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Ridere fa bene, anche alle donne
“In passato si
pensava che la commedia rappresentasse i difetti della natura umana e la
tragedia ritraesse gli uomini più grandi di quanto siano. Per dipingerli come
veramente sono, si deve, a quanto pare, trovare una via di mezzo tra le due, e
il risultato è o qualcosa di troppo serio per essere comico, o di troppo
imperfetto per essere tragico, e questo possiamo chiamarlo umorismo”. Un saggio
breve, sull’umorismo, di Virginia Stephen (poi Woolf) nel 1905, pubblicato dal
quotidiano “The Guardian”. Acerbo nella costruzione, ma sì, Virginia non ancora
Woolf voleva ridere.
Al secondo
capoverso c’è più propriamente la futura Woolf: “L’umorismo, come ci è stato
detto, è negato alle donne, che possono essere tragiche o comiche, mentre quel
particolare amalgama che rende una persona dotata di umorismo è solo
appannaggio degli uomini”. Un argomento forse vero (se riferito al riso, non all’umorismo,
delle donne, come incapaci di ridere e far ridere) ma datato: quanti trattati ci
sono, o personaggi letterari, o proclami, che escludono le donne dal riso, a partire
da Aristofane (o non è il cotrario)?
Uno dei primi scritti
pubblicati da Virginia, a 23 anni. Con tutte le riserve, è la risata che la
giovane scritrice vuole liberare. Seriosa (“i cani, misericordiosamente, non
sanno ridere” è l’unica battuta pungente che si consente), con passo da saggista.
Ma il proposito dice chiaro, per concludere: “Noi andiamo ai funerali e al
capezzale dei malati molto più volentieri che ai matrimoni o alle cerimonie
festose, e non siamo capaci di spazzare via dalla nostra mente la convinzione
che c’è qualcosa di virtuoso nelle lacrime e che il nero è il colore che più ci
si addice. Non c’è niente, in verità, tanto difficile quanto ridere e far
ridere, ma non esiste qualità che valga di più. È una lama che recide ciò che è
superfluo, riproporziona e restituisce giusta misura e sincerità alle nostre
azioni e alla parola scritta e parlata”. Se lo fosse ricordato.
Virginia Woolf, Il
valore della risata, Libreria delle donne, in libera lettura
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