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lunedì 16 giugno 2008

Secondi pensieri (14)

zeulig

Bugia – Ha le gambe corte, ma corre veloce.

Complessità – Segna l’epoca in sordina, ma ha rivoluzionato il pensiero, da tempo: la filosofia e la scienza, compresa la scienza della scienza. Il pensiero filosofico l’ha disorientato, Heidegger ne è l’espressione, che così a lungo ha cercato il centro perduto.
Ha dissolto i fenomeni fisici e biologici, e la psicologia, l’economia, la sociologia, nonché gli strumenti di misurazione, la geometria e la matematica. Ha inciso più della relatività: Einstein opera nell’alveo della fisica “classica”, la complessità invece perturba ogni entità. Rovesciando il Principio di ragione, il “nulla è senza ragione” di Leibniz, peraltro indimostrato. Il Principium rationis non è più il principio di ogni rappresentazione.

Confessione – Porta a galla il peggio di se stessi, lodata, lo moltiplica, lo metastasizza. O la solitudine, che è la stessa cosa. I preti lo sapevano, che tenevano in punta d bastone le zitelle beghine e le puttane pentite.

Denaro – Non risolve i problemi ma ne crea. Essendo passato da nummus a misuratore della felicità è un motore che gira a vuoto.
La sua trasformazione da numerario ad accumulatore segue l’inizio della modernità, e l’obbrobrio sull’evo medio, operoso e immaginativo come ogni altro ma segato per la difformità dal nuovo modello, che si pretende universale, sprofondato nella preistoria.
È il problema del capitalismo. Della sua insoddisfazione (crisi) e della sua non accettazione, a partire di grandi capitalisti. Il problema non è il sopruso, o l’accaparramento, che ricorrono in ogni altra forma sociale. Il problema è l’inconsistenza del denaro – per chi s’arricchisce oltre che per chi s’impoverisce. È qui l’inconsistenza della borghesia, la sua arte essendo il denaro, che non dà soddisfazioni.

Dio – Il suo difetto è la perfezione: troppe cose gli sfuggono.

Se fosse il mondo, come vogliono i mistici, sarebbe pura immaginazione. È piuttosto l’anti-mondo, il bisogno di una certezza.
Di un mondo che pure lui stesso ha creato? È possibile, il principio duale non era campato in aria: il mondo come opposto a Dio, nel suo sviluppo se non anche nella sua origine.
Nel suo sviluppo per il principio della libertà. Che dunque non è in Dio?

Dolore – Resta incomprensibile, come la violenza, o il riso, perché non si riesce a legarlo al divino. L’uomo razionalizza solo il divino (il divino è la radice della razionalità).

Filosofia – Non decide nulla. Ma è un modo elegante di passare il tempo. Poco faticoso, come il croquet.

Quella occidentale è greca e tedesca. Ma la filosofia è irrealizzabile, e questo male si addice agli operosi tedeschi.

Giallo - È il tipico racconto che corre alla fine. La narrazione è – era – tipicamente aperta, seminativa. Il giallo è un ventaglio che si chiude.

Identità – Se inward-looking implode. Per un fenomeno fisico. Anche di fisica sociale, nelle tribù di Turnbull, nelle famiglie endogenetiche. Il meticciato di Senghor, o cosmopolitismo, è ovviamente più produttivo, perché fa imparare qualcosa. Anche guardarsi indietro serve, s’impara dalla storia e dalla tradizione, non si è se non si è stati. In termini pratici è una questione di equilibrio: essrrci-per-aprirsi, direbbe Heidegger.

Ipocondria - È malattia indelebile. Tanto più in quanto è soft.
È stata degradata a malattia dell’epoca, dei ricchi e sazi, i giovin signori pariniani. Ma è atto di ostilità, continuativo, suadente, perfido. Contro gli affetti,prima che contro se stessi e il mondo.

Letteratura - È zona franca, per il privilegio dell’extraterritorialità. Tutti gli eroismi vi sono possibili, senza rischio né fatica. Ogni turpitudine vi si può perpetuare, ipocrisia, adulazione, tradimento, perfino la violenza e fino all’assassinio, impunemente.

Libro - È una promessa d’ignoto. Anche a chi lo pubblica, all’editore, allo scrittore, allo stesso consulente critico.
Si difende con le ricerche di mercato, ma per gettare fumo negli occhi.

Vuole fatica, è droga per pazienti.

Metafisica – Passati attraverso il rifiuto della metafisica, se ne esce rifiuti.

Narrazione – È diffusa, sotto forma di romanzo o di reality, perché è un esercizio dell’ego del narratore. Una proiezione molto diffusa in epoca di ego dominante.
È sempre un dialogo. Anche se graficamente ordinato in flusso ininterrotto (Joyce, Bernhard), senza intervento visibile di interlocutore. Le digressioni, gli a parte, i paesaggisti dell’anima, i vi dico io che cos’è, per quanto compiaciuti, devono reggersi su forme di dialogo, per quanto surrettizio, con interlocutori immaginari ma sempre realisti, altrimenti non si legge.

Nella narrazione come a teatro, l’interlocutore è sempre immaginario. Antagonista quanto si vuole ma a uso personale. Il dialogo è immaginario come la descrizione o i fatti: è solo un artificio per dare spessore plastico (voce, moto) ai personaggi – i primi dialoghi sono quelli filosofici, falsissimi.

Opinione – Non ce n’è di più stupida – superficiale, incoerente, faziosa, inutile – che là dove è diventata pubblica. Un africano all’epoca del tam-tam ne sapeva e ne capiva di più.
Segna l’irrilevanza della condizione urbana – l’irrilevanza della società al tempo della città.

Realtà – Entra in noi, che dobbiamo realizzarla, molto prima di essere. Come desiderio, presentimento, ineluttabilità, della catastrofe, preparazione.

Romanzo – È un progetto, con una struttura e un disegno. Da qui la critica dei caratteri, dei tipi, il plot, i generi. Mentre la narrazione deve fluire libera. La narrativa di fa da sé – è la scrittura: la lingua e la concrezione degli eventi. Personaggi e tipi evolvono con gli eventi. La psicologia non costruisce i personaggi ma si costruisce con essi.

Scrivere – La storia si scrive. Scrivere è portare al presente il passato, anche insignificante, e al passato il presente, compreso l’inesistente.

C’è nella scrittura, nella buona scrittura, dotata per la comunicazione (narrazione), qualcosa di più del percepito e dell’espresso, e del vissuto. Freud o Heidegger (Platone, Nietzsche, etc.), o Stendhal, Schopenhauer, scrittori dotati, sono molto più grandi dei loro intendimenti, talora perfino limitati, o del loro misero vissuto.
Ciò è esaltante: da solo dà la misura del potenziale umano.

È leggere. Lo scrittore è narratore di letture.

Storia - La sua verità non può essere la razionalità.
La razionalità non può essere che quella di oggi. Insomma, la più matura possibile, quella che oggi ci sembra vera. La verità della storia è quella del suo tempo. È la razionalità, se si vuole, ma del suo tempo.
Il che non cambia molto. Ma la definizione sì, che può non essere poco. Delle epoche buie, per esempio, rispetto a quelle illuminate. Per esempio, un’epoca in cui tutti s’improsano liberamente che cos’è? È libera, illuminata, razionale?

Tempo - È immortale. Altrimenti non sarebbe. E dunque era prima dell’uomo che è mortale.

È un continuum, ininterrompibile. Da qui una certa stolidità.

È un metronomo. Anzi un pendolo: non accelera, ed è indifferente.

Verità – È ubiqua, e insidiosa. È insidiosa per essere ubiqua.

zeulig@gmail.com

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (19)

Giuseppe Leuzzi

“Non sono un pirla”, dice il portoghese Mourinho, che l’Inter paga il doppio di ogni altro allenatore. E “conquista Milano”, assicura il “Corriere della sera”, dove pirla significa coglione.

La palamita
Il signor Lega di Chioggia, che non è mai stato in campagna, l’ha scoperta al Sud. Non ha mai vissuto la vita di paese, solo al Sud. Non ha mai visto un matrimonio in paese, lo ha visto al Sud. Non ha mai mangiato dai parenti, solo al Sud. È stato sposo giovane di Adriana, giovane chimica siciliana della Montedison a Marghera, che lo innamorava in ogni piega. Col tempo Adriana sviluppò un ritorno sentimentale alle radici, passando parte delle vacanze e qualche Pasqua nella casa di famiglia ereditata in paese in Sicilia. Il signor Lega volentieri l’accompagnò.
Fu così che scoprì la vita di paese, la campagna, i contadini, i parenti, i matrimoni, il controllo sociale, le chiacchiere. Con curiosità, ma con un sottile effetto: tutto fu per lui estremamente siciliano. Compresa la strana usanza di meriggiare con le imposte chiuse. Lo pensò e prese a dirlo in ogni occasione.
Adriana se ne risentì. Provò a spiegargli che la campagna nel Veneto è probabilmente uguale, rispettosa e dispettosa, amichevole e insolente, come forse dev’essere in tutte le comunità piccole e chiuse. Lo spiegò ripetutamente. Ma il signor Lega la spiegazione prese a conferma della diversità. Nel caso, come una prevaricazione – anch’essa caratteristica, meridionale, siciliana, eccetera.
Il dissidio si complicò quando con la ristrutturazione il signor Lega fu prepensionato, mentre la moglie restò in azienda in attività fino all’età canonica. E ora il signor Lega è uno di quelli che alla panchina sul canale dicono che gli immigrati ci tolgono il lavoro.
Ma un problema è sopravvenuto. Nella sua scoperta del Sud il signor Lega aveva scoperto il palamito. Che, non ci credereste, è il pesce sott’olio come lo chiamano al Sud. Non tonno all’olio ma palamito. Se lo scambiano per i morti – i parenti del mare lo mandano a quelli di campagna - e lo mettono in conserva per l’inverno. Il che in sé non è un problema, Il problema è che ora il sindaco di Grado e Matteo Piervincenzi fanno la sagra della palamita. Anzi, non la sagra, una festival. Una festa a cui invitano storici, geografi, artisti, e filosofi – Piervincenzi è cuoco di stelle Michelin, e quindi cucina col pensiero. La Festa della palamita, che secondo loro si è sempre pescata nell’Adriatico, e sarebbe nientemeno sorella-fratello nobile del tonno. L'ultima speranza del signor Lega è che la palamita non sia il palamito.

Il Nord non esiste, perché il Sud non l’ha inventato.
Il Sud invece esiste, perché il Nord l’ha inventato.

Andando alla spiaggia, al mare cristallino della Tonnara di Palmi e delle Pietre Nere, si attraversa la contrada Scinà. Un posto dove ora molti magistrati e avvocati, e noti mafiosi hanno costruito le loro ville sul mare. Che altro non evoca se non lo studioso di cui Sciascia scrive: “Scinà è il miglior scrittore in italiano che ci sia stato in Sicilia prima dell’unità”. Ma noto solo per “L’arabica impostura” dell’abate Vella, un ignorantone che “con accento maltese pronunciava un bastardume di linguaggio arabo”, e fabbricò falsi documenti arabi, dapprima per certificare l’indipendenza dei nobili siciliani dagli statuti napoletani, dal riformismo, poi per assoggettarveli. Scinà è uno dunque che i falsi denunciava, “la minzogna saracina” del poeta Meli.

Dumas, instant antropologo, fulmineo d’intuizione, esatto nel rilievo, anche nella prosa minore di “Maestro Adamo”: «“Ammazzagesù” sono chiamati gli sbirri» in Calabria, racconta.

Nei caffè di Brindisi si fa (si faceva dieci anni fa) la tratta del lavoro. Albanese e asiatico. Ancora da arrivare.
Nella stazione di servizio di Monopoli si fa (si faceva) ufficio al cellulare, ordinando partite d’abbigliamento per centinaia di milioni, di scarpe, di mobili, di giocattoli, a produttori e distributori del Nord. Complici? Partite che si rivendevano a sconto a veri commercianti, con fatture false, e non pagate.
È lo stesso gusto degli affari di Milano, mediato magari a Milano, senza capitali. La moralità è diversa?

Avendo una Mondadori al Sud, o una Rizzoli, si potrebbe agevolmente comporre un libro alla Bocca o alla Stella sulla mafia a Milano. Non manca nulla.
Hanno colpito il Sud ripetutamente, ci hanno preso la politica, hanno colpito Roma e ora si prendono anche le banche, hanno colpito Torino col calcio, la cupola della mafia che non si trova è a Milano, che si proclama la capitale morale d’Italia. Non c’è infamia che Milano si sia risparmiata.
Se al tempo del Ripamonti i bravi erano sessantamila, non possono essersi dileguati senza traccia – anche seimila sono troppi, a voler concedere un errore di stampa.

Sudismi\sadismi. “Perché il Sud è senza voce”, un articolo di riflessione di Galli della Loggia il 29 maggio sulla scomparsa del Sud dall’Italia, ha aperto un dibattito sul “Corriere della sera”, all’uso di una volta. Che ha raccolto in dieci giorni tre interventi. Di ottantenni, La Capria, Giovannino Russo e Emilio Colombo - che forse va per i novanta. Con argomenti non si può non dire giovanili, di cinquanta e sessant’anni fa.
Il direttore del “Corriere” Mieli sarà stato generoso ad aprire il dibattito - se non voleva divertirsi. Gli intervenuti potrebbero non averlo deluso: ognuno a suo modo - ma tutti poi al modo napoletano - hanno testimoniato l'assenza del Sud più efficacemente di quanto abbia saputo dire Galli della Loggia. Il fatto è che il Sud può essere molto meglio, e molto peggio, di Napoli. E che comunque non va cercato a Napoli.Che dire di Napoli? “Il fatto è che per decenni”, scrive Galli della Loggia, “le sue classi dirigenti hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l’essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale”. Il “fatto”? quale fatto? Ogni parola suscita meraviglia: classi dirigenti? centralità? ideologia? cultura? questione meridionale? profilo politico? ruolo? Lo storico fiuta la novità, ma la riporta alla solita “vecchia tesi” (non c’è saggezza se non è vecchia): alla “antica vocazione delle classi dirigenti siciliane a bypassare Napoli e il Mezzogiorno per mettersi direttamente d’accordo con l’Italia settentrionale”. No, lo sforzo è di tutto l’ex Regno di liberarsi di Napoli e mettersi d’accordo col mondo – liberarsi dei baroni? dei Borboni? No, di Napoli, dell’inferno.La parte più nobile di Napoli, “Gomorra”, nel libro e al cinema, è proprio napoletana, molto furba. Accattivante, suadente, e traditrice – mai un briciolo di verità a Napoli, è roba da poveracci. La questione morale della mafia, se se ne potesse impiantare una, è significativa: a Palermo costruisce e innova, a Napoli litiga per le strade e accoltella i bambini. La città sa fare (ancora) molte cose, ma non lo sa dire, o non vuole. E si crogiola – la crogiolano i suoi giornali, i suoi scrittori, i suoi intellettuali – nel tricche e ballacche. Eh sì, Napoli nobilissima e crudelissima è folklore stomachevole. Quell’essere e non essere vischioso, che da tropo tempo mostra un ordito camorristico, marcio anche se da teatro d’infimo ordine, dai disoccupati organizzati agli assenteisti e sabotatori dell’Alfa Romeo, e ai rifiuti, che si vogliono ecologia pura e sopraffina. L'ultimo ministro di Napoli è Pecoraro Scanio. A Pomigliano, dove la Fiat ha concentrato l’Alfa Romeo per farne un marchio da mezzo milione di autovetture, alle maestranze non gliene frega nulla, a loro interessa poter non andare il lunedì. Che Sud è questo? Meno male se non ha più voce.Il problema è alla radice. Che deve dire il Sud di fronte a Napoli? Che cosa di diverso può dire rispetto al Nord, e al resto d’Italia e del mondo? O di fronte a tutto il sentimentalismo e la rancida sociologia dei polemisti anziani del “Corriere”? Per una diversità del Sud che, insomma, si sa, è l’intervento straordinario? Ma la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno è la cosa migliore che sia stata fatta nel dopoguerra per il Sud.Il problema è che il silenzio del Sud è un’ottima novità, se non sa che parlare sguaiato, nella forte indignazione delle sue figuranti popolane, che non si capisce se sono veline locali o guappe furbe. Per fortuna, avrebbe dovuto dire Galli della Loggia, che il Sud tace, raccoglie l’immondizia e, dove possibile, va di giorno a lavorare.La questione meridionale è la questione settentrionale. Di uno Stato che si dice meridionalizzato. Lo dicono i corrispondenti del “Corriere”, lo diceva Sciascia, lo dice il Meridione insomma, e questo è parte del problema, è la parte più importante. Mentre si sa che è settentrionalizzato. Perché il Sud non ha mai contato nulla, non sono gli sbirri che fanno la polizia. Perché è corrotto e imbelle, soggiogato al denaro in tutte le sue forme, dal sussidio alla termovalorizzazione e alle energie alternative, cosa di meglio c’è per le coscienze?, passando per la criminalità. La colpa specifica del Sud in questa Italia è di non saper far fruttare il crimine.

domenica 15 giugno 2008

Il caro petrolio finirà con Bush

Il neo libertino Tremonti si è divertito al vertice economico in Giappone a dire che il caro petrolio è dovuto alla speculazione. Il che è solo vero. Inglesi e americani hanno detto di no, riferiscono i giornali italiani con aria di rimprovero. Al ministro italiano. Senza spiegare che la speculazione si fa a Londra e Wall Street, che grosse fortune vi si sono costituite.
La domanda e l’offerta non c’entrano nulla col petrolio a cento o duecento dollari. Non c’è scarsità di offerta: il greggio abbonda, il gas pure, se anche per una settimana o un mese il mondo decidesse di andare a piedi, il greggio aumenterebbe. Questo è un caso da manuale di aspettative inflazionistiche che rendono l’inflazione ineluttabile, per la debolezza procurata del dollaro e delle monete asiatiche al dollaro legate. E di speculazione, che, nella migliore delle ipotesi, si difende dall’inflazione. In quella gigantesca partita di giro che sono i futures, che non si sa chi pagherà – per ora la stiamo pagando noi. Il tutto nella ovvia consapevolezza che Bush è lì per rilanciare l’industria del petrolio negli Usa. Nelle aree per ora chiuse alla prospezione, soprattutto a mare. E nelle emissioni, che in alcuni Stati hanno limiti troppo rigidi a giudizio dei petrolieri.
Ma per questo stesso fatto con la fine della presidenza Bush la sagra è destinata a finire: se vince Obama ma anche se vince McCain, la bolla scoppierà. Tutti i suoi pilastri, i fondi sovrani della penisola arabica e di Mosca, le banche d’affari inglesi e americane che vendono il know-how, e i tanti texani e russi agganciati al boom, si reggono sul benign neglect di Bush. Che nella diplomazia degli affari equivale a un accordo, è la vecchia stretta di mano al mercato dei buoi.
Non c’entra l’ideologia, il liberismo, la globalizzazione. Bush ha dato via libera per tre fattori concomitanti, oltre al rilancio dell'industria americana del petrolio in America: tenersi stretti i potentati arabi nella lotta al terrorismo, fare dell’Arabia Saudita una potenza regionale in grado di giocare un ruolo di stabilizzazione in Libano, in Iraq e, si pensa, con l'Iran, arricchire gli amici petrolieri americani – anche se pure Putin ne approfitta. Questo non può durare. Non per altro: i problemi del mondo si risentono anche in Cina e in India, che l’America non può mettere in crisi. E' in simbiosi con Cina e India che l'America riesce a fare da un ventennio ancora la spesa, e dall’altra regolare senza spendere il mondo, senza sprecare armi e soldati.

Fascista sarà Tremonti - o è il re Sole?

La reincarnazione di Tremonti è affascinante, per come sa gestire i giornali, ottenere l’effetto. “L’impoverimento del ceto medio europeo ha un solo esito, il fascismo”, ha detto, e zàcchete, il “Corriere” intervista gli storici del fascismo. Melograni, che ha capito il gioco, se la cava: “Un ritorno al fascismo? No, non lo vedo. Vedo però, in questo ha ragione Tremonti, un forte impoverimento dei ceti medi europei”. Emilio Gentile e Lucio Villari danno naturalmente addosso a Tremonti, per correttezza politica, ma poi si avvedono che assolvono Berlusconi dal fascismo, altra correttezza politica, e un po’ si perdono. Gentile si fa una risata, dice l’intervistatore Paolo Conti, ma poi il fascismo riduce al nazionalismo: “Fascismo e nazionalsocialismo non intendevano sfamare una quota di popolazione ma conquistare un impero”. Anzi, esclude categoricamente che il fascismo “ebbe fortuna per una caduta sociale del ceto medio”, cosa che tutti invece sanno per evidenza innegabile. Mussolini, come si sa, non ebbe una politica sociale, e non fu sostenuto dalla piccola borghesia e dal lavoro dipendente, solo dai legionari e vagheggini della donna nera. Come, ora, Berlusconi in Afghanistan o in Iran. Villari sa, ma nega: “Il fascismo non nacque solo per vicende economiche ma per una questione ideologica e politica. E oggi la crisi del ceto medio non mi pare si stia saldando con una crisi ideologica o politica”. No?
Sempre e solo politica politicante. Che cos’è la Lega per Villari e Gentile, il partito del Nord? Degli operai e dei borghesi del Nord? Sullo stesso “Corriere” del resto Paolo Macry becca lo storico di lungo corso Tranfaglia, orfano del Pci, che si sarebbe prodotto sull’“Unità” in nove puntate attorno a Giorgio Almirante. Una biografia del fascista-neofascista-doppiopettista che serve unicamente e evitare che una strada gli sia intitolata. In subordine all’anatema di rito contro il socialfascista Craxi, che negli incontri politici coi partiti in Parlamento per la formazione del governo prese a parlare anche con Almirante. Lo storico Tranfaglia conclude la sua opera ricordando che l’erede di Almirante, previa investitura, è il presidente della Camera Fini. Non sarà dunque il fascismo già ritornato?
Questo, sabato. Domenica Eugenio Scalfari commenta lungamente un articolo del “collega D’Avanzo”, cronista giudiziario di “Repubblica”, secondo il quale Berlusconi sta tentando di “separare lo Stato dal diritto”, cioè dalla Costituzione. Siamo cioè al fascismo. Ma Scalfari, forse per non dare ragione a Tremonti, dice che no, siamo al re Sole, e anzi alla parrucca del re Sole.
Nella stessa giornata Gentile non trova il coraggio su “Il Sole” di dire esplicitamente dove si è annidato il fascismo nel lungo dopoguerra. “Per molti antifascisti la peggiore eredità del fascismo non era la continuità delle istituzioni statali e pubbliche create dal regime e incorporate nello Stato repubblicano, quanto e soprattutto un certo modo di concepire e praticare la politica”, esordisce il fascistologo. E conclude: “Se il conformismo e il misticismo politico erano mali del fascismo trasmessi alla democrazia, altrettanto grave era un’altra tendenza del totalitarismo fascista che pareva avesse contagiato i partiti della democrazia, cioè la tendenza a organizzare le masse con appelli al settarismo fanatico, e la loro propensione a prevaricare lo Stato per i loro interessi, producendo così, dopo l’esperienza del partito unico, una nuova forma di dominio partitico, che fu definito fin dai primi anni dell’Italia repubblicana, con il termine “partitocrazia”…”. Mamma mia, che storia! Gentile ha il pudore di non darne la colpa a Almirante. Ma se il professore facesse ancora uno sforzo non sarebbe male - i compagni sono sempre potenti nel terzo settore, ma non più faziosi come usavano.
Il re Sole, dunque, e il fascismo. Mentre si tratta di raccogliere la spazzatura a Napoli, di evitare qualche stupro, in piazza o nelle metropolitane, uno su dieci non sarebbe già un buon risultato?, di non costruire a villette a schiera il patrimonio dell’umanità tra Montalcino e Pienza, dove sono già riusciti a riempirsi le tasche svuotando il Brunello, e al più di eliminare le mafie che reggono le regioni compagne, da Napoli a Firenze. Il fascismo, è vero, non c’entra. O c’entra? L’intellettuale e resistente Asor Rosa vuole i soldi del governo per indennizzare i costruttori delle villette tra Pienza e Montalcino, caso mai non riuscissero a venderle. Mentre a Napoli Mirella Barracco non vuole volontari che spazzino le strade. Forse la baronessa non sa che tra Chiaiano e Marano è un vespaio di camorristi (o forse lo sa). Fascista è anche, un po', il tradimento del terzo settore, gli (ex) intellettuali. Che non sanno che tutto questo fascismo era già di Pasolini nel 1975, nel 1969, nel 1958: al fascsimo degli intellettuali non c'è scampo?

Si vota no all'Europa del nulla

Ci si chiede cosa non va in Europa. Perché euroentusiasti come gli irlandesi, che finalmente in Europa, in soli quindici anni, hanno potuto battere la povertà di un millennio, finalmente alla pari degli inglesi, ce l'abbiano tanto contro la costituzione europea. Ma ci si dovrebbe chiedere cosa va in Europa. Che è governata da una burocrazia insolente e stracca, cioè stupida. Da una Francia insolete e stupida. Da una Germania operosa e stupida. Per un diplomatico, e anche per un gioanlista se ce ne fossero, il mutismo della Germania è fragoroso. Già negli otto anni di Schröder. Ma di più con la Merkel. Sotto la frusta degli Usa cattivissimi, che fanno ballare il mondo a comando. Che montano l’Est Europa e il Caucaso contro la Russia. E contro la Russia hanno smontato la Serbia, dopo che l’Europa aveva smontato la Jugoslavia, con l’invenzione del Kossovo e l’ignobile guerra aerea di Clinton - l'Europa con la Russia sarebbe imbattibile.
Il referendum istituzionale sarà l’estrema prova dell’insipienza europea. Dell’Europa dei burocrati in questi vent’anni di vuoto politico, dopo Gorbaciov – il comunismo sovietico sarà stata l’unica ragione d’essere dell’“ideale” europeo, della libertà, il progresso, il socialismo, l’Occidente. L’Europa è tornata a essere la vecchia balzana che da oltre un secolo è, paurosa, fascista, traditrice.
C’è altra insipienza che votare una costituzione? Senza mediazione politica? Senza nessuno che sappia di che si tratta e lo spieghi? Perché il voto è libero e democratico… Bisogna avere molta cattiva coscienza per far credere simili sciocchezze. O non averne, né buona né cattiva. Questo è il caso dell’Europa, dei suoi governi tutti per un qualche verso con la cattiva coscienza, e di Bruxelles. Gli europei, in proprio, sono a mal partito e delusi dalla politica, che altro devono dire? Che dica sì metà o poco meno dell’elettorato è anzi un miracolo, di fronte a tanta bestialità. La politica agricola e quella monetaria sono tanto belluine che non un no all’urna ma una rivolta violenta sarebbe più che giustificata.
È un’epoca insensata per l’Europa, del grande freddo, fra i tempi calamitosi della siccità, dei ghiacci che si sciolgono ai poli, e che si penserebbero torridi, ma piove così tanto, e gli immigrati che la invadono e devastano, e tutti si litigano, per appropriarsene. Mentre magari se producesse un po’ più di grano, di carne e di latte, invece di pagare, migliaia di miliardi ogni anno, per non produrre, sarebbe un po’ appagata e farebbe anche opera di bene - vero volontariato, non quello pulcioso di chi combatte con la sua vita. Il suo segno è del resto la politica monetaria così scioccamente maltusiana – di chi volgarmente si sega le palle per far dispetto alla suocera. In dispetto col mondo, con la globalizzazione che la sua elevata coscienza morale le impedisce di riconoscere, uno legge “Le Monde” e si stropiccia gli occhi. Tra Sarkozy, Berlusconi e Zapatero – manca il tango.

mercoledì 11 giugno 2008

Passera verso Alitalia. Arpe in Intesa?

È Corrado Passera la scelta del governo per gestire il salvataggio e il rilancio di Alitalia. È una scelta “milanese”, di Ermolli e gli ambienti d’affari coinvolti, e quindi anche di Berlusconi. Ed è la scelta di Fini, che con l’ad di Intesa ebbe proficui scambi di vedute quando lo stesso amministrava le Poste. È il successo di Passera nella ristrutturazione e il rilancio delle Poste, l’unica azienda dello Stato dove si è fatta con successo la formazione del personale, dove si è innovato radicalmente con successo, e dove è entrata la cultura della produttività, a consigliare questa indicazione. Che incontrerebbe il desiderio dello stesso Passera di cambiare azienda e settore, non trovando più in Intesa, dopo la fusione col San Paolo, stimoli a continuare.
La nomina si farà quando sarà stato individuato il suo successore in Intesa. È a questo proposito che il nome di Matteo Arpe è emerso, l’ultimo dei giovani innovatori della grande banca, dopo Profumo e lo stesso Passera. Arpe aveva a suo tempo contrastato con durezza, da amministratore delegato di Capitalia-Banca di Roma, il passaggio del gruppo romano a Intesa. Ma di questo non gli farebbe colpa Bazoli, che di Intesa è a tutti gli effetti il dominus: il mancato acquisto di Capitalia viene addebitato in Intesa alla resistenza di Cesare Geronzi, dominus del gruppo romano incontrastato. La nomina del nuovo ad del resto Bazoli deve ora contrattare con i suoi nuovi soci di Torino. E questa inaspettatamente sarebbe la carta più a favore di Arpe: consentire a Bazoli di chiudere la falla prima ancora che si apra.

Contro Veltroni da destra e da sinistra

Non c’è solo l’ex Margherita a scendere in campo sempre più dichiaratamente contro Veltroni. Anche i prodiani hanno la loro da dire. E comunque il leader del partito Democratico non si fa illusioni, a sentire i suoi collaboratori: si sente pressato da destra, per dire, e da sinistra. Per sinistra intendendo Arturo Parisi e i prossimo collaboratori di Prodi, tra essi il suo ex consulente per gli affari a palazzo Chigi, Angelo Rovati. Più una parte dei Ds, quelli che Veltroni aveva silurato nelle federazioni locali e nelle candidature e che tra elezioni amministrative e organi locali si stanno prendendo numerose rivincite. Un’alleanza tra Prodi e questa sinistra ex Ds, quasi bertinottiana, sembra impensabile, e tuttavia c’è già stata dieci anni fa, c’è stata nel 2006, e non è lontana oggi. Rovati, che ha voluto far sapere di non avere votato Pd, è più di Parisi un avversario acceso di Veltroni.
La saldatura è possibile sul tema Berlusconi. Anche Prodi è convinto che l’antiberlusconismo non paghi più. Forse in modo espediente, preparandosi personalmente la successione al Quirinale al presidente Napolitano tra quattro anni. Sul tema delle riforme istituzionali, però, per le quali l’incontro Pd-Pdl sembra maturo, Prodi dissente su più di un punto. Altri punti sensibili sarebbero la sicurezza (dai clandestini alle intercettazioni) e il mercato del lavoro. Su questi punti Prodi non ha proposte diverse da quelle del governo, ma si aspetta che Veltroni si logori in un’opposizione che non potrà essere credibile dal momento che l’asse della sua politica è fare anzitutto le riforme. Insomma, un’opposizione articolata e attendista. Ma non per molto, si assicura.
Le critiche a Veltroni sono più di una fronda, ogni giorno montando di livello. A livello nazionale si anno sentire in interviste e nei talk show, anche con un certo compiacimento. Ma sono più forti, se possibile, comunque più insidiose, a livello locale.

Niente buco se il giornale non lo dice

Roma è in dissesto per 7,2 oppure per nove miliardi? Per nove, non c’è dubbio. E non perché la cifra l’ha registrata qualche mese fa questo sito, ma perché un segreto che tutti sanno. Non lo dicono, però, ecco, la notizia è questa. Un po’ come quando la tv esplose con “Lascia o raddoppia” e al “Corriere della sera” si decise, con fastidio, che se il giornale non ne parlava era tanto meglio. È così che il lettore di sinistra, che compra il suo giornale ogni mattina, il “Corriere della sera” o “La Repubblica”, e diligentemente lo legge, non sa nulla di questo. Al più sa che c’è un nuovo sindaco, uno di destra, che vorrebbe far fallire il suo Comune. Insomma, la solita fastidiosa bega tra destra e sinistra. Ma non si sa: è il lettore di sinistra che vuole il giornale come il rosario, noto, ripetitivo e elogiativo? o è il giornale che, in tema di santi, sa solo dire il rosario?
Il buco potrebbe essere maggiore in dipendenza dai derivati che a mano a mano vengono a scadenza, e dal difficoltoso recupero di due milioni di cartelle pazze da parte di Equitalia, l’esattoria del Tesoro. Sarà comunque maggiore con le perdite di aziende comunali che peraltro non brillano per i servizi, come i trasporti e la spazzatura. E purtroppo, destra o sinistra che sia, è il risultato di una gestione della più grande città italiana ridotta a santificare i sindaci Rutelli e Veltroni, la loro immagine e carriera politica. I nove miliardi che mancano non sono stati naturalmente spesi per la gloria dei sindaci, forse nemmeno novecento milioni. Ma non c’è stata a Roma altra politica per quindici anni, non di bilancio né d’investimento, che non fosse il passaggio politico di Rutelli e di Veltroni ogni giorno sui giornali. Un po’ come nel Terzo mondo, che lo scià, il generale, il chief ogni giorno deve campeggiare in prima pagina. Veltroni giunse, un giorno di magra, a dotare una signorina della borgata Finocchio, che ne fu molto sorpresa – dotare nel senso di costituire la dote per il matrimonio.
I nove miliardi che mancano non sono stati naturalmente spesi per la gloria dei sindaci, forse nemmeno novecento milioni. Ma non c’è stata a Roma altra politica per quindici anni, non di bilancio né d’investimento, che non fosse il passaggio politico di Rutelli e di Veltroni ogni giorno sui giornali. Un po’ come nel Terzo mondo, che lo scià, il generale, il chief ogni giorno deve campeggiare in prima pagina. Veltroni giunse, un giorno di magra, a dotare una signorina della borgata Finocchio, che ne fu molto sorpresa – dotare nel senso di costituire la dote per il matrimonio.
La politica scantona: se Alemanno non s’è inventato il “buco”, se Roma non si sta fregando altri spiccioli dello Stato, se una gigantesca liquidazione non è in corso, una caccia alle streghe, se il debito non era già di Rutelli, o già di Carraro, se non Argan,o del sindaco Nathan, ecc.. Il solito gigantesco gioco dei quattro cantoni, anche della destra contro la destra e della sinistra contro la sinistra. Solo la giustizia se ne disinteressa. Il fatto c’è, la notizia di reato è perfino troppo corposa. Ma la Corte dei conti non sa nulla e non si interessa del “buco” di Roma. La giustizia ordinaria, che ci ritroviamo purtroppo anche in camera da letto, e intercetta perfino i rumori molesti del bagno, neppure.
La corruzione nelle nostre città è lampante. È minuta e all’ingrosso, è quotidiana, è spudorata, è normale. A partire dai comportamenti, l’uso privato del fax in ufficio (il popolo dei fax di certa sinistra) e, carissimo, del cellulare aziendale, specie se pubblico, o dai miniappalti apparentemente innocui, ma si guadagnano migliaia di euro producendo soltanto adesivi, per il Comune, la Provincia, la Regione. Tutto quello che oltralpe semplicemente non è tollerato, dalla Spagna alla Finlandia. Solo per la giustizia la corruzione non c’è. Se non è espediente al destra-sinistra, al piccolo cabotaggio politico. La giustizia essendo essa stessa il perno della corruzione, per gli interessi privati (consulenze, incarichi istituzionali, giudizi extragiudiziali), per le omissioni e collusioni politiche, per le persecuzioni, per i carrierismi, spesso loschi, altre volte spietati, sempre sfrontati, per l’impunità eretta a garanzia costituzionale.

lunedì 9 giugno 2008

Voglia bianca di correre soli in Europa

Non è stato il deficit di proposta a penalizzare il Pd, secondo i bianchi del partito, ma il centralismo democratico di Veltroni. E il dopo elezioni è conforme: il leader del Pd va avanti come uno schiacciasassi su una strada che non può che essere perdente, alienando agli ex popolari e ex Margherita i politici locali e portatori di voti. L’irritazione monta col passare delle settimane, senza che Veltroni dia cenni di voler mutare linea o atteggiamento. E si condensa in in un antiveltronismo ogni giorno più duro e meno dissimulato. Con Veltroni rimangono Franceschini, i candidati sindaci suonati e suonaturi, di Roma, Massa, Livorno, Napoli, eccetera, e pochi altri - forse nemmeno l’incognito ubiquo Follini: Marini, Bindi, Fioroni, e Prodi naturalmente, con Parisi, e gli altri vedovi dell’Ulivo scalpitano.
Non ci sono molte vie d’uscita: tra i leader bianchi non ci sono molte idee per uscire dall’impasse. Non c’è nemmeno molta sintonia tra di essi, non si può parlare di un fronte contro i veltroniani. Quello bianco è come un gregge tutto di montoni, e allo sbando. Ma un’esigenza sta emergendo, al loro modo obliquo, trasversale, detta e non detta, ma sempre più chiara: smarcarsi. Contarsi da soli, far riemergere l’orgoglio ex popolare. L’appuntamento sono le elezioni europee, dove il voto è effettivamente libero, sganciato dai ricatti - il potere, il voto utile. E l’idea è di riuscire nell’occasione a rendersi nuovamente visibili. Senza scissioni, ma con una distinta identità – identità è ora la parola chiave tra i cattolici del Pd.
La componente bianca del Pd sa di essere comunque legata al progetto del partito e non valuta, non ne discute nemmeno, di uscirne. Ma è altrettanto unanime e sicura di dover dare sfidare Veltroni per non perdere definitivamente la base elettorale. Che è sempre compatta nell’antiberlusconismo, ma è pure antiveltronista. L’idea è venuta nelle discussioni croniche sull’adesione o non adesione del Pd al Partito Socialista Europe. A un certo punto uno sdoppiamento delle appartenenze è stato prospettato, che però è impraticabile. Anche perché il Partito Popolare Europeo è saldamente legato al vincente Berlusconi. Ma uno sdoppiamento delle liste si pensa che sia possibile, con un logo, un marchio, che identifichi la parte ex Dc del partito Democratico.

Amori disincarnati della Duras

Esemplare Duras fin dagli inizi, dalla cruda lunga memoria della madre e di Léo-M.Jo, il personaggio del suo primo amore (e di tanti libri) a sedici anni, ricchissimo ma annamita, e perciò invisibile. I tre quaderni “ritrovati” (in realtà già per metà pubblicati nel 1986 nel “Dolore”) sono qui pubblicati non in ordine storico, di composizione, ma presumibilmente per qualità di lettura – il primo quaderno, di fine anni Trenta, viene per ultimo. E tuttavia il marchio Duras è fluido e felice fin dall’inizio, quando ancora lei si vedeva moglie e amante di scrittori.
Esemplare è nel primo di questi “Quaderni” il primo corpo a corpo con la famiglia che sarà uno dei temi narrativi maggiori di Marguerite Duras, con la madre e i due fratelli, e con la vita in colonia, dei francesi che in Indocina come in Algeria si abbrutirono e perfino si declassarono. È un testo del 1943, e potrebbe essere la prima prova narrativa della ventinovenne Margherite, anche se nello stesso anno risulta aver debuttato nell’editoria maggiore con “Les Impudents” e l’anno successivo con “La vita tranquilla”. Il racconto della famiglia, che serpeggerà in tutta la narrativa, è qui molto esplicito. Vendicativo forse: ne va della sopravvivenza della scrittrice, al momento in cui ha iniziato una vita totalmente diversa. Con pagine d’antologia: l’inutile lotta contro le maree, la figlia immacolata da picchiare regolarmente, che è la stessa Marguerite, la letteratura dell’infanzia, la scuola, la virilità della maternità, “se per virilità s’intende l’sercizio violento della libertà”.
Il libro, composto da tre quaderni redatti tra il 1943 e il 1948, è un magazzino della Duras romanziera. Meglio un ouvroir, cui Marguerite attingerà i motivi principali, e anche interi testi, di tre filoni di romanzi. Una tavola delle concordanze e un indice dei nomi, reali e d’invenzione, ne facilitano al lettore il reperimento. I due blocchi più lunghi riguardano uno l’esperienza in Indocina (“L’amante”, “La diga”), l’altro la tarda pubblicazione, già allora giustificata dal reperimento di taccuini dispersi, sul ritorno del marito Robert Anselme dalla detenzione a Dachau alla libertà a Parigi, dove Marguerite si era fatta un'altra vita con Dionys Mascolo. Tema che, con molte precauzioni, Marguerite ha elaborato ne “I cavallini di Tarquinia” e, a generi rovesciati, ne “Il Marinaio di Gibilterra”. E poi ne “Il dolore”, pubblicato tardi, nel 1985. Corredato da testi che qui si ripubblicano, “Ter le milicien” e “Albert des capitales”, materiali di un romanzo alla Fenoglio sui giorni finali della Resistenza, che la scrittrice non ha pubblicato, e forse non ha scritto.
L’invenzione dell’“Amante”
Il primo-ultimo gruppo di appunti svela forse da sé uno dei misteri che i biografi di Marguerite Duras non riescono a penetrare, la sua famiglia e la sua Indocina. Perché la sua vita fino a vent'anni è più d'invenzione che non. Compreso l'amante "cinese", che in uno dei quaderni ha molte scene, ed è il figlio degenere di un ricco imprenditore annamita, mentre in un altro è un piantatore del Nord (Vietnam) meticcio. E cioè, in francese, è mezzo europeo. Nel primo (qui ultimo) quaderno leggibile della fitura scrittrice, ricondotto al 1938-39, si pala del padre che muore di consunzione, nella sua vila, in un parco, bene accudito da fedeli domestici, nella valle del Dropt. Una zona poco nota dell'Aquitania, di grande attrattiva storica e ambientale, da uno dei cui toponimi, il castello di Duras, molto vivibile, fine Cinquecento, e molto monumentale, Marguerite prenderà il nome d'arte. Il padre morto la madre vorrebbe poi riseppellire in un'altra tenuta di famiglia.
Un capitolo dei “Quaderni” è intitolato “Ricordi d’Italia”. Non lungo, in questi diari l’Italia è poca, ma è densa. Come ogni esperienza, anche minima, di Marguerite Duras. E darà esca al secondo filone di romanzi autobiografici. Una vacanza estiva a Bocca di Magra nel 1946, con Robert e Dionys, e con Elio Vittorini e la sua ammiratissima moglie Ginetta, qui si ritrova già "scritta", in abbozzi che la scrittrice capitalizzerà ne “I cavallini” e “Il marinaio”. Più un ritratto a tutto tondo di Dionys Mascolo, col quale la scrittrice avrà il figlio Jean, che s'intestardisce a fare il bagno nella libecciata, dove più spesso si muore, e probabilmente, da solo, di nascosto, lo ha fatto.
Esemplari sono, questi “Quaderni”, della scrittura disincarnata che sarà la cifra di Marguerite Duras. L’ombra è erotica. Firenze è senza alberi. C’è il senso della morte nel bagno di sole. Il senso di colpa per il marito partigiano, dimenticato dai tedeschi nel lager e dalla stessa Marguerite a letto con Dionys, è nella sua diarrea insistente, quasi una voglia di morte del sopravvissuto, o di spurgo della vita anteriore.
La fisicità della letteratura
Duras ha una scrittura sua, nella posterità, immune alla Duras pubblica, dei film, la politica, il femminismo, che qui emerge a tutto rilievo. Duras è una scrittrice che, benché coinvolta praticamente in tutto, dal giornalismo alle elezioni, dalle polemiche quotidiane agli amori senili, e in un purismo Pcf da neofita, fino all’antigollismo (benché il Partito l’abbia processata per immoralità, per il rapporto a tre con Antelme e Mascolo), ne è completamente distaccata. In un certo senso lei stessa la individua - la sua scrittura - in una pagina che si vuole frivola e seria, in cui la sua posizione nella vita e l’amore fa risalire a due letture dell’adolescenza, “Magalì” di Delly e Dostoevskij. A Dostoevski attribuisce “la tendenza che ho ancora a preferire l’opera d’ispirazione a ogni altra, e a disistimare l’intelligenza”. Il che è vero al contrario – e il contesto dice che la Duras questo intende dire: il suo sguardo è dell’anatomista.
Un’altra conferma è nel diario italiano. Il primo episodio è la nascita del figlio morto avuto col marito Robert. Un episodio successivo è il progetto di una nuova maternità con l’amante Dionys, nel momento in cui il rapporto si scioglie, a ricordo di un amore finito. Pezzi di bravura, ma da anatomista, della gestazione, del parto, della crisi di coppia: tutto per la letteratura. Non solo gli eventi (aneddoti) e la memoria, ma le cose e il sangue stesso sono in quanto materia di manipolazione letteraria, di scrittura. A pochi anni data, è la scrittura che soverchia e anzi annulla il personaggio, e non il contrario, come sembrava in vita.
La cifra Duras è la fisicità in ogni aspetto, la luce (l’ombra), il presentimento, dell’infelicità, della felicità, il parto, la morte al parto, il ritorno dal lager, qui raccontato due volte, del marito, e la merda, un mese di merda di uno che solo si nutre di liquidi ed è pelle e ossa, e ribolle, verde, putrida, un’espulsione simbolica di tutto il male introiettato, dopodichè la fame ritorna, insaziata. La disincarnazione della carne. Degli amori, materno, fraterno, clandestino e come prostituito, di coppia, filiale, della maternità, della morte nella maternità, del senso della vita nella morte, del declassamento, che essa risente e forse ne ha segnato la vita fino al successo letterario, per una sorta di follia materna come quella gaddiana.
Margherite Duras, Quaderni della guerra e altri scritti, Feltrinelli, pp.326, € 19,50

domenica 8 giugno 2008

Filologia e (dis)inganno

Carlo Ossola distrugge sul “Sole 24 Ore” oggi l’esercitazione di Luciano Canfora sulla lettura dei testi sacri (il recente “Filologia e libertà” del fluviale antichista), affettuosamente, amichevolmente, con una lettera. Che pubblica con evidenza. Esemplare della libertà critica del filologo?
E fa un riferimento a "narrazioni biografiche sulla persona del fondatore della setta (Gesù)”. Il cristianesimo una setta?
La “verità del testo”? Ancora? Non era l’arma delle tirannie?
Pensavamo di essere usciti da “Cos’ha detto veramente Marx” e “Cos’ha detto Lenin”, e siamo a “Cos’ha detto Gesù”. O Canfora?
Di che si parla? La filologia critica applicata alla filologia?

Il nemico risponde, l'America non capisce

La Germania sconfitta risponde, l’America non capisce
Un’inchiesta molto citata, sulla Germania negli ultimi mesi di guerra vista dal di dentro, fa capire che la storia dev’essere ancora scritta, sulla Germania in guerra e nella sconfitta, dopo la prima reazione irritata.
Saul Padover non è il primo venuto: al tempo della sua inchiesta in Germania, nel 1944-45, al seguito delle truppe americane, aveva quarant’anni. Benché emigrato da Vienna coi genitori nel 1920, aveva fatto studi nelle migliori università americane, Yale e Chicago. E benché di famiglia ebraica, aveva all’attivo studi apprezzati di medievistica. Dopo questa ricerca sulla mentalità tedesca per conto dei servizi d’informazione americani, di cui era coscritto, condotta con quotidiane interviste con la gente comune, insegnerà Scienza politica a New York e pubblicherà apprezzate biografie di Marx e Jefferson, e antologie di Madison e Nehru. Ma gli sfugge, benché gli venga ripetutamente spiegato da molti dei tedeschi che interroga, il disegno, tedesco e forse anche americano, di uscire “da destra” dalla sconfitta. Questa possibilità non c’è, c’è solo, per Padover, l’ipocrisia e la nullità politica dei tedeschi: tutti i suoi interlocutori sono piagnucolosi e pieni di autocommiserazione. Un’opinione che non varrebbe nemmeno la pena di rilevare se non fosse stata a lungo prevalente e anzi unica sulla Germania alla fine di Hitler.
Padover registra bene ma non capisce. Il capitolo 45, l’incontro col vescovo di Aquisgrana, è un momento di estrema lucidità, una lezione di politica e di storia esemplare: Padover la registra ma non la capisce, il vescovo riduce a uno che si dice povero ma porta al dito un ametista “grosso come un uovo di pettirosso”, e chissà quali nefandezze nasconde. Due capitoli prima il borgomastro di Aquisgrana, Oppenhoff, era stato anch’egli singolarmente chiaro sull’esigenza di creare una Germania, magari divisa, ma antisovietica e anticomunista, e sul suo destino personale – sarà ucciso in un attentato come prevedeva, sapendosi minacciato. Padover riferisce, anche dell’attentato, ma senza capire. La sua capacità critica si ferma al politicamente corretto: la Germania è stata nazista? quindi dev’essere socialista. I tanti socialisti che incontra non lo seguono su questa strada, ma non importa, sono i soliti tedeschi inutili.
Il libro ha alcuni squarci di verità, soprattutto sulla mentalità della superiorità, persistente nella sconfitta – e dopo, nel viaggio ormai troppo lungo dell’Unione europea. Il saccheggio vile del castello di Paderborn. I quadri di pelle umana della moglie ninfomane di Koch, il capo del lager di Buchenwald. La vanità di Montgomery, il maresciallo che voleva essere il primo ad attraversare il Reno: siccome il mite Bradley lo precedette, essendosi trovato a sorpresa non minato il ponte di Remagen, l’inglese stava per dichiaragli guerra.
Ma l’incapacità a capire toglie il respiro. L’effetto è moltiplicato dalla riedizione nel 2003 di un libro del 1946, per di più reperibile ora ai Remainders, che danno un’idea di sopravvissuto. E dall’idea che la stessa incapacità a capire sia applicata ora in Iraq e Afghanistan. Che il miracolo della liberazione e della solida costituzione in Italia sia solo l’effetto della solida Resistenza.
Saul K. Padover, L’anno zero, Utet Libreria, pp.367, € 9,25 (Librerie Libraccio-www.ibs.it)

Monta tra i bianchi l'antiveltronismo

Il malessere degli ex Dc nel partito Democratico comincia a perforare la corazza dei militi del partito Democratico. Perché è diventato via via più acido col passare dei giorni dalla batosta del 13 aprile. Che si è avuta al centro, per la fuga del voto confessionale nell’astensione, in Casini, in Lombardo, in chicchessia meno che in Veltroni. Alla cui arroganza la batosta viene ascritta: non è più mugugno, è accusa aperta nelle riunioni degli amici. Nessuna tentazione di guardare al Centro, di Casini o chi si voglia, l’antiberlusconismo dei bianchi rimane ferreo. Ma monta, seppure sordo, una sorta di antiveltronismo.
Il conto dei flussi di voto è devastante per i bianchi del Pd. Che delle tre grandi aree dove il partito è franato, il Nord-Est, area milanese, Roma, ha tenuto solo nella prima. Nell’arco dalle Prealpi lombarde a Trieste, passando per il Triveneto, l’ex Margherita ha tenuto. A Milano-Lodi-Monza, dove la sinistra Dc vent’anni fa aveva mezzo milione di voti, il 13 aprile non è arrivata a 200 mila, a essere generosi nel calcolo. A Roma c’è il dato inoppugnabile, seppure meno pesante in cifra, dei 35 mila voti passati al secondo turno da Rutelli ad Alemanno, e dei 40 mila, ex diessini, che sono andati a votare Zingaretti, candidato alla provincia, ma non Rutelli. La tenuta del Nord-Est è attribuita a un solo fattore: l’opposizione della leadership locale bianca ai diktat di Veltroni, malgrado le buffonate di Palearo e soci. Nella quarta area dove il Pd ha perso, il quadrilatero rosso di Emilia, Toscana, Umbria e Marche, gli ex popolari mestamente riconoscono che è mancato il loro voto.
La incomunicabilità si estende peraltro alle casse, e qui rischia il naufragio lo stesso progetto di partito unito. L’adesione è sempre più ritenuta avventurata, nella base degli ex Dc, agli ex Pci, pe il fatto che questi dispongono di una potenza terrificante: tutto il patrimonio ex Pci salvato dalle banche, che ora si occulta in una ventina di Fondazioni, sparse, ma tutte saldamente controllate da compagni fidati nominati a vita. Nell’autunno del 2007 Lamberto Sposetti, l’ultimo amministratore ex Pci, l’ha scritto al “Corriere della sera”: “Da me il Pd non avrà un euro”. Nel senso che, dentro il Pd, gli euro li avranno gli ex Ds.

sabato 7 giugno 2008

Il Sud degli ottantenni

“Perché il Sud è senza voce”, un articolo di riflessione di Galli della Loggia sulla scomparsa del Sud dall’Italia, ha aperto un dibattito sul “Corriere della sera”, come usava una volta. Raccogliendo in dieci giorni almeno tre interventi di peso. Tutti di ottantenni, La Capria, Giovannino Russo, e Emilio Colombo, che forse va per i novanta. Con argomenti giovanili, di cinquanta e sessant’anni fa - che erano la riscrittura di Salvemini e Giustino Fortunato, la preistoria.
Il direttore del “Corriere” Mieli sarà stato generoso ad aprire il dibattito - se non voleva divertirsi. Gli intervenuti potrebbero non averlo deluso: ognuno a suo modo - ma tutti poi al modo napoletano - hanno testimoniato l'assenza del Sud più efficacemente di quanto abbia saputo dire Galli della Loggia. Il fatto è che il Sud può essere molto meglio, e molto peggio di Napoli. E che comunque non va cercato a Napoli.
Che dire di Napoli? “Il fatto è che per decenni”, scrive Galli della Loggia, “le sue classi dirigenti hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l’essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale”. Il “fatto”? quale fatto? Ogni parola suscita meraviglia: classi dirigenti? centralità? ideologia? cultura? questione meridionale? profilo politico? ruolo? Lo storico fiuta la novità, ma la riporta alla solita “vecchia tesi” (non c’è saggezza se non è vecchia): alla “antica vocazione delle classi dirigenti siciliane a bypassare Napoli e il Mezzogiorno per mettersi direttamente d’accordo con l’Italia settentrionale”. No, lo sforzo è di tutto l’ex Regno di liberarsi di Napoli e mettersi d’accordo col mondo – liberarsi dei baroni? dei Borboni? No, di Napoli, dell’inferno.
Il Sud non è Napoli. La questione del Sud al Sud è precisamente come liberarsi di Napoli – il vero ponte di Messina, liberatorio, sarebbe sopra Napoli, da Pompei a Formia, da Angioina Est a Teano Ovest. La parte più nobile di Napoli, “Gomorra”, nel libro e al cinema, è proprio napoletana, molto furba. Accattivante, suadente, e traditrice – mai un briciolo di verità a Napoli, è roba da poveracci. La questione morale della mafia, se se ne potesse impiantare una, è significativa: a Palermo costruisce e innova, a Napoli litiga per le strade, accoltella i bambini, e batte i tamburi in faccia alla polizia.
La città sa fare (ancora) molte cose, ma non lo sa dire, o non vuole. E si crogiola – la crogiolano i suoi giornali, i suoi scrittori, i suoi intellettuali – nel tricche e ballacche. Eh sì, Napoli nobilissima e crudelissima è folklore stomachevole. Quell’essere e non essere vischioso, che da troppo tempo mostra un ordito camorristico, marcio anche se da teatro d’infimo ordine, dai disoccupati organizzati agli assenteisti e sabotatori dell’Alfa Romeo, e ai rifiuti, che si vogliono ecologia pura e sopraffina, lo sguardo velato, e non da droghe ma dalla perfidia, e non dei bari e gli assassini, o dei loro compari paglietta, ma di noi, i giornalisti, i magistrati, i carabinieri, i vigili. L'ultimo ministro di Napoli è Pecoraro Scanio. A Pomigliano, dove la Fiat ha concentrato l’Alfa Romeo per farne un marchio da mezzo milione di autovetture, alle maestranze non gliene frega nulla, a loro interessa poter non andare il lunedì. Che Sud è questo? Meno male se non ha più voce.
Il problema è alla radice. Che deve dire il Sud di fronte a Napoli? Che cosa di diverso può dire rispetto al Nord, e al resto d’Italia e del mondo? O di fronte a tutto il sentimentalismo e la rancida sociologia dei polemisti anziani del “Corriere”? Per una diversità del Sud che, insomma, si sa, è l’intervento straordinario? Ma la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno è la cosa migliore che sia stata fatta nel dopoguerra per il Sud.
Il problema è che il silenzio del Sud è un’ottima novità, se non sa che parlare sguaiato, nella forte indignazione delle sue figuranti popolane, che non si capisce se sono veline locali o guappe furbe. Per fortuna, avrebbe dovuto dire Galli della Loggia, che il Sud tace, raccoglie l’immondizia e, dove possibile, va di giorno a lavorare.
La questione meridionale è la questione settentrionale. Di uno Stato che si dice meridionalizzato. Lo dicono i corrispondenti del “Corriere”, lo diceva Sciascia, lo dice il Meridione insomma, e questo è parte del problema, è la parte più importante. Mentre si sa che è settentrionalizzato. Perché il Sud non ha mai contato nulla, non sono gli sbirri che fanno la polizia. Perché è corrotto e imbelle, soggiogato al denaro in tutte le sue forme, dal sussidio alla termovalorizzazione e alle energie alternative, cosa di meglio c’è per le coscienze?, passando per la criminalità. La colpa specifica del Sud in questa Italia è di non saper far fruttare il crimine.

Euro miracolo, inflazione senza crescita

Il “Bollettino” della Banca d’Italia a marzo, a maggio il governatore Draghi, giovedì la Banca centrale europea, cominciano a incrinare la corazza del consenso sull’euro. Lo fanno facendosene sempre scudo, ma ne parlano, e pur non volendo lo mettono sotto accusa. Perdurando la crisi finanziaria, delle banche e dell’immobiliare, e perdurando il caro-denaro, dove andremo a finire?
Il presidente della Bce lo dice, anche se colpevolmente non lo mette in rilievo: l’Europa ha l’inflazione senza crescita. L’inflazione è ufficialmente al 3,7 per cento, ma si sa che, senza gli indici addomesticati Eurostat, sarebbe due e tre volte tanto. Quanto alla crescita, non si fa che aggiornare al ribasso le previsioni. Le cause, di Trichet come di Draghi, sono quelle note: il rincaro del petrolio e delle materie prime alimentari, la crisi finanziaria. Ma questi fattori d’inflazione sono attivi in tutto il mondo senza impedire la crescita, anzi. L’Europa in più ha l’euro.
Tutti i fattori di forza dell’euro sono cause della debolezza dell’Europa. I parametri di Maastricht hanno prosciugato gli investimenti. Cioè l’innovazione e la produttività. Mentre l’euro a due dollari (partiva da un cambio 0,80) ha ridotto la capacità di esportazione, il turismo e, di nuovo, gli investimenti. Senza garantire l’Europa dall’inflazione: anche al 3,7 per cento l’inflazione è quasi doppia rispetto al tetto del 2 per cento di Maastricht. In particolare, il falso ombrello dell’euro caro ha messo la sordina ai programmi di risparmio e di sostituzione nel settore dell’energia, i cui rivoli infettano tutto il corpo dell’economia.
Le cause dell’inflazione senza crescita non sono molte, anzi sono solo una: i prezzi crescono malgrado la domanda sia bassa, o – è il caso dell’Europa – in contrazione, perché l’offerta è insufficiente. Artificialmente o naturalmente. Dello shortage naturale è causa l’aberrante Europa dell’agricoltura. Quello artificiale è tutto nell’euro, come lo intendono le vestali della Bce, della cintura di castità.

La sinistra in prigione

Il golpe di Scalfaro ha cancellato i socialisti e i laici, il voto del 13 aprile la sinistra radicale, e ora la corruzione, grave benché dissimulata, minaccia il partito Democratico, con sindaci e imprenditori in affari. Tra Chiaiano e Marano e a Casal di Principe, oltre che alla Regione Campania e a Napoli, e poi a Genova, a Roma con Veltroni per il piano regolatore (e gli altri abusi che emergeranno), a Bologna con Unipol.
Non c’è solo la mancata comprensione delle dinamiche sociali all’origine della debolezza della sinistra. O, che è la stessa cosa, la persistenza di tematiche, dirigenze e parole d’ordine vecchie. Ci sono ora gli abusi che vanno con l’esercizio prolungato e senza ricambio del potere. Che è una beffa: come se la sinistra avesse governato l’Italia, e l’avesse portata alla corruzione. Ma solo in parte, perché la sinistra ha governato, e con tutto l’arsenale che si soleva dire di sottogoverno: lottizzazione, appalti, finanziamenti irregolari.
La nuova questione morale è molto prudente, sia nelle Procure che nell’informazione. Ma anche con un apparato giudiziario-mediatico pigro o compiacente, i fatti emergono e fanno opinione: alla Rai, nelle Asl, nelle innumerevoli aziende comunali (nella dirigenza, nella gestione, specie degli acquisti, nel mercato delle consulenze), negli appalti locali, qualsiasi operatore, imprenditore, funzionario, dipendente, sa che l’unico criterio di valutazione è politico. Senza e con passaggio di denaro. I casi giudiziari aperti sono quelli per i quali l’evidenza è tale che i giudici non hanno potuto non intervenire. Ma la zona infetta è vasta: la corruzione, più che l’incapacità di governare il precariato e l’immigrazione, come altrove in Europa, è la causa della dissoluzione della sinistra in Italia.

domenica 1 giugno 2008

L'invenzione dell'Europa

Ieri l’Europa s’è riunita, e ha condannato il governo italiano sui rifiuti di Napoli. S’è riunita di sabato, quando a Bruxelles il venerdì alle due non c’è nessuno, sono tutti partiti per il week-end, e ha condannato una legge che non ha ancora letto. C’è da molti anni una costante invenzione in Italia dell’Europa, che si può attribuire ultimamente ai banchieri, gente di poca fantasia, i quattro che dirigono i grandi giornali. Rimestatura, insomma, per non saper riempire i giornali altrimenti. Ma che è stata l’invenzione dei corrispondenti a Bruxelles, per il resto inoccupati e annoiati, e per questo affascinante.
L’Unione Europea in Italia si occupa di tutto. Dell’Alitalia, contro la quale ha annunciato per un paio di settimane ricorsi delle altre compagnie europee che invece non li hanno presentati – era l’epoca in cui l’Alitalia doveva andare a Air France. Del grano che non bisogna produrre anche se ce n’è necessità. Del parmigiano, di cui i formaggiai scozzesi – o finlandesi? – possono fregiarsi. E ora, stando ai giornali italiani, dei liquami di Napoli, se effettivamente devono essere liquidi, come la parola sembra dire, oppure allo stato solido, “tal quale”. Nonché dell’immigrazione, se Milano contesta a quattro immigrati il reato di clandestinità – ma non ne occupa in Spagna, che ogni giorno deporta centinaia di immigrati, senza nemmeno contestare loro la clandestinità.

La pace a geometria variabile in M.O.

Si farà dunque la pace tra Siria e Israele. Tra un anno.
I regimi arabi vogliono reagire all’estremismo, politico e islamico, dalla penisola arabica alla Siria. La nomina di una donna, ebrea, ad ambasciatore di Bahrein a Washington, è più che una provocazione, è una dichiarazione di guerra. Anche la Siria è su questo fronte, e ha già giocato in tal senso qualcuna delle sue poche carte. Michel Suleiman, l’onesto generale nuovo presidente del Libano, protegé della Siria, è andato al Cairo da Mubarak prima di candidarsi ed essere eletto. Mubarak è la cerniera tra il fronte arabo moderato e gli Stati Uniti. Mentre la famiglia Assad, che governa la Siria, per la prima volta da una trentina d’anni non se la passa molto bene. Assad chiede solo garanzie che non sarà sottoposto al Tribunale internazionale dei crimini di guerra per l’assassinio di Hariri e altri uomini politici libanesi a Beirut, per il resto è disposto alla pace. Alla pace negoziata direttamente con Israele.
Breve storia della Siria
La storia della Siria è quella del partito Baas, fondato negli anni Trenta a Parigi da due intellettuali siriani, Michel Aflaq e Salah el Din el Bitar. L’uno cristiano siriaco, l’altro musulmano sunnita, entrambi alla Sorbona, entrambi socialisti, entrambi nazionalisti arabi, di un nazionalismo che contempla la rinascita dell’islam (il cristiano Aflaq morirà nel 1996 musulmano, e non solo per compiacere Saddam Hussein, di cui era in qualche modo ostaggio), Aflaq e Bitar ottennero uno sbocco politico negli anni 1950 in Siria e in Iraq aprendo il Baas, nel nome del laicismo, o del superamento delle confessioni, alle minoranze religiose e tribali. Che tutte indirizzarono alla carriera militare, l’unica aperta all’interno delle comunità dominanti, sunnita e sciita.
Saddam Hussein occuperà poi il potere nel 1970 con la sua minuscola tribù familiare e di clan. Hafez el Assad nello stesso 1970 rovescerà da ministro della Difesa il filosovietico Salah Jedid, il generale del Baas che per primo aveva preso il potere, e governerà con la metà degli alauiti, la minoranza cui egli appartiene, che sono in tutto il 4 per cento delle popolazione. Non era bastata a Jedid la sconfitta del 1967, quando perse il Golan ignominiosamente, per essere allontanato dal potere. Ma quando a settembre del 1970 sostenne l’Olp contro re Hussein in Giordania, Assad agì.
Hafez Assad ha poi governato per un trentennio senza problemi. Ma l’erede e figlio Bashir ha ora difficoltà a tenere il paese, con il sue due per cento di fedeli, e con una famiglia che è soprattutto femminile, di suocera, moglie, sorelle e cognati.
Trattativa diretta
Bashir Assad da almeno un anno collabora col fronte Usa alla frontiera con l’Iraq, e nel controllo dell’armamento di Hezbollah nel Sud del Libano. Si prenderà il Golan, seppure demilitarizzato, e potrà fare la pace con Israele. A questo punto in guerra rimarrà solo Hamas. Che però Israele e Washington conoscono molto bene, avendolo praticamente creato un funzione anti-Arafat. Hamas si è rigenerato con i volontari kamikaze e con la Nakba, la Catastrofe araba per mano di Israele, ma è realista. I palestinesi lo sono. In un certo senso la pace è possibile, ma non prima di un anno.
Ci vuole un patrocinio indiretto, e una garanzia, alla pace con reciproco riconoscimento tra Siria e Israele. E per questo ci vuole una nuova presidenza alla Casa Bianca. George W.Bush ha improntato la sua presidenza al non intervento, non in materia diplomatica, né militare, né economica, là dove gli Stati Uniti non sono impegnati direttamente. Non ha avviato perciò e non intende avviare alcuna iniziativa di pace in Medio Oriente. Ma il broker arabo alla pace non basta, che sarebbe solo Mubarak. L’Arabia Saudita, che sostiene l’esigenza del riconoscimento internazionale senza riserve per Bashir Assad, col quale governa il Libano, non può esporsi sulla questione della pace. E anche Israele d’altra parte ha bisogno di tempo. Olmert sta per lasciare, e se ci sarà una campagna elettorale questa inevitabilmente verterà sulla pace.

Napoli in cerca della vittima, An vacilla

Non bisogna sottovalutare Scalzone, i centri sociali e i black block: Napoli aspetta con ansia la prima vittima, sia soltanto un ferito, della lotta di popolo per la libertà d’immondizia. Centinaia di giudici e migliaia di paglietta sono sul piede di guerra, dichiaratamente.
Sono tanti gli avvocati che si aggirano per Chiaiano e dintorni, vantando connessioni, vere o meno non interessa, con la Procura e il Tribunale. La sola cosa che è mancata alla resistenza di popolo sulle barricate della spazzatura è il martire. È stato un caso, in Italia ci sono sempre morti nelle manifestazioni, figurarsi nella lotta giusta contro le discariche, e Napoli vuole porre rimedio.
La partita è avvincente anche perché a Chiaiano, ormai è assodato, c’è di mezzo pure la camorra,. Non i guappi, la camorra feutrée degli affari. Si deve probabilmente al controllo camorristico se finora è stata evitata la vittima, nel presupposto che su Chiaiano ci sarebbe stata un’intesa col governo di Roma, come già col Comune di Napoli e con la Regione Campania. Ma ora Roma ha sostituto l’ex capo della Polizia Di Gennaro, uno abituato a certi patti, col puro e duro Bertolaso.
È stata un’imprudenza? Da An, a Napoli e Roma, viene già una distinta fronda sull’intransigenza del governo. Bertolaso tra l’altro si è irrigidito ulteriormente dopo gli arresti dei suoi sette dirigenti e dei sette dirigenti dei Cpt decisi dal gip napoletano Saraceno.

Zero in comunicazione al Comunicatore

Rieccolo, è tornato al governo ed è di nuovo quello di prima, superficiale e inconseguente. Sono riusciti perfino trovargli a Bruxelles qualcuno in grado di condannarlo – per i rifiuti di Napoli – un giorno di sabato. E gli agitano come avversario nientemeno che Scalzone, che squalifica ogni causa. Berlusconi, di cui la sinistra denuncia il monopolismo dell’informazione, si dimostra sempre un pessimo comunicatore: nei giornali e nei telegiornali, qui soprattutto, il suo governo ha già fatto una diecina di passi falsi, mentre ancora non si sa. Nei giornali stranieri, tanto importanti, non solo per il voto degli italiani all’estero, si può anzi dire che l’immagine negativa sia promossa da Palazzo Chigi, tanto è screditata e ampia.
Berlusconi in realtà, malgrado tutte le sue televisioni e i suoi giornali, ha sempre avuto una struttura comunicativa debole a Palazzo Chigi. Anzi inesistente a paragone della presenza nell’informazione di Prodi o D’Alema. Lui solo parla, nelle interminabili e inutili conferenze stampa, si ascolta, si piace, e questo è tutto. I suoi portavoce sono polemisti sterili, a volte solo gentili, e nient’affatto intromettenti. Qualsiasi esperto di comunicazione non italico gli riconoscerebbe talento (modesto) di gigione, e gli darebbe zero in scienza della comunicazione.
Se ne dovrebbe inferire una valutazione positiva sulla democrazia in Italia. Ma per una volta i nemici di Berlusconi hanno ragione: c’è un dovere del governo di spiegarsi e farsi conoscere. Anche perché l’informazione è una brutta bestia, va governata. Nessuno accusa Prodi o D’Alema d’intromettenza nell’informazione, hanno fatto il loro dovere di capi del governo. Mentre non passare l’esame quando si elimina la spazzatura a Napoli, o perché si è adottato un provvedimento equilibrato sull’immigrazione, questo è una colpa.

Draghi scopre la produttività - e l'euro?

Già sei mesi fa, nella Trimestrale di cassa del governo Prodi a fine settembre 2007, si poteva leggere una diagnosi accurata del deficit di produttività, accumulato dall’Italia da una dozzina d’anni. Ora lo scopre la Banca d’Italia di Mario Draghi, e non è male. Draghi ha scoperto finalmente pure l’inflazione, e anche questo non è male. E un eccesso d’imposizione fiscale, soprattutto sul lavoro. E uno non può che complimentarsi. Ma quando scoprirà, lui come gli altri governatori dell’area euro, il terribile vincolo alla produttività, soprattutto della spesa pubblica, e alla crescita del reddito che è l’euro nella gestione meccanicista della Bce-Bundesbank, allora forse si sarà meritato anche lo stipendio.
La politica monetaria è sempre la grande trascurata nel dibattito ormai decennale sul perché l’Italia e l’Europa non vanno tanto bene. Che è invece centrale, lo è stata, lo è e lo sarà: se stringiamo a vuoto la cinghia da tanti anni è perché così volle la Bunsesbank, che ha creato la Banca centrale europea e la governa. Si dice per proteggere l’Europa dall’inflazione mentre nei fatti la fomenta. La politica monetaria come tutto l’insieme delle politiche malthusiane che reggono l’Unione.
Il petrolio è caso di scuola. L’euro al doppio del dollaro (era 0,80, ora è a 1,60) si dice che dimezza il costo del barile, mentre è invece la causa prima se il barile è passato da 60 a 120 dollari. Per di più senza gli inevitabili risparmi nei consumi di energia (programmazione dell’energia, revisione degli approggionamenti, insomma, una politica dell’energia) che l’Europa e l’Italia si sarebbero sicuramente dati con un euro onesto sul dollaro, con un cambio che rifletta i valori delle due aree monetarie. Poi c’è sempre il caso delle politiche agricole restrittive in fase di shortage prolungato mondiale delle materie prime, e quasi di carestia. E c’è, per l’Italia non solo, una gestione belluina, ragionieristica, del debito. Che non può che produrre “manovre” a ripetizione, shortage del reddito disponibile, investimenti e produttività insufficienti e perfino negativi, e altro debito.

Dov'è finita la recessione Usa?

Già sei mesi fa si poteva tranquillamente annotare che della recessione in America, che tanto angustiava l’Italia, solo l’Italia, non c’era traccia. Si ha recessione quando per due trimestri consecutivi gli indici dell’economia sono negativi. Ma negli Usa l’economia continuava ad andare bene, malgrado la crisi dei mutui terrificante, meglio che nel resto dell’area Ocse. La crisi dei mutui è terrificante perché riguarda il cuore della produzione e non la speculazione, il credito e le banche. E tuttavia gli Stati Uniti ancora prosperano. Ma ora che è acclarato che l’economia Usa va bene, non ce n’è traccia in Italia. Mentre sarebbe necessario saperlo: non per altro, ma per sapere di che morte muoriamo.
L’Italia non va male perché l’economia mondiale va male, come fu dopo l’11 settembre. Il mondo va bene, gli Usa, la Germania, l’Asia, che sono gli interfaccia dell’Italia, e malgrado ciò l’Italia va male. Il governatore Draghi, che lo sa benissimo, si limita ad accennarlo, perché lui è politicamente corretto, vuol’essere il futuro ministro del Tesoro del partito Democratico, e non scomoda il pensiero unico – è stato più esplicito l’ingegner De Benedetti. L’Italia va male perché paga l’energia più caro di tutti, non ha nessuna concorrenza alla distribuzione, grande e piccola, ma combines al rialzo, ha tasse sproporzionate al consumo, e una spesa sociale troppo presa dalle pensioni, che il sindacato fermamente vuole a 58 anni, per cui non ce n’è abbastanza per le infrastrutture, se non a prezzo di nuove tasse, al consumo o patrimoniali.

mercoledì 28 maggio 2008

L'arresto era per Bertolaso

C’era Bertolaso, il capo della Protezione civile in qualità di ex commissario ai rifiuti di Napoli, nella richiesta originaria di arresti che il giudice Rosanna Saraceno ha trasformato nella retata di ieri. Lo assicura un fonte giudiziaria che la Procura di Napoli ha conosciuto molto bene dal di dentro in un recente passato e che vi mantiene ancora collegamenti informati. Marta Di Gennaro, direttore generale della Protezione civile, subcommissaria all’epoca di Bertolaso a Napoli, tra gli arrestati di ieri, entrava originariamente nell’inchiesta in posizione defilata.
L’informazione conferma in sostanza che la decisone degli arresti è stata presa con criteri di opportunità politica. La ponderata decisione del gip Saraceno, dopo quattro mesi di esame delle richieste della Procura, e all’indomani dall’assemblea dei giudici napoletani contro i provvedimenti del governo sulla spazzatura a Napoli, lascia fuori direttamente il governo, ora che Bertolaso è sottosegretario, ma lo mette sotto accusa attraverso l’arresto della sua vice e l’incriminazione del prefetto Pansa. La fonte è degna della massima fede.
Si punta la Superprocura, si salva la camorra
La fonte non si spiega la ratio politica degli arresti, il perché dell'attacco frontale della magistratura napoletana contro il governo. Forse perché di questa magistratura è parte. O forse è impossibile: la Procura a Napoli e la giudicatura di prima istanza a essa legata danno da tempo, da prima della controversa gestione Codova e dopo, segni molteplici e costanti di esercizio discrezionale e ribellistico dell’azione penale. Ma un effetto è chiaro. Con la pronuncia dei procuratori alla quasi unanimità contro la Superprocura, e ora con gli arresti, la giudicatura di Napoli difende nei fatti l'asse Chiaiano-Marano delle lottizzazioni al posto della discarica.
La Superprocura sarebbe stata voluta dal governo su suggerimento del capo della Procura che è succeduto a Cordova, Giandomenico Lepore, che non riesce altrimenti a esercitare l'azione penale. In particolare nella cosiddetta zona grigia del malaffare, dove imprenditori apparentemente puliti mettono a frutto gli investimenti della camorra procurando le necessarie autorizzazioni politiche. In questa zona grigia ci sono Chiaiano (Marano) e alcune zone di Casal di Principe, il paese di "Gomorra". Sono aree a gestione diessina, e Berlusconi tenta con la Superprocura quello che tentò con Cordova, di andare a fondo del malaffare contiguo alla sinistra.
Provvedimenti ponderati
Nell’equa divisione degli arresti, ponderati si dice all'unità, sette alla Protezione civile e sette alla Fibe, questi sono specialmente insidiosi. I sette sono i gestori dei sette centri cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che, pur funzionando da semplice discarica, hanno consentito finora al napoletano di sopravvivere. Nel piano di Berlusconi e Bertolaso i sette cdr avrebbero dovuto essere trasformati in veri e propri centri di compostaggio. Ma ora, è presumibile, non funzioneranno più neanche come discariche.
La stessa fonte afferma che Marta Di Gennaro, benché medico di formazione e professione, è un’esperta di diritto. Il che renderebbe poco credibili le grossolanità che le indiscrezioni che hanno accompagnato l’arresto le attribuiscono. Marta Di Gennaro si sarebbe fatta una notevole cultura di diritto amministrativo – oltre a essere cresciuta con un padre magistrato, il Di Gennaro che fu rapito nel 1975 drammaticamente dai napoletanissimi Nuclei armati proletari, e fu poi a capo dell’Antimafia.

Ceffoni laici di Bertone ai giudici liguri

C’era forse fretta a Genova di coinvolgere il Vaticano nello scandalo delle mense scolastiche. Non per distogliere l’attenzione dall’establishment diessino, questo no. Ma non si spiega altrimenti la scarcerazione, senza motivazione, del manager cattolico Giuseppe Profiti, collaboratore a Genova del cardinale Tarcisio Bertone, ora segretario di Stato in Vaticano, dallo stesso portato a Roma, alla direzione dell’ospedale Bambin Gesù.
Bertone, salesiano, quindi sportivo e laico, non ha avuto difficoltà a rispondere coi guantoni ai giudici genovesi. Che non solo avevano arrestato Profiti, ma avevano anche diffuso la voce, senza giustificativo, di un suo personale coinvolgimento nello scandalo. Ha impedito l’accesso degli inquirenti al Bambin Gesù, che è struttura extraterritoriale. Offrendo ai laici genovesi una facile palla, che però nello smash si è rivolta contro di loro: l’uscita di Profiti dallo scandalo senza nessun elemento di novità apre la via a una rivalsa. Ora a Genova dovranno trovare altri moti per tirarcelo dentro, ma Bertone già ghigna. Freddo, da salesiano.

domenica 25 maggio 2008

Ci vuole la destra per le cose di sinistra

“Ci vuole la sinistra per fare le cose di destra”, disse l’Avvocato Agnelli nel 1976, o nel 1978, mentre si comprava gratis il “Corriere della sera”. È stato uno dei detti più celebri dell’Avvocato, e ha fatto la politica italiana per trent’anni. Partendo dai famosi tre contratti del compromesso storico vero e proprio, dal 1975 al 1979, ad aumenti zero, certo uguali per tutti. Ma ora non è più vero – è quasi un bene che gli Agnelli non ci siano più, si sarebbero dispiaciuti.
Ora è vero il contrario, e non si sa più se è un bene: un governo di destra per fare le cose di sinistra. Detassare il lavoro, raccogliere i rifiuti, dare un permesso a mezzo milione di badanti, magari espellere i magnaccia e i trafficanti, e togliere l’Ici, l’imposta odiosa di Soros, a chi ha una sola casa. Costruire anche qualche strada, e qualche ferrovia. Magari si rivedranno i piani di fabbricazione “spagnoli” concessi in fretta, alla vigilia delle elezioni, ai grandi immobiliaristi, e si faranno felici anche l’ecologia, e l’etica. E che pensare se i salari, così depressi, tornassero in linea con la retribuzione del lavoro nel resto d'Europa?

Berlusconi al gas? a grappolo? anti-uomo

Che fine ha fatto Rosy Bindi?
E Follini? Fece nel 2005 una crisi di governo, pur non essendo nemmeno deputato.
E Marini, presidente del Senato?
Che fine ha fatto Bertinotti, che si vedeva ogni sera in tutte le televisioni, così simpatico?
E Pecoraro Scanio? Lui che aveva un parere su tutto, napoletano verace.
Con le elezioni sono scomparsi molti personaggi. In attesa che siano svelate le polizie segrete, le carceri e le camere di tortura di Berlusconi, non sarà lecito presumere che più che al voto abbia sfidato i suoi avversari in campi aperti disseminati di congegni anti-uomo, d’insidiose bombe a grappolo, di gas tossici? La loro scomparsa è fisica.
Pare che la questione sia seria. Che un’elezione, come il parto, ancorché felice, possa provocare depressioni. Figurarsi se infelice.
Ma già prima del voto molti erano scomparsi, che non avevano argomenti.

Problemi di base

Perchè i comacini discesero l’Italia, fino a Trapani, e non risalirono le Alpi?

Perché nei segni non si vedono le facce – si sa chi è, fante, regina, eccetera, ma non se ne vede la faccia?

Il tè distende, il caffé concentra. Perché gli italiani, fannulloni, prendono il caffè, e gli inglesi il tè?

Perché gli uccelli sono carnivori – loro che vivono tra gli alberi e l’erba?

Perché gli uccelli migratori fanno tante migliaia di chilometri, ogni anno, sempre sugli stessi tragitti da e per gli stessi posti? E che pensano quando in incontrano i cacciatori che li ammazzano in volo? Magari ne ammazzano i piccoli, da alcune specie così coccolati.

Perché non ci sono pentiti contro Berlusconi? Solo Santoro, dopo due anni di Mediaset. Ma non ha detto granché.

Chi è Marco Follini?

Il mondo com'è (10)

astolfo

Colonialismo - La miseria delle colonie andrebbe ridetta, poiché l’Europa continua a vivere a a quell’ora, superba, indisponente. Il colonialismo è sempre straccione: torme di spocchiosi e disadattati, i migliori erano semplicemente poveri, riversati in Africa negli ultimi decenni dell’Ottocento con le promesse sottintese di scopare a piacere e dirsi superiori ai migliori africani. Masse di indigenti catapultati conquistatori in Africa, e per questo stesso fatto promossi, nobilitati, eroicizzati. Per il potere nella forma più turpe, dei ranocchi che si proclamano re. Con corredo di apologeti, etnografi e antropologi, della superiorità e dei destini manifesti, delle missioni civilizzatrici, di culture fondate sui fucili, i pantaloni col risvolto e il sangue bianco. Un progetto insano, prima che cattivo, e in netta perdita per la dignità, nonché per le casse degli Stati, che il danno subirono ingente. La Libia di Mussolini ne è epitome ingloriosa, che tra le grandezzate di Balbo e le nequizie di Graziani non cercava il petrolio - si dice che non l’ha trovato e invece non l’ha cercato, Desio ha ragione, ai suoi geologi era incomodo anche solo parlare coi miserabili fellah, che le fiammelle utilizzavano.
Tutt’altra cosa, andando a ritroso, i posti di commercio che portoghesi, genovesi e veneziani aprivano all’Est, sulle coste del Mediterraneo o dell’Oceano Indiano, che trattavano alla pari, seppure arricchendosi, con gli arabi e ogni altro asiatico, il commercio non ha mai fatto male a nessuno, il doux commerce degli illuministi. Tutt’altra cosa la conquista dell’America, che aveva un disegno e una convenienza, anche se perversi, avendo sortito la storia più brutta dell’umanità, tra razzie e schiavitù: l’imperialismo è un disegno, seppure in perdita. Il colonialismo è un disegno della peggiore stupidità europea, l’era dei primati nazionali. Che si esercitano nella violenza: siamo superiori.

Imperialismo – È furbo: tesse le fila ma non fa la rete. In questo senso Mao ha ragione, è una tigre di carta. È anche efficiente. In Kipling è perfino coraggioso.
Il governo britannico impose nel 1741 allo zar con apposito trattato commerciale l’obbligo di vestire l’esercito di lane inglesi. Ma le lane inglesi erano buone. “La nozione di oppressione è una stupidaggine: non c’è che da leggere l’“Iliade”. E, a maggior ragione, la nozione di classe oppressiva”, già Simone Weil aveva un’altra nozione dell’imperialismo tigre di carta: “Si può soltanto parlare di una struttura oppressiva della società”.
L’imperialismo è un programma su una corda tesa: non si governa con la polizia, e nemmeno con i missili. Almeno questo il Novecento avrà insegnato, al prezzo di cento, centocinquanta, milioni di morti assassinati, con le pallottole, le bombe, il gas, il veleno, il machete, una verità semplice: la libertà è difficile, certo è un’utopia, ma il potere non può che limitarsi. Per totalitario che si voglia o sia. Il massimo di potenza è impotenza, e preavviso di deflagrazione: il Novecento avrà sperimentato la politica totalitaria solo per provarne i limiti. L’equilibrio del terrore, era chiamato ed è, ma è intollerabile, tanto più per venire nel nome della democrazia. La deterrenza è minaccia costante, rinnovata, sovraeccitata. Ed è vero dominio, che il mondo ordinato vuole sotto di sé, obbediente, disciplinato, uniforme.
Gli inglesi hanno avuto il buonsenso di non farsi fare guerra. Niente Indocine né Algerie. Quando l’India ha marciato sul serio si sono ritirati. Anche in Sud Africa, purtroppo. E a tutti hanno dato, col passaporto, parità di diritti, giamaicani, pakistani, cingalesi. La violenza è generale, anche dei poveri. Dum-dum era la ragione sociale di una fabbrica di pallottole di Calcutta: se ne sbrecciava la punta per un motivo residuo della tratta dei negri, per essere la pelle degli africani più dura. Ma c’è nella violenza un più e un meno. O un disegno, violento è il male fine a se stesso:
L’India non ha cattiva memoria dell’Inghilterra. Sarà perché il primo inglese ad affacciarsi sull’oceano Indiano fu, nel 1580, un gesuita, Thomas Stevens. Gli inglesi hanno imposto al mondo la rasatura ogni mattina, per vendere il gillette. Ma il rasoio è buonissimo. Oppure si può dire al contrario: dovendosi radere ogni mattina, gli inglesi fecero un ottimo rasoio. Il segreto dell’imperialismo è semplice, direbbe Dickens: “La Provvidenza ha fatto un grande onore a confinare l’indomabile flotta inglese in una nazione così piccola, in mezzo a tanti popoli corrotti”. Questo vale anche per i romani, che all’opposto si indianizzarono: avevano di sicuro una loro poesia i fescennini dei romani, i canti saliari e il ritmo saturnio, ma Roma vi rinunciò grecizzandosi.
È vero che l’imperialismo può essere nemico del capitale, inteso come arricchimento, la potenza ha un’altra logica, o il fascino dell’azzardo, che sempre è perdizione. Anche due volte nemico, se hanno ragione quelli che pongono la potenza, cioè la conquista e la guerra, all’origine del progresso più che della ricchezza. L’India fu conquistata per espandere il mercato. Poi fu usata per limitarlo, nell’interesse di questo o quello, nemmeno tanto grande, produttore britannico di cotonate. L’imperialismo lasciato a se stesso, all’espansione irrefrenabile, esclude anche il terzomondismo, Antonio Negri ha ragione, la sentimentale nostalgia dell’uomo nudo - o della donna: trattati se ne potrebbero scrivere, Freud questa se l’è lasciata sfuggire, il desiderio della madre nera. L’imperialismo è distruzione, sinonimo di guerra. Agli indiani d’America, che i missionari con terrore vedevano sparire a occhio. O a Lepanto, dove non ci furono turchi prigionieri, e neppure feriti, tutti i venticinquemila morirono.
Ma non c’è simmetria tra i due imperialismi, non c’è reversibilità. Lepanto e la Conquista furono guerre di religione, in campo era il prete, direbbero Michelet e Le Goff, e non il mercante. E con le multinazionali l’imperialismo diventa impossibile, si trasforma nella democrazia come mercato di Bentham e Constant. Il sistema sociale di controllo può esservi altrettanto ramificato, ma non vuole l’anima come invece chiedeva il Pcus, con la scusa del Diamat, del povero Marx. È per questo che il Commercio ha abbattuto il Muro.

Indipendenza – L’esperienza mostra nel Terzo mondo un pattern ricorrente: le società e gli Stati deperiscono, talvolta mortalmente, man mano che si allontanano dalle ex madrepatrie, dai modelli culturali coloniali, e si nazionalizzano. I casi dell’Uganda civilissimo di Milton Obote, dissolto da Idi Amin, o del Kenya di Kenyatta e Tom ‘Mboya rispetto ai tribali successori, o di Mugabe nelle sue due incarnazioni, di leader antirazzista anglofilo, e poi di despota indigenista che ha immiserito e disintegrato la Svizzera dell’Africa. Il Ghana superbo di ‘Nkrumah quarant’anni fa, senza paragone con la miseria economica e morale di oggi. L’ex Dahomey, che era la Sorbona dell’Africa, Il Senegal di Senghor, poeta e accademico francese, al confronto degli affaristi che poi l’hanno impoverito. La Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny, deputato socialista francese, e quella dei suoi incapaci, tribali, suicidi successori. Talvolta il cambio è stato imposto dall’ex madrepatria, per motivi politici contingenti. Idi Amin, il fuciliere che sarà “cugino della regina”, fu espediente contro la sponda pericolosa di Obote all’Urss in Africa.
Paesi sulla via dello sviluppo, comunque al ritmo dei tempi, sono stati disintegrati, talvolta anche territorialmente. Solo per essere passati dall’apparato del colonialismo e dell’imperialismo, con un’amministrazione, una costituzione e un sistema giudiziario all’indigenismo sregolato. Ciò è reazionario ma è vero. È reazionario da ogni punto di vista: è razzista, anche se non è solo africano, è antidemocratico, per quante connotazioni si possano imporre alla democrazia, è pessimista e regressivo. Ma è storico.
Il pattern non emerge nelle società complesse, stratificate, a loro modo strutturate, quali l’Egitto o l’Algeria. Regge il Marocco, l’unico paese del Nord Africa con uno standard di vita quasi europeo, per l’integrazione, seppure ridotta, nel sistema globale della produzione, al passo coi tempi, perché la monarchia impone un sentiero europeo: detribalizzato, parlamentare, sindacale, con un forte controllo da parte dello Stato. Nel lungo periodo lo scehma invece si applica da tempo anche nelle repubbliche sudamericane. Non in Argentina o Brasile. Sì in quella, Messico in testa, Perù, Ecuador, e ora Venezuela e Bolivia, dove le élites criolle progressivamente lasciano il governo alle masse indigene. Il Perù ha il record mondiale della crescita continua da una dozzina d’anni, ma gli effetti nel paese non si vedono, la ricchezza vi si dissolve.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (18)

Giuseppe Leuzzi

Napoli. I Borboni vittime di Napoli e non Napoli dei Borboni? Si è sempre detto, senza crederci, perché sono stati i primi illuministi in Italia, i primi industriali, e insomma al passo coi tempi. Senza credere nel loro illuminismo, opportunistico - come se gli altri, i Savoia, gli Hohenzollern, i Sassonia-Coburgo, ne fossero appassionati. Senza crederci loro stessi. Ma sarebbe ora di ripensarci: è l’unica storia possibile, la spazzatura di Napoli viene da lontano. Dal lazzaronismo, dalle continue invasioni di campo franche e iberiche, dall’oscuro Medio Evo, dalla galere di Baia e Capo Miseno. E dall’isolamento internazionale, perché no.
Napoli è il Sud, ed è l’Italia. Poche aree sono sfuggite a Napoli, così geniale e superficiale, le regioni “rosse”, le Venezie, limitandone la presenza a qualche magistrato sperso e a qualche paglietta sparso. E Roma naturalmente – ma già con qualche danno. Si è napoletanizzato subito il Piemonte, coi suoi prefetti, generali e capi della polizia, brillanti e ignavi, che hanno letteralmente distrutto il Sud. Si è napoletanizzata nel dopoguerra Milano, apprendendone l’uso dell’insalata ma anche, con Borrelli e dopo Borrelli, come distruggere l’Italia, in Borsa, in politica, negli affari, e perfino nel calcio.

Napoli è stata “il Regno” fino praticamente al referendum per la Repubblica. Ma s’è rapidamente acconciata, e da decenni è anzi repubblica che bordeggia l’anarchia.

Milano. A Basiglio, o Milano 3, il comune più ricco d’Italia, una famiglia d’immigrati meridionali dava fastidio. Davano fastidio i due figli, di nove anni lei e tredici lui, che andando a scuola la infettavano. Sia quella elementare sia la scuola media. Finché un’insegnante delle elementari, la direttrice, il sindaco, lo psicologo e gli assistenti sociali non sono riusciti a mandare sorella e fratello in galera – in casa di correzione, in due case separate. Con l’imputazione di disegni osceni.
A questo punto succede una cosa straordinaria: virtù impensate emergono nel giornalismo del gossip. Il fatto non poteva sfuggirgli, che dei meridionali pecorecci vadano a infettare la civica Milano. Ma allora, perpetuandosi lo scandalo per qualche giorno, si viene a sapere, un po' detto, un po' negato, ma insomma: non la bambina incriminata ha fatto il disegno osceno, bensì un’altra. Come si arguisce del resto dalla didascalia che lo accompagna. Dopo due mesi, e una sentenza del Tribunale dei minorenni, anzi esattamente 69 giorni, i due bambini incarcerati vengono liberati. Non subito: il ragazzo si farà un'altra settimana, perché la psicologa che seve dare il prescritto parere, non ha avuto il tempo di perscrutarlo.
Il fatto non vuole dire nulla. Magari la direttrice, l’insegnante e le assistenti sociali sono meridionali, e la psicologa che dopo due mesi, trovando il tempo, scagiona i due bambini, è settentrionale. Oppure è viceversa. Il fatto è che Milano imbastardisce tutto. E sempre si assolve.
La casa di correzione i giornali pudicamente chiamano istituto, si elogia il senso civico della bambina che si è accusata dei disegni osceni, si critica lo Stato insensibile, e si tenta di non dire più che i colpevoli erano meridionali, infiltrati nel comune più ricco d’Italia. Di tacere che è stato detto. Ma sopratutto se ne parla il meno possibile: non ci sono tavole rotonde né articolesse sui bambini traumatizzati, sui genitori aggrediti, sugli insegnanti incapaci di leggere o razzisti, sugli psicologi che si pronunciano una volta a settimana - gratis?
Nessuno si chiede se l’insegnante e il direttore didattico abbiano poi denunciato la bambina che ha fatto i disegni (non l’hanno denunciata), se gli assistenti sociali siano venuti a prelevarla e richiuderla (non sono venuti), o perlomeno se abbiano chiesto ai suoi genitori come mai a nove anni sapesse così bene il kamasutra (non l’hanno chiesto). Né perché a Basiglio lo Stato dei milanesi vituperato usi due metri.
Solo è stata preparata con cura la festa dei compagni per il ritorno - la solita scena televisiva dei bambini civilmente impegnati. Magari dallo stesso sindaco e dal direttore didattico, la Rai non è così cinica.

Milano, sorniona e sempre furba, pensa di dominare i suoi napoletani, di giocarli, e invece ne è infetta. Da Mani Pulite, con magistrati napoletani che riempivano le tasche di avvocati napoletani, a Calciopoli, le cui cronache napoletane hanno colmato la milanesissima “Gazzetta Sportiva” ma svuotandola - la leggono sempre meno, e le sue Milan-Inter soffrono di rimorsi e pastette. Milano è in via di meridionalizzazione, cioè in declino.
È vero che Milano si lascia impregnare, già da Mussolini, poi da Craxi, ma sempre sopravvive, è madre robusta. Ora un sindaco genovese potrebbe salvarla, avendole dato con l’Expo un impegno preciso su cui operare. Ma Napoli è insidiosa. È affabile, spensierata, disinteressata, e colpisce a morte.

Lega e Mani Pulite vanno assieme. Non sono il ripudio di Roma Ladrona e dell’Italia Unita. Sono la riconquista del Sud – Roma è il Resto d’Italia. Da parte dei milanesi, dopo la conquista piemontese. A condizioni di realizzo: un mercato di sbocco, per la moda pronta, le arguzie Mediaset, e i vini algidi dell’Oltrepò, e un mercato del lavoro, si spera, di nuovo a buon mercato con le gabbie salariali.
La differenza tra Torino e Milano è enorme, tra il senso dello Stato e la corruzione in atti giudiziari.

“E pensare che non c’è nebbia nei paesi latini, i paesi degli assassini”, dice Sherlock Holmes nel racconto “I piani di Bruce Partington”.
Lo dice stizzito, contro i ladri e i grassatori di Londra che se ne stanno tranquilli. Ma è vero, non c’è la nebbia al Sud. E ci sono gli assassini. Quelli rilevati, non quelli delle statistiche, che sono sempre più numerosi al Nord.

C’è, nella guerra piccolo libanese tra i Rugolo e i Crea a Gioia Tauro, il vincolo familiare classico della vulgata mafiosa, tra un suocero e tre generi da una parte, e un padre e tre figli maschi dall’altra, le due parti in lotta. Ma ci sono anche generi che tramano contro il suocero, subordinati che sparano al Capo, tutti in un modo o nell’altro confidenti dei carabinieri, e pentiti da quindici anni che continuano a dettare l’oggi.
La mafia è una guerra di tutti contro tutti. La sociologia delle cupole, della mafia imprenditrice, del controllo del territorio, della mafia politica serve ad ampliare i confini della violenza, ad adeguarli alla realtà storica. Ma la mafia – il crimine organizzato – è una guerra “civile”, fra persone e gruppi mafiosi. Viene combattuta e vinta – la mafia è sempre perdente-vincente – nelle aree socialmente molli. Per psicologia, traumi, spopolamento (l’emigrazione, che è sempre dei più determinati, se non forti).
Il Sud, il familismo, la corruzione pubblica? I Borboni furono riformatori per primi. E gli arabi sono come gli spagnoli, la storia conta poco. I bravi di Manzoni, che prosperavano sotto le “grida” spagnolesche, di un governo assente, furono sconfitti, in breve, in silenzio, definitivamente, da preti coraggiosi, contadini tosti, mercanti intraprendenti, che sapevano il valore dei soldi, e della fatica, l’applicazione costante.

Non c’è una mafia imprenditrice, ci sono imprenditori che lavorano per la mafia: consulenti, manager, mediatori, prestanome. Il mafioso non è uno che crea, in nessuna circostanza (estorsioni, appalti, droga, terreni e immobili, esercizi commerciali): La sua opera è sempre di distruzione, di valore aggiunto oltre che di persone e famiglie: dove c’è la mafia la ricchezza non cresce ma diminuisce.
In assoluto può crescere ma comparativamente diminuisce, rispetto a un periodo anteriore, rispetto ad altre società in analoghe condizioni. Dalle rovine, e con dispendio di risorse, il mafioso usa ora costruire, alla luce del sole, gli “imperi del racket”, catene commerciali, centri catering e di ristorazione “dalla culla alla tomba”, per ogni occorrenza familiare, finanziarie e banche popolari, società sportive, per i vantaggi fiscali connessi, aziende agricole modello, per le sovvenzioni, ma con spreco di risorse e per periodi limitati. Le risorse vanno agli imprenditori di contorno, che non possono reinvestirle se non in piccola parte, per la necessaria riservatezza. Mentre i mafiosi si assassinano o si denunciano a ogni generazione: la violenza prevale sempre su ogni considerazione di utile.

Nella mafia è una carica straordinaria di energia – si può (si deve) anche leggere così. I fratelli Graviano, all’ergastolo per l’assassinio nel settembre 1993 di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, studiavano in carcere nel 2005 per laurearsi, uno in ingegneria e uno in matematica, hanno voluto figli protetti a Roma in un collegio di gran nome, e continuavano a gestire i loro affari attraverso “delegati” e “prestanome”. La mafia esprime una forte carica di energia dissipata, o convogliata su canali improduttivi. Resta da sapere il perché.
La mafia si differenzia dalla delinquenza comune perché la violenza vi esprime anche energia, capacità organizzativa e produttiva. I mafiosi hanno tutto dell’ottimo imprenditore, se si esclude la misura nella violenza: innovazione, capacità di valutare il rischio, capacità di creare ricchezza. Partendo da condizioni sfavorite: immigrati marginali e isolati in America, villani in Sicilia e Calabria.
Sono una conferma o sono una smentita della concezione liberista della società? Della democrazia e della ricchezza che s’incrementano nello scambio? Questa è la chiave, e quella psicologica. Mentre l’argomento è stato finora trattato ironicamente, in stile marxiano, per denunciare le origini sempre poco onorevoli del capitale. O dal sociologo Pino Arlacchi in chiave giudiziaria (dove sono i soldi della mafia).

Secondi pensieri (13)

zeulig 
 
Agnizione – Recupera il timore del mancato riconoscimento, degli altri e di sé. È artificio diffuso perché il timore è diffuso, è anzi il meccanismo basilare della conoscenza, per tentativi ed errori. Anche le storie d’amore sono un tentativo di riconoscimento. 

 Amore - È talvolta una scoperta di estraneità. Anche quello carnale, di parentela. L’amore è magia, cioè volontà di amare, applicata. Ma non solo nella durata, anche nell’atto dell’innamoramento, e nell’amore folle. È la grazia. Una condizione insieme coltivata, per la quale bisogna “essere preparati”, e donata. È l’attenzione – la Sorge di Heidegger, la premura. Ma Heidegger non sa nominarlo, perché? Dopo i vent’anni non c’è rappresentazione dell’amore felice. Si potrebbe farlo, è una buona sfida per un buon scrittore, ma non si fa. C’è la coppia – fidanzamento, convivenza, matrimonio. E c’è la singletudine, sempre inquieta. E lo scarto sui due stati, l’innamoramento, è da tempo immemorabile fonte di dolore e disgrazia non di felicità. Non c’è amore proprio, senza sanzione. L’amore non va con la libertà.

Antisemitismo - È cresciuto con l’uso della Bibbia. Non c’era nel primo millennio del cristianesimo. È scomparso con papa Woytila, che non ha mai fatto una citazione biblica, e con  il dialogo che tanto fortissimamente ha voluto. 

Celan-Céline - È più che un’assonanza. Nemmeno blasfema, facendo la tara dell’antisemitismo. Il legame è più autentico di quello Celan-Heidegger, che è posticcio (politico). Chiarisce l’oscurità del poeta, il suo bisogno di esprimere, malgrado la camicia di forza mallarmeana indossata, l’orrendo e l’irrimovibile che ha fatto la sua esperienza, storica, familiare, personale.

Germanesimo – Si può dire l’amore della morte. A Rilke l’identificazione scatta prepotente, a Kafka: non si muore per accidente, malattia o vecchiaia, ma inevitabilmente per bellezza e amore, il segreto della vita. Non c’è mai nella poesia tedesca dell’Otto-Novecento abbastanza purezza, è come per i poveri di generazioni affamati, non c’è mai per loro abbastanza cibo. Essendo nipoti o nonni di Freud, in sonno, in partibus, in incognito, i tedeschi sono igienisti. Dei sentimenti, della passione, della ragione.

Identità - Il problema dell’identità è che esso si complica con la ricerca dell’identità, della sua definizione e del reperimento di essa. Come di ogni altro concetto e, Heisenberg avrebbe detto, ogni entità. Aggravato però da una speciale sensibilità: dall’esclusione che la ricerca dell’identità presuppone e rafforza, sia pure sotto la forma dell’autoesclusione.

Magia - È naturale, per stati esaltati dell’animo, schizofrenie lievi, forme depressive, sogni erotici (incubi, succubi), metereopatia, allucinogeni erbacei (segala, cannabis, datura, elleboro, aconito), nei cibi, le bevande, gli estratti, gli unguenti, per le persistenze dell’universo infantile, senza tempo e senza spazio. È una forma di follia ragionata, ragionevole. È una forma (estensione) della logica.

Marx - È Cristo, è vero – se era ebreo, si è convertito. Per il dovere del paradiso in terra, della giustizia. Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat. La verità è che della fabbrica non resta nulla, il vero lavoro è sovrastruttura, qualsiasi esperto di produzione lo sa. Anche politicamente: altrimenti sarebbe un comunismo di schiavi, senza possibilità di realizzare l’uomo, poiché elimina ogni spazio comune.

Nichilismo – È materia cristiana, mussulmana, ebraica: del Dio unico. Quello più rigoroso non è ateo ma credente – si è atei perché si ragiona, si crede nella ragione. Quando non c’è è più il divino, ma un Dio unico, il Principio di tutte le cose, ascendere a Lui è, diceva William Blake, “scendere nell’annientamento del proprio io”. Quello che cercano i mistici. Che poi diventa, conseguentemente, annullamento dell’io. Si ascende a Dio, già Dante lo sapeva, andando all’ingiù. Bisogna essere umili, fino all’annientamento.

Ottimismo – Nasce dalla capacità critica, dalla ragione. La vicenda umana è indifferente. Baudelaire ha straordinaria, costante, carica positiva, benché i suoi temi siano il peccato, il male, la malattia, la morte. Quanto pessimista, al confronto, l’entusiasmo di Rimbaud, e non per la vicenda umana.

Passato - È la nostra essenza. È duro non perché è millenario, ma perché è cerebrale, nervoso, folle.

Proselitismo – Include. È la storia e la fortuna del cristianesimo in tutte le sue articolazioni. L’eredità del processo inclusivo che fece la fortuna dell’impero romano. Il fattore religioso può essere dirimente sull’identità. Si distinguono le religioni che fanno proselitismo da quelle che non lo fanno, forse solo l’ebraismo. Ma sull’identità il proselitismo opera al contrario, include. Non si fa molto caso nel cattolicesimo agli ebrei convertiti, seppure rinomati, Edith Stein, Simone Weil. Mentre l’ebraismo se ne scandalizza.

Religione - È portentosa. Il culto di Dio è luminoso. In senso onorifico ma anche proiettivo: non si saprebbe immaginare Dio triste, o perdente, o anche rutiniero.

Storia - È distruttiva. Distrugge i miti e le menzogne, sia pure benevole, di cui la vita si compiace: il senso della storia è nemico delle illusioni, dell’immaginazione.. Si dice – George Santayana –che “quelli che non possono ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”. Ma anche quelli che vivono nel passato. E quelli che vivono nel futuro, lo anticipano. È il tempo che è confuso. E la retorica, la bella frase. Che sempre sarà vera, ma per sé – per Santayana, i nostalgici, i logici sistemisti, ma la storia?

Sesso – È come il denaro, la stessa storia di “possessioni”, la glottologia non sbaglia, solo il dottor Freud non se n’è accorto. Per questo chi ha l’uno non cerca l’altro. I poveri scopano con più piacere. Per le donne può essere vario – avventuroso. Per gli uomini è ripetitivo. Per questo sono sentimentali. Gli uomini hanno inventato la pornografia pensando di variare il sesso. Per questo non resta loro che piangere. 

Tempo – È irrilevante per l’esistenza: c’è chi è lo stesso per tutta la vita. O capita di cambiare tutto in un istante, un incidente per esempio. Perfino in guerra si fatica a percepirne il passaggio: eventi anche gravi e dolorosi possono essere lenti, ripetitivi, abitudinari. È comprimibile. Facendo, o anche non facendo. Ed è estensibile – la durata: ricostruzione, immaginazione, memoria, storia – senza limiti. Si ricostituisce – esorcizza l’inatteso – attraverso le nozioni di destino, i miti, l’astrologia.

Uguaglianza - È l’amore di sé. Il sé che diventa mondo. L’uguaglianza livella in quanto riduce ad unum – non necessariamente porta verso il basso, verso il minimo denominatore comune. E questo uno è se stessi: il fautore benevolo dell’uguaglianza vuole tutti uguale a se stesso. È uno contento di sé.