo sfruttamento degli insegnanti sia un segno di eccellenza. È proprio impossibile essere democratici?

La Serracchiani, il nuovo che avanza, vuole la “linea” (“chi è fuori dalla linea s'attacchi”) e il “centralismo democratico”. Franceschini, suo compagno di oratorio, vuole gli immobili del (ex) Pci.

L'Istat dice, come ogni anno, che chi ha i soldi non paga la tasse. E come ogni anno i rappresentanti delle categorie che non pagano le tasse si difendono. Ma non dicono la verità: "Guadagno troppo, non posso permettermi di pagare le tasse".

Si arrestano a Roma personaggi titolari di caffè e altri esercizi di lusso noti per essere legati alla 'ndrangheta. Noti da tempo a tutti i negozianti vicini, a tutti i calabresi che vi si sono avventurati, e da un paio d'anni anche alla commissione antimafia. Ciò malgrado, la Guardia di finanza procede all'arresto delle persone e al sequestro dei beni su indizi presuntivi: titolari senza pedigree, investimenti senza capitali, troppi giri notarili, eccetera. Non uno straccio d’intercettazione in tutti questi anni, o un’indagine bancaria, benché il malaffare fosse notorio. Corruzione? No, i giudici e la Guardia di finanza dispongono le intercettazioni solo per fregare Berlusconi.

Par condicio in Francia, annunciano i giornali: "Verranno razionati i minuti tv di Sarkozy. Tranne quando parla come capo dello Stato".

Stati generali con Mubarak convocati da Berlsconi a Milano per farne "la capitale del Mediterraneo".
Come, non dovevamo aggrapparci alle Alpi?

A proposito dell'Inter, scrive sul “Corriere della sera” Mario Sconcerti, “negli ultimi tre anni Moratti ha ricapitalizzato per quasi 500 milioni, una cifra pazzesca”. Lo è, la follia è la sola spiegazione. Una follia molto milanese, però, di cui nessuno chiede conto, né a Moratti né all’Inter. Nemmeno Sconcerti, che pure sa molto ed è persona onesta. Il giudice che se ne occupa a Milano fa uno sbadiglio ogni due anni, per il rinvio – l’insabbiamento ha tempi lunghi.