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giovedì 10 settembre 2026

L'ultima scoperta della Calabria, mezzo secolo fa

“Le gole calcaree dell’Appennino sono un vero inferno”, è l’esordio, trovandosi ad attraversare il massiccio del Pollino per finire il viaggio in Calabria:  “Ti pare di vedere un pendio ininterrotto e quando hai deciso di percorrerlo ti trovi la strada sbarrata da una gorgia di 300 metri, scavata da  qualche misero torrentello”. Scott, vecchia razza imperiale britannica, nato in Egitto, addestrato militarmente, parte a 27 anni della spedizione britannica sull’Everest del 1933, è l’ultimo viaggiatore a piedi per l’Appennino, di cui ha posto per primo nel 1973, alla seconda o terza rivisitazione, il problema dell’abbandono oltre mezzo secolo fa – ultimo prima di Rumiz, che però ha fatto uso di bici e 500.
Questo suo è l’ultimo, probabilmente, più dettagliato, e veritiero al riscontro dell’esperienza (e dell’introduzione di Francesco Bevilacqua, probabilmente il miglior scrittore vivente di Calabria, nonché camminatore italiano dell’Appennino – forse anche lui dietro a Rumiz, che però fa uso di bici e 500), racconto di viaggio fra i tanti in Calabria. Alla pari, per insight e aneddotica, dei classici della scoperta a piedi della regione, Craufurd Tait Ramage, 1828, Edward Lear, 1847, e Norman Douglas, 1914, tutti britannici. Malgrado la brevità. L’edizione scorpora una cinquantina di pagine, le ultime, delle mille che compongono il racconto del trekking-ricognizione di Scott, compiuto tra il 1971 e il 1972, a 65 anni, rigorosamente a piedi – il racconto, “A Walk along the Appennines”, mille pagine a stampa, fu pubblicato con la data dell’1 gennaio 1973. Resocontando, raccontando in verità, il passaggio attraverso Pollino, Sila, Serre, e Aspromonte.
Qui termina con la “spuntata” all’alba, dopo una risalita di tre-quattro ore alla luce della luna, l’alba sui “tre mari”. Che sono due in realtà, Ionio e Tirreno, ma dalla cuspide del Montalto si vedono attorniare il piedone d’Italia nei giorni di chiarore, con varie luminescenze: “Camminai su e giù, tremando dal freddo e attendendo l’alba”, come tutti, “ma finalmente arrivò l’aurora, quando il sole sorge alle spalle”, volendo voltagliele per guardare l’animato Tirreno, nella fantasmagoria mobile dello spettro, “e le piccole isole di Lipari emergono cristalline, visibili nitidamente per un attimo soltanto”, fenomeno di rifrangenza, mentre “tre vulcani” lentamente emergono, Etna, Vulcano, Stromboli.
Una viaggio-perlustrazione non disperante, di un mondo ancora vivo, non abbandonato. Con una sintetica ma definitiva (argomentata) perorazione: “La Sila va considerata parte degli Appennini” – “l’altipiano è decisamente alto per un territorio così esteso. L’altezza media di quest’area di 1.200 miglia quadrate è di oltre quattromila piedi”, ma è ben dentro l’Appennino. Con molti “personaggi” a tutto tondo, seppure poco “appenninici” e per cenni: il ragazzo tra gli alti ulivi nella Piana di Gioia Tauro che lo rinvia al fauno, o alla ninfa dei boschi, i boschi viventi per luci e suoni di alti ulivi della stessa Piana, il compianto al balcone della donna cui è appena morto il marito, la giunonica ostessa di Serra San Bruno, subito burbera con lo straniero incomprensibile e subito poi intenerita alle lacrime, quando scopre che può liberamente lamentare la sua vita.
E con qualcosa di più pur nella rapidità. Nella nostra Delianuova, il paese più alto dell’Aspromonte, commenta un’immagine sbiadita ma non cancellata di Mussolini su un muro con un: “Non sono (i calabresi, n.d.r.) più fascisti di quanto lo siano nel resto d’Italia, ma non credo che la Calabria avrebbe impiccato un uomo e la sua amante a testa in giù come ha fatto l’illuminato Nord” (che lo aveva portato al potere, n.d.r., sottinteso) - “e non parlo certo di politica ma solo di buone maniere”. Per snidare subito dopo in albergo, a Delianuova? a Gambarie?, “una giovane coppia di Torino” con cui conversare: “Raccontai loro che ero stato trattato bene in Calabria. L’uomo mi disse allora che ero stato ingannato: i Meridionali sono falsi, pigri, disonesti, e spendono tutti i soldi che vengono loro dati dal Nord”. Il leghismo sboccerà vent’anni dopo, ma era già nell’aria – è nell’unità d’Italia. Scott rileva il pattern, lo schema mentale,  subito dopo, col Sud muto cameriere, “un meridionale sin dalla cima dei capelli…. Rimase immobile vicino al tavolo, con l’aria offesa ma senza proferire parola”.   
James Maurice Scott,
Sull’Appennino calabrese, Rubbettino, pp. 75, ril,. ill. € 7,90  

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