Consumare il capitale è il meccanismo della rovina - Più debito contro la crisi? - Dalla marco-lira all’inedia - Se la spesa pubblica è oltre la metà del pil - Che cos’è una cassa d’ammortamento - S.Weil: «Abbozzo di una teoria della bancarotta» - La storia comincia nel 1976 - Il punto forte: l’Italia non può morire - Trent’anni sotto il mobbing delle agenzie di rating - L’euro non è una moneta, è un trattato - La più colossale speculazione mai montata - L’Europa Bovary – La guardia al bidone: il dollaro debole è forte, e l’euro forte è debole
Astolfo
Signor ministro,
ci liberi dal debito.
Lo faccia subito, con un taglio netto.
Faccia la sola cosa di sinistra che ancora le resta da fare.
Faccia la sola cosa cristiana in Europa, ben più del preambolo alla costituzione che gli spiriti liberi non vogliono: il nostro peccato è il debito, il paradiso è privarsene – la nostra crisi è il debito, la liberazione è dal debito. Tanto più se non è tempo di economisti ma di bibbie, come lei va dicendo. Già Nicolas Oresme, vescovo di Lisieux, insegnava nel Trecento la dottrina semplicissima, e quanto vera, che la moneta non appartiene al principe e dunque al governo ma alla comunità.
Lei meglio di tutti sa, lo dimostra, che questa crisi è piena di trappole. E che, anche con Obama, la signoria è sempre quella, della gente di denaro - salvare una banca in tre rate, o un’assicurazione, che facile speculazione! L’ammortamento (consolidamento, riduzione) del debito pubblico corrisponde nella teoria a un’espropriazione del capitale, e a un riscatto forzato eseguito a spese dei detentori dei titoli dello stesso debito. Ma, tali Robin Hoood, di fronte a un tale governo del mondo è giusto mettersi fuori legge.
Viviamo da vent’anni stringendo la cinghia, ogni giorno di più. Frustati da soavi ministri spagnoli di Bruxelles, con il tre per cento del pil che il novantanove per cento degli italiani non sa cos’è ma capisce che è un mostro brutto. Poi il feticcio si è scoperto abbattuto da tutti i suoi animatori, compresi i ministri spagnoli di Bruxelles, e il tre per cento è solo rimasto convenienza dell’aborrito governo nazionale. Ministro, faccia un altro passo, anche andando se necessario a Bruxelles: li mandi a quel paese.
Il Patto di stabilità non si tocca, dice lei, sarebbe “demenziale”. Non esagera: l’euro deve rafforzarsi nella crisi, se è la moneta di tutti in Europa, e una corazza contro l’instabilità, e non soccombere. Ma un differenziale di un punto e mezzo sul Bund è insostenibile: il debito, già caro, diventa carissimo, e un’indebita aria d’insolvenza lumeggia sinistra sull’economia. E se non domani, dopodomani il suo ennesimo prestito potrebbe andare deserto, a favore del Bund, e di Obama. E allora? Un po’ di sussiego, coraggio, chi gioca d’anticipo suda meno.
Arrivati a questo punto, e nel mezzo di una crisi che non durerà meno di un decennio, soluzioni radicali ci vogliono. Senza crescita i conti pubblici non si governano, il debito cresce – questo lei non lo dice ma lo sa. Ma il debito blocca la crescita. Il circolo vizioso va interrotto.
Ci vuole una soluzione europea? E chi lo dice, Almunia – o si chiama Solbes? Si sa che il timbro del cancelliere tedesco ci vuole sempre, anche se l’Europa non esiste, e noi non vogliamo dispiacere alla Germania. Ma se i tassi sono fissati dalla Bce, e l’indebitamento da Bruxelles, ogni paese è ancora sovrano nel debito, non c’è un debito europeo – mentre il timbro tedesco è svalutato, che alla signora Merkel comunque, personalmente, non gliene può fregare di meno. Ci si può chiedere anche che euro è, se il Bot costa un punto e mezzo più del Bund. Ma questo è un altro discorso.
Non c’è economia col debito
Non c’è economia flessibile, liberata dal vincolo fiscale, con un debito pubblico alto. È il fondamento del “Catechismo” di Jean-Baptiste Say e dell’economia politica che Say fonda, la prima e una delle poche cose che la scienza economica sa: “Il debito pubblico è una maniera di consumare dei capitali i cui interessi sono pagati dalla nazione”.
“Il reddito totale di una nazione è aumentato o diminuito dai prestiti pubblici?
“È diminuito, perché ogni capitale che si consuma trascina la perdita del reddito che aveva procurato….
“Se io avessi valorizzato, o un imprenditore avesse valorizzato per me, un capitale di 10.000 franchi, ne avrei ricavato un interesse di 500 franchi che non sarebbe costato niente a nessuno, perché sarebbe venuto da una produzione di valore. Si lanci un prestito e io presti questa somma al governo. Essa non serve più a una produzione di valore; non fornisce più un reddito; e se il governo mi paga 500 franchi d’interesse è forzando i produttori, agricoltori, manifatturieri, o commercianti, a sacrificare una parte dei loro redditi per soddisfarmi. Invece di due redditi di cui la società avrebbe profittato (quello di 500 franchi del mio capitale impiegato produttivamente, e quello di 500 franchi prodotto dall’attività del contribuente), non resta più che quello del contribuente, che il governo mi trasferisce dopo aver consumato per sempre il mio capitale”.
Due redditi invece di uno è il principio della crescita. Consumare il capitale è il meccanismo della rovina.
Ministro, colga l’occasione, ci liberi del fardello. La strada maestra sarebbe toglierci di dosso la Pubblica Amministrazione, il fardello della burocrazia, che è il vero motore del deficit. Organici in soprannumero, inoperosi e anzi sabotatori, firme plurime per ogni matita che si compera, per sancire il potere del ricatto, appalti che nessun giudizio universale potrà mai lavare, non basterà l’inferno. Gli Stati Uniti, i padroni del mondo, pare facciamo la contabilità nazionale, la più affidabile per ogni studioso, con soli duecento contabili; lei quanti ce n’ha, al ministero, alla Ragioneria, all’Istat, all’Isco o come altro si chiama? Certo, la contabilità è importante, tutto Maastricht, cioè l’euro, cioè l’Europa, si basa sulla contabilità. Ma, poiché non può liberarci dal governo, ci liberi almeno dal debito.
Faccia senza timore. Tanto più che il debito non è più la rendita degli Italiani di Carli, il famoso governatore libertino della Banca d’Italia, e del pensoso Ciocca – oggi ne detengono, glielo mostreremo, non più del dieci per cento. Non si lasci influenzare dagli economisti, che sono giornalisti mancati – i Giavazzi Mieli li usa per sollazzare Milano, che quando si parla di soldi, come lei sa, gode. E agisca senza esitazioni, l’intendenza seguirà, malgrado gli andreotti in maschera che l’attorniano, i mugwump televisivi, e i draghi della Banca d’Italia. Ha la maggioranza, anche nella minoranza. E questa è roba da vero governo.
Anche perché ci vuole un governo di destra per farlo (“ci vuole un governo di destra per fare le cose di sinistra”, si potrebbe aforizzare rivoltando l’Avvocato Agnelli). Anche perché, bisogna aggiungere, non è che la sinistra abbia governato molto in Europa: nel secolo scorso in Germania solo venti anni e mezzo, e sei e mezzo in condominio con la destra, in Gran Bretagna ventidue anni e mezzo, in Francia appena sedici (più due a sostegno del radicale Herriot, uno che finirà a Vichy con Pétain), in Italia venti, ma solo in condominio, mettendo assieme il centro-sinistra, il compromesso storico e l’Ulivo. Ma questo non vuol dire. Nel Novecento solo Poincaré e Mussolini hanno abbattuto il debito pubblico.
Ministro, faccia il nuovo Solone, come direbbe la Weil, e ci rimetta i debiti.
O il buon Padre. La liberazione dal debito è la prima preghiera del cristiano al Padre Nostro: rimetti a noi i nostri debiti. L’Italia non ha comunque alternative: è schiacciata dal debito da ormai vent’anni, e prossima all’asfissia. Il tempo sarebbe maturo, e la crisi propizia, a una qualche forma di consolidamento del debito, senza la quale l’Italia non potrà mai sopravvivere e rilanciarsi, meno che mai in una crisi mondiale così grave. Anche per scongiurare l’incubo che i governi Berlusconi, con ampie maggioranze e tutto, liberali, pimpanti, accorti, appassionati, sociali, portino male. La prima volta per il cattivissimo Scalfaro, la seconda per Osama, che è tutto dire, il diavolo, e ora per i titoli tossici. Ce lo deve.
Lo dice anche Davos, lo dice l’Fmi: “Tagliare i tassi non basta, ci vogliono politiche di bilancio espansive”. E dunque? Si lamenta che il Belpaese non è più quello. Niente più grazia, solo musoneria. E ronde, vendette, razzismi, vaffa, coi tromboni moralisti a ogni canto. Ma i percettori di reddito fisso, dipendenti e pensionati, tre famiglie su cinque, vengono da due crisi da strozzinaggio. Quella del 2002, del passaggio dalla lira all’euro, in cui tutto all’improvviso raddoppiò di prezzo, e quella del 2007-2008, col caro-petrolio e il caro-denaro. Nel mezzo il fisco di Padoa Schioppa, duemila euro in più l’anno a famiglia, due punti e mezzo di pil in più in un anno e mezzo, 37 milioni di euro.
Non siamo i soli. La Germania, per dire, che sempre ci viene buttata sui coglioni, si sarà pure gonfiata all’esportazione, ma ha impoverito i tedeschi. Noi, è vero, non ci siamo nemmeno gonfiati all’esportazione. Ma perché: che made in Italy è, se viene da un paese fallimentare? Ci pensi, questo è un serpente che si morde la coda: un tedesco può girare il mondo e dare lezioni di qualità, robustezza, ecologia, e farsele pagare, anche se le sue macchine si fermano ogni cinque minuti. Lei magari vende macchine che non si fermano per cinque anni – la mia Alfa non si è ancora fermata dopo sette anni – ma nessuno ci crede.
Ma non questo è importante – non è giusto, ha ragione, lagnarsi. Bisogna guardare alla sostanza delle cose.
Il potenziale distruttivo della crisi è ancora contenuto dall’economia globale. La Cina sterilizza quantitativi enormi di dollari, a fini disinflattivi all’interno. È così che mantiene ancora un valore, ancorché basso, alla moneta americana. E così i fondi sovrani dell’Asia e del petrolio. Ma domani? La Cina detiene la chiave del valore del dollaro, con riserve in valuta americana per 650 miliardi (erano 610 prima della crisi). Non sa cosa farsene, ma la Cina è il paese più prevedibilmente cooperativo ala stabilità internazionale: nei circa venticinque anni dacché Washingon ha lanciato la globalizzazione, ha spiegato al “Financial Times” il vice-presidente della Bcc, Li Ruogo, la Cina non ha mai creato un problema. Rivalutare lo yuan potrebbe convenire, visto che la Cina ha un tasso di risparmio del 40 per cento del debito, mentre la manodopera, malgrado una demografia insufficiente, costa ancora sui 500 yuan al mese, cinquanta euro, il 3 per cento dell’Europa e degli Usa. Ma la Cina sta al suo ruolo, che è quello di produttore a basso prezzo per i gruppi occidentali che controllano i mercati: dopo il tessile, le calzature e l’alimentare, punta ad assorbire i personal computer, la chimica, l’acciaio e le automobili. Ma fino a quando?
Se la Cina e l’Asia hanno molto margine, per l’Europa non ci sono molti modi per chiudere la crisi, dopo la stagnazione lunga ormai cinque anni. Non ce ne sono nemmeno due. C’è solo da sterilizzare una parte del debito pubblico, attraverso una qualche forma di consolidamento, l’unico modo per allentare la camicia di forza che la Fortezza Europa si è cucita addosso col supereuro e il Patto di stabilità. Il Giappone ha seguito il cammino inverso, l’allargamento della spesa pubblica senza limiti (il debito è ora al 160, se non al 170, per cento del pil), ma è una strada meno plausibile in regimi politici meno monocratici, e comunque l’Europa non può permettersi quindici anni di sterili rilanci come è successo in Giappone.
L’Italia vive anch’essa da quindici anni, prima della crisi, da quando è entrata nel circolo virtuoso dell’euro, in una sostanziale stagflazione, seppure non dichiarata, non tecnicamente dichiarabile: un aumento costante ed elevato dei prezzi, al consumo e di produzione, in un’economia stagnante, come investimenti e valore aggiunto. La cui crescita supera di decimali lo zero, tavola solo per accorgimenti contabilistici e statistici, con l’effetto di prosciugare il reddito disponibile. Il ristagno è anzi più antico, di un ventennio, da quando l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi volle la marco-lira, per raddrizzare la schiena agli italiani, che poi il filantropo Soros ruppe col famoso attacco al ribasso del triste autunno del 1992. Dalla marco-lira all’inedia, questa è tutta la storia recente, non edificante a nessun fine.
Il mercato vuole profitti, e le aziende li pagano, ma non investono, non a sufficienza per stare realmente nel mercato. I salari sono da troppi anni ai livelli più bassi dell’Ue per tassi di crescita, e ora lo sono in assoluto (con il buon quinto della forza lavoro schiavizzata, quella degli immigrati, si può dire senza sbagliare che il monte salari è appiattito), e questo non fa bene alla distribuzione del reddito e al consumo. Il risparmio si è fortemente ridotto. I prezzi aumentano costantemente ben più di quanto la metodologia Eurostat registri. Creando molti nuovi poveri tra i pensionati. Che dopo i dissennati tagli all’occupazione degli anni 1996-1997, con due milioni di posti di lavoro perduti, sono cresciuti a un quarto della popolazione, e a oltre la metà della popolazione attiva. L’euro, che doveva e deve essere lo scudo contro l’inflazione, ne è stata invece una delle cause, al momento della sua introduzione, e poi col caro denaro, senza mai reale concorrenza.
È una crisi che nel corpo umano si direbbe da costipazione. Per l’indigeribilità del debito. Le stesse cause esterne sono ingovernabili perché il debito è eccessivo. Bisogna liberare risorse per l’investimento pubblico – pensi quanto gli italiani le sarebbero grati. E ridurre il peso multiforme schiacciante del debito sul mercato finanziario. Sui tassi d’interesse, il credito, i prezzi. Trasformando le virtù posticce, delle sacre carte di Bruxelles e i loro ministri spagnoli, in vizi, per arrivare alla vera virtù. Giusto la lezione di Mandeville, Marx, Carli, e gli altri libertini.
Ci pensi, in un colpo solo riduce, anzi elimina, la morsa del debito sull’economia e sulla felicità degli italiani. Dopo che, sotto il governo del suo illuminato predecessore, la spesa pubblica è salita, per la prima volta nella storia, e caso unico al mondo, a oltre la metà del pil. Altri si deliziano a dichiarare morto il pil, furbi: se si allarga la base, pensano, in Francia, in America, insomma se si moltiplica il pil, se un qualche professore ci autorizza a dirci più ricchi, molto più ricchi, il debito non pesa più. Lei li prenda in contropiede, dichiari morto il debito. Farà felice Almunia, o è Solbes?, insomma il nostro amico spagnolo a Bruxelles. E restaurerà saldo il primato dell’Italia.
La bancarotta non è una novitàSul consolidamento decida lei, ci sorprenda. Tutti sono una purga, ma è sempre meglio prenderla in una volta se elimina la costipazione di una vita.
Qualche precedente può essere utile per i suoi fans. Eccolo.
Nel 1926, richiamato alla presidenza del consiglio dei ministri per risolvere una crisi di eccezionale gravità che bloccava il funzionamento dello Stato, Raymond Poincaré fece il 3 agosto una “manovra” da undici miliardi di franchi, cioè impose undici miliardi di nuove tasse. E il 7 agosto creò una Cassa d’ammortamento del debito pubblico che, prendendo il testimone dai Monopoli di Stato, utilizzerà le tasse sul fumo e le lotterie per ammortizzare i buoni della difesa nazionale 1914-18, e rimborsare anticipatamente o convertire le rendite anteguerra, più le anticipazioni, rateizzandole, della Banque de France. Lo Stato riprese a funzionare e dopo diciotto mesi Poincaré poté varare il franco che porta il suo nome, e che per oltre mezzo secolo è stato il mark-up della tesaurizzazione - nonché il tema di dottorato di A.O.Hirschmann, il ragguardevole cognato di Eugenio Colorni e Altiero Spinelli, “Il franco Poincaré”.
Il 21 giugno 1928 alla Camera dei Deputati Poincaré ricordava lo scoraggiamento dell’Assemblea due anni prima, quando aveva cominciato a delineare il piano fiscale, e i risultati acquisiti: “La politica d’ammortamento e di consolidamento facoltativo non è stata affatto, come si è preteso talvolta per ignoranza o malafede, una politica d’indebitamento. Essa è consistita, al contrario, nella sostituzione di prestiti rimborsabili a breve termine, e di conseguenza minacciosi e pericolosi, con prestiti a lungo termine automaticamente ammortizzabili, che non hanno, di conseguenza, niente di minaccioso. Con l’effetto di rafforzare rapidamente il credito dello Stato”. Nonché le esportazioni, valendo il franco Poincaré un quinto del vecchio franco germinal.
In precedenza lo stesso Poincaré, non volendo affrontare il problema, aveva puntato sui debiti di guerra della Germania, come se fossero esigibili, col suo famigerato “la Germania pagherà”, in quella che chiamava “Verdun finanziaria”, Verdun essendo la Vittorio Veneto della Francia. Esagerando, era arrivato a sostenere che la Germania alimentava l’inflazione per sottrarsi agli impegni. Per questo, a gennaio del 1923, occupò militarmente la Ruhr, come “pegno di produzione”. La Germania si fermò, non poteva nemmeno riscaldarsi, e si ebbe l’iperinflazione. Il cui effetto, oltre la fame dei tedeschi, fu il crollo del franco, e dello stesso Poincaré, nella primavera del 1924. Il Cartello delle sinistre che gli succedette, presieduto dal radicale Herriot, lo Zapatero dell’epoca, si inimicò col suo acceso laicismo i cattolici, che decisero di non sottoscrivere più un franco del debito, e la Banque de France. La Francia andava avanti con gli anticipi della banca centrale. La quale era però privata, e doveva far guadagnare i suoi duecento azionisti. Che erano le duecento famiglie più ricche della Francia, molto religiose, cattoliche e calviniste. Il Cartello di Herriot vivacchiò un paio d’anni, ma dovette cedere al cosiddetto “muro dei soldi”: non era mai successo che un governo in Francia cadesse per una questione di soldi.
In Italia Mussolini aveva adottato una Cassa per l’Ammortamento del Debito Pubblico interno dello Stato – dopo avere beneficiato dell’abbuono del debito estero contratto in guerra dall’Italia con Stati uniti e Gran Bretagna – un anno prima di Poincaré. Ma con effetti non risolutivi, anche se la situazione era notevolmente stabilizzata in Italia rispetto al resto d’Europa.
Dopo la Grande Guerra, l’Italia più che la Germania sembrava predestinata a un rapido fallimento. Nel 1914 il debito pubblico era il 75 per cento del pil. Nel 1918 era il 150 per cento del pil. Un primo tentativo di ammortamento del debito, con la patrimoniale fortemente progressiva del 1920, fallì: il gettito fu esiguo. Le cose si trascinarono fino al fascismo, sotto il quale com'è noto riguadagnò all'Italia la fiducia degli ambienti internazionali, specie di quelli finanziari. Mussolini, col suo ministro De Stefani, ricavò molto più della patrimoniale con la riduzione della spesa, e il contenimento delle tasse. Nel 1926 De Stefani poté vantare un debito pubblico al 50 per cento del pil. Ma sapendo che era per effetto soprattutto del condono del debito estero da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Da qui il progetto di una Cassa d’Ammortamento, che il nuovo ministro del Tesoro Volpi realizzerà un anno dopo. Abbastanza per riportare la lira nel gold standard, con la famosa Quota Novanta (92 lire, esattamente, per una sterlina).
Nel 1936, per finanziare la guerra in Etiopia, Mussolini emise un prestito doppiamente forzoso sugli immobili. I proprietari di immobili furono obbligati a sottoscrivere un prestito venticinquennale in proporzione al valore degli immobili stessi. Una imposta immobiliare straordinaria fu levata per il sevizio del nuovo debito.
Le vie della finanza sono imperscrutabili, dal punto di vista della giustizia e della politica. La "manovra" di Mussolini nel 1936 è certo roba da fascismo, seppure anticapitalista: il prestito forzoso è odioso, e anche autoritario. E tuttavia è meglio, è meno ingiusto e più democratico, di una imposizione fiscale elevata, la più elevata al mondo, che a ogni manovra – ogni sei mesi – si aumenta.
Nel 2005 l’ex ministro delle Finanze Guarino ha proposto un consolidamento sotto forma di una società per azioni, alla quale conferire i tanti attivi non esigibili dello Stato. Una società privata, fuori cioè dello Stato. In grado di produrre utili, e di raccogliere quindi un conveniente numero di sottoscrittori privati. Questo grazie al conferimento di un patrimonio che Guarino stimava in 450 miliardi, pari al 35 per cento del debito (di allora). Forse addirittura in 600 miliardi, pari al 45 per cento del debito, che così sarebbe sceso sotto la soglia virtuosa del 60 per cento del pil.
Era una stima prudente: il patrimonio pubblico, dello Stato e degli enti locali, si valuta in 1.800 miliardi. Togliendo dal computo i beni artistici, e quelli locali, difficilmente mobilitabili, l’Agenzia del Demanio calcolava all’epoca che beni per 450 miliardi si potevano agevolmente mettere sul mercato: partecipazioni, quotate e non, immobili, crediti. Il debito sarebbe stato abbattuto a mano a mano che le quote di Debito Spa venivano vendute agli investitori. Per un controvalore stimato appunto fra i 450 e i 600 miliardi.
Il professor Guarino era un ex democristiano, senza più autorità, per di più ministro dell’infausto governo Amato nel 1992, e la sua proposta non ebbe fortuna. Lei stesso ridusse l’attivo ipotetico della Debito Spa a 60 miliardi, e poi non ne fece nulla. Inoltre, Guarino prevedeva che fossero le banche e le grandi imprese italiane ad avviare il successo di Debito Spa nel mercato, prendendone una quota di almeno il 10 per cento, e oggi le banche non sono in condizione di farlo, né le grandi imprese totalmente private, Fiat, Telecom, Pirelli, Autostrade, eccetera. La pratica, da lei passata al governo Prodi, fu affossata perché “economicamente priva di senso”. Ma il professor Messori, consulente di Prodi a palazzo Chigi, riteneva che in forma specializzata e non aggregata, con una serie di holding e non una sola, il progetto potesse riuscire.
Una Cassa d’ammortamento è, insegna Jean-Baptiste Say, al cap. 30, “Sui prestiti pubblici”, del suo “Catechismo d’economia politica”, “un mezzo per sostenere il credito del governo”:
“Che cos’è una cassa d’ammortamento?
“Quando si mette un’imposta per pagare gli interessi di un prestito, la si mette un po’ più alta di quanto è necessario per pagare questi interessi, e l’eccedente è confidato a una cassa speciale che si chiama cassa d’ammortamento, la quale lo utilizza per riacquistare ogni anno, ai corsi di mercato, una parte delle rendite pagate dallo Stato. I ratei delle rendite riscattati dalla cassa d’ammortamento sono quindi versati in questa cassa, che li impiega, così come la quota di imposte che le viene attribuita a questo scopo, per il riacquisto di una nuova quantità delle rendite”.
Say non amava il debito pubblico: “Un governo che vende delle rendite per appropriarsene il prezzo vende in realtà il reddito dei cittadini”. Non molti anni prima del suo “Catechismo”, nel 1776, una Cassa d’ammortamento era stata creata, col favore di Turgot, a fronte di un debito pubblico che all’improvviso apparve colossale, con lo scopo di rassicurare i sottoscrittori. Malgrado la Cassa, la Francia finì nella Rivoluzione. E la Rivoluzione, che si può anche dire provocata dall’instabilità finanziaria, finì negli assignats, cioè nella cancellazione della moneta.
A questo riguardo è utile un appunto di Simone Weil al tempo del breve governo del Fronte Popolare delle sinistre in Francia, tra il 1936 e il 1938, che lei stessa intitolava «Abbozzo di una teoria della bancarotta»:
“La parola «bancarotta» è una di quelle che si usano con imbarazzo, che suonano male, come adulterio o truffa. Quando si pronuncia riguardo alle finanze del proprio paese, si parla volentieri di «bancarotta umiliante». Si possono cercare scuse a una bancarotta, si possono trovare ragioni di attenuare tale o tale responsabilità, ma nessuno pensa che la bancarotta non proceda in qualche maniera da un peccato; nessuno considera che essa possa costituire un fenomeno normale. Già il vecchio Cefalo, per far capire a Socrate che aveva condotto una vita irreprensibile, gli diceva : « Non ho ingannato nessuno, e ho pagato i miei debiti». Socrate, maligno, dubitava che questa fosse un definizione sufficiente della giustizia. Il cittadino medio – e noi siamo per la maggior parte del tempo cittadini medi – applica volentieri allo stato il criterio di Cefalo, almeno per quanto concerne il secondo punto; perché sul primo, nessuno chiede a un governo di non mentire.
“Proudhon, nella luminosa opera di gioventù intitolata “Che cos’è la proprietà?” prova col ragionamento più semplice e più evidente che l’idea del buon Cefalo è un’assurdità. L’idea fondamentale di Proudhon, in questo libretto troppo ignorato, è che la proprietà non è cattiva, né ingiusta, ma impossibile. E intende per proprietà non il diritto di possedere un bene qualunque, ma il diritto molto più importante di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo.
“La dimostrazione di Prudhon riposa su una legge matematica molto chiara. La messa a frutto del capitale implica una progressione geometrica. Il capitale, non rendesse che l’1 per cento, s’accrescerebbe tuttavia secondo una progressione geometrica in ragione di 1+ . Ogni progressione geometrica genera grandezze astronomiche con una rapidità che sorpassa l’immaginazione. Un calcolo semplice mostra che un capitale che non rendesse che l’interesse derisorio dell’1 per cento raddoppia in un secolo, e si moltiplica per sette in due secoli; e con l’interesse ancora modesto del 3 per cento è centuplicato nello stesso spazio di tempo. È dunque matematicamente impossibile che tutti gli uomini di un paese siano virtuosi alla maniera di Cefalo per due secoli: anche se una porzione relativamente piccola dei beni mobili e immobili fosse affittata o investita a interesse, è matematicamente impossibile che il valore di questa porzione centuplichi in alcune generazioni. Se è necessario all’ordine sociale che i debiti siano pagati, è più necessario ancora che i debiti non siamo pagati.
“Dacché esistono la moneta e il prestito a interesse, l’umanità oscilla tra queste due necessità contraddittorie, e sempre con un’incoscienza degna di ammirazione. Se ci si divertisse a riprendere tutta la storia conosciuta presentandola come la storia dei debiti pagati e non pagati, si arriverebbe a capire buona parte dei grandi avvenimenti passati. Ognuno sa che, per esempio, la riforma di Solone a Atene, o la creazione dei tribuni a Roma, sono effetti dei torbidi provocati dall’indebitamento eccessivo della popolazione. Che si tratti della popolazione o dello Stato, non c’è stato mai altro rimedio all’indebitamento che l’abolizione dei debiti, aperta o mascherata…
“La nozione di contratto tra lo Stato e i singoli è un’assurdità in un’epoca come questa”.
La storia comincia nel 1976
La storia del debito che ci asfissia comincia nel 1976, quando il dottor Vittorio Barattieri, giovane funzionario della Banca d’Italia, assistente di Rinaldo Ossola, scopre nella contabilità un buco di venticinquemila miliardi. Scandalo, eccetera. Anche perché quell’anno la Banca d’Italia non aveva un dollaro in cassa, e l’oro Andreotti si apprestava a dare in pegno alla Bundesbank, neppure apprezzato e anzi disprezzato dal cancelliere Helmut Schmidt. Ma il debito pubblico italiano era ancora al 57,60 per cento del pil nel 1980, perfino sotto il parametro che sarà il capestro di Maastricht.
Dieci anni dopo il buco di Barattieri aveva fatto valanga, e il debito era al 95 per cento del pil (94,70). Il balzo maggiore si ebbe nel quinquennio 1983-88, dal 64 al 90 per cento. Corrispondente al governo Craxi, con le due code, iniziale e finale, di Fanfani e De Mita.
Il secondo balzo si ebbe nel triennio 1992-1994, con l’aumento del debito dal 98 al 121,56 per cento del pil. Ai livelli cui l’aveva portato il Buonanima nel triennio fatale 1940-42. E da cui, con Maastricht, l’euro, la cinghia stretta e tutto quanto, riesce arduo scendere. Anche perché non si vede all’orizzonte una guerra (perduta) che abbatta il debito - e poi non la vorremmo, questa volta la impediremmo.
Nel quinquennio 1983-1988 il debito aumentò con un fine. Craxi ne ebbe bisogno nel momento in cui eliminava l’odiosissima imposta da inflazione - tanto odiata che un referendum lo incoraggiò ad abolire la contingenza, l’aumento automatico dei salari. E se creò nuovo debito, creò anche nuovo sviluppo: nel 1988 la crescita era del 4 per cento, reale.
Ora non restano che macerie.
Paghiamo 6 miliardi di euro al mese di interessi.
Tirando la cinghia a ogni bilancio annuale con un avanzo primario – più entrate che spese, se non si considerano gli interessi da pagare sul debito.
Contemporaneamente, cresce il fisco. Che è, diretto e indiretto, centrale e locale, uno dei più alti al mondo, sicuramente il più alto nell’Unione europea, i decantati paesi scandinavi della probità fiscale compresi. Incommensurabile se si contasse anche l’odiosissima tassa da inflazione. Che lei dice di governare e ridurre, ma sa benissimo che l’accresce con i ticket sanitari e scolastici, e l’aumento a piacere delle tariffe locali, la spazzatura, l’acqua, i canoni, i censi (sì, la prima casa è esclusa, ma la seconda è raddoppiata) – mentre il suo illuminato predecessore aveva aumentato i bolli, le tariffe, le accise, le ammende, le addizionali Irpef, e i coefficienti catastali. Sì, c’è l’erosione e c’è l’elusione, che sono odiose ai più, ma ineliminabili, lei lo sa, perché sono difese ultime, la borsa per la vita.
La storia, in breve, è di una serie ventennale di “manovre”, praticamente tutte le leggi finanziarie, più altrettante correzioni semestrali. Che hanno disseccato l’Italia e gli italiani. Tutte corrette, tutte armonizzate con Bruxelles, tutte virtuose, e tutte feroci.
La “manovra” sembra democratica, ed era infatti la ricetta preferita di Visco, l’esattore di Prodi: viene discussa e approvata in Parlamento, e nessun presidente della Repubblica vi ha mai obiettato. Ma una “manovra” è un prestito forzoso ogni sei mesi. Dia retta al Mulino, ministro, il think tank della sinistra, il loro manualetto di “Debito pubblico”, a cura del professor Musu, è assolutorio, anzi incitatorio, e categorico: “Il risanamento finanziario connesso a un processo di riduzione del debito pubblico può essere paragonato alla produzione di un bene pubblico, di un bene cioè del quale tutti i cittadini possono godere simultaneamente e in modo non reciprocamente esclusivo”.
E poi c’è la verità, più dura del macigno di prammatica: l’Unione monetaria europea è partita con un handicap che ancora non ha cancellato. I programmi di stabilizzazione forzata sono generalmente falliti nel mondo, e non sono mai riusciti in regime politico democratico (le eccezioni sono i paesi del Sud-Est asiatico, la stessa Cina, il Cile di Pinochet). E oggi, morfologicamente, non c’è differenza tra il rigido programma di Maastricht e la Sanierung con cui i governi austriaco e tedesco ritennero attorno al 1925 di avere stabilizzato la moneta e l’economia. Finì nella disoccupazione di massa e nella barbarie. Lo ricorda una studiosa che ha vissuto abbastanza a lungo per fare le due esperienze, la sociopsicologa Marie Jahoda. Nel 1933, andando alle fonti della crisi austriaca, rilevava gli stessi segnali di oggi: incuria e disservizi urbani, moltiplicazione della delinquenza spicciola, degli homeless di varia natura, della droga, licenziamenti a valanga, in un quadro generale depressivo, con scarsa o nulla capacità di reazione. La storia naturalmente non si ripete. Ma i rischi non sono per questo cancellati.
L’avanzo primario non è un artificio contabile. Non c’è altro paese europeo, e probabilmente al mondo, che vanti un attivo, fra entrate e spese così consistente come quello dell’Italia e così costante. Se ironia si vuole fare sulla “favola”, come la chiama la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, dell’Italia virtuosa, o è la “Süddeutsche Zeitung”?, solo in questo senso è possibile: che negli anni Novanta, da quando ha sottoscritto gli impegni di Maastricht per l’Unione monetaria, l'Italia ha fatto molto, sicuramente troppo.
Il tasso di attività è da tempo ridotto. La disoccupazione è bassa, ma anche il tasso di occupazione si è ridimensionato: quasi la metà della popolazione è inattiva. E non c’è modo di riprendere l’attività, se non con un cambiamento radicale.
Il debito rende inefficaci anche misure espansive come la riduzione delle tasse. Questo lo dice la teoria della neutralità del debito pubblico, ma non è un fatto dottrinale, ognuno lo capisce: l’effetto espansivo della riduzione delle tasse è più che compensato dall’anticipazione di maggiori imposte, qualcuno deve pur pagare gli interessi. Questo si sa da Ricardo, quindi da un paio di secoli: non c’è alternativa all’aumento delle tasse per finanziare il debito. Si può finanziarlo con più debito, ma alla fine ci vorranno più tasse.
Reagan, con Friedmann, sembrava avere rovesciato Ricardo con l’economia della domanda, che è l’equivalente delle magnifiche sorti e progressive, della panacea universale, del paese di bengodi. L’economia della domanda non sposta, l’illusione è la stessa che sempre ha originato un debito pubblico: ci si indebita, nella famiglia e nell’impresa, nell’ipotesi di guadagnare di più, produrre abbastanza reddito per cancellare il debito e investire. È il mercato. Ma non funziona così nello Stato: l’economia della domanda non scioglie il nodo del debito, e Friedman è con Ricardo, contro il circolo vizioso debito-tasse.
C’era inoltre e ora non c’è più la storia del debito che era la rendita degli italiani. Né lo è più nemmeno per la banche. Si è sempre saputo che le banche italiane facevano i bilanci sedute sugli interessi dei Bot. Ora non più, da un decennio questo non è più vero. Ora i titoli italiani rimpinguano gli investitori internazionali, ciò che ne resta. Nel 1995 solo l’11 per cento era in mano agli investitori esteri, il 50 per cento era delle famiglie italiane, e il 39 per cento delle banche. Ora il 59 per cento è in mano agli investitori esteri, l’11 per cento alle famiglie, il 30 per cento alle banche.
Lo spostamento è stato voluto e favorito. Si è sempre detto che allargando la quota dei non residenti si poteva allungare la vita del debito, riducendone marginalmente i costi. Non c’è stata insomma un’invasione con conseguente occupazione. Ma ora il debito costituisce un comodo investimento per i fondi e le banche estere, ciò che ne resta, e l’Italia è prigioniera delle loro prefiche. Il che complica la questione. Sono prefiche altisonanti, “Economist”, “Financial Times”, “Wall Street Journal”, di cui lei ben conosce il cinismo, che hanno propiziato, assistito e osannato il baratro mondiale in cui siamo precipitati, e si eccitano anche ora che il mondo è in gramaglie. Ma sull’Italia si permettono uno sguardo censorio - perché l'Italia è papalina, latina, meridionale, immorale, eccetera, il solito armamentario degli affaristi.
Ci sarà dunque da combattere. Ma bisogna pur opporsi al diavolo, anche se è un giornale inglese, puttaniere di razza. E le due o tre società di ratingamericane, tenutarie occhiute del facoltosissimo mercato, che a ogni bellezza trovano questa o quella imperfezione, e delle bagascie avide di casa fanno madonne. Quante triplici A a pagamento, con autovalutazioni dei rischi, da parte di queste matrone del mercato. Che lo hanno tenuto e lo tengono in pugno, peggio delle mafie, attraverso ogni virgola delle sue autorevoli prefiche, gestori privilegiati di ogni segreto, e i declassamenti. Una vera industria del ricatto.
Il consolidamento non sarà insomma benvenuto, tocca interessi potenti. Che in Italia si fanno rappresentare anche in Banca d’Italia. Lei stesso, imprevidente, ha voluto le banche d’affari in Banca d’Italia, perché nessuno sospettasse che l’Italia non voleva stare nel mercato, nevvero? Ma ora il mercato è scomparso, come alle tre carte. E dall’Italia non c’è più nulla da spremere, si toccano organi vitali. Ecco, questo è il suo punto forte, anzi imbattibile: l’Italia non può morire.
Ragioniamo. Il potere di fare male è infinito, questo si sapeva anche prima di Hobbes. Ma le prefiche che possono farle, a parte qualche vignetta contro Berlusconi? Hanno fottuto mezzo mondo, e non hanno finito: se li becchiamo, li attaccheremo ai lampioni – ci pensi: sa perché la sua bad bank non si fa? perché non hanno finito di fregarci, e i maggiori buggeratori sono i finti vergini dei giornali, Bill Emmott prende mille euro per due cartelle. O ci faccia caso, l’Italia è sempre stata per questi fratelli il malato d’Europa: a fine 1800, la tonnellata di carbone la facevano pagare tre volte più cara che in Gran Bretagna, dicendo l’Italia un pagatore non affidabile, negli anni Trenta l’Italia non è affidabile perché non ha il carbone, negli anni Settanta ha troppa inflazione, dagli anni Novanta ha il debito, e non ha respiro. Trent’anni sotto il mobbing delle agenzie di rating, che annidano i peggiori malfattori della storia, non solo dell’economia.
Ministro, insomma, ci pensi. Oggi un italiano su quattro è pensionato, a reddito fisso e, purtroppo, immutabile, cioè in continuo calo in termini reali. Degli altri tre italiani, solo uno e mezzo è attivo, e l’uno, il salariato, ha un reddito stagnante e incerto. Non può pensare di crescere con i professionisti e le partite Iva, che dal suo punto di vista, di governante provvido, sono fatti apposti per eludere, erodere, e celare risorse. Non può durare, e infatti il cavallo non beve più, si lascia morire d’inedia. L’Italia non ha più la sanità, non ha più scuola, non ha più vie di comunicazione, cablatura, strade, metropolitane, neppure il tram si può permettere, e ha la barbarie - per costruire trenta chilometri di autostrada, in pianura, ci vogliono dieci anni, per una linea di tram sette, tutti ci devono guadagnare qualcosa, tutti banditi di strada.
L’euro forte con l’inflazione
Bisogna fare il consolidamento che è mancato al varo dell’euro. Al momento in cui, per trattato internazionale, si è cambiata la storia, dandosi regole contabili radicalmente diverse e rigidamente vincolanti, sarebbe stato necessario e opportuno liquidare i carichi pendenti. La cosa non si fece per la pavidità dei governati italiani di allora, e per la cecità della Bundesbank di Tietmeyer, il banchiere del papa, e poi di Welteke, la controfigura di Hans Eichel, il ministro delle Finanze che volle la camicia di forza del Patto di stabilità. Ma il problema si è aggravato e non risolto.
L’euro non è soltanto una diversa politica monetaria per alcuni paesi membri, tra essi l’Italia. È anche una politica monetaria vincolistica, rafforzata dal Patto di stabilità. Unicamente vincolistica, non ha altre ricette, e per questo necrofora. Il raffronto quotidiano tra la Federal Reserve americana e la Banca centrale europea lo dice chiaro, anche ai profani: in America c’è una banca centrale che ragiona e talvolta sbaglia, in Europa un consorzio di burocrati che non può sbagliare perché è già morto. L’euro non è una moneta, è un trattato.
Sarà, ammesso che duri, o sarà stata, la moneta più sterile che si ricordi, in questo senso una vera moneta di ferro. Asfittica, regressiva. Quante sciocchezze non si dicono e non si fanno a Bruxelles all’insegna della stabilità, l’elenco sarebbe sterminato. L’euro è stato per l’Italia quindici anni, o sono già diciassette?, di sacrifici di cui non si vede il vantaggio. Nemmeno in termini di costo della vita: i paesi che vivono col dollaro deprezzato hanno meno inflazione dell’Europa. L’euro che vale mille lire ma ne costa duemila, una serie interminabile di manovre restrittive (più tasse meno spese) per il molosso euro, e il supereuro che proteggerebbe l’Europa dall’inflazione ma non dai rincari a ripetizione delle materie prime che si comprano in dollari svalutati, il petrolio e i suoi derivati, le granaglie, il caffé, il ferro, il rame (l’occhio dell’uomo della strada non percepisce la differenza tra più caro e meno caro, non senza ragione).
La storia breve della moneta europea è tutta qui. Non fosse per la mancata accettazione, perdurante costante, di come il cambio iniziale delle monete nazionali su quella comune europea in rapporto di uno a due fu ed è un errore. Concettuale, per chi veniva da una vita dal marco e dalle mille lire, ed economico. Fondando una politica monetaria che non può essere che restrittiva, cioè una non politica. Quanto allo scudo contro il rincaro delle materie prime che la moneta forte avrebbe costutuito, è più che evidente che è un caso di effetto che è invece la causa: il petrolio non sarebbe salito a 160 dollari il barile se il dollaro non fosse stato compresso dalla innaturale moneta europea.
Se poi si guarda con l’occhio di fuori è anche peggio. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’isterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
All’origine fu l’uno che si fece due. L’uno che si fa due è biblico, nietzscheano, misteriosofico – non è evangelico ma non importa. Ha valenza insomma profetica, che si è abbattuta sull’Europa devastante, per colpe certo pregresse. Il perché non lo sappiamo, i padri dell’euro sono reticenti in materia, la creazione dell’euro non è entrata nell’epopea europea. Possiamo dire che erano bene intenzionati. Qualcuno è ancora in vita, magari un giudice gliene chiederà conto. Certamente l’euro è stato un castigo, ed è inutile chiedersi perché, le colpe non mancano mai. Ma ci sarà un giorno un giudice anche per l’euro.
La parità sarebbe stata con il marco, su cui le altre monete avevano modellato nel tempo il loro peso specifico, la corona danese, che vista la parata si è chiamata fuori, il fiorino, il franco belga, la lira, la peseta, lo stesso franco francese, la corona svedese. Invece si è voluto sopravalutarlo. Una buona moneta si conquista sul campo il suo valore, invece l’euro si è voluto da subito eroico. Ufficialmente per prevenire l’inflazione. Che non c’era. In realtà per provocarla, anche se un sistema compiacente di rilevazione dei prezzi l’ha mascherata. Il giudice accerterà un giorno nella creazione dell’euro la più colossale speculazione mai montata, una vera e propria truffa in danno dei consumatori, e più ancora dei percettori di reddito fisso, a beneficio del mercato, il commercio cioè e la finanza. Da questa truffa l’Europa non si è più ripresa.
Che l’euro abbia ingessato l’Europa non c’è dubbio. Tutti vogliamo bene a Ciampi e alla Banca d’Italia, ma non va taciuto che la lira è stata sopravvalutata al di là di ogni utopia pedagogica. Si vuole l’euro una moneta forte. Ma è la forza di chi andrebbe a morte per eccesso di energia. O forte come le zanzare, una sanguisuga, succiasangue: l’onore è tenere altro il cambio con il dollaro, con gran sollazzo dell’America, e altissimo il numero dei disoccupati, molti degli occupati essendo peraltro flessibili, cioè con lavoro occasionale e mal retribuito.
La politica dei cambi ha il fine di sterilizzare l’effetto monetario, di non sopravvalutarlo – e anche di non sottovalutarlo – nei confronti dei concorrenti. L’Italia ha sopravvissuto sottovalutando la lira, e questo è all’origine dei suoi problemi di debito. La politica della Bce invece sopravvaluta l’euro nei confronti delle economie concorrenti, tutte saggiamente adagiate sul dollaro, ancorché la maggior parte di esse siano regolate da politiche generali anti-americane, dalla Cina all’Iran. Lo fa per il nobile scopo di stabilizzare il debito. Ma in realtà lo ha accresciuto, con il costo del denaro, e per la sua parte reso irredimibile.
Questa è la verità dell’euro. Troppo indigesta per i nostri palati di piccoli politicanti. Ma gli altri aspetti della crisi, su cui gli economisti si esercitano alla radio e ai talk-show non sono da meno.
L’Europa in realtà c’è, poiché c’è l’euro. Che la saggezza acquisita vuole solo benefico: dove saremmo finiti se non ci fosse stato l’euro? Non si può sapere. Ma il carovita col caromoneta, questa è tutta la storia dell’euro, che storia è questa? Un tempo l’inflazione portava svalutazione, i due fenomeni si compensavano, sia pure non in modo virtuoso. Oggi l’inflazione va con la rivalutazione, e anzi per troppi aspetti ne è l’effetto: non sarà l’euro, invenzione senza precedenti, ad aver creato questa miscela senza precedenti? Insomma: non sarà stato l’euro, questo euro, la causa dell’inflazione?
La situazione è inedita. Ma l’euro è inedito. E più ancora la pervicace stolidità monetarista che gli sta dietro – che non possiamo nemmeno più imputare alla Bundesbank, da tempo i tedeschi hanno preso le distanze dall’ideologia dell’euro. Che cosa giustifica la forza dell’euro se non un’errata politica monetaria, che si vorrebbe a protezione dall’inflazione? Non la produttività, che in Europa cresce meno che negli Usa e nelle nuove potenze asiatiche, e in alcuni paesi europei, Italia in testa, è stagnante da vent’anni. Non il diverso potere d’acquisto, comparativamente inferiore in Europa rispetto all’area del dollaro, anche molto inferiore. Non, evidentemente, il tasso della crescita economica, che nell’Europa dell’Unione monetaria raramente ha passato l’1 per cento. È un fatto di reflazione forzata e insensata, di cui l’Italia ha già fatto le spese nel 1992, quando una politica di rivalutazione della lira sul marco portò al disastro.
Si dice il contrario: l’euro forte ha attutito i rincari internazionali dei beni che si negoziano in dollari, petrolio e materie prime alimentari. Ma la verità è che la causa prima di questi rincari è un euro troppo forte rispetto alla moneta che fa i valori delle materie prime. È l’assenza di una politica nei confronti del dollaro che non fosse il tasso divaricante d’interesse, al punto da raddoppiare-dimezzare il tasso di cambio in pochi mesi. Anche nel caso, che piace in Italia, del complotto: che il dollaro sia stato di proposito indebolito dalle autorità americane, dalla Federal Reserve in combutta con la presidenza. A ogni riduzione dei tassi Usa, se reputata competitiva, si doveva rispondere con analoga riduzione dei tassi Ue.
Si dice che i tassi elevati sono una barriera contro l’inflazione. Ma il contrario è pure vero: gli Usa non hanno avuto più inflazione della Ue, col dollaro debole, e hanno mantenuto a lungo alta la crescita, della produzione e dei consumi, all’interno e nel mondo. Né è peggiorata l’inflazione delle grandi economie asiatiche agganciate al dollaro, che anch’esse hanno subito il caro petrolio e il caro materie prime.
La politica dell’albagia sul dollaro è più imbelle o suicida? Non riconoscere il dollaro, l’area del dollaro, dove si esprimono il benessere e la crescita mondiali e si fanno gli affari, è insensato. Dacché ci sono le politiche monetarie si è sempre puntato al concerto, all’incontro, alla massimizzazione degli interessi reciproci, se non all’accordo. A meno di non farsi la guerra. Che l’Europa non vuole e non sa fare. Perfino l’avida Francia di Poincaré riconobbe il diritto della Germania alla stabilizzazione dei prezzi e a una politica monetaria. L’Europa invece, che si vuole cattivissima, sull’euro s’è lasciata intrappolare dagli americani, che essa ritiene di disprezzare - si sa come è andata: gli Usa hanno coniato la “Fortezza Europa”, uno slogan, con le solite idiozie del mercato di quattrocento milioni, dei primati, della storia, eccetera, e l’Europa ci ha creduto. L’Europa ha creduto e crede di poter fare da sola, sputando sulla globalizzazione.
Ragioniamo un momento a bocce ferme, fuori dalla crisi. In passato avevamo l’inflazione e la svalutazione. Il meccanismo si riproduceva perversamente, ma non incrudeliva come ora con la coppia avversa, inflazione e rivalutazione, contro i pensionati e i salariati. Oggi la politica monetaria si vuole onesta, leale ai propositi, ma non ha rotto la spirale. La riproduce anzi, per altre ragioni, in altre forme, raddoppiando il danno. Anzi, lo triplica: il reddito fisso paga il carovita, il carodenaro, e l’economia ferma, senza investimenti, con meno occupazione e meno reddito, complessivo e per occupato. Cos’altro è un disastro?
L’Europa BovaryCi siamo permessi una visione di come la vita sarebbe semplice se l’Europa non fosse l’Europa – o se l’Europa non ci fosse. Di nessun senso pratico, quindi, né teorico, se non di dispetto, che la libertà tiene in grande sospetto. Il consolidamento non è possibile in Europa, l’Unione è un’interminabile burocrazia, che tutto sfilaccia. E ha sottratto all’Europa la funzione di governo, l’autonomia delle decisioni, seppure meditate. È tuttavia possibile nella sfera nazionale, la residua sfera di autonomia nella quale la gestione del debito rientra per intiero. Come i fallimenti Parmalat e Alitalia. Del resto, ha l’Europa ha chiesto il suo parere, signor ministro, per accantonare il Patto di stabilità – was ist das? Né lo ha chiesto ad Almunia, o Solbes, insomma allo spagnolo che fa la guardia a Bruxelles. È che l’Europa è una “certa Europa”. Tedesca, si dice, ma in realtà non è nemmeno quello.
Ma forse non è solo uno scherzo, o un sogno. La Commissione Barroso potrebbe proporre, perché no, e la Bce elaborare, un consolidamento del debito pubblico europeo. Che è ormai palesemente, dopo cinque anni di stagnazione, di ostacolo all’economia e all’occupazione, l’unico ostacolo, benché vitalmente condizionante. Le leggi ci sono ora in Europa per il contenimento degli sprechi (assistenza, previdenza, ammortizzatori sociali), per la flessibilità del lavoro e dei suoi costi, la domanda in qualche modo regge, il risparmio pure, ma “il cavallo non beve”: non si è investito, e ora la produzione e l’occupazione si contraggono. La causa è solo una, il freno drastico imposto alla domanda pubblica, che è parte del mercato e ne è una parte condizionante (sanità, istruzione, formazione, ricerca, opere pubbliche). Il freno è necessario, ma è stato tirato tutto in una volta e ha portato la macchina al blocco.
Si vede in modo trasparente in Germania. Il Patto di stabilità, voluto da quel governo in aggiunta alle clausole di Maastricht come condizione per accettare l’entrata nell’euro dell’Italia, paese di tradizioni monetarie lassiste, ha portato i disoccupati in Germania da tre a quattro milioni e mezzo (disoccupati veri, senza impieghi in nero e ammortizzatori familiari), oltre a far perdere ai proponenti cristiano-democratici due elezioni di seguito – e se poi hanno vinto è avvenuto “in discesa”, per il disorientamento e le divisioni dei socialisti. Il rimedio non dovrebbe tardare: l’Europa ha perso, dopo il crollo del 2001, sei anni di forte ripresa internazionale, ha perso opportunità e sta perdendo stabilmente quote di mercato. E il rimedio è solo europeo, le leggi di bilancio e finanziarie nazionali mostrano la loro inadeguatezza, nessuna Finanziaria può ormai modificare l’economia. Si continua a pensare il debito pubblico in termini nazionali, come istituzionalmente è per le leggi di bilancio, mentre è in realtà, concettualmente e materialmente, attraverso le clausole di Maastricht e il patto di stabilità, europeo.
Molti rimedi sono stati peraltro approntati negli interstizi che Maastricht, il Patto di stabilità e la Bce ancora consentono: con le riforme fiscali, soprattutto in Germania, e con la riduzione degli oneri contributivi sul lavoro, che è anche una maniera surrettizia di ridurre i regimi previdenziali. Inoltre, malgrado tutto, l’Europa mantiene un potenziale finanziario, una duttilità imprenditoriale, e un’innovatività tecnologica che, se valessero per il loro peso specifico, la terrebbero al riparo dalla crisi. Ma c’è il debito. Il passo decisivo sarebbe allentare, concordemente ma significativamente, il vincolo del debito, rendendo “normale” l’avanzo primario, al netto dagli interessi, e non più una questione ogni anno di “lacrime e sangue”. Senza rischi per l’inflazione poiché la tendenza è stata per troppi anni, da molto prima della crisi, alla deflazione. La miniriforma di primavera del Patto di stabilità è insignificante, anche per l’unico Paese che potrebbe avvantaggiarsene, che è l’Italia. Non si può concorrere altrimenti con gli Usa, che accrescono il debito ogni anno di più del 5 per cento del pil (senza effetti inflattivi), tenendo così anche il dollaro artificialmente basso.
Si è sempre detto che questa è l’Europa dei banchieri, dei banchieri centrali, ed è vero. Tanto più nel caso dell’Italia. È chiaro che l’Italia non può in alcun modo allentare l’adesione all’euro, ma l’eurodisagio è reale per tutti, consumatori ed esportatori. Molti lutti si potevano evitare all’adesione. Non è stato fatto, e pazienza. Ma l’Italia dovrebbe ora essere con quelle forze in Europa che vogliono fare politica e non fare la guardia al tabernacolo.
Leggendo i commenti, l’ultimo gollismo sembra essersi rifugiato, a guerra perduta, in Italia. Ma non c’è dubbio su qual è l’unica strada per l’Europa e per l’Italia: una decisa immersione nella mondializzazione. La colpa non è delle resistenze sociali al cambiamento, la cui sommatoria è anzi positiva, di disponibilità, ma della sterile guardia al bidone franco-tedesca, di due paesi – o due governi, ma non cambia molto – stanchi.
È la crisi colpa delle banche? È colpa del petrolio? È colpa della mancata riforma politica? È colpa del debito pubblico, del blocco del debito pubblico.
Si dice che è colpa dell’America, ma non ci creda. “Non detta più legge sull’economia, il declino dell’America è già iniziato”. Non è così - e del resto l’intervistato di “Repubblica” il 7 gennaio 2008, l’economista Eichengreen, non lo dice. Il titolo viene buono per spiegare come il declino dell’America sia iniziato “già” cinquant’anni fa, o sessanta, con il Piano Marshall col quale la stessa America si volle far fare concorrenza dall’Europa.
Sembra assurdo parlare di differenze, vantaggi, handicap, quando il crollo è generale. E invece è essenziale. Il modello americano è aperto, e “si fa” concorrenza armando i suoi concorrenti, prima l’Europa, poi l’Asia, il Giappone negli anni 1970-80, la Cina dopo Tien An Men. Ma non è questo il problema: il problema è che il dollaro debole è forte, e l’euro forte è debole. Stimolare la concorrenza equivale per l’America a indebitarsi commercialmente – significa poter usufruire del sistema di produzione mondiale per favorire il consumatore americano. Pagando, se possibile, con dollari sempre meno cari. Che i concorrenti prescelti di volta in volta trovano nel complesso accettabili, se non convenienti. Magari rifacendosi con acquisti diretti negli Usa a prezzi svalutati dal dollaro - l’Europa negli anni 1970, il Giappone con larghezza negli anni 1980, e ora i fondi sovrani asiatici, il nuovo capitalismo di Stato. Tutto ciò per dire che l’Europa è fuori dal mondo. Poi finisce che la signora Clinton va a discutere la crisi con l’Asia, e l’Europa riscopre l’America.
L’Europa è ferma ormai da quasi un quindicennio, da Maastricht. Un atto di virtù che è una castrazione. In omaggio a un tutto privato che è solo assurdo. Con privatizzazioni, cioè, o regalate o onerosissime (Umts), e con sgravi fiscali per i ricchi, compensati dai tagli agli ammortizzatori sociali, alla sanità, alla previdenza, all’istruzione. In spregio cioè della stessa dottrina del liberismo contemporaneo, della curva della domanda signora del mercato. Perché i ricchi non hanno niente più da comprare, e quel poco che spendono incide solo, economicamente, sull’inflazione. Mentre il blocco della spesa sociale blocca la domanda complessiva. E con l’istruzione ridotta assicura che questo blocco sarà per sempre.
Prima della crisi l’economia in Europa ristagnava per due fatti semplici. Uno è l’enorme vantaggio competitivo acquisito dall’America nell’ultimo quindicennio, con la flessibilità e gli incrementi imbattibili di produttività nelle presidenze Clinton, con la politica dell’indebitamento nelle presidenze Bush. L’altro è l’ancoraggio di Cina e India al dollaro, oltre che a condizioni di produzioni tanto innovative tecnicamente quanto arretrate nella dinamica del salario, e quindi avvantaggiate nei costi, e di fatto protette da ogni concorrenza. Colpe specifiche si fanno all’Europa, per le rigidità che mantiene in campo sociale (pensioni, sanità) e nel lavoro. Ma questo è vero solo in parte: l’Europa ha capito con ritardo e di malavoglia la globalizzazione – l’asse Usa-Asia per semplificare – e ancora stenta ad accettarla. Sono i noti difetti dell’albagia franco-tedesca che la domina, e che si trovano specchiati nella condotta assolutistica della Banca centrale europea, tanto più con la presidenza del francese Trichet. L’euro è inteso come il sacrario di un tempio che forze malvagie assediano senza sosta.
Stando le cose come stanno, è un’epoca insensata per l’Europa, del grande freddo. Fra l’era della siccità o, alternativamente, dei ghiacci che si sciolgono ai poli – e poi magari si ricostituiranno? Piove così tanto, e l’Europa si bagna. Mentre gli immigrati si moltiplicano, fanno comodo a un paio d’euro l’ora ma preoccupano, non ci sarà un disegno d’invasione, islamico, arabo, rumeno?, e abbiamo bisogno delle ronde, tutti sbirri. Mentre i migliori europei scappano, se appena possono, anche così lontano come il Canada, o la Nuova Zelanda. L’Europa vive in una sorta di Ancien Régime di prefiche, nobilastri e snob che fosse sopravvissuto pieno di se stesso, col suo immutabile principio del non intaccare il capitale nel mentre che lo annienta.
È assurdo, perché l’Europa resta pur sempre la maggiore area di reddito e di consumo del mondo. Ma è talmente “stupida” – arrogante, burocratica, inerte – che nessuno se la fila più. La rigidità monetaria da sola fa l’Europa un’orrida vecchia signora. Visti da Pechino, Tokyo o Washington, il Patto di stabilità (c’è ancora?) e la Bce sono più dissuasivi di qualsiasi morbo politico o economico – si potrebbe anche dire, ma non è materia di scherzo, che la Germania sta ottenendo con questo euro di ferro quella liquidazione dell’Europa cui ha costantemente operato nel Novecento.
Certo, non bisogna disperare: finché siamo vivi non siamo morti. Ma l’Europa vive nell’irrealtà, ministro, e serve anche a poco: non s’illuda e ne prenda le distanze. Ricca come non mai, è sempre la più ricca del mondo, ma di passioni ormai fanées. Ormai da un secolo, irrimediabile. Non ha intelligenza, se non dissolutrice. L’ultima volta che l’Europa fu qualcosa fu comunista, ed è ormai preistoria.
Che civiltà è quella che ha bisogno degli immigrati e non vuole accoglierli? Salvo che per pagarli due o tre euro l’ora, in quella che è a tutti gli effetti la più grande tratta di esseri umani al mondo, nel Terzo millennio, la più cruenta, la più cinica. Nello schiavismo si veniva razziati, e poi mantenuti, gratis, per l’Europa il viaggio della morte si paga, da mille a cinquemila dollari, il reddito dell’aspettativa di vita in Africa o Asia, di un’intera famiglia, e l’unico futuro assicurato è quello sotto i ponti. Che economia è quella che limita le colture, anzi finanzia la non coltivazione (il maggese), e riduce la produzione di latte e di carne, in tempi di prezzi triplicati di cereali, legumi, latte, carne, e quasi di carestia. Per far guadagnare bene i coltivatori francesi di granaglie, i vaccai bavaresi e olandesi, i porcilai bretoni, piccole rendite. Un’agricoltura in cui, a fine 2007, dei 42 centesimi al litro incassati dal produttore di latte 25 andavano al cartone. Per produttore intendendosi Parmalat o Granarolo, non il bovaro (al supermercato lo stesso latte si pagava 1,60 euro!). Che Fortezza è quella che si acquatta dietro la Germania, che dopo la sconfitta la politica estera considera una noia, professandosi pacifista, e la confida agli Stati Uniti. Alla potenza cioè che odia. Non senza ragione, dacché tutte le direttrici di politica estera americana vanno contro l’Europa: la globalizzazione con l’area del dollaro, l’Arco della Crisi o Medio Oriente (Palestina, Iraq, Afghanistan), il terrorismo islamico, ancora di marca Usa in molti posti, il Kossovo, il petrolio, la Russia, la World Trade Organization.
Ma, poi, qui non si tratta di costruire l’Europa, si tratta di sopravvivere.
Rimpiangeremo la globalizzazione, nel mondo compartimentato che la crisi lascerà. Dove chi ha più fieno nella propria stalla più mangia. Detesteremo l’orrido isolazionismo della Bce, che ha fatto dell’euro un feticcio, stupido ma tossico. E ci diremo infine “americani”, dopo tanta irridente superbia, se l’America, come sta facendo, andrà a fondo. Dopo avere impegnato in un anno e mezzo contro la crisi dodici miliardi di dollari, quasi un suo pil annuale, a nessun effetto. Per quattro quinti spariti nel sistema finanziario. Mentre tremano i fondi pensione e le rendite finanziarie, nelle quali gli americani tradizionalmente investono i loro risparmi. E la disoccupazione si accresce al ritmo di un milione di posti lavoro al mese. Ma bisognerà essere vivi per pensare tutto questo, per continuare a guardare la storia dal di fuori, come l’Europa che ci tocca vivere si compiace di fare. E per sopravvivere bisognerà abbattere qualche falso idolo.
lunedì 2 marzo 2009
domenica 1 marzo 2009
Pasolini vaffanculista
La recensione di “Un po’ di febbre”, la raccolta di racconti di Sandro Penna, esordisce : “Che paese meraviglioso era l’Italia, durante il periodo del fascismo e subito dopo!” Con “la felicità «reale»” dei contadini e sottoproletari, perduta con lo sviluppo. Il poeta voleva sconcertare, e ci riesce. Ma non di più. La raccolta di articoli si legge sempre molto, ma perché non c'è molto di meglio dopo.
Alfonso Berardinelli nella nuova, impacciata, presentazione, dice Pasolini uno dei pochi autori (con Zanzotto e Volponi) non cifrabili in ambito cosmopolitico. Era un nostalgico. Questi sono sempre i suoi articoli migliori (le lucciole, io so, la rivoluzione antropologica, le recensioni) ma sono passatisti. Paesaggistici, vedutistici. “Strapaese” quarant’anni dopo, se non fosse che Malaparte e Longanesi, altrettanto mordaci, erano nel ruolo, e quindi ben vivi. Si leggono ancora, ma come reperto. Come scritti d’autore hanno perduto lo smalto di quando uscirono. E bisogna chiedersi se la loro forza straordinaria non stava nel veicolo, il “Corriere della sera”, più che nel testo.
C’è anche il frammento inedito contro Carlo Casalegno, odiato più del “miserabile fascista di dieci anni fa”, uno sconosciuto che il poeta ricorda di avere inseguito per un buon quarto d’ora attraverso tutta San Lorenzo tanto il suo sdegno era inesausto. A Casalegno Pasolini imputa, per un articolo sulla “Stampa” contro di lui e Moravia, “la mania che ha preso gli italiani di darsi continuamente dei fascisti tra di loro”. Mania che però egli stesso aveva avviato qualche mese prima sul “Corriere della sera”, con “Il fascismo degli antifascisti”. Con leggerezza, certo, alla Pannella, alla Ottone, i vaffanculisti dell’epoca, certo tirati ai quattro pizzi, sobri, inappuntabili. Molto borghesi.
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, pp.255, €11,50
Il riso non è filosofico
È il § 54 della “Critica del giudizio”. Ma neanche alla rilettura, neanche concentrata nella meritoria opera della curatrice Mascia Cardelli, che dieci anni fa ne tentò il recupero per Le Càriti Editore, la filosofia del riso smuove un lampo, una luce qualsiasi. Specie quella teutonica, fino a Bergson incluso, la concettosità è specialmente vuota.
Aristotele non ha aperto la strada, che non ne ha scritto il trattato, e l’assenza si sente. Non l’ha scritto perché non riteneva il riso cosa seria – ne accenna infatti qua e là incidentalmente. E dunque il riso non esiste, che fa l’uomo?
Immanuel Kant, Il piacere di ridere
Aristotele non ha aperto la strada, che non ne ha scritto il trattato, e l’assenza si sente. Non l’ha scritto perché non riteneva il riso cosa seria – ne accenna infatti qua e là incidentalmente. E dunque il riso non esiste, che fa l’uomo?
Immanuel Kant, Il piacere di ridere
venerdì 27 febbraio 2009
Torna il fattore casa, in tv
Il Milan è soverchiato giovedì dal Werder Brema in ogni minuto del gioco. Ma il tifoso del Milan non se ne accorge. Il Milan è protetto dall’arbitro, che dà un rigore regalato e uno dovuto nega al Werder, e perdona entrate da espulsione di Zambrotta & co., mentre ricopre di cartellini gialli i tedeschi. Ma non importa. Il signor Bonnici regista non sottolinea i fatti, i commentatori glissano. Ilario Castagner si ricorda di un certo modo ficcante di giocare del Werder, che una volta tirò venticinque volte in porta, ma era… contro la Juventus.
Il Milan ha perduto malamente l’Uefa, e con l’Uefa la stagione. Ma il tifoso milanista non ha sofferto per tutti i novanta minuti, ha solo sofferto alla fine. Gli è stato risparmiato perfino Superdiego, la sua umiliante superpresenza: il 10 dettava il gioco in campo come un maestro a scuola, col dito alzato, ma il tioso milanista poteva non vederla. Nulla a che vedere mercoledì con Chelsea-Juventus, partita che la Juventus ha dominato anche se l’ha persa, ma che dall’inizio alla fine un cronista antijuventino (Cerqueti), e un commentatore interista (Bagni), hanno reso irrespirabile su Rai Uno per il tifoso juventino. Non c’era che il Chelsea, biografie, trascorsi, gol segnati, gol falliti, soldi pagati (sempre molti), insomma il meglio che c’è, e un Drogba che sembrava Nordhal e Piola messi insieme, anche se poi ha segnato un gol per due centimetri di non fuori gioco. Con una sintesi finale in cui erano scomparse le occasioni da rete della Juventus, al solo scopo di magnificare Drogba, futuro acquisto dell’Inter.
Ritorna il fattore casa, ma applicato alla televisione. L’Inter ha Rai Sport, per motivi che non sappiamo, e Sky, per motivi che sappiamo, non da ora. Il Milan ha la televisione del gruppo. Anche se Bruno Longhi è un monumento di professionalità, onestà e understatement – ma basta vedere le smorfie di Pistocchi in “Guida al campionato”, quando ripete venti e trenta volte, da sei e sette angolature, un fallo juventino, un aguzzino non si saprebbe immaginare più cattivo.
Al calcio vincono le società
L’onestà nel calcio, dunque, un bell’argomento di filosofia. Ma nell’attesa dei filosofi un fatto s’impone: che al calcio vincono le società. Anche se ciò significa dare ragione a Moggi. Sì, in teoria vincono le squadre, i giocatosi corrono e sudano, poi si pagano i premi, e si cuciono gli scudetti. Ma solo le società le fanno vincere. E quella della Juventus è, effettivamente, da serie B. Non si capisce perché la squadra si ostini a pretendersi grande. Se la società si defila, per esempio, per non pagare i premi - si capisce però perché, a Londra col Chelsea, abbia corso novanta minuti perplessa, quasi chiedendosi: “Ma noi, perché dobbiamo vincere?”
Lo sport in tutto questo? Ecco dove la filosofia latita.
Il Milan ha perduto malamente l’Uefa, e con l’Uefa la stagione. Ma il tifoso milanista non ha sofferto per tutti i novanta minuti, ha solo sofferto alla fine. Gli è stato risparmiato perfino Superdiego, la sua umiliante superpresenza: il 10 dettava il gioco in campo come un maestro a scuola, col dito alzato, ma il tioso milanista poteva non vederla. Nulla a che vedere mercoledì con Chelsea-Juventus, partita che la Juventus ha dominato anche se l’ha persa, ma che dall’inizio alla fine un cronista antijuventino (Cerqueti), e un commentatore interista (Bagni), hanno reso irrespirabile su Rai Uno per il tifoso juventino. Non c’era che il Chelsea, biografie, trascorsi, gol segnati, gol falliti, soldi pagati (sempre molti), insomma il meglio che c’è, e un Drogba che sembrava Nordhal e Piola messi insieme, anche se poi ha segnato un gol per due centimetri di non fuori gioco. Con una sintesi finale in cui erano scomparse le occasioni da rete della Juventus, al solo scopo di magnificare Drogba, futuro acquisto dell’Inter.
Ritorna il fattore casa, ma applicato alla televisione. L’Inter ha Rai Sport, per motivi che non sappiamo, e Sky, per motivi che sappiamo, non da ora. Il Milan ha la televisione del gruppo. Anche se Bruno Longhi è un monumento di professionalità, onestà e understatement – ma basta vedere le smorfie di Pistocchi in “Guida al campionato”, quando ripete venti e trenta volte, da sei e sette angolature, un fallo juventino, un aguzzino non si saprebbe immaginare più cattivo.
Al calcio vincono le società
L’onestà nel calcio, dunque, un bell’argomento di filosofia. Ma nell’attesa dei filosofi un fatto s’impone: che al calcio vincono le società. Anche se ciò significa dare ragione a Moggi. Sì, in teoria vincono le squadre, i giocatosi corrono e sudano, poi si pagano i premi, e si cuciono gli scudetti. Ma solo le società le fanno vincere. E quella della Juventus è, effettivamente, da serie B. Non si capisce perché la squadra si ostini a pretendersi grande. Se la società si defila, per esempio, per non pagare i premi - si capisce però perché, a Londra col Chelsea, abbia corso novanta minuti perplessa, quasi chiedendosi: “Ma noi, perché dobbiamo vincere?”
Lo sport in tutto questo? Ecco dove la filosofia latita.
Volponi-Pasolini, la passione e l'albagia
Vent’anni di lettere, dal 1954 alla morte del poeta, documentano l’attaccamento di Volponi per Pasolini. Lo scrittore da giovane è poeta, si lega a “Officina”, quindi a Pasolini, e con loro evolve dall’iniziale ermetismo. Ma questo passaggio è forse il solo aspetto interessante della raccolta, per lo studioso di Volponi. Insieme con l’albagia di Pasolini, di cui non si pubblicano le risposte, rispetto alla devozione di Volponi, sconvolgente – che non ha un posto altrettanto privilegiato nell’epistolario del poeta, se non per missive affrettate, benché Naldini, che ne ha curato la corrispondenza, dica Pasolini “sollecito e coscienzioso”. Vale anche la raccolta, in questo impressionante, quale contributo alla letteratura del sé, dell’io dominante pure in un autore che si conosce per l’attenzione estroversa, della vita nel lavoro – Volponi lo dice io inafferrabile, ma lo è in quanto ruminato.
Volponi e Pasolini erano quasi coetanei (di un anno più giovane il primo). E se Pasolini è forte dal 1956 del successo di “Ragazzi di vita”, Volponi è vincitore nel 1960 del premio Viareggio poesia con “Le porte dell’Appennino”. Nel 1965, nel suo personale Secondo Novecento intitolato “Nuove questioni linguistiche”, tra il centinaio di scrittori che Pasolini menziona non c’è Volponi. Che era già autore celebrato del “Memoriale”. Salvo un riferimento derisorio agli Albini Saluggia (dal nome del personaggio del”Memoriale”) dell’Olivetti, dei quali non dà la paternità.
Paolo Volponi, Scrivo a te come guardandomi allo specchio. Lettere a Pasolini (1954-1975), Polistampa, pp. 216, €18
Volponi e Pasolini erano quasi coetanei (di un anno più giovane il primo). E se Pasolini è forte dal 1956 del successo di “Ragazzi di vita”, Volponi è vincitore nel 1960 del premio Viareggio poesia con “Le porte dell’Appennino”. Nel 1965, nel suo personale Secondo Novecento intitolato “Nuove questioni linguistiche”, tra il centinaio di scrittori che Pasolini menziona non c’è Volponi. Che era già autore celebrato del “Memoriale”. Salvo un riferimento derisorio agli Albini Saluggia (dal nome del personaggio del”Memoriale”) dell’Olivetti, dei quali non dà la paternità.
Paolo Volponi, Scrivo a te come guardandomi allo specchio. Lettere a Pasolini (1954-1975), Polistampa, pp. 216, €18
martedì 24 febbraio 2009
lunedì 23 febbraio 2009
Simone Weil, Apologia della bancarotta
Simone Weil ha scritto, forse nel 1937 (comunque al tempo del governo in Francia del Fronte popolare delle sinistre) Quelques méditations concernant l’économie, con la variante Esquisse d’une apologie de la banqueroute, due saggi che i curatori trascurano ma acuti e di attualità:
Alcune meditazioni concernenti l’economia
L’economia è cosa singolare. Quante volte, da un certo numero di anni, non si parla, sia a proposito di questo oq uel paese, sia a proposito del mondo capitalista nel suo insieme, di crollo economico? Si ha così l’impressione, eccitante e romantica, di vivere in una casa che, da un giorno all’altro, può crollare. Fermiamoci pertanto un istante a riflettere al senso delle parole, e se c’è mai stato un crollo economico. Come tutte le questioni estremamente semplici, così semplici che non si pensa mai a porle, questa è tale da gettare in un abisso di riflessioni.
Ci sono stati, almeno all’apparenza, crolli nella storia; l’esempio che viene per primo alla mente è quello dell’Impero romano. Ma il declino del mondo romano fu amministrativo, militare, politico, intelletuale tanto quanto economico, e salvo esame più approfondito non sembra esserci ragione di dare all’economia il primo ruolo in questo dramma. Ai giorni nostri tutti i crolli economici previsti a sazietà da anni, Russia, Italia, Germania, capitalismo, si avvicinano secondo ogni apparenza altrettanto poco che la fine del mondo : perché tutti i giorni se ne predicono per l’indomani.
Si citano, è vero, anche esempi convincenti. L’ancien régime, nel 1789, non è caduto per l’impossibilità economica e finanziaria di sussistere? Più di recente, la Repubblica di Weimar non h ceduto a difficoltà economiche che non ha saputo o potuto risolvere? Si potrebbero trovare parecchi esempi analoghi. Non si ha certamente torto ad allegarli. Si omette tuttavia di solito, al loro riguardo, un particolare molto significativo. Queste difficoltà economiche, così gravi che frantumano i regimi, sono ricevute in eredità dai regimi che li sostituiscono e di solito in forma ancora aggravata; e tuttavia divengono allora molto meno nocive. La situazione economica e finanziaria del 1789 era lungi dall’essere brillante; ma i manuali di storia che spiegano così la caduta della monarchia dimenticano che la rivoluzione ha portato, invece che un rimedio, una guerra rovinosa, ed è sopravvissuta perfino alla terribile avventura degli assignats. Le difficoltà che anno fatto crollare la Repubblica di Weimar non sono sparite, salvo errore, all’avvento del Terzo Reich, e tuttavia esse l’hanno lasciato sussistere. E gli antifascisti che giudicano impossibile che il Terzo Reich si prolunghi dimenticano che il regime democratico, socialista, comunista o altro che subentrerebbe in Germania soffrirebbe molto probabilmente degli stessi mali almeno per un periodo abbastanza lungo, e dovrebbe adattarvisi.
Queste osservazioni porterebbero a pensare che non c’è crollo economico, ma che c’è in certi casi una crisi politica provocata o aggravata da una cattiva situazione economica: il che è molto diverso. Un’analogia permetterà di vederci più chiaro. Il legame di causa e effetto tra le sconfitte militari e i mutamenti f governo o di regime politico è un fatto di esperienza corrente. E tuttavia non perchè, nemmeno in questo caso, le condizioni nuove create dalla sconfitta militare ed nano impossibile al regime in vigore di sussistere; il regime nuovo si adatta a queste condizioni senza essere meglio armato per sopportarle. È che la sconfitta diminuisce o cancella quel prestigio del potere che, molto più della forza propriamente detta, mantiene i popoli nell’obbedienza. In molti casi sarebbe materialmente altrettanto facile, forse più facile, rivoltarsi contro uno Stato vincitore che contro uno Stato vinto; ma la vittoria spegne le velleità di rivolta anche presso i più malcontenti, e la sconfitta li eccita in tutti. Le ripercussioni politiche dei fatti economici non procederebbero da un meccanismo analogo?
Le difficoltà economiche non sono sempre analoghe alle sconfitte militari; esse non lo sono che in certi casi.
L’economia non è comparabile a un’architettura, né le disgrazie dell’economia ai crolli.
In tutti i campi ai quali si applica il pensiero e l’attività umana, la chiave è costituita da una certa nozione dell’equilibrio, senza la quale non ci sono che miserabili brancolamenti; equilibrio di cui la proporzione, cara ai Pitagorici, costituisce il simbolo matematico. I Greci, e dopo di essi i Fiorentini del XIVmo secolo, hanno inventato la scultura quando hanno concepito un certo equilibrio proprio al marmo e al bronzo in forma umana. Firenze ha scoperto la pittura quando ha formato la nozione di composizione. Bach è il più puro dei musicisti perché sembra essersi dato per compito di studiare tutti i modi di equilibrio sonoro. Archimede ha creato la fisica quando ha costruito matematicamente le diverse forme di leva. Ippocrate è partito dalla concezione pitagorica che assimila la salute a un equilibrio nel gioco dei diversi organi. Il miracolo greco, dovuto principalmente ai pitagorici, consiste in essenza nell’aver riconosciuto la virtù della concezione e del sentimento dell’equilibrio.
Il miracolo greco non si è ancora esteso alla vita economica. La nozione dell’equilibro propria all’economia noi non la possediamo. Gli uomini non l’hanno mai formulata; ma c’è anche da dire che non sono due secoli che ci si è messi a studiarla. Non si direbbe senza dubbio che la pura verità affermando che questo secolo e mezzo di studi economici è stato inutile. Non c’è stato ancora un Talete, un Archimede, un Lavoisier dell’economia. L’apparizione, poco più di un secolo fa, di dottrine rivoluzionarie c’entra probabilmente molto in questo fallimento. I rivoluzionari, ansiosi di dimostrare che la società borghese è divenuta impossibile, non hanno naturalmente mai cercato di definire l’equilibrio economico a partire dalle condizioni che erano loro date; e per l’avvenire hanno ammesso come evidente che la rivoluzione, in materia economica, apporterebbe automaticamente tute le soluzioni sopprimendo tutti i problemi. Nessun rivoluzionario ha mai tentato seriamente di definire le condizioni dell’equilibrio economico nel regime sociale atteso. Quanto ai non rivoluzionari, la polemica ne ha fatto dei controrivoluzionari preoccupati non di studiare la realtà che avevano sotto gli occhi, ma di cantarne le lodi. Noi subiamo oggi, in tutti i campi, le conseguenze funeste di questa improbità intellettuale, che d’altronde, più o meno, condividiamo. Possediamo, è vero, una specie di equivalente a buona mercato di questa nozione di equilibrio economico. È l’idea, se si può usare qui questa parola, dell’equilibrio finanziario. Che è di un’ingenuità disarmante. Si definisce col segno uguale posto tra le risorse e le spese, valutate le une e le altre in termini contabili. Applicato allo Stato, alle imprese industriali e commerciali, ai semplici cittadini, questo criterio sembrava un volta bastare a tutto. Costituiva nello stesso tempo un criterio di virtù. Pagare i debiti, questo ideale di virtù borghese, come ogni altro ideale, ha avuto i suoi martiri, di cui César Birotteau resterà sempre il miglior rappresentante. Già nel V secolo prima della nosta era il vecchio Cefalo, per far comprendere a Socrate che lui aveva sempre vissuto secondo giustizia, diceva: “Ho detto la verità e ho pagato i miei debiti”. Socrate dubitava che questa fosse una definizione soddisfacente della giustizia. Ma Socrate era uno spirito maligno.
Oggi questo criterio ha perduto molto del suo prestigio, sia dal punto di vista economico che da ello morale; e tuttavia non è svanito. Si ha sempre tendenza ad applicare allo Stato la formula di Cefalo, o almeno la metà di questa formula; nessuno chiede allo Stato di dire la verità, ma si giudica abominevole che non paghi i suoi debiti.
Non si è ancora capito che l’ideale del buon Cefalo è reso inapplicabile da due fenomeni legati e quasi altrettanto vecchi che la moneta stessa: sono il credito a la retribuzione del capitale.
Proudhon, nella luminosa operetta “Che cos’è la proprietà?” provava che la proprietà era non ingiusta, né immorale, ma impossibile; intendeva per proprietà non il diritto di uso esclusivo di un bene, ma il diritto di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo. È in effetti il diritto fondamentale in una società in cui si calcola d’ordinario la fortuna in base al reddito.
Dacché il capitale fondiario o mobiliare è retribuito, dacché questa retribuzione figura in un gran numero di contabilità pubbliche o private, la ricerca dell’equilibrio finanziario è un principio permanente di squilibrio. È un’evidenza che salta agli occhi. Un interesse del 4 per cento quintuplica un capitale in un secolo; ma se il reddito è reinvestito, si ha una progressione geometrica così rapida, come tutte le progressioni geometriche, che con un interesse del 3 per cento un capitale è centuplicato in due secoli.
Senza dubbio non c’è mai che una parte piuttosto piccolo dei beni mobile e immobili che sia affitta o collocate a interesse; senza dubbi, anche, i redditi non sono tutti reinvestiti. Queste cifre indicano tuttavia che è matematicamente impossibile che in una sazietà fondata sul denaro e il prestito a interesse la probità si mantenga per due secoli. Se si mantiene, la messa a frutto del capitale farebbe automaticamente passare tutte le risorse nelle mani di alcuni.
Un colpo d’occhio rapido sulla storia mostra quale ruolo perpetuamente sovversivo vi ha giocato, dacché la moneta esiste, il fenomeno dell’indebitamento. Le riforme di Solone, di Licurgo, sono consistite anzitutto nell’abolizione dei debiti. In seguito, le piccole città greche sono state più di una volta sconvolte da moti in favore di una nuova abolizione. La rivolta in seguito alla quale i plebei d Roma hanno ottenuto l’istituzione dei tribuni aveva per origine un indebitamento che riduceva alla condizione di schiavo un numero crescente di debitori insolventi; anche senza rivolta, un’abolizione parziale dei dbiti era divenuta una necessità, perché a ogni plebeo divenuto sciavo Roma perdeva un soldato.
Il pagamento dei debiti è necessario all’ordine sociale. Il non pagamento dei debiti è anch’esso necessario all’ordine sociale. Tra queste due necessità contraddittorie, l’umanità oscilla da secoli con una bella incoscienza. Disgraziatamente, la seconda lede molti interessi all’apparenza legittimi, e non si fa rispettare senza problemi e senza qualche violenza.
Abbozzo di un’apologia della bancarotta
La parola «bancarotta» è una di quelle che si usano con imbarazzo, che suonano male, come adulterio o truffa. Quando si pronuncia riguardo alle finanze del proprio paese, si parla volentieri di «bancarotta umiliante». Si possono cercare scuse a una bancarotta, si possono trovare ragioni di attenuare tale o tale responsabilità, ma nessuno pensa che la bancarotta non proceda in qualche maniera da un peccato; nessuno considera che essa possa costituire un fenomeno normale. Già il vecchio Cefalo, per far capire a Socrate che aveva condotto una vita irreprensibile, gli diceva : «Non ho ingannato nessuno, e ho pagato i miei debiti». Socate, maligno, dubitava che questa fosse un definizione sufficiente della giustizia. Il cittadino medio – e noi siamo per la maggior parte del tempo cittadini medi – applica volentieri allo stato il criterio di Cefalo, almeno per quanto concerne il secondo punto; perché sul primo, nessuno chiede a un governo di non mentire.
Proudhon, nella luminosa opera di gioventù intitolata “Che cos’è la proprietà?” prova col ragionamento più semplice e più evidente che l’idela del buon Cefalo è un’assurdità. L’idea fondamentale di Proudhon, in questo libretto troppo ignorato, è che la proprietà non è cattiva, né ingiusta, ma impossibile. E intende per proprietà non il diritto di possedere un bene qualunque, ma il diritto molto più importante di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo.
La dimostrazione di Prudhon riposa su una legge matematica molto chiara. La fruttificazione del capitale implica una progressione geometrica. Il capitale, non rendesse che l’1 per cento, s’accrescerebbe tuttavia secondo una progressione geometrica in ragione di 1+ . Ogni progressione geometrica genera grandezze astronomiche con una rapidità che sorpassa l’immaginazione. Un calcolo semplice mostra che un capitale che non rendesse che l’interesse derisorio dell’1 per cento raddoppia in un secolo, e si moltiplica per sette in due secoli; e con l’interesse ancora modesto del 3 per cento è centuplicato nello stesso spazio di tempo. È dunque matematicamente impossibile che tutti gli uomini di un paese siano virtuosi alla maniera di Cefalo per due secoli: anche se una porzione relativamente piccola dei beni mobili e immobili fosse affittata o investita a interesse, è matematicamente impossibile che il valore di questa porzione centuplichi in alcune generazioni. Se è necessario all’ordine sociale che i debiti siano pagati, è più necessario ancora che i debiti non siamo pagati.
Dacché esistono la moneta e il prestito a interesse, l’umanità oscilla tra queste due necessita contraddittorie, e sempre con un’incoscienza degna di ammirazione. Se ci si divertisse a riprendere tutta la storia conosciuta presentandola come la storia dei debiti pagati e non pagati, si arriverebbe a capire buona parte dei grandi avvenimenti passati. Ognuno sa che, per esempio, la riforma di Solone a Atene, o la creazione dei tribuni a Roma, sono effetti dei torbidi provocati dall’indebitamento eccessivo della popolazione. Che si tratti della popolazione o dello Stato, non c’è stato mai altro rimedio all’indebitamento che l’abolizione dei debiti, aperta o mascherata…
[Noi sappiamo costruire dei meccanismi che ritornano] allo stato iniziale quando un certo limite è sorpassato; ma non sappiamo costruire analoghi agganci automatici per la macchina sociale. Le sofferenze, il sangue e le lacrime degli uomini ne fanno le veci.
Noi possiamo oggi dedicarci a meditazioni amare sul fenomeno dell’indebitamento. Lo Stato è stato precipitato a corpo morto dalla guerra in questo ingranaggio matematico di cui il paese sembra non potersi liberare. Il sangue è stato consumato gratuitamente e presto dimenticato, o quasi; ma le famiglie che hanno dato i loro figli hanno prestato il loro denaro, e questo prestito vecchio di venti anni ci strangola tutti i giorni di più. Machiavelli diceva che gli uomini dimenticano più facilmente la perdita del loro padre che la perdita del loro patrimonio. Aveva senza dubbio ragione, ma la giustezza di questa formula ci apparirebbe oggi in modo più chiaro se si dicesse figlio invece di padre. Nessun governo ha osato ancora annunciare che considerava nulli gli oneri finanziari ereditati dalla guerra. Malgrado le difficoltà di una tale operazione bisognerà tuttavia arrivarci un giorno, perché è impossibile che gli oneri continuino ancora a lungo a fare valanga. Ciò è tanto più impossibile in quanto gli oneri che procedono dalla guerra che si minaccia fanno un’altra valanga non meno temibile. Perché oggi ancora gli stessi uomini che darebbero senza esitare il loro sangue o quello dei loro cari senza chiedere nulla in cambio hanno bisogno del quattro per cento e di una garanzia di Stato per collaborare ala difesa nazionale.
La nozione di contratto tra lo Stato e i singoli è un’assurdità in un’epoca come questa.
Alcune meditazioni concernenti l’economia
L’economia è cosa singolare. Quante volte, da un certo numero di anni, non si parla, sia a proposito di questo oq uel paese, sia a proposito del mondo capitalista nel suo insieme, di crollo economico? Si ha così l’impressione, eccitante e romantica, di vivere in una casa che, da un giorno all’altro, può crollare. Fermiamoci pertanto un istante a riflettere al senso delle parole, e se c’è mai stato un crollo economico. Come tutte le questioni estremamente semplici, così semplici che non si pensa mai a porle, questa è tale da gettare in un abisso di riflessioni.
Ci sono stati, almeno all’apparenza, crolli nella storia; l’esempio che viene per primo alla mente è quello dell’Impero romano. Ma il declino del mondo romano fu amministrativo, militare, politico, intelletuale tanto quanto economico, e salvo esame più approfondito non sembra esserci ragione di dare all’economia il primo ruolo in questo dramma. Ai giorni nostri tutti i crolli economici previsti a sazietà da anni, Russia, Italia, Germania, capitalismo, si avvicinano secondo ogni apparenza altrettanto poco che la fine del mondo : perché tutti i giorni se ne predicono per l’indomani.
Si citano, è vero, anche esempi convincenti. L’ancien régime, nel 1789, non è caduto per l’impossibilità economica e finanziaria di sussistere? Più di recente, la Repubblica di Weimar non h ceduto a difficoltà economiche che non ha saputo o potuto risolvere? Si potrebbero trovare parecchi esempi analoghi. Non si ha certamente torto ad allegarli. Si omette tuttavia di solito, al loro riguardo, un particolare molto significativo. Queste difficoltà economiche, così gravi che frantumano i regimi, sono ricevute in eredità dai regimi che li sostituiscono e di solito in forma ancora aggravata; e tuttavia divengono allora molto meno nocive. La situazione economica e finanziaria del 1789 era lungi dall’essere brillante; ma i manuali di storia che spiegano così la caduta della monarchia dimenticano che la rivoluzione ha portato, invece che un rimedio, una guerra rovinosa, ed è sopravvissuta perfino alla terribile avventura degli assignats. Le difficoltà che anno fatto crollare la Repubblica di Weimar non sono sparite, salvo errore, all’avvento del Terzo Reich, e tuttavia esse l’hanno lasciato sussistere. E gli antifascisti che giudicano impossibile che il Terzo Reich si prolunghi dimenticano che il regime democratico, socialista, comunista o altro che subentrerebbe in Germania soffrirebbe molto probabilmente degli stessi mali almeno per un periodo abbastanza lungo, e dovrebbe adattarvisi.
Queste osservazioni porterebbero a pensare che non c’è crollo economico, ma che c’è in certi casi una crisi politica provocata o aggravata da una cattiva situazione economica: il che è molto diverso. Un’analogia permetterà di vederci più chiaro. Il legame di causa e effetto tra le sconfitte militari e i mutamenti f governo o di regime politico è un fatto di esperienza corrente. E tuttavia non perchè, nemmeno in questo caso, le condizioni nuove create dalla sconfitta militare ed nano impossibile al regime in vigore di sussistere; il regime nuovo si adatta a queste condizioni senza essere meglio armato per sopportarle. È che la sconfitta diminuisce o cancella quel prestigio del potere che, molto più della forza propriamente detta, mantiene i popoli nell’obbedienza. In molti casi sarebbe materialmente altrettanto facile, forse più facile, rivoltarsi contro uno Stato vincitore che contro uno Stato vinto; ma la vittoria spegne le velleità di rivolta anche presso i più malcontenti, e la sconfitta li eccita in tutti. Le ripercussioni politiche dei fatti economici non procederebbero da un meccanismo analogo?
Le difficoltà economiche non sono sempre analoghe alle sconfitte militari; esse non lo sono che in certi casi.
L’economia non è comparabile a un’architettura, né le disgrazie dell’economia ai crolli.
In tutti i campi ai quali si applica il pensiero e l’attività umana, la chiave è costituita da una certa nozione dell’equilibrio, senza la quale non ci sono che miserabili brancolamenti; equilibrio di cui la proporzione, cara ai Pitagorici, costituisce il simbolo matematico. I Greci, e dopo di essi i Fiorentini del XIVmo secolo, hanno inventato la scultura quando hanno concepito un certo equilibrio proprio al marmo e al bronzo in forma umana. Firenze ha scoperto la pittura quando ha formato la nozione di composizione. Bach è il più puro dei musicisti perché sembra essersi dato per compito di studiare tutti i modi di equilibrio sonoro. Archimede ha creato la fisica quando ha costruito matematicamente le diverse forme di leva. Ippocrate è partito dalla concezione pitagorica che assimila la salute a un equilibrio nel gioco dei diversi organi. Il miracolo greco, dovuto principalmente ai pitagorici, consiste in essenza nell’aver riconosciuto la virtù della concezione e del sentimento dell’equilibrio.
Il miracolo greco non si è ancora esteso alla vita economica. La nozione dell’equilibro propria all’economia noi non la possediamo. Gli uomini non l’hanno mai formulata; ma c’è anche da dire che non sono due secoli che ci si è messi a studiarla. Non si direbbe senza dubbio che la pura verità affermando che questo secolo e mezzo di studi economici è stato inutile. Non c’è stato ancora un Talete, un Archimede, un Lavoisier dell’economia. L’apparizione, poco più di un secolo fa, di dottrine rivoluzionarie c’entra probabilmente molto in questo fallimento. I rivoluzionari, ansiosi di dimostrare che la società borghese è divenuta impossibile, non hanno naturalmente mai cercato di definire l’equilibrio economico a partire dalle condizioni che erano loro date; e per l’avvenire hanno ammesso come evidente che la rivoluzione, in materia economica, apporterebbe automaticamente tute le soluzioni sopprimendo tutti i problemi. Nessun rivoluzionario ha mai tentato seriamente di definire le condizioni dell’equilibrio economico nel regime sociale atteso. Quanto ai non rivoluzionari, la polemica ne ha fatto dei controrivoluzionari preoccupati non di studiare la realtà che avevano sotto gli occhi, ma di cantarne le lodi. Noi subiamo oggi, in tutti i campi, le conseguenze funeste di questa improbità intellettuale, che d’altronde, più o meno, condividiamo. Possediamo, è vero, una specie di equivalente a buona mercato di questa nozione di equilibrio economico. È l’idea, se si può usare qui questa parola, dell’equilibrio finanziario. Che è di un’ingenuità disarmante. Si definisce col segno uguale posto tra le risorse e le spese, valutate le une e le altre in termini contabili. Applicato allo Stato, alle imprese industriali e commerciali, ai semplici cittadini, questo criterio sembrava un volta bastare a tutto. Costituiva nello stesso tempo un criterio di virtù. Pagare i debiti, questo ideale di virtù borghese, come ogni altro ideale, ha avuto i suoi martiri, di cui César Birotteau resterà sempre il miglior rappresentante. Già nel V secolo prima della nosta era il vecchio Cefalo, per far comprendere a Socrate che lui aveva sempre vissuto secondo giustizia, diceva: “Ho detto la verità e ho pagato i miei debiti”. Socrate dubitava che questa fosse una definizione soddisfacente della giustizia. Ma Socrate era uno spirito maligno.
Oggi questo criterio ha perduto molto del suo prestigio, sia dal punto di vista economico che da ello morale; e tuttavia non è svanito. Si ha sempre tendenza ad applicare allo Stato la formula di Cefalo, o almeno la metà di questa formula; nessuno chiede allo Stato di dire la verità, ma si giudica abominevole che non paghi i suoi debiti.
Non si è ancora capito che l’ideale del buon Cefalo è reso inapplicabile da due fenomeni legati e quasi altrettanto vecchi che la moneta stessa: sono il credito a la retribuzione del capitale.
Proudhon, nella luminosa operetta “Che cos’è la proprietà?” provava che la proprietà era non ingiusta, né immorale, ma impossibile; intendeva per proprietà non il diritto di uso esclusivo di un bene, ma il diritto di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo. È in effetti il diritto fondamentale in una società in cui si calcola d’ordinario la fortuna in base al reddito.
Dacché il capitale fondiario o mobiliare è retribuito, dacché questa retribuzione figura in un gran numero di contabilità pubbliche o private, la ricerca dell’equilibrio finanziario è un principio permanente di squilibrio. È un’evidenza che salta agli occhi. Un interesse del 4 per cento quintuplica un capitale in un secolo; ma se il reddito è reinvestito, si ha una progressione geometrica così rapida, come tutte le progressioni geometriche, che con un interesse del 3 per cento un capitale è centuplicato in due secoli.
Senza dubbio non c’è mai che una parte piuttosto piccolo dei beni mobile e immobili che sia affitta o collocate a interesse; senza dubbi, anche, i redditi non sono tutti reinvestiti. Queste cifre indicano tuttavia che è matematicamente impossibile che in una sazietà fondata sul denaro e il prestito a interesse la probità si mantenga per due secoli. Se si mantiene, la messa a frutto del capitale farebbe automaticamente passare tutte le risorse nelle mani di alcuni.
Un colpo d’occhio rapido sulla storia mostra quale ruolo perpetuamente sovversivo vi ha giocato, dacché la moneta esiste, il fenomeno dell’indebitamento. Le riforme di Solone, di Licurgo, sono consistite anzitutto nell’abolizione dei debiti. In seguito, le piccole città greche sono state più di una volta sconvolte da moti in favore di una nuova abolizione. La rivolta in seguito alla quale i plebei d Roma hanno ottenuto l’istituzione dei tribuni aveva per origine un indebitamento che riduceva alla condizione di schiavo un numero crescente di debitori insolventi; anche senza rivolta, un’abolizione parziale dei dbiti era divenuta una necessità, perché a ogni plebeo divenuto sciavo Roma perdeva un soldato.
Il pagamento dei debiti è necessario all’ordine sociale. Il non pagamento dei debiti è anch’esso necessario all’ordine sociale. Tra queste due necessità contraddittorie, l’umanità oscilla da secoli con una bella incoscienza. Disgraziatamente, la seconda lede molti interessi all’apparenza legittimi, e non si fa rispettare senza problemi e senza qualche violenza.
Abbozzo di un’apologia della bancarotta
La parola «bancarotta» è una di quelle che si usano con imbarazzo, che suonano male, come adulterio o truffa. Quando si pronuncia riguardo alle finanze del proprio paese, si parla volentieri di «bancarotta umiliante». Si possono cercare scuse a una bancarotta, si possono trovare ragioni di attenuare tale o tale responsabilità, ma nessuno pensa che la bancarotta non proceda in qualche maniera da un peccato; nessuno considera che essa possa costituire un fenomeno normale. Già il vecchio Cefalo, per far capire a Socrate che aveva condotto una vita irreprensibile, gli diceva : «Non ho ingannato nessuno, e ho pagato i miei debiti». Socate, maligno, dubitava che questa fosse un definizione sufficiente della giustizia. Il cittadino medio – e noi siamo per la maggior parte del tempo cittadini medi – applica volentieri allo stato il criterio di Cefalo, almeno per quanto concerne il secondo punto; perché sul primo, nessuno chiede a un governo di non mentire.
Proudhon, nella luminosa opera di gioventù intitolata “Che cos’è la proprietà?” prova col ragionamento più semplice e più evidente che l’idela del buon Cefalo è un’assurdità. L’idea fondamentale di Proudhon, in questo libretto troppo ignorato, è che la proprietà non è cattiva, né ingiusta, ma impossibile. E intende per proprietà non il diritto di possedere un bene qualunque, ma il diritto molto più importante di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo.
La dimostrazione di Prudhon riposa su una legge matematica molto chiara. La fruttificazione del capitale implica una progressione geometrica. Il capitale, non rendesse che l’1 per cento, s’accrescerebbe tuttavia secondo una progressione geometrica in ragione di 1+ . Ogni progressione geometrica genera grandezze astronomiche con una rapidità che sorpassa l’immaginazione. Un calcolo semplice mostra che un capitale che non rendesse che l’interesse derisorio dell’1 per cento raddoppia in un secolo, e si moltiplica per sette in due secoli; e con l’interesse ancora modesto del 3 per cento è centuplicato nello stesso spazio di tempo. È dunque matematicamente impossibile che tutti gli uomini di un paese siano virtuosi alla maniera di Cefalo per due secoli: anche se una porzione relativamente piccola dei beni mobili e immobili fosse affittata o investita a interesse, è matematicamente impossibile che il valore di questa porzione centuplichi in alcune generazioni. Se è necessario all’ordine sociale che i debiti siano pagati, è più necessario ancora che i debiti non siamo pagati.
Dacché esistono la moneta e il prestito a interesse, l’umanità oscilla tra queste due necessita contraddittorie, e sempre con un’incoscienza degna di ammirazione. Se ci si divertisse a riprendere tutta la storia conosciuta presentandola come la storia dei debiti pagati e non pagati, si arriverebbe a capire buona parte dei grandi avvenimenti passati. Ognuno sa che, per esempio, la riforma di Solone a Atene, o la creazione dei tribuni a Roma, sono effetti dei torbidi provocati dall’indebitamento eccessivo della popolazione. Che si tratti della popolazione o dello Stato, non c’è stato mai altro rimedio all’indebitamento che l’abolizione dei debiti, aperta o mascherata…
[Noi sappiamo costruire dei meccanismi che ritornano] allo stato iniziale quando un certo limite è sorpassato; ma non sappiamo costruire analoghi agganci automatici per la macchina sociale. Le sofferenze, il sangue e le lacrime degli uomini ne fanno le veci.
Noi possiamo oggi dedicarci a meditazioni amare sul fenomeno dell’indebitamento. Lo Stato è stato precipitato a corpo morto dalla guerra in questo ingranaggio matematico di cui il paese sembra non potersi liberare. Il sangue è stato consumato gratuitamente e presto dimenticato, o quasi; ma le famiglie che hanno dato i loro figli hanno prestato il loro denaro, e questo prestito vecchio di venti anni ci strangola tutti i giorni di più. Machiavelli diceva che gli uomini dimenticano più facilmente la perdita del loro padre che la perdita del loro patrimonio. Aveva senza dubbio ragione, ma la giustezza di questa formula ci apparirebbe oggi in modo più chiaro se si dicesse figlio invece di padre. Nessun governo ha osato ancora annunciare che considerava nulli gli oneri finanziari ereditati dalla guerra. Malgrado le difficoltà di una tale operazione bisognerà tuttavia arrivarci un giorno, perché è impossibile che gli oneri continuino ancora a lungo a fare valanga. Ciò è tanto più impossibile in quanto gli oneri che procedono dalla guerra che si minaccia fanno un’altra valanga non meno temibile. Perché oggi ancora gli stessi uomini che darebbero senza esitare il loro sangue o quello dei loro cari senza chiedere nulla in cambio hanno bisogno del quattro per cento e di una garanzia di Stato per collaborare ala difesa nazionale.
La nozione di contratto tra lo Stato e i singoli è un’assurdità in un’epoca come questa.
Fin dove può arrivare Casini
Riprendersi i voti che Berlusconi ha rubato, dato che Berlusconi non intende morire, come sembrava, va bene. Ma portare i Ds al governo no. Casini, lusingato di avere il suo ex galoppino elettorale Franceschini a capo del partito Democratico, può forse illudersi di guidare un diverso centro-sinistra. O forse no. Ma i suoi elettori sono fermamente per il no, molti anche più a destra di Berlusconi, al quale si fa tra le altre cose colpa di intrattenere troppi liberali, repubblicani e socialisti nella sue file.
C’è anche in loro l’orgoglio democristiano per l’apoteosi televisiva di Franceschini e Casini. Ma la crisi del Pd sta suscitando curiosamente più apprensioni che compiacimento tra gli ex Dc di centro. E gli effetti potrebbero vedersi già alle elezioni europee, se Casini passasse sulle posizioni del Pd per quanto concerne la riforma della giustizia e dell’esecutivo – dando per scontato che resterà fermamente con la destra sulle questioni etiche, comprese le leggi per la sicurezza, e bioetiche. È un elettorato, più che conservatore, di vecchio stampo democristiano, cioè sospettoso della presenza sempre molto articolata dell’ex Pci nella gestione amministrativa. Stretto a Nord dagli assessori della Lega, al Sud da quelli manovrieri di Fini e Lombardo, cerca di smarcarsene, ma non abbastanza da perdere la diffidenza genetica verso i Ds. Il trionfalismo di Casini la sua base lo accetta come un’esigenza della politica spettacolo. Ma gli anticorpi anticomunisti, benché datati, sono in questa base, peraltro forte solo in alcune località, ancora prevalenti.
A questa diffidenza si aggiungono i timori che gli ex popolari vengano per farsi eleggere. A lungo gli Udc hanno considerato gli ex Dc nel Pd come ostaggi dei Ds, nel senso che lo zoccolo duro ex Pci assicurava loro posti sicuri in Parlamento. Ora c’è il timore che alcuni ponti fra gli schieramenti, se non passaggi di fronte, si facciano in senso inverso per pescare nel bacino elettorale moderato, grazie al patrocinio di Casini.
C’è anche in loro l’orgoglio democristiano per l’apoteosi televisiva di Franceschini e Casini. Ma la crisi del Pd sta suscitando curiosamente più apprensioni che compiacimento tra gli ex Dc di centro. E gli effetti potrebbero vedersi già alle elezioni europee, se Casini passasse sulle posizioni del Pd per quanto concerne la riforma della giustizia e dell’esecutivo – dando per scontato che resterà fermamente con la destra sulle questioni etiche, comprese le leggi per la sicurezza, e bioetiche. È un elettorato, più che conservatore, di vecchio stampo democristiano, cioè sospettoso della presenza sempre molto articolata dell’ex Pci nella gestione amministrativa. Stretto a Nord dagli assessori della Lega, al Sud da quelli manovrieri di Fini e Lombardo, cerca di smarcarsene, ma non abbastanza da perdere la diffidenza genetica verso i Ds. Il trionfalismo di Casini la sua base lo accetta come un’esigenza della politica spettacolo. Ma gli anticorpi anticomunisti, benché datati, sono in questa base, peraltro forte solo in alcune località, ancora prevalenti.
A questa diffidenza si aggiungono i timori che gli ex popolari vengano per farsi eleggere. A lungo gli Udc hanno considerato gli ex Dc nel Pd come ostaggi dei Ds, nel senso che lo zoccolo duro ex Pci assicurava loro posti sicuri in Parlamento. Ora c’è il timore che alcuni ponti fra gli schieramenti, se non passaggi di fronte, si facciano in senso inverso per pescare nel bacino elettorale moderato, grazie al patrocinio di Casini.
Dire rumeni per non dire rom
Due o tre casi di glossofagia, se esistesse nel vocabolario, della sinistra e dei media sinistramente corretti, a partire dalla Rai: l’ultima forma di suicidio, non avere parole, se non contro Berlusconi, oppure mangiarsele, e con esse i concetti, di cui non ha più la cognizione.
I rom sono tollerati in Romania come in Italia, e non integrati (sono 2,2 milioni in Romani, e cioè un buon dieci per cento della popolazione, e tuttavia sempre ai margini). Ma si preferisce parlare in Italia genericamente di rumeni per ogni delitto da loro commesso, e sono tanti, se si contano i borseggi e i furti che non fanno cronaca. Perché i rom vanno protetti, mentre dei rumeni si può dire senza cautela che sono delinquenti.
Roma in particolare, vecchia città di mendicanti, ha avuto un’errata politica dell’accoglienza dei nomadi, per il Giubileo e dopo, e ora è sommersa dalla violenza. I borseggi sono frequenti e quasi normali al centro di Roma da parte dei giovanissimi rom, non punibili e normalmente neppure identificati, che poi diventano adulti senza mestiere. La Francia nel 2008 ha espulso settemila rumeni (l’Italia quaranta…), che in buona parte sono nomadi.
Il passante di Mestre sposta un milione di voti. Beh, un milione forse no ma mezzo milione sì, un punto percentuale buono di elettori. Ma s’inaugura il passante di Mestre e “L’Unità” e “Repubblica” non lo sanno – “Repubblica”, in breve, nell’edizione veneta.
Il passante di Mestre è trenta chilometri di autostrada, è costato un miliardo, un’iperbole per un’autostrada in pianura, ed è l’unica autostrada realizzata in Italia in trent’anni. Zapatero in Spagna si fa in un anno dieci passanti di Mestre, o in quel che è, il tempo necessario per farli materialmente, in Castiglia, in Andalusia, in Catalogna, ovunque, non ci sono blocchi. In Italia Berlusconi o Prodi riescono a stento a farne uno in trent’anni, e sono per questo protervi.
Il governo ha il dovere di governare, Napolitano l’ha sempre detto, da parlamentare e da presidente della Camera – ha il record delle leggi fatte approvare dalla sua Camera, la Camera più breve della Repubblica, prima che Scalfaro gliela sciogliesse. Ma da Presidente della Repubblica tampina il governo, questo di Berlusconi come quello di Prodi, su ogni decreto. Fa cioè il trinariuciuto, la cosa che ha sempre odiato. Sulle tracce forse di Scalfaro, l’eversore della costituzione. Può essere, ogni giorno infatti si mette di mezzo, con dichiarazioni, direttive, veline, e perfino con dichiarazioni per dire che non ha dichiarazioni, svanita è la tradizionale compostezza del Quirinale, che Ciampi aveva restaurato.
Papa Ratzinger era entusiasta del Vaticano II, seduto, immerso nella democrazia conciliare, fautore, anche teologico, dell’unità delle fedi, ancora di recente, quando in sinodo i cardinali chiamava vescovi e pastori. Ha perso queste fedi, per l’invadenza del relativismo dapprima, da intellettuale, poi da pastore per l’assalto incredibile dell’anticlericalismo, compreso quello di altre chiese. Nessuno s’interroga perché succede, tutti si limitato a deriderlo.
Abbiamo tanti leader politici, ogni giorno metà dei telegiornali va via per loro. Ma sono figli d’arte. Di un’arte perduta: ripetono il già detto. I vecchi Dc, benché si dicano giovani sessantenni, non sanno che odiare i Ds, cioè il (vecchio) Pci, che fu per mezzo secolo la loro ragione d’essere. Ma i vecchi Pci, benché giovani cinquantenni, non sanno nemmeno loro che dire. Anche quelli che sembrano promettenti quando cominciano a parlare: Finocchiaro, Bersani, Fassino, dopo un paio di battute tornano vecchi di almeno quarant’anni fa. D’Alema sembra la caricatura di se stesso, non una frase che si ricordi, un’idea, una proposta – vuol’essere quello di Nanni Moretti? ce lo dica, almeno ci divertiamo.
Figli d’arte sono, curiosamente, anche gli ex missini, anche loro parlano per sentito dire (andreottiani, craxiani, perfino morotei...). Il vero fascista Mussolini era stato a lungo vero socialista, e insomma, seppure tragicamente, era vero in qualcosa. Questi sembra che si affannino per non pensare.
I rom sono tollerati in Romania come in Italia, e non integrati (sono 2,2 milioni in Romani, e cioè un buon dieci per cento della popolazione, e tuttavia sempre ai margini). Ma si preferisce parlare in Italia genericamente di rumeni per ogni delitto da loro commesso, e sono tanti, se si contano i borseggi e i furti che non fanno cronaca. Perché i rom vanno protetti, mentre dei rumeni si può dire senza cautela che sono delinquenti.
Roma in particolare, vecchia città di mendicanti, ha avuto un’errata politica dell’accoglienza dei nomadi, per il Giubileo e dopo, e ora è sommersa dalla violenza. I borseggi sono frequenti e quasi normali al centro di Roma da parte dei giovanissimi rom, non punibili e normalmente neppure identificati, che poi diventano adulti senza mestiere. La Francia nel 2008 ha espulso settemila rumeni (l’Italia quaranta…), che in buona parte sono nomadi.
Il passante di Mestre sposta un milione di voti. Beh, un milione forse no ma mezzo milione sì, un punto percentuale buono di elettori. Ma s’inaugura il passante di Mestre e “L’Unità” e “Repubblica” non lo sanno – “Repubblica”, in breve, nell’edizione veneta.
Il passante di Mestre è trenta chilometri di autostrada, è costato un miliardo, un’iperbole per un’autostrada in pianura, ed è l’unica autostrada realizzata in Italia in trent’anni. Zapatero in Spagna si fa in un anno dieci passanti di Mestre, o in quel che è, il tempo necessario per farli materialmente, in Castiglia, in Andalusia, in Catalogna, ovunque, non ci sono blocchi. In Italia Berlusconi o Prodi riescono a stento a farne uno in trent’anni, e sono per questo protervi.
Il governo ha il dovere di governare, Napolitano l’ha sempre detto, da parlamentare e da presidente della Camera – ha il record delle leggi fatte approvare dalla sua Camera, la Camera più breve della Repubblica, prima che Scalfaro gliela sciogliesse. Ma da Presidente della Repubblica tampina il governo, questo di Berlusconi come quello di Prodi, su ogni decreto. Fa cioè il trinariuciuto, la cosa che ha sempre odiato. Sulle tracce forse di Scalfaro, l’eversore della costituzione. Può essere, ogni giorno infatti si mette di mezzo, con dichiarazioni, direttive, veline, e perfino con dichiarazioni per dire che non ha dichiarazioni, svanita è la tradizionale compostezza del Quirinale, che Ciampi aveva restaurato.
Papa Ratzinger era entusiasta del Vaticano II, seduto, immerso nella democrazia conciliare, fautore, anche teologico, dell’unità delle fedi, ancora di recente, quando in sinodo i cardinali chiamava vescovi e pastori. Ha perso queste fedi, per l’invadenza del relativismo dapprima, da intellettuale, poi da pastore per l’assalto incredibile dell’anticlericalismo, compreso quello di altre chiese. Nessuno s’interroga perché succede, tutti si limitato a deriderlo.
Abbiamo tanti leader politici, ogni giorno metà dei telegiornali va via per loro. Ma sono figli d’arte. Di un’arte perduta: ripetono il già detto. I vecchi Dc, benché si dicano giovani sessantenni, non sanno che odiare i Ds, cioè il (vecchio) Pci, che fu per mezzo secolo la loro ragione d’essere. Ma i vecchi Pci, benché giovani cinquantenni, non sanno nemmeno loro che dire. Anche quelli che sembrano promettenti quando cominciano a parlare: Finocchiaro, Bersani, Fassino, dopo un paio di battute tornano vecchi di almeno quarant’anni fa. D’Alema sembra la caricatura di se stesso, non una frase che si ricordi, un’idea, una proposta – vuol’essere quello di Nanni Moretti? ce lo dica, almeno ci divertiamo.
Figli d’arte sono, curiosamente, anche gli ex missini, anche loro parlano per sentito dire (andreottiani, craxiani, perfino morotei...). Il vero fascista Mussolini era stato a lungo vero socialista, e insomma, seppure tragicamente, era vero in qualcosa. Questi sembra che si affannino per non pensare.
Etichette:
Informazione,
Sinistra sinistra
giovedì 19 febbraio 2009
L'Occidente corroborante di Bloom
Harold Bloom, eccellente critico comparatista, specialista della Bibbia, appassionato di Vico e di Shakespeare, ha costruito quindici anni fa una storia della letteratura occidentale tipo Attilio Momigliano, il Cappuccio, il Sansone, il Sapegno, il Russo, il Petronio, con le graduatorie e i titoli di merito. Vi si è anche disperso. Ma questa riproposta, per quanto singolarmente scorretta, gli rende più giustizia che la prima edizione, per i guasti ormai manifesti del multiculturalismo che egli denuncia, una barzelletta (ma il multiculturalismo era una barzelletta, anzi una violenta satira, già nel suo primo capolavoro, il “Mumbo-jumbo” di Ishmael Reed), e della democrazia dell’espressione. Che tutti abbiamo diritto di parola è diventato che la parola di tutti è uguale, e non è possibile che la stupidità sia al governo, per quanto buona.
Il “Canone” è dunque una buona vecchia storia della letteratura comparata. Entusiasta, da grande lettore, corroborante. Non registrata, e spesso prolissa. Ma brillante, spiritosa. Per il divertimento nella lettura, che ancora non era amorale, la critica asfittica non aveva dilagato. Divertente la ricostruzione di “Shakespeare è un altro”, è Marlowe, è una donna, è il conte de Vere eccetera (più divertente per il lettore di Bloom, che sa di un suo “Gesù e Yahvé”, unico testo non citato nell’inappuntabile saggio introduttivo di Andrea Cortellessa, in cui egli stesso invece argomenta del primo che è “un personaggio più o meno storico”, e forse non ha fatto quello che ha fatto). Piena di witz, come si deve. Esempi:
L’ansia da influenza, che paralizza i talenti più deboli ma stimola il genio canonico (p.17)
La critica letteraria fu inventata da Aristofane (anche se il copyright, dice Bloom, è di Bruno Snell) (22)
L’immortalità della letteratura è di Petrarca( 25)
Il “Paradiso perduto” come fantasy (32)
L’analogia tra la nascita di un bambino e la creazione di una poesia (38)
Il Canone è il ministro della morte ((ib.)
L’agonismo delle scrittrici, molto più determinate degli uomini (41)
Il “Faust” di Goethe è più un’opera lirica che un dramma teatrale (223)
Il Gesù della tradizione americana non è l’uomo crocefisso né il Dio dell’Ascensione, bensì l’uomo risorto che trascorre quaranta giorni con i suoi discepoli, quaranta giorni a proposito dei quali il Nuovo Testamento non ci dice quasi nulla (290)
Emily Dickinson, una setta composta da una sola persona (318)
Browning e Dickinson, i due grandi maestri inglesi del grottesco (344)
La critica letteraria freudiana è come il Sacro Romano Impero, non sacro, non romano, non imperiale (399)
La posizione del narratore ne “La prigioniera” e “La fuggitiva” è quella di una lesbica di sesso maschile (429)
“Orlando” di V.Woolf è l’inno erotico della letteratura indifferenziata (476)
La pazienza di Kafka (481)
Kafka è uno scrittore di romanzi e non un autore religioso (ib.)
Kafla è semplicemente la scrittura ebraica, persino più di Freud (484)
Se non fosse per il suo assunto principale, che c’è una letteratura occidentale - ebraica, greca, europea, americana - e che essa è il meglio che c’è al mondo. Ma si può essere critici non prevenuti, senza cioè approdare come Bloom usa dire alla Scuola del risentimento, che il Canone limita ai “maschi, europei, bianchi, defunti”. Senza essere cioè populisti (multiculturalisti, relativisti, tutti i nomi che la mediocrità prende, facendosi scudo della democrazia). Perché non c’è Omero in Papuasia? E che ne sappiamo noi?
Harold Bloom, Il Canone occidentale, Bur, pp.588, €14,50
Il “Canone” è dunque una buona vecchia storia della letteratura comparata. Entusiasta, da grande lettore, corroborante. Non registrata, e spesso prolissa. Ma brillante, spiritosa. Per il divertimento nella lettura, che ancora non era amorale, la critica asfittica non aveva dilagato. Divertente la ricostruzione di “Shakespeare è un altro”, è Marlowe, è una donna, è il conte de Vere eccetera (più divertente per il lettore di Bloom, che sa di un suo “Gesù e Yahvé”, unico testo non citato nell’inappuntabile saggio introduttivo di Andrea Cortellessa, in cui egli stesso invece argomenta del primo che è “un personaggio più o meno storico”, e forse non ha fatto quello che ha fatto). Piena di witz, come si deve. Esempi:
L’ansia da influenza, che paralizza i talenti più deboli ma stimola il genio canonico (p.17)
La critica letteraria fu inventata da Aristofane (anche se il copyright, dice Bloom, è di Bruno Snell) (22)
L’immortalità della letteratura è di Petrarca( 25)
Il “Paradiso perduto” come fantasy (32)
L’analogia tra la nascita di un bambino e la creazione di una poesia (38)
Il Canone è il ministro della morte ((ib.)
L’agonismo delle scrittrici, molto più determinate degli uomini (41)
Il “Faust” di Goethe è più un’opera lirica che un dramma teatrale (223)
Il Gesù della tradizione americana non è l’uomo crocefisso né il Dio dell’Ascensione, bensì l’uomo risorto che trascorre quaranta giorni con i suoi discepoli, quaranta giorni a proposito dei quali il Nuovo Testamento non ci dice quasi nulla (290)
Emily Dickinson, una setta composta da una sola persona (318)
Browning e Dickinson, i due grandi maestri inglesi del grottesco (344)
La critica letteraria freudiana è come il Sacro Romano Impero, non sacro, non romano, non imperiale (399)
La posizione del narratore ne “La prigioniera” e “La fuggitiva” è quella di una lesbica di sesso maschile (429)
“Orlando” di V.Woolf è l’inno erotico della letteratura indifferenziata (476)
La pazienza di Kafka (481)
Kafka è uno scrittore di romanzi e non un autore religioso (ib.)
Kafla è semplicemente la scrittura ebraica, persino più di Freud (484)
Se non fosse per il suo assunto principale, che c’è una letteratura occidentale - ebraica, greca, europea, americana - e che essa è il meglio che c’è al mondo. Ma si può essere critici non prevenuti, senza cioè approdare come Bloom usa dire alla Scuola del risentimento, che il Canone limita ai “maschi, europei, bianchi, defunti”. Senza essere cioè populisti (multiculturalisti, relativisti, tutti i nomi che la mediocrità prende, facendosi scudo della democrazia). Perché non c’è Omero in Papuasia? E che ne sappiamo noi?
Harold Bloom, Il Canone occidentale, Bur, pp.588, €14,50
Il pil e lo sterminio degli irlandesi
Nel 1640 “il governo di Oliver Cromwell sfollò i cattolici insurrezionisti verso il nord e misurò la ricchezza terriera per ridistribuirla alle truppe inglesi. Il Pil nasce così per tassare e redistriduire”.
Il “Corriere della sera” ha fatto eccezione ieri al progressimo d’ordinanza per raccontare così l’origine del pil – o non ha fatto eccezione: nel progressismo d’ordinanza ciò che si fa a Nord va sempre bene, il protestantesimo è meglio del cattolicesimo, eccetera. Ma lo sanno tutti che l’Irlanda combatteva da secoli contro il colonialismo inglese, altro che cattolici insurrezionisti. Che combatteva da molto prima che il re d’Inghilterra scoprisse col ripudio le maschie virtù del protestantesimo. E che non il governo di Cromwell, ma Cromwell in persona, un golpista e un dittatore, non “sfollò” ma uccise gli irlandesi, il primo Olocausto della storia. Il Lord Protettore fece in Irlanda 616 mila morti, su una popolazione di un milione 466 mila persone. Li uccise personalmente, di lui non si può dire, come si tenta di Hitler, che manca l’ordine scritto, che non sapeva nulla dello sterminio. I morti calcolò all’unità William Petty, medico al seguito del Lord Protettore, che divenne per questo computo baronetto e, secondo Marx, il padre dell’economia politica.
Il pil semmai, volendo riconoscere il primato del Nord, del protestantesimo, eccetera, c’era prima, con lo scacchiere, e il cancelliere dello scacchiere. Lo scacchiere è una prima matrice del reddito prodotto, sia pure ai fini della tassazione.
Il “Corriere della sera” ha fatto eccezione ieri al progressimo d’ordinanza per raccontare così l’origine del pil – o non ha fatto eccezione: nel progressismo d’ordinanza ciò che si fa a Nord va sempre bene, il protestantesimo è meglio del cattolicesimo, eccetera. Ma lo sanno tutti che l’Irlanda combatteva da secoli contro il colonialismo inglese, altro che cattolici insurrezionisti. Che combatteva da molto prima che il re d’Inghilterra scoprisse col ripudio le maschie virtù del protestantesimo. E che non il governo di Cromwell, ma Cromwell in persona, un golpista e un dittatore, non “sfollò” ma uccise gli irlandesi, il primo Olocausto della storia. Il Lord Protettore fece in Irlanda 616 mila morti, su una popolazione di un milione 466 mila persone. Li uccise personalmente, di lui non si può dire, come si tenta di Hitler, che manca l’ordine scritto, che non sapeva nulla dello sterminio. I morti calcolò all’unità William Petty, medico al seguito del Lord Protettore, che divenne per questo computo baronetto e, secondo Marx, il padre dell’economia politica.
Il pil semmai, volendo riconoscere il primato del Nord, del protestantesimo, eccetera, c’era prima, con lo scacchiere, e il cancelliere dello scacchiere. Lo scacchiere è una prima matrice del reddito prodotto, sia pure ai fini della tassazione.
mercoledì 18 febbraio 2009
La vecchia Dc batte il vecchio cominformista
Quando Prodi ha lodato il governo, domenica, Veltroni aveva già deciso. La sconfitta elettorale in Sardegna è solo stata un pretesto. Se questa informazione è giusta, allora le sue dimissioni sono un riflesso condizionato da centralismo democratico, che non prepara un consolidamento ma aggrava la frantumazione del Pd. Riflesso condizionato all’unanimismo e al comando unico che è stato peraltro costante nell’anno e mezzo del buon Veltroni, i cui geni sono, checché egli ne dica, saldamente cominformisti, di scuola togliattiana. Il caso di Firenze, alla vigilia della Sardegna, ha mostrato nudo il suo teatrino: non stimolare, non aprire opportunità, non creare entusiasmi, nella città e nel partito, ma sanzionare questo e quello, per farsi mandare a quel paese dal giovanissimo candidato sindaco. Il Pd ha (ancora) i federali del Capo. E Veltroni è uno che manda i commissari….
Detto questo, è vero che Veltroni è vittima del suo democristianesimo. con cui pensava di fare le scarpe ai democristiani. Col mai stato comunista - come se i Dc, seppure ex, fossero rincoglioniti. Con il pellegrinaggio ai santi dc vecchi e nuovi. Con la sua collaborazione fidata, nel nome del vecchio Pci, con Romano Prodi. Quando ha pensato che la gallina era cotta, e che poteva mangiarsela, i vecchi Dc si sono alzati dal piatto, e lo hanno buttato fuori di casa - non sarà facile per Veltroni rientrare in corsa, dopo questa colossale falsa partenza. I Dc veri, non quelli che sifingono. A Roma e in gni città d’italia.
Che partito
Un partito moderno è, dovrebbe essere, come l’Ulivo, molto federativo. Capace di esprimere di volta in volta un leader elettorale, comunale, provinciale, regionale, nazionale, ma senza un partito centralista, con una burocrazia. È un fatto, ed è ineludibile: dai referendum del maggioritario il sistema elettorale è stato riformato in senso decisionista, con l’elezione diretta di un uomo. Il sistema non è completato nel punto più delicato, il governo nazionale, ma questo per colpa degli ex comunisti, non abbastanza ex, i quali temono appunto un capo del governo autonomo dal partito, anzi dal Partito. Prodi, che c’è riuscito, è stato abbastanza agevolmente silurato dal partitismo. Berlusconi in parte pure, da Follini e Casini, con Fini, nel passato governo, che però poi ha disinnescato. Ma non c’è più un partito che manda i dirigenti, i candidati, e i commissari, se non appunto il Pd di Veltroni. Ha pure un comitato per le epurazioni.
Detto questo, è vero che Veltroni è vittima del suo democristianesimo. con cui pensava di fare le scarpe ai democristiani. Col mai stato comunista - come se i Dc, seppure ex, fossero rincoglioniti. Con il pellegrinaggio ai santi dc vecchi e nuovi. Con la sua collaborazione fidata, nel nome del vecchio Pci, con Romano Prodi. Quando ha pensato che la gallina era cotta, e che poteva mangiarsela, i vecchi Dc si sono alzati dal piatto, e lo hanno buttato fuori di casa - non sarà facile per Veltroni rientrare in corsa, dopo questa colossale falsa partenza. I Dc veri, non quelli che sifingono. A Roma e in gni città d’italia.
Che partito
Un partito moderno è, dovrebbe essere, come l’Ulivo, molto federativo. Capace di esprimere di volta in volta un leader elettorale, comunale, provinciale, regionale, nazionale, ma senza un partito centralista, con una burocrazia. È un fatto, ed è ineludibile: dai referendum del maggioritario il sistema elettorale è stato riformato in senso decisionista, con l’elezione diretta di un uomo. Il sistema non è completato nel punto più delicato, il governo nazionale, ma questo per colpa degli ex comunisti, non abbastanza ex, i quali temono appunto un capo del governo autonomo dal partito, anzi dal Partito. Prodi, che c’è riuscito, è stato abbastanza agevolmente silurato dal partitismo. Berlusconi in parte pure, da Follini e Casini, con Fini, nel passato governo, che però poi ha disinnescato. Ma non c’è più un partito che manda i dirigenti, i candidati, e i commissari, se non appunto il Pd di Veltroni. Ha pure un comitato per le epurazioni.
Soru, è il sistema plebiscitario!
La Sardegna dopo Roma: si vice e si perde alle elezioni sempre entro il margine del voto d’opinione, il 3-4 per cento del totale. Ma se il voto è sempre radicato, i partiti non più. Inoltre, sono i sistemi elettorali e non correntizi che decidono, amplificando i vantaggi e svantaggi elettorali. È l’esito del nuovo sistema elettorale plebiscitario, adottato ormai con costanza dai referendum maggioritari di quasi vent’anni fa. Non perfezionato alle elezioni politiche nazionali, ma da tempo ormai operativo nelle istituzioni locali, il Comune, la Provincia, la Regione: si vota per un candidato e per il “suo” partito. Un candidato che è sempre un autocandidato, non nominato dal partito, e spesso un outsider, uno esterno agli apparati di partito.
Le istituzioni si sono adeguate a metà, permanendo lo stallo sulla votazione e i poteri del nuovo esecutivo nazionale. Al centro la politica va al plebiscito per avvicinamenti concentrici, il collegio uninominale un tempo, ora la semplicazione (accorpamento) dei partiti. Ma con riserve e deviazioni rispetto a una qualche forma d’investitura diretta dell’esecutivo. Per la diffidenza del vecchio Pci. E per la diarchia con la presidenza della Repubblica, che ha uno status d’incredibile privilegio (durata, irresponsabilità, discrezionalità) e vuole mantenerlo. Agitando, con il supporto degli ambienti economici che non vogliono un governo che governi, lo spettro dell’“uomo forte". Comunque, anche se in parte, il sistema operativo delle istituzioni vi si è adeguato. A riprova, della tendenza e delle resistenze, è il ricorso ai decreti legge: i governi, chiamati a decidere, non sanno che farvi ricorso, mentre Napolitano si affanna a bloccarli, quelli di Berlusconi come quelli di Prodi - sul dettato costituzionale di sessanta e più anni fa. Solo la pubblica opinione stenta a riconoscerlo, e questa è forse la conseguenza peggiore della nefasta influenza dell’ex Pci nelle redazioni politiche.
La deriva plebiscitaria è un fatto. Non ci può essere più il titolo dell’“Unità” che a ogni elezione comunque vinceva. Ora si vince e si perde con nettezza. E poi si rivota. L’abnorme sconfitta di Soru, che per molti aspetti è il prototipo dell’autocandidato, indica insieme la debolezza e la forza di questa figura politica principale del nuovo sistema elettorale plebiscitario. Uno che ha vinto contro le burocrazie di partito, le correnti, le cordate, i gruppi, benché senza fascino personale e noto speculatore, essendosi arricchito a danno di centinaia di migliaia di risparmiatori, anzi le spazza via, e vince. E poi per le stesse qualità, di strafottenza, solitudine, perde, beffato dall’assentesimo, e perfino dal voto disgiunto.
Le istituzioni si sono adeguate a metà, permanendo lo stallo sulla votazione e i poteri del nuovo esecutivo nazionale. Al centro la politica va al plebiscito per avvicinamenti concentrici, il collegio uninominale un tempo, ora la semplicazione (accorpamento) dei partiti. Ma con riserve e deviazioni rispetto a una qualche forma d’investitura diretta dell’esecutivo. Per la diffidenza del vecchio Pci. E per la diarchia con la presidenza della Repubblica, che ha uno status d’incredibile privilegio (durata, irresponsabilità, discrezionalità) e vuole mantenerlo. Agitando, con il supporto degli ambienti economici che non vogliono un governo che governi, lo spettro dell’“uomo forte". Comunque, anche se in parte, il sistema operativo delle istituzioni vi si è adeguato. A riprova, della tendenza e delle resistenze, è il ricorso ai decreti legge: i governi, chiamati a decidere, non sanno che farvi ricorso, mentre Napolitano si affanna a bloccarli, quelli di Berlusconi come quelli di Prodi - sul dettato costituzionale di sessanta e più anni fa. Solo la pubblica opinione stenta a riconoscerlo, e questa è forse la conseguenza peggiore della nefasta influenza dell’ex Pci nelle redazioni politiche.
La deriva plebiscitaria è un fatto. Non ci può essere più il titolo dell’“Unità” che a ogni elezione comunque vinceva. Ora si vince e si perde con nettezza. E poi si rivota. L’abnorme sconfitta di Soru, che per molti aspetti è il prototipo dell’autocandidato, indica insieme la debolezza e la forza di questa figura politica principale del nuovo sistema elettorale plebiscitario. Uno che ha vinto contro le burocrazie di partito, le correnti, le cordate, i gruppi, benché senza fascino personale e noto speculatore, essendosi arricchito a danno di centinaia di migliaia di risparmiatori, anzi le spazza via, e vince. E poi per le stesse qualità, di strafottenza, solitudine, perde, beffato dall’assentesimo, e perfino dal voto disgiunto.
martedì 17 febbraio 2009
Problemi di base - 10
spock
Perché i giudici credono agli assassini, ai ladri, ai falliti, ai corrotti, ai bancarottieri? Contro coloro che operano bene. Ai Gaucci e ai Gazzoni Frascara, per limitarsi al calcio. Che però, certo, è poco serio.
Chi ha denunciato la tangente Enimont? Il pentito non è agli atti.
Perché il barocco, che tanto ha durato e prodotto, deve giustificarsi?
Perché è della Riforma cattolica, dei gesuiti, del Sud (spagnolismo, manuelismo).
Chi ha consigliato a Riina di uccidere Dalla Chiesa, Lima, Falcone e Borsellino?
Chi gli ha consigliato di dinamitare i monumenti di mezza Italia, che Riina non conosce?
E chi è Riina?
Chi voleva uccidere Falcone all’Addaura, con sommozzatori e tutto?
Perché i siciliani, Sciascia in testa, sostengono l’assoluta autonomia della mafia, ininfiltrabile, incondizionabile, totalitaria nel suo territorio? Che invece è sempre saprofita?
Perché delle intercettazioni politiche non si dice che sono fasciste, come lo sono?
spock@antiit.eu
Perché i giudici credono agli assassini, ai ladri, ai falliti, ai corrotti, ai bancarottieri? Contro coloro che operano bene. Ai Gaucci e ai Gazzoni Frascara, per limitarsi al calcio. Che però, certo, è poco serio.
Chi ha denunciato la tangente Enimont? Il pentito non è agli atti.
Perché il barocco, che tanto ha durato e prodotto, deve giustificarsi?
Perché è della Riforma cattolica, dei gesuiti, del Sud (spagnolismo, manuelismo).
Chi ha consigliato a Riina di uccidere Dalla Chiesa, Lima, Falcone e Borsellino?
Chi gli ha consigliato di dinamitare i monumenti di mezza Italia, che Riina non conosce?
E chi è Riina?
Chi voleva uccidere Falcone all’Addaura, con sommozzatori e tutto?
Perché i siciliani, Sciascia in testa, sostengono l’assoluta autonomia della mafia, ininfiltrabile, incondizionabile, totalitaria nel suo territorio? Che invece è sempre saprofita?
Perché delle intercettazioni politiche non si dice che sono fasciste, come lo sono?
spock@antiit.eu
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (30)
Giuseppe Leuzzi
Si rievoca periodicamente la Repubblica romana, ma sottacendo l’essenziale: che era la Rivoluzione Italiana quale avrebbe dovuto essere, repubblicana, democratica e ben governata, in parallelo con i moti di indipendenza del Nord. Col suffragio universale e una costituzione. Solo fu possibile invece il Risorgimento sabaudo, col sostegno decisivo della stessa Francia di Napoleone III che aveva represso la Repubblica.
L’ultima rievocazione, la “Storia avventurosa della rivoluzione romana” di Stefano Tomassini, benché ingombra dei noti paradossi (Roma senza papa, Mazzini al governo, etc.), e ancora di più di aneddoti e curiosità, fa intravedere la verità: Roma conobbe “un periodo di disciplinato fermento tra i rocamboleschi anni precedenti e la confusione che contribuì alla sua caduta”.
AspromonteIl personaggio alvariano Argirò giura-bestemmia “per la Montagna!”. E così è: l’Aspromonte giace sotto “Gente in Aspromonte”. Sotto questo titolo fortunato, come una disgrazia. Tanto più per avere il racconto influenzato molti narratori successivi, fino al “Prete bello”, Elsa Morante, Pasolini, Pavese, e il troppo neo realismo. È il caso della realtà che copia l’autore – l’unico così potente nella letteratura italiana dopo la Milano di Manzoni.
Innumerevoli sono i rimandi di Alvaro al suo mondo originario, nei racconti, nei romanzi, nei diari, tra la Montagna e il mare Jonio. Della Calabria scrisse anche un sussidiario, non cupo, riportato alla luce da Antonio Delfino. Ma la sua Montagna resta quella di “Gente in Aspromonte”, che appare perfetta e invece è falsa – manca il silenzio, la religiosità, la tradizione, la resistenza, non disperata. Una realtà dolente. Di un’umanità che, per essere povera, è anche miserabile. Anche quando fa festa: si sa che “c’è la festa”, ma nessuno festeggia. Anche nell’infanzia, che invece è sempre spensierata. E la natura si confà, è triste come l’umanità. Mentre invece di suo la Montagna è cristallina e sorniona.
Alvaro muore nel 1956. È celebre, importante e agiato, con casa a Roma in piazza di Spagna e buen retiro in campagna a Vallerano, dove vuole essere sepolto. Il padre, che lo ha voluto ragazzo educato nel collegio esclusivo dei gesuiti a Mondragone, muore a gennaio del 1941. Una morte che (“Memoria e vita”) impone “tregua alle invidie del paese”, tra gente “fuori dal mondo”, in una casa rattoppata, col prete ubriaco: “La notte dormimmo tutti con la madre e le sorelle nella stanza dove figli siamo nati. I vetri erano rotti, i muri lesionati ancora dal terremoto (del 1908? n.d.r.), le finestre cadenti. Entrava il freddo nevoso dell’Aspromonte ed io lo riconoscevo nel sonno come un paesaggio mio”. Una presenza riconosciuta e rifiutata.
Il ritorno a casa può essere ambivalente, secondo la psicanalisi. Felice e angosciante lo dice Lou Andreas Salomé in “Aprile. Memorie su Rilke”. Una plaquette pubblicata nel 2004 che capita di leggere in coincidenza con la plaquette alvariana di Ocra Gialla, “Testi inediti e rari del Novecento”, in cui Aldo Maria Morace presenta due racconti di Alvaro “novecentista”, sotto il titolo “Viaggi attraverso le cose”, spiegando che non c’è vita senza “passato e memoria”.
Morace trova tema alvariano, “estetizzante”, il “trapianto impossibile in un’altra società”. Lou Salomé ricorda a Rilke come egli, tedesco, si sia “trovato” nella sua Russia, di lei. Ma anche lei concorda, non artificiosamente: “Sul suolo nativo, con le sue rocce, i suoi alberi, i suoi animali, rimane qualcosa di sacrosanto all’interno dell’umanità di ognuno”.
Questo essere nelle radici e altrove di Lou Salomé è tanto più rilevante in quanto Rilke aveva “una forte antipatia nei confronti delle proprie origini austriache”. Mentre Lou, russa, si ricorda al poeta più spesso come “noi tedeschi”.
Il racconto bello della plaquette di Morace, “Avventure”, che dava il titolo alla raccolta originaria, non più ristampata, del 1930, “Misteri e avventure”, era stato da Alvaro ripreso dal volume “L’amata alla finestra” dell’anno precedente, dove figurava nel racconto eponimo, col sottotitolo “Il ponte”. È da rivedere se questa realtà-irrealtà non sia il proprio di Alvaro. Anche e specialmente in “Gente in Aspromonte”, che è tutto meno che realista – né neo realista in anticipo, non essendo un testo politico.
Da più parti è stato detto, Pedullà, che l’ha frequentato, lo definisce “il desiderio di scappare”. Da una terra peraltro “dove non si può rimanere e da dove è impossibile fuggire” (Walter Pedullà, “Per esempio il Novecento”, p. 417). Da qui, forse, un “complesso di colpa, ma anche l’urto rinnovato, il disprezzo se non l’odio”. La fuga è una condanna, risentita. Che perpetuamente si rinnova.
“Il narratore ha visto la Calabria quasi solo da bambino”, dice Pedullà (id., p.426). No, Alvaro è cresciuto a San Luca fino ai dieci anni, gli anni “miei più vasti e lunghi e popolati”. Tornò in Calabria a quindici anni, per fare la quinta ginnasio e poi il liceo a Catanzaro. Dove pubblicò le sue prime cose, “Polsi” con poesiole e articoli per due riviste cittadine, “Il nuovo birichino calabrese” e “Rivista d’oggi”. Senza peraltro riuscire a prendere la licenza liceale. Tornerà a San Luca per l’ultima volta ai primi del 1941, per la morte del padre (lui ricorda nel 1940 in “Un treno nel Sud”, p.123: “L’ultima volta che avevo veduto la Calabria era stato alla vigilia della seconda guerra mondiale”). Ma sarà spesso a Caraffa del Bianco, dalla madre, che sta col fratello sacerdote Massimo. No, è lui stesso la Melusina del suo famoso racconto, come ha scoperto Walter Pedullà: “Si sente anche lui in carcere quando sta in Calabria”.
Dei Casamonica e dei Tredicine, clan del sottobosco affaristico di Roma, si dice in questura e nei giornali che sono abruzzesi. Il politicamente corretto non consente di dire che sono (ex) nomadi. Ma possono essere indifferentemente abruzzesi. Il politicamente corretto è scorretto.
Battisti, un killer freddo, è patrocinato dalla sorelle Bruni, le esiliate d’Italia, protetto da Lula, il presidente compagno del Brasile, sostenuto dai giornali impegnati, si sente tra le righe. È il genere Tarantino, o camorra napoletana, del killer che sghignazza mentre spara. deprecato ma evidentemente condiviso.
Dove sono i confini della barbarie, sia pure tra “noi e loro”, bene e male, legge e crimine? Grosse falle si dovrebbero aprire nel discorso delle mafie.
Nel centenario, non celebrato, del terremoto del 1908, si riscoprono soprattutto i soccorsi specifici, di questa o quella città o provincia, o organizzazione del resto d’Italia, la Croce Rossa fiorentina, i Lombardi, eccetera. Di cui alcuni hanno voluto conservare il ricordo ribattezzando i toponimi; ponte Toscano, Martirano Lombardo, eccetera. Non c’era ancora la divisione tra Nord e Sud, o perlomeno non la squalifica del Sud. L’intervento era delle persone, non dello Stato.
È un altro Sud, diretto e felice, quello che esce dall’album di ricordi e fotografie di Alan Lomax, l’etnomusicologo texano che negli anni 1950 registrò i canti popolari in Italia. “L’anno più felice della mia vita”(Saggiatore, pp.40, € 29) è un libro che è la felicità dell’essere, dell’autore. Ma anche di un Sud visto da occhi vergini, vissuto e non “scoperto”, dai prefetti e i carabinieri sabaudi, e dalla sociologia di caserma. Che ne sarebbe stato della “questione meridionale” se gli interlocutori fossero stati tanti Lomax, non necessariamente texani come lui?
leuzzi@antiit.eu
Si rievoca periodicamente la Repubblica romana, ma sottacendo l’essenziale: che era la Rivoluzione Italiana quale avrebbe dovuto essere, repubblicana, democratica e ben governata, in parallelo con i moti di indipendenza del Nord. Col suffragio universale e una costituzione. Solo fu possibile invece il Risorgimento sabaudo, col sostegno decisivo della stessa Francia di Napoleone III che aveva represso la Repubblica.
L’ultima rievocazione, la “Storia avventurosa della rivoluzione romana” di Stefano Tomassini, benché ingombra dei noti paradossi (Roma senza papa, Mazzini al governo, etc.), e ancora di più di aneddoti e curiosità, fa intravedere la verità: Roma conobbe “un periodo di disciplinato fermento tra i rocamboleschi anni precedenti e la confusione che contribuì alla sua caduta”.
AspromonteIl personaggio alvariano Argirò giura-bestemmia “per la Montagna!”. E così è: l’Aspromonte giace sotto “Gente in Aspromonte”. Sotto questo titolo fortunato, come una disgrazia. Tanto più per avere il racconto influenzato molti narratori successivi, fino al “Prete bello”, Elsa Morante, Pasolini, Pavese, e il troppo neo realismo. È il caso della realtà che copia l’autore – l’unico così potente nella letteratura italiana dopo la Milano di Manzoni.
Innumerevoli sono i rimandi di Alvaro al suo mondo originario, nei racconti, nei romanzi, nei diari, tra la Montagna e il mare Jonio. Della Calabria scrisse anche un sussidiario, non cupo, riportato alla luce da Antonio Delfino. Ma la sua Montagna resta quella di “Gente in Aspromonte”, che appare perfetta e invece è falsa – manca il silenzio, la religiosità, la tradizione, la resistenza, non disperata. Una realtà dolente. Di un’umanità che, per essere povera, è anche miserabile. Anche quando fa festa: si sa che “c’è la festa”, ma nessuno festeggia. Anche nell’infanzia, che invece è sempre spensierata. E la natura si confà, è triste come l’umanità. Mentre invece di suo la Montagna è cristallina e sorniona.
Alvaro muore nel 1956. È celebre, importante e agiato, con casa a Roma in piazza di Spagna e buen retiro in campagna a Vallerano, dove vuole essere sepolto. Il padre, che lo ha voluto ragazzo educato nel collegio esclusivo dei gesuiti a Mondragone, muore a gennaio del 1941. Una morte che (“Memoria e vita”) impone “tregua alle invidie del paese”, tra gente “fuori dal mondo”, in una casa rattoppata, col prete ubriaco: “La notte dormimmo tutti con la madre e le sorelle nella stanza dove figli siamo nati. I vetri erano rotti, i muri lesionati ancora dal terremoto (del 1908? n.d.r.), le finestre cadenti. Entrava il freddo nevoso dell’Aspromonte ed io lo riconoscevo nel sonno come un paesaggio mio”. Una presenza riconosciuta e rifiutata.
Il ritorno a casa può essere ambivalente, secondo la psicanalisi. Felice e angosciante lo dice Lou Andreas Salomé in “Aprile. Memorie su Rilke”. Una plaquette pubblicata nel 2004 che capita di leggere in coincidenza con la plaquette alvariana di Ocra Gialla, “Testi inediti e rari del Novecento”, in cui Aldo Maria Morace presenta due racconti di Alvaro “novecentista”, sotto il titolo “Viaggi attraverso le cose”, spiegando che non c’è vita senza “passato e memoria”.
Morace trova tema alvariano, “estetizzante”, il “trapianto impossibile in un’altra società”. Lou Salomé ricorda a Rilke come egli, tedesco, si sia “trovato” nella sua Russia, di lei. Ma anche lei concorda, non artificiosamente: “Sul suolo nativo, con le sue rocce, i suoi alberi, i suoi animali, rimane qualcosa di sacrosanto all’interno dell’umanità di ognuno”.
Questo essere nelle radici e altrove di Lou Salomé è tanto più rilevante in quanto Rilke aveva “una forte antipatia nei confronti delle proprie origini austriache”. Mentre Lou, russa, si ricorda al poeta più spesso come “noi tedeschi”.
Il racconto bello della plaquette di Morace, “Avventure”, che dava il titolo alla raccolta originaria, non più ristampata, del 1930, “Misteri e avventure”, era stato da Alvaro ripreso dal volume “L’amata alla finestra” dell’anno precedente, dove figurava nel racconto eponimo, col sottotitolo “Il ponte”. È da rivedere se questa realtà-irrealtà non sia il proprio di Alvaro. Anche e specialmente in “Gente in Aspromonte”, che è tutto meno che realista – né neo realista in anticipo, non essendo un testo politico.
Da più parti è stato detto, Pedullà, che l’ha frequentato, lo definisce “il desiderio di scappare”. Da una terra peraltro “dove non si può rimanere e da dove è impossibile fuggire” (Walter Pedullà, “Per esempio il Novecento”, p. 417). Da qui, forse, un “complesso di colpa, ma anche l’urto rinnovato, il disprezzo se non l’odio”. La fuga è una condanna, risentita. Che perpetuamente si rinnova.
“Il narratore ha visto la Calabria quasi solo da bambino”, dice Pedullà (id., p.426). No, Alvaro è cresciuto a San Luca fino ai dieci anni, gli anni “miei più vasti e lunghi e popolati”. Tornò in Calabria a quindici anni, per fare la quinta ginnasio e poi il liceo a Catanzaro. Dove pubblicò le sue prime cose, “Polsi” con poesiole e articoli per due riviste cittadine, “Il nuovo birichino calabrese” e “Rivista d’oggi”. Senza peraltro riuscire a prendere la licenza liceale. Tornerà a San Luca per l’ultima volta ai primi del 1941, per la morte del padre (lui ricorda nel 1940 in “Un treno nel Sud”, p.123: “L’ultima volta che avevo veduto la Calabria era stato alla vigilia della seconda guerra mondiale”). Ma sarà spesso a Caraffa del Bianco, dalla madre, che sta col fratello sacerdote Massimo. No, è lui stesso la Melusina del suo famoso racconto, come ha scoperto Walter Pedullà: “Si sente anche lui in carcere quando sta in Calabria”.
Dei Casamonica e dei Tredicine, clan del sottobosco affaristico di Roma, si dice in questura e nei giornali che sono abruzzesi. Il politicamente corretto non consente di dire che sono (ex) nomadi. Ma possono essere indifferentemente abruzzesi. Il politicamente corretto è scorretto.
Battisti, un killer freddo, è patrocinato dalla sorelle Bruni, le esiliate d’Italia, protetto da Lula, il presidente compagno del Brasile, sostenuto dai giornali impegnati, si sente tra le righe. È il genere Tarantino, o camorra napoletana, del killer che sghignazza mentre spara. deprecato ma evidentemente condiviso.
Dove sono i confini della barbarie, sia pure tra “noi e loro”, bene e male, legge e crimine? Grosse falle si dovrebbero aprire nel discorso delle mafie.
Nel centenario, non celebrato, del terremoto del 1908, si riscoprono soprattutto i soccorsi specifici, di questa o quella città o provincia, o organizzazione del resto d’Italia, la Croce Rossa fiorentina, i Lombardi, eccetera. Di cui alcuni hanno voluto conservare il ricordo ribattezzando i toponimi; ponte Toscano, Martirano Lombardo, eccetera. Non c’era ancora la divisione tra Nord e Sud, o perlomeno non la squalifica del Sud. L’intervento era delle persone, non dello Stato.
È un altro Sud, diretto e felice, quello che esce dall’album di ricordi e fotografie di Alan Lomax, l’etnomusicologo texano che negli anni 1950 registrò i canti popolari in Italia. “L’anno più felice della mia vita”(Saggiatore, pp.40, € 29) è un libro che è la felicità dell’essere, dell’autore. Ma anche di un Sud visto da occhi vergini, vissuto e non “scoperto”, dai prefetti e i carabinieri sabaudi, e dalla sociologia di caserma. Che ne sarebbe stato della “questione meridionale” se gli interlocutori fossero stati tanti Lomax, non necessariamente texani come lui?
leuzzi@antiit.eu
Stati Generali - con ghigliottina?
Sembra un vaudeville, ma sono la politica e il business del millennio: incassato l’assegno di Berlusconi, la Fiat torna subito ad attaccarlo. Assegno staccato a malincuore, si sa, ma che ha riempito a fine settimana di nuovo gli autosaloni. Non solo, Berlsuconi si è anche piegato a usare le Lancia e le Alfe per girare per Roma, invece delle Audi che esibiva, ma la durezza dei torinesi non si è scalfita. Lunedì il presidente della Fiat Montezemolo, col sostegno del fidato, in questo caso, “Corriere della sera”, ha chiesto, niente di meno, di riportare Epifani e Veltroni alla guida dell’Italia, con la scusa della crisi che è tutti noi. Lo ha chiesto mentre si consumava il disastro in Sardegna, ma non importa, l’odio della Fiat contro Berlusconi è inestinguibile.
Quella di Montezemolo non è immoralità: il presidente della Fiat è uno simpatico, essendo sempre stato presidente di qualcosa senza mai lavorare un giorno in vita sua. È anche l’erede che la Famiglia ha trovato al defunto Avvocato Agnelli, e questo sarà di grande aiuto agli storici. Montezemolo stesso è “tutti noi”, non è qui per faticare: la sua è commedia dell’arte, in cui ognuno recita invariabilmente il suo ruolo, e la Fiat invariabilmente quello della resistenza a Berlusconi. Anche perché non ci perde: gli assegni di Berlusconi sono obbligatori, mentre Epifani può assicurare, chissà, la santità.
Questo fa capire che il suo potrebbe anche non essere cinismo: di un’entratura in paradiso ci sarà bisogno se siamo, come il lieve presidente della Fiat dice, agli Stati Generali. Che è roba, come si sa, della Rivoluzione francese. La quale evoca lo zácchete della ghigliottina. E uno non sa, ecco il problema, se non conviene augurarsela - anche così Montezemolo è tutti noi.
Quella di Montezemolo non è immoralità: il presidente della Fiat è uno simpatico, essendo sempre stato presidente di qualcosa senza mai lavorare un giorno in vita sua. È anche l’erede che la Famiglia ha trovato al defunto Avvocato Agnelli, e questo sarà di grande aiuto agli storici. Montezemolo stesso è “tutti noi”, non è qui per faticare: la sua è commedia dell’arte, in cui ognuno recita invariabilmente il suo ruolo, e la Fiat invariabilmente quello della resistenza a Berlusconi. Anche perché non ci perde: gli assegni di Berlusconi sono obbligatori, mentre Epifani può assicurare, chissà, la santità.
Questo fa capire che il suo potrebbe anche non essere cinismo: di un’entratura in paradiso ci sarà bisogno se siamo, come il lieve presidente della Fiat dice, agli Stati Generali. Che è roba, come si sa, della Rivoluzione francese. La quale evoca lo zácchete della ghigliottina. E uno non sa, ecco il problema, se non conviene augurarsela - anche così Montezemolo è tutti noi.
lunedì 16 febbraio 2009
L'opinione pubblica in epoca plebiscitaria (3)
(Il testo che segue, sull’irrilevanza dell’opinione pubblica con le nuove tecniche dell’informazione in epoca plebiscitaria, è il § 74 di “Der Arbeiter” di Ernst Jünger, pubblicato nel 1932 e riproposto, su iniziativa di Heidegger, nel 1963(l'ultima edizione italiana è di Guanda, 2004))
Bisogna ancora aggiungere due parole sul fatto che la ricettività intellettuale della categoria passiva che costituisce il vero pubblico dei lettori tende con una grande rapidità verso una forma che esclude senza speranza ogni influenza dell’intelligenza liberale. Tutte le questioni culturali, psicologiche e sociali annoiano incredibilmente questa categoria, che è altrettanto incapace di percepire il raffinamento dei mezzi d’espressione. L’intelligenza di questa categoria, uscita in bella unità da tutti i ceti della vecchia società e che prolifera ogni giorno di più, ha un bell’impadronirsi dei più sottili dettagli tecnici con molta penetrazione e sicurezza, non resta meno indifferente e ogni genere di conversazione che renda la vita preziosa all’individuo. È una modifica dell’intelligenza che corrisponde a un paesaggio differente, in seno al quale l’ideale di cultura borghese non sa ormai che accrescere la sofferenza in proporzioni inaudite. Ci sarebbe quasi da provare talvolta pietà per queste intelligenze che hanno sempre più difficoltà a produrre esperienze uniche, se si pensa che, nel migliore dei casi, una tale performance sarebbe percepita come una specie di assolo di sassofono sentimentale.
Tutti gli elementi di questa situazione emergono ancora più chiaramente nei mezzi d’informazione tipici che bisognerà considerare i mezzi del XXmo secolo, la radio e il cinema. Non c’è niente di più divertente dei tentativi di certi burattini di sottomettere ai criteri di un concetto liberale della cultura dei mezzi così univoci, concreti, e destinati a compiti radicalmente diversi – questi personaggi che si prendono per critici della cultura e non sono che i garzoni parrucchieri della civiltà. Un colpo d’occhio superficiale su questi mezzi basta già a mostrare che non può trattarsi di organi della libertà d’opinione in senso tradizionale. Tutto ciò che è semplice opinione si rivela qui al contrario inessenziale al massimo. Questi mezzi dunque sono così inadatti a giocare un ruolo come strumenti di un partito come lo sono a conferire risonanza all’individuo. L’ambiente in cui l’individuo può agire è distrutto dalla semplice esistenza della voce artificiale e del fermo immagine prodotto attraverso la luce. Qui solo il tipo(1) può agire, perché esso solo è in rapporto con la metafisica di questi mezzi. Se si portano sempre più i giudizi sulla qualità tecnica è che al fondo si tratta di apprezzare in che misura si è già giunti alla padronanza di una lingua di un’altra natura. Il giudizio che decide che un film è “buono” o “cattivo” è fondato su presupposti che non sono né morali, né legati a concezioni del mondo o a mentalità. Che si tratti di una storia d’amore, di un film poliziesco, o di una propaganda bolscevica, si apprezza soltanto il grado di riuscita nella padronanza dei mezzi tecnici. Ora, questa padronanza è una legittimazione rivoluzionaria - una rappresentazione cioè della figura del Lavoratore con l’aiuto di mezzi grazie ai quali questa figura mobilita il mondo.
Si tratta qui degli organi che una volontà di un’altra natura comincia a crearsi. In questo spazio, gli atomi non riposano in quell’anarchia latente che è la condizione della libertà d’opinione e che ha finito per provocare situazioni in cui l’azione di questa opinione si annulla da sé, perché la diffidenza generica prevale sulla ricettività. Ci si è abituati ad accogliere ogni notizia prevedendo già la smentita che seguirà. Siamo giunti a una tale inflazione della libertà d’opinione che l’opinione è svalutata prima ancora che ci sia il tempo di pubblicarla. La disposizione degli atomi ha perduto il carattere univoco che regna in un campo di forza elettromagnetico. Lo spazio presenta una unità chiusa, e si è sviluppato un istinto sempre più selettivo per le cose che si vogliono sapere e per quelle che non si vogliono sapere.
Sarebbe d’altronde sbagliato pensare che si tratta qui unicamente di una rafforzamento della centralizzazione, nel senso, per esempio, in cui la persona assoluta sapeva porsi al centro delle cose. Nello spazio totale non c’è, in questo senso, centro né residenza, che sia la residenza del principe o dell’opinione pubblica, così come ha perduto ogni importanza la differenza tra la città e la campagna. Meglio, ogni punto possiede potenzialmente il significo di un centro. Questo è qualcosa di angosciante, che richiama il lampeggiare muto delle luci d’allarme quando un settore qualsiasi di questo spazio – che sia un’area minacciata, un grande processo, un evento sportivo, una catastrofe naturale o la cabina di un aereo – diventa d’improvviso il centro della percezione e, insieme, dell’azione, e quando si forma attorno ad esso un cerchio denso di occhi e orecchie artificiali. Il fenomeno possiede qualcosa di molto obiettivo, di molto necessario, e i suoi movimenti somigliano a quelli che un ricercatore constata con il suo telescopio o microscopio. Giustamente, lo sgomento s’impadronì del mondo quando si seppe nel 1932 che la radio aveva organizzato in Manciuria un sevizio d’informazione diretto sul campo di battaglia. Quando si guardano le attualità politiche che fanno parte dei compiti d’informazione del cinema, è chiaro che comincia svilupparvisi un altro genere di comprensione, un altro genere di lettura. Il varo di una nave, un dramma in miniera,una corsa automobilistica, una festa di bambini, l’impatto delle granate che partono e cadono su qualche punto della terra devastandolo, l’alternanza di voci entusiaste, gioiose, eccitate, disperate, tutto questo è captato e restituito da un mezzo di precisione impalcabile, e presenta un condensato che dà a vedere l’insieme dei rapporti umani sotto una luce diversa.
Va da sé che l’opinione pubblica deve apparire qui come una realtà intieramente diversa. L’opinione pubblica rende giustamente tabù i campi decisivi, in modo che la libera opinione non possa prenderli nel suo campo visivo. Le modiche che si producono nel paesaggio inducono in errore, fanno dimenticare che non disponiamo per osservare che di una sola finestra, di un unico dettaglio.
Bisogna inoltre dire che da una parte l’individuo tenta ancora oggi di servirsi dei media in un senso inadatto alla loro natura, e che d’altra parte la loro perfezione crescente svela sempre più chiaramente questa natura. Non si tratta qui di mezzi distrazione – e anche quando ne hanno l’apparenza, bisogna considerare che le distrazioni, l’organizzazione di grandi giochi, si presentano sempre più nettamente come un compito di ordine pubblico, e dunque come una funzione del catetere totale del lavoro.
Il senso decisivo del fenomeno deve apparire come una trasformazione degli strumenti sociali in strumenti pubblici, che gli agenti utilizzano in quanto organi pubblici. In uno spazio molto chiuso, molto prevedibile, in cui la simultaneità, l’univocità e l’obiettività dell’esperienza vissuta si accrescono, l’opinione pubblica appare una grandezza modificata; allo stesso modo la categoria umana decisionale ha perduto ogni rapporto con la libera opinione per il fatto di segnalarsi su presupposti razziali. S’intuisce già oggi che si compie qui un tipo di conio che la libera opinione non è mai stata capace d’instaurare, un conio che comanda fino all’espressione del viso e al suono della voce.
(1)Sul tipo v. nota alla puntata precedente.
(Fine. Le precedenti puntate sono uscite il 28 e il31 gennaio)
Bisogna ancora aggiungere due parole sul fatto che la ricettività intellettuale della categoria passiva che costituisce il vero pubblico dei lettori tende con una grande rapidità verso una forma che esclude senza speranza ogni influenza dell’intelligenza liberale. Tutte le questioni culturali, psicologiche e sociali annoiano incredibilmente questa categoria, che è altrettanto incapace di percepire il raffinamento dei mezzi d’espressione. L’intelligenza di questa categoria, uscita in bella unità da tutti i ceti della vecchia società e che prolifera ogni giorno di più, ha un bell’impadronirsi dei più sottili dettagli tecnici con molta penetrazione e sicurezza, non resta meno indifferente e ogni genere di conversazione che renda la vita preziosa all’individuo. È una modifica dell’intelligenza che corrisponde a un paesaggio differente, in seno al quale l’ideale di cultura borghese non sa ormai che accrescere la sofferenza in proporzioni inaudite. Ci sarebbe quasi da provare talvolta pietà per queste intelligenze che hanno sempre più difficoltà a produrre esperienze uniche, se si pensa che, nel migliore dei casi, una tale performance sarebbe percepita come una specie di assolo di sassofono sentimentale.
Tutti gli elementi di questa situazione emergono ancora più chiaramente nei mezzi d’informazione tipici che bisognerà considerare i mezzi del XXmo secolo, la radio e il cinema. Non c’è niente di più divertente dei tentativi di certi burattini di sottomettere ai criteri di un concetto liberale della cultura dei mezzi così univoci, concreti, e destinati a compiti radicalmente diversi – questi personaggi che si prendono per critici della cultura e non sono che i garzoni parrucchieri della civiltà. Un colpo d’occhio superficiale su questi mezzi basta già a mostrare che non può trattarsi di organi della libertà d’opinione in senso tradizionale. Tutto ciò che è semplice opinione si rivela qui al contrario inessenziale al massimo. Questi mezzi dunque sono così inadatti a giocare un ruolo come strumenti di un partito come lo sono a conferire risonanza all’individuo. L’ambiente in cui l’individuo può agire è distrutto dalla semplice esistenza della voce artificiale e del fermo immagine prodotto attraverso la luce. Qui solo il tipo(1) può agire, perché esso solo è in rapporto con la metafisica di questi mezzi. Se si portano sempre più i giudizi sulla qualità tecnica è che al fondo si tratta di apprezzare in che misura si è già giunti alla padronanza di una lingua di un’altra natura. Il giudizio che decide che un film è “buono” o “cattivo” è fondato su presupposti che non sono né morali, né legati a concezioni del mondo o a mentalità. Che si tratti di una storia d’amore, di un film poliziesco, o di una propaganda bolscevica, si apprezza soltanto il grado di riuscita nella padronanza dei mezzi tecnici. Ora, questa padronanza è una legittimazione rivoluzionaria - una rappresentazione cioè della figura del Lavoratore con l’aiuto di mezzi grazie ai quali questa figura mobilita il mondo.
Si tratta qui degli organi che una volontà di un’altra natura comincia a crearsi. In questo spazio, gli atomi non riposano in quell’anarchia latente che è la condizione della libertà d’opinione e che ha finito per provocare situazioni in cui l’azione di questa opinione si annulla da sé, perché la diffidenza generica prevale sulla ricettività. Ci si è abituati ad accogliere ogni notizia prevedendo già la smentita che seguirà. Siamo giunti a una tale inflazione della libertà d’opinione che l’opinione è svalutata prima ancora che ci sia il tempo di pubblicarla. La disposizione degli atomi ha perduto il carattere univoco che regna in un campo di forza elettromagnetico. Lo spazio presenta una unità chiusa, e si è sviluppato un istinto sempre più selettivo per le cose che si vogliono sapere e per quelle che non si vogliono sapere.
Sarebbe d’altronde sbagliato pensare che si tratta qui unicamente di una rafforzamento della centralizzazione, nel senso, per esempio, in cui la persona assoluta sapeva porsi al centro delle cose. Nello spazio totale non c’è, in questo senso, centro né residenza, che sia la residenza del principe o dell’opinione pubblica, così come ha perduto ogni importanza la differenza tra la città e la campagna. Meglio, ogni punto possiede potenzialmente il significo di un centro. Questo è qualcosa di angosciante, che richiama il lampeggiare muto delle luci d’allarme quando un settore qualsiasi di questo spazio – che sia un’area minacciata, un grande processo, un evento sportivo, una catastrofe naturale o la cabina di un aereo – diventa d’improvviso il centro della percezione e, insieme, dell’azione, e quando si forma attorno ad esso un cerchio denso di occhi e orecchie artificiali. Il fenomeno possiede qualcosa di molto obiettivo, di molto necessario, e i suoi movimenti somigliano a quelli che un ricercatore constata con il suo telescopio o microscopio. Giustamente, lo sgomento s’impadronì del mondo quando si seppe nel 1932 che la radio aveva organizzato in Manciuria un sevizio d’informazione diretto sul campo di battaglia. Quando si guardano le attualità politiche che fanno parte dei compiti d’informazione del cinema, è chiaro che comincia svilupparvisi un altro genere di comprensione, un altro genere di lettura. Il varo di una nave, un dramma in miniera,una corsa automobilistica, una festa di bambini, l’impatto delle granate che partono e cadono su qualche punto della terra devastandolo, l’alternanza di voci entusiaste, gioiose, eccitate, disperate, tutto questo è captato e restituito da un mezzo di precisione impalcabile, e presenta un condensato che dà a vedere l’insieme dei rapporti umani sotto una luce diversa.
Va da sé che l’opinione pubblica deve apparire qui come una realtà intieramente diversa. L’opinione pubblica rende giustamente tabù i campi decisivi, in modo che la libera opinione non possa prenderli nel suo campo visivo. Le modiche che si producono nel paesaggio inducono in errore, fanno dimenticare che non disponiamo per osservare che di una sola finestra, di un unico dettaglio.
Bisogna inoltre dire che da una parte l’individuo tenta ancora oggi di servirsi dei media in un senso inadatto alla loro natura, e che d’altra parte la loro perfezione crescente svela sempre più chiaramente questa natura. Non si tratta qui di mezzi distrazione – e anche quando ne hanno l’apparenza, bisogna considerare che le distrazioni, l’organizzazione di grandi giochi, si presentano sempre più nettamente come un compito di ordine pubblico, e dunque come una funzione del catetere totale del lavoro.
Il senso decisivo del fenomeno deve apparire come una trasformazione degli strumenti sociali in strumenti pubblici, che gli agenti utilizzano in quanto organi pubblici. In uno spazio molto chiuso, molto prevedibile, in cui la simultaneità, l’univocità e l’obiettività dell’esperienza vissuta si accrescono, l’opinione pubblica appare una grandezza modificata; allo stesso modo la categoria umana decisionale ha perduto ogni rapporto con la libera opinione per il fatto di segnalarsi su presupposti razziali. S’intuisce già oggi che si compie qui un tipo di conio che la libera opinione non è mai stata capace d’instaurare, un conio che comanda fino all’espressione del viso e al suono della voce.
(1)Sul tipo v. nota alla puntata precedente.
(Fine. Le precedenti puntate sono uscite il 28 e il31 gennaio)
Il Risorgimento da dieci lire
Estremamente nuovo, oltre che al solito brillante, quest’ultimo libro di Alvaro (edito postumo da Bompiani nel 1958, a cura di Frateili), l’unico che non si ripubblica, e non molte biblioteche hanno.
Senza saperlo Alvaro s’interroga sull’unità, da cui origina il “Sud”: “Tutti i paesi hanno un Sud”, comincia il libro sorprendente, su cui scaricano i problemi sociali. E sradica, senza volerlo, il Risorgimento sabaudo, con la storia delle “dieci lire”: alle stazioni nel 1940 Alvaro trova madri che salutano i figli con “addio” e “via la guerra”, questo in Calabria, che abita “il popolo forse più patriarcale d’Italia, i cui legami familiari sono tenerissimi”. Assurdo? Per il militare in guerra il governo pagava un soldo di dieci lire al giorno, in aggiunta alla sua alimentazione, che veniva garantito anche, sotto forma di pensione, in caso di morte.
Corrado Alvaro, Un treno nel Sud
Senza saperlo Alvaro s’interroga sull’unità, da cui origina il “Sud”: “Tutti i paesi hanno un Sud”, comincia il libro sorprendente, su cui scaricano i problemi sociali. E sradica, senza volerlo, il Risorgimento sabaudo, con la storia delle “dieci lire”: alle stazioni nel 1940 Alvaro trova madri che salutano i figli con “addio” e “via la guerra”, questo in Calabria, che abita “il popolo forse più patriarcale d’Italia, i cui legami familiari sono tenerissimi”. Assurdo? Per il militare in guerra il governo pagava un soldo di dieci lire al giorno, in aggiunta alla sua alimentazione, che veniva garantito anche, sotto forma di pensione, in caso di morte.
Corrado Alvaro, Un treno nel Sud
Ombre - 14
“La velocità di peggioramento della crisi economica mondiale va diminuendo”, ha detto Draghi al G7 a Roma. Chissà come lo avrà detto in inglese – Draghi rispondeva in inglese ai giornalisti stranieri?
Il questore di Napoli spiega compito al telegiornale, in perfetto napoletano, che gli immigrati violenti non si possono tenere dentro perché danno generalità false. Ma dare generalità false non è un (altro) reato?
Questa Napoli fa sognare, non s'immaginerebbero mai questi livelli di logica burocratica, è irresistibile, Totò e Eduardo insieme. Ma dovrebbe, ogni tanto, avere pietà del resto del paese, troppo spasso, troppe minacce alla coronarie, si incrementa il deficit della sanità, eccetera.
Per bocca del portavoce del commissario Ue alla Giustizia la cacciata alla frontiera britannica del deputato olandese Wilders non è in contrasto con le regole sulla libera circolazione dei cittadini. Secondo lo stesso portavoce spetta a ciascun Stato membro decidere se esistano o meno ragioni di sicurezza per negare un ingresso a cittadini europei sul proprio territorio, «sulla base di tre ragioni: ordine pubblico, pubblica sicurezza e salute pubblica». Lo stesso Barrot con lo stesso portavoce hanno tuonato a ottobre, novembre e dicembre con i tentativi italiani di arrestare la fiumana di delinquenti che da Est si è trasferita in Italia. Negando con asprezza che ci sia un delitto di clandestinità, se qualcuno dà generalità false, o non ottempera a una sentenza di espulsione.
Wilders è un deputato xenofobo e quindi la sua espulsione da Londra può anche fare piacere. Ma chi è Barrot? Un qualche politicante trombato che ha avuto il posto a Bruxelles. Barrot è in realtà il suo portavoce, Michele Cercone, che brama di fare carriera politica nel Pd, il partito di Veltroni. Sparando cazzate. Per i giornali italiani, di bocca così buona.
Lo stupro particolarmente feroce, ripetuto, di un branco su una ragazzina di quattordici anni è punito a Brescia con una ramanzina. Nemmeno l’obbligo di consultare uno psichiatra, uno psicologo. Con la possibilità per gli stupratori di tornare subito a scuola, la stessa della ragazza. A opera di due giudici, a termini di ordinamento il Procuratore della Repubblica è egli stesso un giudice. Facendo giustizia anche delle aggravanti, la minore età della vittima, lo sballo degli stupratori, la associazione a delinquere.
C’è costanza nella ferocia dei giudici italiani, nel loro beffardo e impunito sadismo. Proteggendosi con gli “obblighi di legge”: le procedure, le tipologie di reato, l’età dei trasgressori. Cioè si divertono, per idiozia o malvagità, e pretendono pure di nascondere l’insensatezza. Non sarà diverso il ghigno del diavolo. Per un disegno eversivo che è ormai il loro dna. Senza progetto - chi potrebbe mai progettare alcunché con tale materiale umano? - ma radicato con la imperseguibilità nella onnipotenza. La questione morale è la stessa questione morale.
Un furto da trenta euro, sempre a Brescia, è punito da altro giudice con sei anni di carcere.
D’incanto la corruzione è tutta a sinistra. Nella sanità, l’immobiliare, le opere pubbliche, gli appalti, e anche nelle intercettazioni, a Roma, Napoli, Firenze, Pescara, Ancona, Casal di Principe, Castellammare di Stabia. Poiché è statisticamente impossibile che non ci sia più corruzione a destra, cos’è successo? È successo che questo governo di destra dura cinque anni, e riformerò gli assetti (le carriere) dei magistrati. La vera questione morale è la questione morale.
Dal 2000 sono stati 350 miliardi di dollari gli introiti legali, per consulenze e premi, degli speculatori a Wall Street. La metà di quanto costa ora il salvataggio dell’economia Usa. Quelli non legali - d’affari, di mercato, d’abilità – saranno dieci volte tanto?
È la crisi della corruzione, senza dubbio, della frode. Ma i ladri si difendono con i principi, e nessuno li condanna. Proprio nessuno, a parte i sermoni, compreso il potentissimo, carismatico, democratico, presidente americano Obama.
“ Le sentenze non si commentano, si impugnano”. Nell’ingiunzione del presidente della Corte d’Appello di Milano all’inaugurazione del suo anno giudiziario c’è tutto il fascismo della magistratura italiana, l’unico ordine istituzionale non defascistizzato, con gli ermellini, le eccellenze, gli attendenti. Il dottor Grechi sarà sicuramente un democratico, magari del Pd, oppure di Rifondazione, e avrà pure “fatto la Resistenza” (il genere è però in via di sparizione anagrafica), ma la sostanza è quella: non rompete i coglioni. Le sentenze infatti s’impugnano davanti a un altro magistrato, uguale e non contrario.
La corte d’Appello del dottor Grechi tra l’altro ha decretato la morte per Eluana Englaro, ma senza dire né come, né quando, né il boia, cose tutte necessarie poiché lo Stato italiano non ha più la pena di morte né gli apparati a essa connessi. È una sentenza anche tecnicamente fatta male. Anche perché non è una vera sentenza, ma una sorta di arbitrato, un parere su richiesta di parte. Ma guai a dirlo, i magistrati s’incazzano, e magari, con alcune migliaia d’intercettazioni…
“Io non sapevo chi veniva coinvolto. Erano scelte di Genchi”, si difende De Magistris al Copasir, il comitato parlamentare per i sevizi segreti. Il magistrato dice che le sue inchieste le faceva l’ex poliziotto Genchi. Da tempo girano dossier di inquirenti, in cerca di magistrati che li facciano propri, ora ce n’è la conferma ufficiale, in atti. Ma nessuno è condannato, nemmeno rimproverato. Il Copasir è anzi contento che De Magistris, il magistrato “figlio di magistrato, nipote di magistrato”, se ne tiri fuori.
Forse ha ragione De Magistris quando accusa, negandolo, Rutelli, il presidente del Copasir.
Il questore di Napoli spiega compito al telegiornale, in perfetto napoletano, che gli immigrati violenti non si possono tenere dentro perché danno generalità false. Ma dare generalità false non è un (altro) reato?
Questa Napoli fa sognare, non s'immaginerebbero mai questi livelli di logica burocratica, è irresistibile, Totò e Eduardo insieme. Ma dovrebbe, ogni tanto, avere pietà del resto del paese, troppo spasso, troppe minacce alla coronarie, si incrementa il deficit della sanità, eccetera.
Per bocca del portavoce del commissario Ue alla Giustizia la cacciata alla frontiera britannica del deputato olandese Wilders non è in contrasto con le regole sulla libera circolazione dei cittadini. Secondo lo stesso portavoce spetta a ciascun Stato membro decidere se esistano o meno ragioni di sicurezza per negare un ingresso a cittadini europei sul proprio territorio, «sulla base di tre ragioni: ordine pubblico, pubblica sicurezza e salute pubblica». Lo stesso Barrot con lo stesso portavoce hanno tuonato a ottobre, novembre e dicembre con i tentativi italiani di arrestare la fiumana di delinquenti che da Est si è trasferita in Italia. Negando con asprezza che ci sia un delitto di clandestinità, se qualcuno dà generalità false, o non ottempera a una sentenza di espulsione.
Wilders è un deputato xenofobo e quindi la sua espulsione da Londra può anche fare piacere. Ma chi è Barrot? Un qualche politicante trombato che ha avuto il posto a Bruxelles. Barrot è in realtà il suo portavoce, Michele Cercone, che brama di fare carriera politica nel Pd, il partito di Veltroni. Sparando cazzate. Per i giornali italiani, di bocca così buona.
Lo stupro particolarmente feroce, ripetuto, di un branco su una ragazzina di quattordici anni è punito a Brescia con una ramanzina. Nemmeno l’obbligo di consultare uno psichiatra, uno psicologo. Con la possibilità per gli stupratori di tornare subito a scuola, la stessa della ragazza. A opera di due giudici, a termini di ordinamento il Procuratore della Repubblica è egli stesso un giudice. Facendo giustizia anche delle aggravanti, la minore età della vittima, lo sballo degli stupratori, la associazione a delinquere.
C’è costanza nella ferocia dei giudici italiani, nel loro beffardo e impunito sadismo. Proteggendosi con gli “obblighi di legge”: le procedure, le tipologie di reato, l’età dei trasgressori. Cioè si divertono, per idiozia o malvagità, e pretendono pure di nascondere l’insensatezza. Non sarà diverso il ghigno del diavolo. Per un disegno eversivo che è ormai il loro dna. Senza progetto - chi potrebbe mai progettare alcunché con tale materiale umano? - ma radicato con la imperseguibilità nella onnipotenza. La questione morale è la stessa questione morale.
Un furto da trenta euro, sempre a Brescia, è punito da altro giudice con sei anni di carcere.
D’incanto la corruzione è tutta a sinistra. Nella sanità, l’immobiliare, le opere pubbliche, gli appalti, e anche nelle intercettazioni, a Roma, Napoli, Firenze, Pescara, Ancona, Casal di Principe, Castellammare di Stabia. Poiché è statisticamente impossibile che non ci sia più corruzione a destra, cos’è successo? È successo che questo governo di destra dura cinque anni, e riformerò gli assetti (le carriere) dei magistrati. La vera questione morale è la questione morale.
Dal 2000 sono stati 350 miliardi di dollari gli introiti legali, per consulenze e premi, degli speculatori a Wall Street. La metà di quanto costa ora il salvataggio dell’economia Usa. Quelli non legali - d’affari, di mercato, d’abilità – saranno dieci volte tanto?
È la crisi della corruzione, senza dubbio, della frode. Ma i ladri si difendono con i principi, e nessuno li condanna. Proprio nessuno, a parte i sermoni, compreso il potentissimo, carismatico, democratico, presidente americano Obama.
“ Le sentenze non si commentano, si impugnano”. Nell’ingiunzione del presidente della Corte d’Appello di Milano all’inaugurazione del suo anno giudiziario c’è tutto il fascismo della magistratura italiana, l’unico ordine istituzionale non defascistizzato, con gli ermellini, le eccellenze, gli attendenti. Il dottor Grechi sarà sicuramente un democratico, magari del Pd, oppure di Rifondazione, e avrà pure “fatto la Resistenza” (il genere è però in via di sparizione anagrafica), ma la sostanza è quella: non rompete i coglioni. Le sentenze infatti s’impugnano davanti a un altro magistrato, uguale e non contrario.
La corte d’Appello del dottor Grechi tra l’altro ha decretato la morte per Eluana Englaro, ma senza dire né come, né quando, né il boia, cose tutte necessarie poiché lo Stato italiano non ha più la pena di morte né gli apparati a essa connessi. È una sentenza anche tecnicamente fatta male. Anche perché non è una vera sentenza, ma una sorta di arbitrato, un parere su richiesta di parte. Ma guai a dirlo, i magistrati s’incazzano, e magari, con alcune migliaia d’intercettazioni…
“Io non sapevo chi veniva coinvolto. Erano scelte di Genchi”, si difende De Magistris al Copasir, il comitato parlamentare per i sevizi segreti. Il magistrato dice che le sue inchieste le faceva l’ex poliziotto Genchi. Da tempo girano dossier di inquirenti, in cerca di magistrati che li facciano propri, ora ce n’è la conferma ufficiale, in atti. Ma nessuno è condannato, nemmeno rimproverato. Il Copasir è anzi contento che De Magistris, il magistrato “figlio di magistrato, nipote di magistrato”, se ne tiri fuori.
Forse ha ragione De Magistris quando accusa, negandolo, Rutelli, il presidente del Copasir.
martedì 10 febbraio 2009
I veri preti sono i laici
L’ipocrisia non cessa e anzi monta nell’affare Englaro, ed è dei laici che ne hanno voluto la morte. Che anche somaticamente ripetono i clichè del clericalismo: l’unzione, le pappagorge, e l’intima soddisfazione della tartufferia. Anche a costo di mettere in crisi le istituzioni più salde: il vulnus inferto alla presidenza della Repubblica e della Camera, che ora, finzione nella finzione, si rimuove, rimarrà indelebile, in diritto e nella costituzione materiale, del fare pretendendo di non fare.
Non una parola di verità dai familiari della donna, che ne hanno con determinazione, con impegno costante, con forti spese, voluto fare un caso ideologico e un precedente. Non dai politici dell’eutanasia, La Malfa, Pannella, Bonino, solitamente coraggiosi. Non dai giudici della Cassazione che sono stati i veri boia della vicenda, con una decisione illegale, di fatto e nelle procedure, senza averne competenza. Col lugubre monito: “Le sentenze si eseguono”, che ne completa lo scavo sovversivo. Su una pseudosentenza, in realtà un arbitrato civile - la cosiddetta volontaria giurisdizione. Si è sempre detto della chiesa, e obiettato, che vulle comandare, ma questo è vero soprattutto degli ipocriti che tengono sotto occupazione la laicità.
Questa ipocrisia è la stessa che, attraverso l’eugenetica costante dei paesi scandinavi e della Francia, arriva fino a Hitler. Si dice di no, ma è così, anche Hitler ragionava – era perfino umano: quando gruppi di madri lo aspettarono alla stazione di Hartheim a fine agosto 1941 per protestare contro la morte misericordiosa, mise fine al programma. Le camere a gas sono state messe a punto per l’eutanasia, la direttiva di Hitler dell’1 settembre 1939 che accordò “una morte misericordiosa” ai malati “incurabili”: con la conseguente Aktion T.4 le cliniche e gli ospedali psichiatrici furono provveduti di camere a gas, e squadre di psichiatri, neurologi, fisiatri esaminarono i candidati caso per caso, anche duemila in due giorni, i morti fino a Hartheim furono settantamila, tutti tedeschi, a tutti gli effetti. Nel caso di specie Hitler è solo questo: è lo Stato a decidere della vita e della morte. Un Hitler di oggi naturalmente, che sarebbe un mago del mercato, un po’ spensierato.
C’è un che di sinistro nel non detto dell’affare Englaro. Una buona morte sarebbe consistita nel prendersi Eluana in casa, e assisterla nei limiti del possibile. Per volerne fare una questione di principio, gli Englaro hanno solo aperto un florido business. Si possono pensare d’ora in poi i familiari deboli alla mercè dei familiari forti, ma è sempre stato così. No, la novità dell’affare è questa, che i veri preti sono i laici.
Non una parola di verità dai familiari della donna, che ne hanno con determinazione, con impegno costante, con forti spese, voluto fare un caso ideologico e un precedente. Non dai politici dell’eutanasia, La Malfa, Pannella, Bonino, solitamente coraggiosi. Non dai giudici della Cassazione che sono stati i veri boia della vicenda, con una decisione illegale, di fatto e nelle procedure, senza averne competenza. Col lugubre monito: “Le sentenze si eseguono”, che ne completa lo scavo sovversivo. Su una pseudosentenza, in realtà un arbitrato civile - la cosiddetta volontaria giurisdizione. Si è sempre detto della chiesa, e obiettato, che vulle comandare, ma questo è vero soprattutto degli ipocriti che tengono sotto occupazione la laicità.
Questa ipocrisia è la stessa che, attraverso l’eugenetica costante dei paesi scandinavi e della Francia, arriva fino a Hitler. Si dice di no, ma è così, anche Hitler ragionava – era perfino umano: quando gruppi di madri lo aspettarono alla stazione di Hartheim a fine agosto 1941 per protestare contro la morte misericordiosa, mise fine al programma. Le camere a gas sono state messe a punto per l’eutanasia, la direttiva di Hitler dell’1 settembre 1939 che accordò “una morte misericordiosa” ai malati “incurabili”: con la conseguente Aktion T.4 le cliniche e gli ospedali psichiatrici furono provveduti di camere a gas, e squadre di psichiatri, neurologi, fisiatri esaminarono i candidati caso per caso, anche duemila in due giorni, i morti fino a Hartheim furono settantamila, tutti tedeschi, a tutti gli effetti. Nel caso di specie Hitler è solo questo: è lo Stato a decidere della vita e della morte. Un Hitler di oggi naturalmente, che sarebbe un mago del mercato, un po’ spensierato.
C’è un che di sinistro nel non detto dell’affare Englaro. Una buona morte sarebbe consistita nel prendersi Eluana in casa, e assisterla nei limiti del possibile. Per volerne fare una questione di principio, gli Englaro hanno solo aperto un florido business. Si possono pensare d’ora in poi i familiari deboli alla mercè dei familiari forti, ma è sempre stato così. No, la novità dell’affare è questa, che i veri preti sono i laici.
L'Expo dopo Malpensa: monnezza a Milano
Dopo Malpensa l’Expo. Milano, l’unica grande città europea che non riesce a dotarsi di un grande aeroporto, non riesce ora a realizzare l’Expo universale. Una manifestazione che si è aggiudicata principalmente per essere la città candidata dall'Italia, cioè spendendo il nome dell’Italia. E che naturalmente, naufragando, metterà la croce sull’Italia. Magari dopo avere speso inutilmente qualche miliardo di euro. Come già a Malpensa.
“Sempre Milano scarica la sua immondizia sull’Italia”: lo diceva Malaparte ma è vero. È la maniera d’essere della città, che da un ventennio governa il paese, con i suoi giudici, i suoi politici, le sue “idee”. Con quell’incredibile caciquismo tra tutti i suoi capetti, che maschera di federalismo: i presidente della regione, il presidente della provincia, il sindaco, e l’inevitabile Bossi di tutti maestro. Milano non finisce di scaricare sull’Italia la sua superficialità. Tanto applicata all’utile privato, tanto menefreghista nel pubblico e perfino sfottente. È del resto la città che crea l’immagine di ogni realtà in Italia, dalla corruzione all’inefficienza, che dopo vent’anni di strapotere non può che dirsi milanese, e che tuttavia essa allegramente ributta sulle realtà marginali, i ministeri, la camorra, gli onorevoli siciliani, gli ospedali calabresi.
“Sempre Milano scarica la sua immondizia sull’Italia”: lo diceva Malaparte ma è vero. È la maniera d’essere della città, che da un ventennio governa il paese, con i suoi giudici, i suoi politici, le sue “idee”. Con quell’incredibile caciquismo tra tutti i suoi capetti, che maschera di federalismo: i presidente della regione, il presidente della provincia, il sindaco, e l’inevitabile Bossi di tutti maestro. Milano non finisce di scaricare sull’Italia la sua superficialità. Tanto applicata all’utile privato, tanto menefreghista nel pubblico e perfino sfottente. È del resto la città che crea l’immagine di ogni realtà in Italia, dalla corruzione all’inefficienza, che dopo vent’anni di strapotere non può che dirsi milanese, e che tuttavia essa allegramente ributta sulle realtà marginali, i ministeri, la camorra, gli onorevoli siciliani, gli ospedali calabresi.
Il mondo com'è (14)
astolfo
Antifascismo - È stato la forza del fascismo, e non solo per il principio dialettico. Debole, litigioso. Che restringe con la faziosità l’opposizione invece di farla lievitare. Una opposizione divisa, faziosa, può isterilire l’opposizione più vasta degli animi. L’unico suo esito è “Cristo s’è fermato a Eboli”. Ma è stato pubblicato nel 1945.
Islam e Usa – Il conto non è ancora saldato tra l’islam e gli Stati Uniti, c’è qualcosa di oscuro nell’emergere dell’islam a questione mondiale principale. È così che dei quattro handicap con cui la presidenza Obama parte, ben tre, crisi economica a parte, si trovano in campo islamico: l’Afghanistan, che Obama non può perdere, la bomba iraniana, che non può consentire, e una qualche pace in Palestina. Un quarto handicap in campo islamico forse l’ha risolto, in Iraq, ma allora grazie alla determinazione del deprecato Bush.
Oltre che inevitabili, i tre handicap sono allo stato insuperabili. Anche perché gli Usa continuano a non avere una dottrina e una strategia in campo islamico: in questi trent’anni di khomeinismo, hanno continuato a barcamenarsi tra la vecchia dottrina della diga antisovversiva, creata negli anni 1970 con Zia ul Haq in Pakistan, da cui discende l’estremismo talebano e qaedista, e l’appoggio al moderato confessionalismo dell’Arabia Saudita, con cui governano il Libano e, in questa fase, l’Iraq. Non c’è una reale apertura verso l’Iran, che l’Arabia Saudita non consente, e on c’è un’adeguata pressione contro l’Iran e sul Pakistan. La storia dell’armamento nucleare iraniano è perfino singolare, avvenuta in regime di embargo economico, e ignota solo allo spionaggio americano.
Kissinger – Dal Congresso di Vienna ha cavato la globalizzazione. Una persona impacciata, anche nell’espressione, ma con vista acuta e il sangue freddo. Dalla guerra sconfinata perduta in Vietnam e l’implosione dell’America, fu a rischio lo stesso solidissimo impianto costituzionale e istituzionale degli Usa, con l’Europa alle calcagna, dell’Est e dell’Ovest, e il Giappone, e l’America Latina, senza dollaro, fa una cosa semplice: lancia l’amo all’Asia, degli arabi, dell’Islam (di Zia ul Haq), della Cina. Una semplice mossa dell’intelletto, senza la spesa di un centesimo, senza sacrificio di vite umane, senza nemmeno le fanfare per dirlo. E dopo nemmeno vent’anni, a Tien An Men, l’America rinsalda la leadership mondiale annettendosi la Cina. Il Congresso di Vienna gli ha insegnato che ci vuole un padrone nel mondo. Ma che il potere si regge nell’equilibrio, nel mutuo interesse.
Occidente - È superiore perché ha sempre mantenuto spie: mercanti, missionari, agenti provocatori. Persone in grado di dominare le altrui culture come la propria. Gli indiani invece, e gli orientali in genere, compresi gli arabi e gli stessi cinesi, quando incontrano l’Occidente sono capaci solo di restare a bocca aperta. Da sempre vittime del complesso occidentale di superiorità. Qualcuno la rifiuta per un apriori nazionalista, gli altri si fanno servili, tutti riconoscono la superiorità dell’Occidente. Ma, poi, non c’è al mondo somma di libertà, sulla carta e reali, che eguagli quella dell’Occidente, le idee comprese e le religioni.
Russia - Conta la geopolitica e il fatto che la Russia esiste, non si è liquefatta. La cosa è nota alla diplomazia italiana, e sicuramente agli atti di quella del Cremlino, che non si può fare a meno della Russia volendo operare nell’immenso serbatoio di risorse che è il Centro Asia. Dove molte repubbliche di tipo “sovietico” sono sorte dall’Urss, che talvolta fanno dell’antirussismo l’unica ragione d'essere dei loro monocrati. Ma non c'è altra possibilità, volendo operare in quelle immense aree, in una ottica di sviluppo, che portare i capataz locali alla ragione, e cioè alla collaborazione con la Russia. Senza la quale non hanno sbocchi.
Queste cose l'Italia le sa anche per essersi ingolfata con l’Onu, e cioè con gli Usa, nella guerra in Afghanistan, che non si può vincere, e anzi si sta perdendo, senza la sponda sovietica – l’unica sponda contro il terrorismo islamico, qaedista e talebano, è il Pakistan, ed è infido. Ma si è trovata sola a perorare la fine dell’isolamento russo, contro l’ipocrisia dei potenti europei, la Francia, anche quella di Sarkozy, e la Gran Bretagna, che ancora gioca col Cremlino come nella guerra fredda, alla Le Carré – per il solo diletto, peraltro, dei media italiani, a Londra si sono già stancati. Mentre Angela Merkel, come tutti i politici che vengono dal freddo, non sa che voltare istintivamente il capo dall’altro lato.
Ora i grandi gruppi del gas, la Siemens e il Deutsche Bahn fanno campagna perché la Germania tenga conto dell’orso russo. Ma gli Stati Uniti potrebbero arrivare prima a Mosca: senza Bush-Cheney, e la loro strana politica di ostracizzare Mosca perché non è abbastanza democratica, e anzi di assediarla con la Nato, l’ostracismo è probabilmente già finito. L’America, che ha inventato i diritti umani per tenere a bada Mosca, sa come gestirli.
astolfo@antiit.eu
Antifascismo - È stato la forza del fascismo, e non solo per il principio dialettico. Debole, litigioso. Che restringe con la faziosità l’opposizione invece di farla lievitare. Una opposizione divisa, faziosa, può isterilire l’opposizione più vasta degli animi. L’unico suo esito è “Cristo s’è fermato a Eboli”. Ma è stato pubblicato nel 1945.
Islam e Usa – Il conto non è ancora saldato tra l’islam e gli Stati Uniti, c’è qualcosa di oscuro nell’emergere dell’islam a questione mondiale principale. È così che dei quattro handicap con cui la presidenza Obama parte, ben tre, crisi economica a parte, si trovano in campo islamico: l’Afghanistan, che Obama non può perdere, la bomba iraniana, che non può consentire, e una qualche pace in Palestina. Un quarto handicap in campo islamico forse l’ha risolto, in Iraq, ma allora grazie alla determinazione del deprecato Bush.
Oltre che inevitabili, i tre handicap sono allo stato insuperabili. Anche perché gli Usa continuano a non avere una dottrina e una strategia in campo islamico: in questi trent’anni di khomeinismo, hanno continuato a barcamenarsi tra la vecchia dottrina della diga antisovversiva, creata negli anni 1970 con Zia ul Haq in Pakistan, da cui discende l’estremismo talebano e qaedista, e l’appoggio al moderato confessionalismo dell’Arabia Saudita, con cui governano il Libano e, in questa fase, l’Iraq. Non c’è una reale apertura verso l’Iran, che l’Arabia Saudita non consente, e on c’è un’adeguata pressione contro l’Iran e sul Pakistan. La storia dell’armamento nucleare iraniano è perfino singolare, avvenuta in regime di embargo economico, e ignota solo allo spionaggio americano.
Kissinger – Dal Congresso di Vienna ha cavato la globalizzazione. Una persona impacciata, anche nell’espressione, ma con vista acuta e il sangue freddo. Dalla guerra sconfinata perduta in Vietnam e l’implosione dell’America, fu a rischio lo stesso solidissimo impianto costituzionale e istituzionale degli Usa, con l’Europa alle calcagna, dell’Est e dell’Ovest, e il Giappone, e l’America Latina, senza dollaro, fa una cosa semplice: lancia l’amo all’Asia, degli arabi, dell’Islam (di Zia ul Haq), della Cina. Una semplice mossa dell’intelletto, senza la spesa di un centesimo, senza sacrificio di vite umane, senza nemmeno le fanfare per dirlo. E dopo nemmeno vent’anni, a Tien An Men, l’America rinsalda la leadership mondiale annettendosi la Cina. Il Congresso di Vienna gli ha insegnato che ci vuole un padrone nel mondo. Ma che il potere si regge nell’equilibrio, nel mutuo interesse.
Occidente - È superiore perché ha sempre mantenuto spie: mercanti, missionari, agenti provocatori. Persone in grado di dominare le altrui culture come la propria. Gli indiani invece, e gli orientali in genere, compresi gli arabi e gli stessi cinesi, quando incontrano l’Occidente sono capaci solo di restare a bocca aperta. Da sempre vittime del complesso occidentale di superiorità. Qualcuno la rifiuta per un apriori nazionalista, gli altri si fanno servili, tutti riconoscono la superiorità dell’Occidente. Ma, poi, non c’è al mondo somma di libertà, sulla carta e reali, che eguagli quella dell’Occidente, le idee comprese e le religioni.
Russia - Conta la geopolitica e il fatto che la Russia esiste, non si è liquefatta. La cosa è nota alla diplomazia italiana, e sicuramente agli atti di quella del Cremlino, che non si può fare a meno della Russia volendo operare nell’immenso serbatoio di risorse che è il Centro Asia. Dove molte repubbliche di tipo “sovietico” sono sorte dall’Urss, che talvolta fanno dell’antirussismo l’unica ragione d'essere dei loro monocrati. Ma non c'è altra possibilità, volendo operare in quelle immense aree, in una ottica di sviluppo, che portare i capataz locali alla ragione, e cioè alla collaborazione con la Russia. Senza la quale non hanno sbocchi.
Queste cose l'Italia le sa anche per essersi ingolfata con l’Onu, e cioè con gli Usa, nella guerra in Afghanistan, che non si può vincere, e anzi si sta perdendo, senza la sponda sovietica – l’unica sponda contro il terrorismo islamico, qaedista e talebano, è il Pakistan, ed è infido. Ma si è trovata sola a perorare la fine dell’isolamento russo, contro l’ipocrisia dei potenti europei, la Francia, anche quella di Sarkozy, e la Gran Bretagna, che ancora gioca col Cremlino come nella guerra fredda, alla Le Carré – per il solo diletto, peraltro, dei media italiani, a Londra si sono già stancati. Mentre Angela Merkel, come tutti i politici che vengono dal freddo, non sa che voltare istintivamente il capo dall’altro lato.
Ora i grandi gruppi del gas, la Siemens e il Deutsche Bahn fanno campagna perché la Germania tenga conto dell’orso russo. Ma gli Stati Uniti potrebbero arrivare prima a Mosca: senza Bush-Cheney, e la loro strana politica di ostracizzare Mosca perché non è abbastanza democratica, e anzi di assediarla con la Nato, l’ostracismo è probabilmente già finito. L’America, che ha inventato i diritti umani per tenere a bada Mosca, sa come gestirli.
astolfo@antiit.eu
Iscriviti a:
Post (Atom)
