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domenica 20 settembre 2026

Se una banda armata yemenita abbatte l'Occidente

Fa senso la mancata reazione saudita all'occupazione da parte degli Huthi dello stretto di El Mandeb, e ai bomrdamenti Huthi, con missili sparsi o droni, di basi militari e della stessa capitale saudita. Dopo una guerra di 14 anni dell'Arabia Saudita agli Huthi nello Yemen, nella provincia marittima, prospiciente il mar Rosso.

L'Arabia Saudita è sulla carta lo Stato più armato del Medio Oriente - dopo Israele, più dell'Iran. Ma evidentemente incapace di usare l'armameto avanzato di cui dispone  aero-missilistico. Sulla carta è anche protetto dagli Usa, dalla Nato, Italia compresa, dalla Turchia e dal Pakistan. Gli Huthi sono un gruppo armato yemenita, islamista, che si è impadronito dello Yemen occidentale, la fascia prospiciente il mar Rosso. Sciita, quindi protetto e rifornito dall'Iran  ma pur sempre una forza terrorista, nell'ambito yemenita e in quello internazionale. Abile evidentemente, si veda la professione di amicizia all'Italia dopo averne colpito un F-35 - dopo averne ridicolizzato la presenza militare a difesa dell'Arabia. Ma pur sempre un gruppo che ha avviato un'insurrezione armata, una guerra civile.

La crescita Huthi e la passività saudita ricordano l'exploit dell'Is, lo Stato Islamico proclamato da al Baghdadi, di Al Qaeda, l'organizzazione terroristica dell'11 settembre, in Iraq e in Siria. Ma l'Arabia Saudita non è un Paese allo sbando. È, dovrebbe essere, centrale all Occidente, all'Europa e anche agli Stati Uniti, per il petrolio, e per lo scacchiere strategico, in posizione dominante nella penisola arabica, fra i tanti Emirati, Kuwait. Qatar, Abu Dhabi, Dubai. L'islamismo abbatte l'Occidente, che governa il mondo, attraverso un gruppo yemenita?

A meno di un "gioco dei furbi": moltiplicare il prezzo dei combustibili fossili, con la scarsità immediata, procurata. Per rilanciarne la ricerca e la produzione. Bloccata da un decennio, quando la transizione verde si pensava risolutiva. Da tempo in America si chiede la ricapitalizzazione dell'industria petrolifera e il rilancio della ricerca è produzione di combustibili fossili, prima e a prescindere da Trump.

Quando la Russia, rivoluzionaria, rideva

 

“Alle origini del teatro satirico russo, 1917-1924”: un tema vasto, ancorché per un perido ristrtetto, essendo all’origine – all'origine e alla fne – del sovietismo come rivoluzione, dell’illusione comunista e libertaria della rivoluzione d’Ottobre. Erano anche anni di grandissima, enorme, felicità creativa. Innestata sulla più diffusa, popolaresca, anche involgarita forma tradizionale di teatro russo - avvicinata alla commedia dell'arte, ma solo per facilitarne la lettura.

Balagan è baraccone in russo. Nella fattispecie una sorta di tendone da circo, un "teatrino" che si metteva su, e spesso si smontava, nel Sette e Ottocento, per fare spettacolo  di varietà o teatrale nelle periferie e la provincia russe. Poi acomparso, neglj anni 1930, dopo la fioritura rivoluzionaria, resta, come vocabolo, nel senso di spettacolo grossolano.

Antonella D'Amelia, parte del primo gruppo, "scelto", di allievi slavisti di Ripellino al suo debutto alla Sapienza nel 1961-1962, con Serena Vitale, Cesare G. De Michelis, Caterina Graziadei tra gli altri, e poi emerito di Letteratura russa all’Università di Salerno, è forse quella che più ha vissuto come la passione del maestro per le maschere, le scene, i costumi - la scena. Tra Gogol', i russi in Itali, i tanti russi in Europa, e ora con questa summa della rivisitazione popalaresca del teatro - negli anni in cui la libertà sembrò possibile.

Qui rifà ' nformalmente, ne ripercorre l'impianto -, il classico ripelliniano "Majakowskij e il teatro russo d'avanguardia", prospettandone il retroterra, culturale e organizzativo. Con uno scavo ammirevole, di tracce trascurate o eluse. In una dettagliata "Appendice" recuperando "una moltitudine di artisti, attori, registi, ballerini, musicisti e scrittori poco noti fuori dai confini russi». Un mondo e figure marginali, rispetto al grande teatro e ai grandi innovatori coevi, Stanislavskij, Mejerchol’d, Vachtangov, l'immancabile Majakovskij. In "anni di rivoluzioni, guerra civile, carestia, penuria di rifornimenti alimentari, fucilazioni, progressive limitazioni della libertà di pensiero, di parola e di stampa". Ma fertili, come forse non mai in cosi breve lasso di tempo - "ma anche anni di progetti grandiosi, di rilevanti utopie nel mondo dell’arte».

Una trattazione varia, benché specialistica, minuta.  Il fenomeno russo ambientando con la "Pietrogrado negli anni del comunismo di guerra ". E con il complesso - discusso - ruolo di Gor’kij, "Gor'kij e 'I pensieri inattuali' ". E un excursus tra i maggiori visitatori, tra essi Bertrand Russel, Herbert Wells, Ėmma Gol’dman, Walter Benjamin, Joseph Roth, Isaac Singer ("Intermezzo: con i o chi degli stranieri".

In sintesi, la riscoperta e la documentazione di un  "teatro politico di propaganda" . Che lega il moto rivoluzionario - "Un teatro del popolo per il popolo" - alla diffusa teatralità che dall’inizio del Novecento si era diffusa tra "caffè letterari, club d’artisti, taverne, teatrini di miniature, cabaret che sorgono ovunque come funghi e diventano nel tempo innovativi laboratori di sperimentazione teatrale e artistica"  ("Teatrini di miniature e csbaret tra numeri di varietà e impegno politico"). Un passione teatrale collegata a - derivata da - gli "spettacoli delle fiere sotto le montagne ghiacciate e nei baracconi che ogni anno nelle settimane di Carnevale e Pasqua si allestivano su vasti piazzali vicino ai fiumi",  risuscitando i ‘palcoscenici mobili’ dei primordi sovietici (teatri-tram che battono con tirate, slogan e cartelloni le vie cittadine; treni e battelli di propaganda che  portano in ogni contrada messaggi sulla guerra e sulle conquiste bolsceviche", tra "brevi scenette satiriche". Collettivi di improvvisati girovaghi che danno voce al terevsat, il Teatro della satira rivoluzionaria. E l’agitsud, "il processo pubblico di propaganda in cui si metteva alla berlina un personaggio dell’epoca". Col litmontaž, il "montaggio letterario", stralci di documenti lubbli i rimontati per illustrare  un fatto o argomento di attualità. La živaja gazeta (il ‘giornale parlato’). E le fastose inscenirovki, " azioni teatrali di massa" dai titoli roboanti - queste, sì,  di clssse, realizzate a Pietrogrado e modellate sul "Mistero buffo" di Majakovskij, come inscenato da Mejerchol’d nel primo anniversario della rivoluzione. Col contributo di Annenkov, Evreinov, Radlov, Al’tman, e altri artisti elencati, che arricchiscono il genere popolaresco di "echi delle teorie sul teatro di Vjačeslav Ivanov, acrobazie circensi, alcune teorizzazioni del Proletkul’t, gli interventi futuristi sull’architettura urbana".

Una ricerca dettaglista, nell'insieme e nei particolari, anche minimi. In una narrazione che ha del prodigioso per un lavoro filologico. Con un corposo, molto suggestivo di suo, inserto fotografico in ottima colorazione di scene, bozzetti, costumi, che da soli materilaizano lo spirito e i contenuti della ricerca.

Antonella D’Amelia, In principio era il Balagan, “Europa Orientalis”, Università di Salerno, pp. 311, ill,, sip