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lunedì 28 settembre 2009

Letture - 15

letterautore 

Galileo – Si rovesciano i ruoli curiosamente nelle celebrazioni: i laici sono per la tribunalizzazione della storia, i credenti felici che la chiesa si sia sbarazzata delle pretese tribunalizie. Curiosamente ma non troppo: questo Duemila è un seicento rovesciato, altrettanto svagato, pettegolo. La scienza è inquisitoriale, che si vuole senza limiti, fino a imporre cloni e morti precoci, i fedeli invece sono contenti che la chiesa li lasci liberi.

Nietzsche - È molto Machiavelli, nel discorso sulla fortuna (ratio irrationalis) e contro la virtù cristiana. 
 
Parola – Vale – pesa – per la quantità? Un tempo significava, aveva anche sensi forti, ampia materia ha dato alla filologia. Era l’epoca del riserbo. Ora tende all’indistinto: le parole esagerate devono esserlo sempre di più, e sono il linguaggio della politica, dell’economia, della sociologia, della giustizia (i tribunali stabiliscono che niente più è ingiurioso, visto i linguaggi correnti), perfino della tecnica, ma non dicono nulla. Quelle della filologia è da tempo che non dicono più, e bisogna inventarne di nuove, come se i concetti fossero nuovi tipi di particelle, quanti, quark, bosoni. È l’epoca della loquacità: telefono, televisione, internet, talk show, reality. C’è un’epoca per le parole significanti e una per le insignificanti? Se è così, non può essere la pace (siamo in pace da sessant’anni, malgrado tutto) il pegno del linguaggio insignificante, le passioni spente, la noia? La pace e il benessere, malgrado tutto. O necessitano le parole balzi sempre più azzardati, eccessivi, per farsi udire? O è in corso un rinnovamento semantico, un’altra specie di uomo e di linguaggio? Forse per questo la letteratura non recupera più, come ha sempre usato ciclicamente da Omero, le vecchie ambizioni di durata. 

Pirandello – Curioso il suo fascismo: tiepido, se non ostile, quando tutti erano fascisti, Croce compreso, passa con Mussolini per il delitto Matteotti. C’è una vena di bastian contrario in questo autore così poco, anzi nient’affatto eccentrico, tutto casa e lavoro? La vita coniugale, di follia ordinaria, e il rapporto virginale con Marta Abba, altra follia. Pirandello non sarebbe che un realista, dietro il linguaggio espressionista delle narrazioni, e i soggetti tagliati sul bizzarro – più che nei bozzetti siciliani. Per uno, certo, che era nato al Caos. Vicino ad Agrigento, la città di Empedocle – c’è un destino in tutti i suoi nomi, da Caos in qua. Non fa un teatro dell’assurdo ma delle possibilità. "Soltanto i pazzi sono sicuri e risoluti", direbbe il Montaigne dei "Saggi" (I, 26). Esplora altri terreni, allentando la briglia all’invenzione. Senza preoccuparsi della norma e senza esercitarsi nell’innovazione che divora se stessa. Alla maniera di Dante all’"Inferno" (XI, 93): "Che non men che saper dubbiar m’aggrada". Procede così a ranghi sciolti su un fronte vasto, da esperienze trite: la casa, la famiglia, la professione, il reddito. Ibsen irrompe nella personalità – nella personalità della morale puritana: non c’è una Nora palermitana o napoletana, e neppure lombarda. Pirandello irrompe nell’ordinario quotidiano.

Romanticismo - È una forma di femminismo. Si fa nascere da un falso, il falso Ossian, puritano, cioè portato alla morte. E questa tendenza ce l’ha, sono due secoli ormai che opprime il mondo. Ma l’idea romantica della donna e dell’amore è opera delle donne: D’Aulnoy, Monaca portoghese, Lafayette – quella dei trovatori e della cavalleria è posata, formale. Quindi nei romanzi e all’opera una serie di eroine si sono succedute, Bovary, Anna Karenina, Norma, Violetta, Tosca, Lucia, con un contorno d’imbecilli.

Roth Joseph – Wittgenstein incontra a Vienna ("Diari segreti", 6 gennaio 1915) un capitano Roth "infinitamente antipatico" a pranzo a Möndling. J. Roth è invece "infinitamente simpatico": è questa la qualità della sua prosa, accattivante. È eccezionale perché è tedesco. È l’unico scrittore tedesco (forse anche Schiller – Goethe l’avrebbe voluto) aperto alle passioni. Scrittore di cuore e non di testa. Perché è ebreo? Ma era ebreo Freud, che invece scrive di testa. C’è uno scrittore ebreo passionale e non cerebrale? Qualcuno arriva all’ironia – Singer, Philip Roth. È poeta dei reduci. Poeta in quanto non è riuscito a andare a fondo del loro dramma, da idealista buttato nel sangue e nel fango. Non si pone mai la domanda, con facile risposta: che idealismo era il suo? Per il vecchio kaiser? Per una patria che nessuno minacciava? Per acquisire un’altra identità, tedesca, comoda nello Stato plurinazionale? Se così è, è un caso drammatico dell’assimilazione – della trasmigrazione in una cultura e una società "superiori". Perché l’ironia di J. Roth, il suo senso critico, si ferma al di qua? La sua tragedia è in questo essere un moderno nessuno, vissuto e non di comodo. Si salva col dono della scrittura, da giornalista e da narratore. Può darsi che la capacità di affabulazione ottunda o acuisca l’autocritica (l’autodissoluzione, il masochismo involontario)? Heine se ne sta fuori allegramente, Kafka e J. Roth vi s’impantanano. Se l’autocoscienza è una pesca random, l’affabulazione ne ingigantisce e irrobustisce le reti micidiali.

Shakespeare – L’onestà, secondo Antonio del "Giulio Cesare", è la forma più raffinata d’inganno. Di che cultura è la violenza di Shakespeare: della Controriforma, della Riforma?

Stendhal – Il Cenci-don Giovanni assomiglia al "Don Juan" di Byron. Stendhal incontra Byron con Hobhouse a Milano nel 1816: è uno sconosciuto, gli inglesi se lo filano poco. Byron compone il "Don Juan" nel 1818. Hobhouse è l’unica testimonianza vera su Stendhal a Milano. Tardiva, a cinquant’anni dai fatti, quando scopre che Stendhal è diventato una celebrità. E tuttavia sempre riduttiva. Lo incontra con Byron, a casa Breme e altrove, con "molte celebrità", che Monti, Pellico…: "Uno degli Intendenti dei Mobili della Corona, già segretario di gabinetto di Napoleone"; "c’era lì un Monsieur de Bayle, uno dei segretari di Napoleone"; "ha un modo troppo crudo di dire le cose"; "ha l’aria d un materialista, e lo è senza dubbio".

Strutturalismo – Musil, "Saggi", 76, contro le analogie cui indulge Spengler: "Esistono farfalle giallo-limone ed esistono cinesi giallo-limone. In un certo senso si può allora dire: la farfalla è il cinese nano alato mitteleuropeo". Che c’entra Spengler con lo strutturalismo? Già. 

Tomasi di Lampedusa – L’incongruità di una moglie lituana, nobile spiantata, analista. Moglie di quanto di più siciliano c’era a Palermo, e refrattario alle psicoscienze. Chi la frequentava? Aspiranti mondani, abbastanza freddi da superare il ridicolo? Borghesi ricchi? Le signore? O non era la principessa Tomasi ritenuta una strega – atteso anche l’aspetto fisico? La psicanalisi si presterebbe a rinverdire l’esoterismo – pendoli, divinazione, spiritismo – in ambiente disponibile. I cugini Piccolo ne erano ghiotti. Tomasi sarà stato inattaccabile a tutto quello con cui ha convissuto.

Wagner – Come non leggerlo con la "grammatica" di Ludwig I e II, falso Rinascimento, Neuschwanstein, etc.? Con la differenza che i Ludwig non ne facevano una filosofia, tanto meno dell’avvenire. Non ne facevano nemmeno un’arte, essendo in parte buontemponi in parte matti. 

 Woolf, Virginia – Il cambiamento di sesso ("Orlando"), come trovata, non è inedito. Come caso doloroso, di grave squilibrio psicologico (Herculine Barbin). Come caso d’avventura ("L’alfiere"). Nel porno (Eleonora, nel racconto omonimo della rivoluzione francese, cambia sesso con le circostanze). Altre volte è vissuto, nella realtà o nell’apparenza (Capitan Fracassa, Giovanna d’Arco), come maschera liberatoria, un esercizio teatrale. Ma Orlando non soffre, non gioca e non insegue il piacere. È l’indifferenza sessuale. letterautore@antiit.eu

Ombre - 29

Attacca la Rai il governo Berlusconi, e la attacca "il Giornale" di Berlusconi. Una cosa che più sfrontata non si può. E tuttavia, i sei milioni di ascoltatori di Santoro, l’oggetto dell’attacco, sono isolati. Come se gli altri diciotto milioni di spettatori fossero tutti contro di lui. Sono fascisti i diciotto milioni o i sei?
Santoro dal canto suo gongola: tra Berlusconi e Masi non potrebbe augurarsi nemici migliori.

L’Europa conta poco o niente nel G 20, come conta poco nell’economia globale, che si è fatta a sua insaputa, tra Usa e Cina – mentre ‘Europa si offendeva per Tienanmen, Clinton liberava il drago cinese. Quattro presenze, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, cinque con la Commissione di Bruxelles, grandi di storia e prosopopea, e niente: le banche falliscono, si salvano, e si pagano lauti bonus senza che l’Europa possa dire bah!, l’euro conta meno dello yuan, e dello yen, le guerre si fanno a sua insaputa, tratta per l’Iran senza saperne nulla. Non è una novità. Ma "La Stampa" e il "Corriere" dicono che solo l’Italia non conta. Per dare ragione a Berlusconi, che lamenta il disfattismo?

Il gruppo L’Espresso avvia, con l’incrociatore leggero "Micromega", lo smantellamento di Di Pietro. Per ora sono tiri d’assaggio. Che non escludono, anzi implicano, una ricomposizione. Ma è uno dei due assi storici di Mani Pulite che si rompe, quello De Benedetti-Passera-Di Pietro.
È un aggiustamento in vista dell’unione nazionale? Certo, l’unione non si può fare senza Di Pietro: Berlusconi non si metterà mai da parte, se non morto.

Si continuano a nascondere le pattuglie dei vigili e della stradale, e gli autovelox, malgrado il decreto del ministro Bianchi che ne impone la visibilità. Non pattugliano le strade per ricordare la prudenza e dissuadere gli imprudenti, ma per fregare gli automobilisti, spesso anche i prudenti. Contro le legge. Una tendenza insopprimibile a essere sbirri: sarà italica? Da segnalare a Ciampi per le celebrazioni?
I comuni che installano autovelox, a guardare bene in giro per l’Italia, sono di sinistra. La sinistra è più lenta? Ha più bisogno di soldi? È legata ai (tre) fornitori di apparecchi, e del relativo servizio di telemetria?

Capita col giornale un supplemento, a pagamento, di pubblicità. Ce ne sono a giorni fissi, che quindi si possono evitare, e per caso. È il caso di "Style", un mensile del "Corriere della sera". Nonché pagarli, non si riesce nemmeno a evitare la curiosità di sfogliarli. Sono la pubblicità più sgradita, perché è scritta come se fosse un articolo, di giornalismo. Ma "Style" di ottobre ha di più: lo scrittore Scaraffia che dandineggia su un signor Perini e la Perini Navi. Che non si sa cosa sia, ma si fa fotografare premiato con i suoi tristi manager in Costa Smeralda, le solite targhe dallo stesso premiato pagate. E gli dà un premio all’eleganza. Eleganza?

Lunga cronaca di Gianluca Luzi su Berlusconi all’Assemblea dell’Onu a New York. In cui si parla soprattutto di quattro righe del "Wall Street Journal", contro Berlusconi e contro l’Italia in Afghanistan.
Lo spazio non manca, ma non basta all’inviato di "Repubblica" per dire che il "Wsj" è di Murdoch e obbedisce al padrone. Che è in guerra contro il digitale Mediaset.
Ma, certo, non è un golpe intellettuale, come Brunetta pretenderebbe. È piuttosto aria di dossier.

Si litiga nel Pd sulla Ru486, l’aborto fai da te. La senatrice Bianchi, capogruppo in commissione Sanità, lascia l’incarico. Commenta Ignazio Marino: "Dorina Bianchi è omai un problema oggettivo per il Partito Democratico".
Questo scienziato che non è scienziato, medico che non è medico, cattolico che non è cattolico, (ex) comunista che non è mai stato comunista, si scopre infine che cos’è: è uno stalinista (oggettivo era il Diamat staliniano, l’indimenticabile materialismo dialettico). È pure candidato a capo del Pd, o anche la candidatura è falsa?

"Striscia la notizia" presenta la stagione parodiando l’uso e abuso di dossier nei giornali. Feltri è fotomontato su Noemi Letizia, Ezio Mauro tra due ragazze. I parlamentari Zanda, Pd, e Donadi, Idv, criticano aspramente "la tv di Berlusconi" che "diffama" il direttore di "Repubblica" e presentano istantanee interrogazioni. Su (non) sollecitazione di Mauro, questo (non) è un golpe - che dice Brunetta? In fondo sono cose per ridere.
Da non trascurare: "El Paìs", anch’esso all’istante, denuncia la libertà di stampa defunta in Italia. Ora, "Striscia la notizia" la vendono anche in Spagna? Diavolo d’un Berlusconi….
È sempre lo stesso schema: Berlusconi fa di tutto per perdere, e niente, i suoi nemici lo fanno rivincere.

Sarkozy fa causa in Francia contro Villepin, che voleva incastrarlo per conto di Chirac e impedirgli la candidatura all’Eliseo – i tre sono dello stesso partito. I giornali del made in Italy spirituale sono per Sarkozy. Ma praticando essi stessi ogni giorno gli incastri di Villepin – che non per nulla sarà buon italianista. Anche se la ricetta francese, dossier, traducono in americano, gossip.
È il dossier Villepin di Sarkozy che tace il fatto che Sarkozy in quanto presidente è anche il capo in Francia dei magistrati, e quindi non dovrebbe fare causa?

Bernard Henri Lévy va col ministro francese della Guerra in Afghanistan, e lo trova pacificato. Non tutto, le zone controllate dai francesi. Che hanno avuto più morti degli italiani, con meno uomini impegnati, ma, certo, sono "meglio". Questo, uno, è quello che crede il "Corriere della sera", il giorno dopo i funerali dei militari italiani, morti si è ampiamente scritto per niente.
Due: si può immaginare Vattimo che va in Afghanistan, magari con Parisi che le truppe italiane ce le ha mandate invece che con La Russa, e dica che la pace è possibile?

A due settimane dalla loro partecipazione al lancio del "Fatto", i giudici di Palermo Ingroia e Scarpinato si giustificano col dott. Battista del "Corriere" dicendo che hanno presenziato per informarsi di che giornale si trattasse. Richiesti di collaborare, dicono, volevano vedere che giornale è.
Si può essere ipocriti, la legge non lo proibisce. Ma perché esserlo?
I due giudici si fanno vivi sul "Corriere" a due settimane dalla cronaca di Pierluigi Battista, il giorno dell’uscita del "Fatto". Non per cercare visibilità, per se stessi e per il "Fatto".

Si celebrano i funerali solenni dei morti in guerra, con una coreografia impressionante, con larga partecipazione e anche commozione. Muore anche la prima vittima italiana dell’influenza suina. Ma il cardinale Bagnasco convoca tutti i vescovi italiani e, con le tendine tirate, difende il "caso Boffo". Il caso Boffo?
Roba da preti, di cinquant’anni fa. Per Nassirya il predecessore di Bagnasco, Ruini, era stato il pacificatore degli italiani. Altro carattere forse. Ma altra concezione del sacerdozio: c’era Giovanni Paolo II e ai vescovi politicanti italiani aveva messo la museruola. A fin di bene, come si vede.

Il giudice libera dopo ventiquattro ore Tarantini, che la Procura aveva messo dentro per pericolo di fuga e inquinamento di prove. Dopo un anno, più o meno, che lo indaga, la Procura ha tentato di passare al "metodo Di Pietro": sbattere uno dentro buttando via le chiavi, secondo la terminologia del secondino, qualcosa dirà. Tarantini si è meravigliato, avendo finora collaborato. Ma, evidentemente, non ha detto il nome che la Procura di Bari si aspetta.
Insomma, nulla di nuovo. Ma D’Alema? È lui tutto questo, che sempre preannuncia nuovi scandali?

venerdì 25 settembre 2009

Roma era un'altra

È tutta un paradosso la civiltà romana in Rosenberg, “Democrazia e lotta di classe nell’antichità”, e tuttavia persuasiva, perfino evidente. Rosenberg, protagonista di questa narrazione del filologo classico Canfora, che vi si conferma il miglior narratore degli anni 1990, è l’antichista tedesco degli anni di Hitler, mezzo comunista e mezzo anticomunista. Le “novità”:
- schiavi: non erano poi tanti - solo in Sicilia erano in soprannumero (p.87)
- Omero, poeta degli aristocratici (99)
- teatro: gratuito per grandi masse – il teatro greco ne fu influenzato (124)
- democrazia: governo della maggioranza dei più poveri – altrimenti decide il ceto medio (126)
- imperatori: presidenti a vita (176)
- decentramento: massimo in ogni zona dell’impero, senza polizie (179)
- sociale: in tutte le zone dell’impero spese pubbliche per tutti (178)
- latifondo: è diffusissimo ma non malvisto dai contadini (p.183)
Luciano Canfora, Il comunista senza partito

Il mondo com'è - 23

astolfo

Democrazia – Non contano in politica le cose che si fanno, neppure quelle che si danno, ma i sentimenti che si stimolano, e i legami di gruppo, ideali, che attraverso di essi si stabiliscono. Anche se la scienza politica e Marx pretendono il contrario. La prima, elementare, democrazia contemporanea è populista, di tipo nazional-fascista (i primati), poi ideologica (comunismo sovietico) e ora fondamentalista (esclusiva).

Guerra - È sempre totale. Vauban ha calcolato che dalla caduta dell’impero romano al suo secolo erano stati uccisi 12 non combattenti, e mutilati 120, per ogni soldato morto o mutilato in battaglia.
Guerrafondaio è in inglese warmonger. Cioè, dice Hobbes, “Leviatano”, II, 21, whoremonger, puttaniere. È la guerra (inglese) puttana?

Potere – Si identifica con l’arte del potere. Della forza, cioè. E della furbizia, la menzogna, la sopraffazione. Ma con Hobbes – il Covenant – diventa strumento del debole: il patto dà il potere a chi non ce l’ha.
Con lo Stato produttivo e sociale (politiche del lavoro, istruzione, sanità, previdenza, lavori pubblici, ambiente), in regime di voto popolare, è la strumentazione democratica – con tutti i suoi difetti.
L’anarchia, a questo punto, non è utopia. È paura – al meglio è irresponsabilità (goliardia).

Produttività – Si lega alle produzioni inutili, delle professioni “non utili” di Adam Smith, che a quelle primarie o necessarie – l’allevatore, il contadino, il fabbro, il tessitore, il muratore. I re Magi offrono a Gesù prodotti inutili. Le epoche di grande sviluppo si accompagnano a grande dissipazioni, che restano come monumenti (il Quattrocento italiano), o si disperdono nel consumo (contemporaneità).

Pudore – Ce n’è oggi più di ieri, è un argine alla violenza (sotto le specie della vergogna). Ciò conferma ce un progresso esiste, dice Savinio (“Nuova Enciclopedia”, p. 216). Ma è un pudore legato alla rispettabilità, valore borghese - anticamente pudicizia e impudicizia erano cerimoniali. Il progresso si conferma allora borghese, e non è male. Ma la sua vergogna non fa argine alla violenza.

Quarantotto – La sua nazione-primato, con la razza, darà carattere di massa alla guerra. E al totalitarismo. Al nichilismo cioè, e per converso all’anarchia. Il nazionalismo è la seconda ideologia collettiva, dopo la libertà, ma la più persistente: il Quarantotto può più dell’Ottantanove.

Quattrocento – Epoca d’invenzioni meravigliose, la cupola, la letteratura fantastica, la prospettiva (che anticipa geometricamente la relatività einsteiniana: punto di fuga-infinito e coinvolgimento, “raddrizzando” la superficie delle cose), la filologia, la scienza politica. Oggi ci interessa per la magia, e un platonismo ce si vorrebbe far scadere in plotinismo.

Riformismo Ha “fatto” più lo Statuto dei lavoratori, una legge del Parlamento, o il Sistema sanitario nazionale (la pubblicizzazione più spinta che si sia mai avuta della sanità, fuori del sistema sovietico), che tutto il comunismo di Togliatti prima, e di Berlinguer dopo, coi suoi governicchi andreottiani. Analogamente, nel mercato del lavoro odierno, la Legge Biagi. Cosa vuol dire che il riformismo è impossibile? Forse nella logica. Ma nella logica nulla è reale: nulla avviene, tutto si dissolve, nell’incoerenza che è padrona.

Risorgimento – Si celebra con disagio l’unità per il leghismo, ma anche, se non di più, per la coscienza, al Sud, al Nord, nelle città, nelle campagne, che il Risorgimento fu dei Savoia e non di Cavour. Che l’Italia fu ed è del compromesso e non della libertà.
Il Risorgimento ha una parabola nettissima a coda di pesce: dal grande movimento di libertà del 1848, in tutta l’Italia, anche nei paesi più remoti dell’Aspromonte o delle Madonie, al liberalismo modernizzante e industrioso di Cavour, alla cortigianeria dei Savoia. Dopo non c’è più storia fino al fascismo, primo regime “democratico”, o popolare, della storia italiana unitaria (ceto politico nuovo, opere sociali, edilizia popolare, scuole, ospedali, ruralità), una parentesi in un pattern persistente. Liquidando Cavour, i Savoia hanno liquidato il liberalismo, che in Italia non c’è più stato e non c’è. Centro-sinistra con Rattazzi, centro-destra con Quintino Sella, quindi centro-sinistra, con Depretis, Crispi e Giolitti. Ma sempre e solo l’interclassismo che fa bene ai moderati, i futuri gattopardi, con qualche aggiustamento, sofferto, dopo gli scossoni violenti: la morfologia politica non è cambiata per 150 anni, con l’eccezione del ventennio.
L’Italia repubblicana s’è riagganciata al modulo Savoia, recuperandone il linguaggio, il modello d’azione politica (seppure nobilitandolo in Giolitti, a opera dei grandi storici, Spadolini, Galli della Loggia), e perfino il personale. I socialisti, che hanno tentato di rompere questa gabbia, sono stati sterminati. Da qui il successo – l’attenzione, l’attesa – dell’impresentabile Bossi.
Che Italietta hanno costruito i Savoia, dopo avere insegnato a vituperare il Settecento, il Seicento, e i democomunisti. All’inzio del Seicento la “fuga a Roma” era comune e anzi d’obbligo tra gli artisti, Callot, Lorrain, Poussin. Mozart dice Salisburgo chiusa alle arti, mentre l’Italia… Ma non si pianta un pino sulla Roma-Ostia, non si fa un diplomato di violino, si prendono all’Est.

astolfo@antiit.eu

giovedì 24 settembre 2009

Problemi di base - 18

spock

Se Galileo non è Galileo, chi era?

Perché c’è l’ipocrisia?

È vero che l’universo è un ammasso scorreggione?

C’è ancora la Cgil, a parte che in Confindustria? E il sindacato?

Perché si studiano tanto i Vespri Siciliani, di cui ben poco si sa, Masaniello e Cola di Rienzo, due capitani di borgata, e si sopravvaluta Garibaldi?

Per chi non crede, che altro c’è oltre la vita?

Perché i poveri sono cattivi con i poveri (gli altri li rispettano)?

Non si ride nemmeno in Petrarca, perché?

Quant’è sociale l’impegno sociale?

E quant’è morale la morale, così totalitaria?

spock@antiit.eu

Quando l'italiano era colto

Un riesame sentimentale, di ciò che era e non è più: la conoscenza dell’italiano come chiave d’accesso a una cultura. Con un forte senso d’identificazione. Fra gli autori più recenti Brugnolo documenta il caso noto di Joyce, e quello rimosso di Pound. Con largo spazio a quelli classici di Milton, Montaigne, Louise Labé, Rabelais. La diffusione dell’italiano si rinverdisce ora con gli immigrati che l’adottano quale lingua, ma è poca cosa rispetto a ciò che fu.
Non solo dei petrarcheschi, l’italiano è stato a lungo, fino al Seicento, la lingua colta d’Europa, anche se i dotti continuavano a scriversi in latino. E non solo dei poeti (tra essi pure la regina Margherita di Navarra, cui però non piaceva l’“Inferno”, e Christine de Pisan, veneziana di nascita), ma anche degli storici e degli scienziati. Montaigne e Diderot, qui ricordati, lo scrivevano con arguzia. Voltaire lo praticò fino a imitarne i dialetti – scrisse a Goldoni in veneziano, come documenta una vecchia pubblicazione di Emilio Bodrero, il nazionalista che fu senatore e sottosegretario di Mussolini alla Pubblica Istruzione, “Poesie e prose in italiano di scrittori stranieri”, uscito postumo cinquant’anni fa (giustificandosi col Cesarotti: “In italiano si dice tutto ciò che si vuole, in francese soltanto ciò che si può”, censura cioè permettendo). Una lingua indubbiamente necessaria per avere accesso un mondo d’arte – un tempo, oggi è ridicolo perfino ricordarlo, che l’italiano più dell’Italia si mostra degradato, impoverito, nell’uso quotidiano e nella letteratura. La “fuga a Roma” era normale e anzi d’obbligo per gli artisti a fine 500, inizi 600: Callot, Lorrain, Poussin. Mozart trovava Salisburgo chiusa all’arte, l’Italia al contrario…. Era prima dell’Italietta costruita da Savoia, dopo avere rinnegato il Settecento, e il Seicento.
Furio Brugnolo, La lingua di cui si vanta Amore, Carocci, pp. 136, € 15,50

mercoledì 23 settembre 2009

Il poeta è inviato davvero speciale

Si pubblica tutto di Ripellino, è lo scrittore del Novecento forse ancora più letto, ma le corrispondenza dall’amata Praga sotto i carri armati erano rimaste confinate, in piccola parte, in un libricino di Scheiwiller vecchio ormai di vent’anni, “I fatti di Praga”. Ora si ripubblicano, tutti, nell’ambito della “sicilitudine”: Antonio Pane, che aveva curato la raccolta Scheiwiller con Alessandro Fo, la riedita ampliata in qualità di cultore dell’isola. Un po’ di contesto non avrebbe fatto male, al coraggio di Ripellino e anche dell’“Espresso”, che era quello di Livio Zanetti, e in quegli anni si trasformava dal formato lenzuolo a quello magazine, ma era sempre ben diverso dall’attuale.
Allora parlavano di Praga, ne parlavano da sinistra, i media di destra, allora di destra, Il “Corriere della sera”, Montanelli eccetera. A sinistra prevaleva, e prevale, il non detto. Valga quello che racconta di quegli anni, 1968-1969, “La gioia del giorno”, il romanzo del secondo Novecento di Astolfo, che i lettori di questo sito ben conoscono. Al festival di Venezia del 1968, che fu rivoluzionario, “una petizione per Praga non ha raccolto una sola firma, il Partito non vuole”. O si prenda Pasolini, che fu poeta d’occasione ma fu, ed è ancora, la coscienza della nazione: nel 1968 “l’hanno inviato a Praga per dire ai cechi di rinunciare alla libertà e al socialismo per «una dimensione internazionalista e planetaria», argomentando per Breznev il «dovere» d’invadere il Paese”. Nel 1969 “Jan Palach non gli è piaciuto, lui che piange su ogni destino. È andato a Praga e ha dato a quei signori una lezione. Inaugurava la rubrica su Tempo al tempo dell’invasione e non ne ha fatto cenno. Lui è proprio quello che «non sa nulla, ma lo sa meglio», come si dice a Praga. I guasti del comunismo, anche senza la tessera, sono illimitati – è questo il realismo politico che dà fastidio, quello dei maestri analfabeti”.
Pasolini non era solo naturalmente – lui è sempre in qualche mainstream, sia pure di anticonformisti, purché non solitari. C’era Enzensberger, la coscienza dei tedeschi: “Anche Enzensberger capisce di più. «A Praga», dice, «hanno un orizzonte politico estremamente limitato. La loro sostanza politica è misera. Le concezioni e le esperienza cubane e cinesi sono ignorate o respinte in blocco». Meglio Cuba che Praga, insomma, o Mao”. E “il Manifesto”, sempre nel 1969, dopo Palach: “«Il Manifesto» è già al numero quattro e il commento s’intitola «Praga è sola». Comincia: «La Cecoslovacchia non suscita più vera emozione»”. Ripellino, vero poeta, era un inviato davvero speciale.
Angelo Maria Ripellino, L’ora di Praga, Le Lettere, pp. 325, € 22­

Le fede corretta di Marthe

La chiave è in apertura: "Tutte le democrazie moderne vivono attualmente un clima di paura, e la crescente diversità religiosa è attualmente uno dei fattori che suscita il timore più intenso". Ed è sbagliata: oggi, nel Novecento, nel Duemila, per la prima volta la religione non è fattore di guerra. Se non per un islam bellicoso, costola del khomeinismo, che è in guerra con gli Usa. Lo stesso radicalismo, mescolato con un aggressivoflusso migratorio transmediterraneo, atterrisce pure l'Europa. Non siamo in presenza di una guerra di tutti contro tutti per motivi religiosi, e anzi non siamo in presenza di una guerra, per la prima volta nella storia, da settanta anni. Se non di una parte non grande dell'islam contro il mondo, lo stesso islam compreso.
Il resto è un esercizio di scuola, almeno in questa forma ridotta del saggio, sul rispetto della fede – delle fedi – che la libertà di coscienza implica. Che è quello, arguisce Nussbaum – ma con troppo buona volontà – dei Padri Pellegrini e quindi della Costituzione americana. Esso viene disatteso quando una religione si vuole fondante, o nazionale, o “comunitaria”. È il caso, dice la filosofa, del giudeo-cristianismo, europeo o occidentale. O quando esclude questa o quella minoranza religiosa, dichiarandone la proliferazione nociva all’unità della nazione. È il caso di una pronuncia della Corte Suprema nel 1990. Che, voluta dal primo giudice supremo cattolico, Scalia, basta alla filosofa per dire il disegno unico, della religione negata dai neo conservatori fautori dell’unità giudeo-cristiana.
Un esercizio di politicamente corretto, su cose che nessuno in realtà contesta, neppure i neo con – sono alcuni secoli che il fondamentalismo non è cristiano. Non nuova: sono cinquanta anni, dal terzomondismo, che si fa ammenda di etnocentrismo. Non a sorpresa: Nussbaum è cristiana di nascita e ebrea di elezione – negarsi per essere ha contagiato pure la solida filosofa.
Con troppa buona volontà perché: 1) i Pellegrini non erano molto tolleranti, anzi se ne andavano in America, terreno suppostamente vergine, per non dover convivere con altre fedi; 2) la Costituzione americana è opera di laici di nessuna fede – la fede non si risolve nella coscienza civile. Al più, i migliori tra loro, Washington, Jefferson, Hamilton, rispettavano le coscienze turbate. Nussbaum lo sa bene, che a proposito del neo scientismo della bioetica, della “teoria fisiologica riduzionista della vita e della morte degli organismi”, la bolla come una “soluzione che avvilisce l’umanità”. Ai termini della Costituzione americana no – la teoria fisioligica riduzionista potrà non prevalere, ma solo in dpendenza dagli umori politici, degli elettori. La Costituzione è cristiana e tollerante perché tale era il mondo (la cultura, la nazione, l’emisfero) che l’ha espressa - la costituzione è una delle fedi.
Marthe C. Nussbaum, Liberta di coscienza e religione, Il Mulino, pp. 83, € 10

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (43)

Giuseppe Leuzzi

Oslo è la Locride nella ricostruzione omerica di Felice Vinci, ingegnere nucleare, quindi da tempo disoccupato, che l’“Iliade” sposta nel Baltico e l’“Odissea”. In un “Omero nel Baltico” che le Librerie del Sole per bambini vendono illustrato. Per l’avventura, e per il relativismo culturale, nel senso che tutto si può dire, tutto l’immaginabile. Troia è verso Helsinki, resta da trovare per l’ingegnere Itaca, un’isola ospitale.
È una estensione della Dea Bianca di Graves, che i greci portò fino in Scandinavia. E tuttavia non è ammissibile un Vinci che porti Odino a Reggio Calabria. Nemmeno a Siracusa. Benché i miti nordici siano pieni di eroi giganti, che combattono in perdita. Vinti, o comunque condannati.
La dottoressa Christine Pellech, studiosa d’Austria, paese senza mare, deduce invece dall’“Odissea”, in particolare dalla colorazione dei mari, che per i greci la terra non fosse un disco ma una sfera, per cui correvano in tondo, non da qui a lì. Le questioni omeriche sono geopolitiche, si sa che Omero, cieco, ha idea vaga dei colori, specie del mare.
La studiosa è la stessa che gli Argonauti ha spedito tempo fa in Scandinavia. Apollonio Rodio è occupazione cara da tre secoli alla Mitteleuropa, il periplo degli Argonauti, che si faccia nell’Adriatico se non in Scandinavia.

Napoli è anema e core con Julia Roberts. La diva è in città per girare una scena in pizzeria. “Per la produzione c’era però poco colore”, informa l’Ansa, “così sono stati stesi finti panni ai balconi di Forcella”. Perché finti?

In “Coppi e Bartali” dice Malaparte che i toscani e piemontesi sono ritenuti essere, e lo sono, i più intelligenti tra le popolazioni italiane. È la chiave strapaese che ritorna col leghismo. Come erano, e sono, ritenuti i meridionali? A parte che lazzaroni.
Il calabrese si vorrebbe tenace, posto che è il testardo per definizione. (“testardo come un calabrese”). Ma non è la stessa cosa. La tenacia implica impegno continuo, umore costante, equilibrio. La testardaggine può invece essere puntiglio, e abitudine. E dall’altra di accesiooni, punte di orgoglio, fino alla collera, incontrollata e breve. Il calabrese è piuttosto sentimentale. Su un fondo di privazione. Che non è povertà, non di mezzi naturali, perché la natura è sovrabbondante in Calabria. Ma di governo, di cultura – di rispetto cioè di sé.

La giustizia negataMafia
Dimostra che o la sopravvivenza del più forte è una caricatura della teoria evoluzionista, oppure che l'evoluzione è sbagliata. Sempre il mafioso, dopo avere eliminato dieci, venti, cento avversari e concorrenti più forti di lui, viene eliminato senza residui e senza sforzi, o da un altro mafioso meno forte di lui, oppure da un debole, un incensurato, un ragazzo, uno scemo, una donna, una spia.

Ron Dennis, Max Mosley, Bernie Ecclestone, dopo i banchieri: dove ci sono soldi il malaffare è inglese. A danno di latini, la Ferrari, la Renault, Briatore, Alonso. È mafia? No, è massoneria. Ma è la stessa cosa. E in più controlla – fa – l’opinione, il “Times”, il “Financial Times”, l’“Economist”, eccetera.

È una delle forme legalitarie del crimine, costituzionali: si sviluppa a mano a mano che scopre che anch’essa è protetta dal diritto. Il vecchio mafioso era conscio di essere un bandito. Non più o meno cattivo, ma fuori dall’ordinamento sociale. Il mafioso (appalti, droga, banca e finanza, protezione) si forma quando scopre che è un cittadino come gli altri, protetto quindi dallo stato, a meno che lo Stato non provi che si è comportato male. Cosa improbabile, perché il delitto contro la proprietà tende a scomparire come categoria penale, e perché basta concentrarsi solo un po’, con l’ausilio dei migliori consigliori su piazza, per occultare le prove. Il banditismo scompare, appare un’altra forma di accumulazione.
Il solo delitto in qualche modo perseguito essendo quello di sangue, ecco perché il vero nemico della mafia è la concorrenza.

C’è un che di ribellismo irrazionale nella mafia: il mafioso accumula violenza sapendo che in nessun caso potrà beneficiarne. Se non arrivano i carabinieri, prima o poi lo colpirà il nemico, il veccio mafioso o il nuovissimo.
È opera di devastazione, non di costruzione di un ordine: le analisi che ci vedono un fattore di governo sono deboli, troppo - non innocenti.

È araba fenice, ogni giorno rinasce. Ogni volta che un'azione antimafia si conclude, e se ne fanno una al giorno, bisogna chiedersi se essa stessa non è un atto di mafia. Un criterio è: si perseguono gli estorsori in attività, gli immobiliaristi e le imprese mafiose in attività, i trafficanti di droga, di carne umana e di falsi in attività oggi, oppure i latitanti di venti, trenta e quarant'anni fa?

Antimafia
Il figlio di Ciancimino collabora. Per dire che Berlusconi è la mafia. Cioè lo dice e non lo dice – parla di papello, che è tutto dire (i siciliani, sempre più intelligenti degli altri, sono molto scoperti, parlano come pensano: papello sta per documento nel gergo della goliardia).
Il figlio di Ciancimino collabora e non collabora. Aspetta prima di sapere quanti anni gli condonano, e quanta parte del patrimonio, accumulato dal babbo in Svizzera, Canada, Venezuela e Bangkok, potrà conservare.
Giustizia? Giustizia per il Sud? Antimafia.

Ciancimino fu carcerato per un periodo a piazza di Spagna a Roma. Proprio così, il capo dei capi. In casa sua, una delle tante. Col solo obbligo della firma, ogni giorno dai carabinieri in piazza San Lorenzo in Lucina, la piazza dietro il Parlamento di cui Rutelli aveva fatto un salotto politico en plein air. Quando non era indisposto, e non si poteva fare i cento metri, cioè via Condotti. Democraticamente, infatti, dai carabinieri ci andava a piedi, piazza di Spagna, san Lorenzo in Lucina e via Condotti sono isola pedonale.
Massimo, il pentito non pentito, era personaggio vispo e in vista di questa Roma privilegiata. Quando non viaggiava tra i possedimenti di famiglia nei tre continenti.

leuzzi@antiit.eu

martedì 22 settembre 2009

Il governo dei fichi (secchi) del "Corriere"

Golpe annunciato dunque, con calendario: dopo la finanziaria e prima della riforma della giustizia. Anche il divieto delle intercettazioni non deve passare, che porterebbe a Berlusconi in segreto tanti voti democratici. Grosso modo, il governo si cambia a gennaio. Segue un percorso lineare e perfino trasparente la strategia messa a punto da D’Alema a Milano, col “Corriere della sera”, Bazoli e Geronzi, che Brunetta ha denunciato come un golpe, seppure dei belli-e-buoni della Repubblica, i più fichi. Ma scoperto: l’obiettivo è dichiarato di portare a palazzo Chigi la marionetta Tremonti, il Dini del Duemila. Con una “coalizione di volenterosi” cui sono iscritti Fini, Casini, il Pd di Bersani, bella copia di D’Alema, e il cardinale Bagnasco, il capo dei vescovi. Al presidente Napolitano è demandato il compito di rendere difficile a Berlusconi il ricompattamento dei suoi col ricatto del voto di fiducia.
Negli schemi è fatta, a Milano ogni giorno si contano i numeri e ogni giorno si ha l’impressione di vederli crescere. Ma ci sono delle incognite, che lo stesso Napolitano riflette. Tentennando fra il rigore costituzionale, sebbene annacquato da un ventennio di governo per decreto, stante la mancata riforma del Parlamento, e l’opportunità di tenersi comunque il governo eletto – il presidente della Repubblica ha in orrore il settennato scalfariano di Parlamenti sciolti e governi del presidente. D’Alema non sembra dominare tutti i dossier che ha aperto. A Bari lo strapotere della banda Emiliano è sempre più contestato, in Procura e in Tribunale. Lo stesso “Corriere della sera” non nasconde che il sindaco-giudice è una macchietta, che finge ora la ribellione a D’Alema per riconquistare Nichi Vendola, dopo averlo mandato sotto accusa, e per riconvertirsi anche a destra – Emiliano si vuole concorrente di Berlusconi… Il tentativo di delegittimare la procuratrice Digeronimo ha avuto il solo effetto di una rivolta dei giudici.
Tituba naturalmente Casini. Pensava di dominare la scena col grande Centro. L’alleanza nazionale di Fini e Tremonti lo spiazza ed è disorientato. Mentre tra i vescovi non è un segreto il timore di essere acculati all’omofilia, per la riproposizione del caso Boffo come frontiera di resistenza. E, peggio, alla pedofilia: fra gli scandali taciuti ci sarebbero dei balletti rosa – e non mancano le Procure che ci andrebbero a nozze. Né convince la strategia di Bagnasco, di considerare acquisito il sì del centrodestra sulle leggi di bioetica, e di allargare i margini portando al governo la sinistra: molti temono che il gesuitismo politico non finisca per orientare negativamente quello che sarà un voto libero, di coscienza.
C’è poi Berlusconi, non del tutto inerte. Certo di arrivare alle regionali, è certo anche di poterle vincerle a condizioni minime. Con la Campania naturalmente, e un candidato appena presentabile nel Lazio, dove Marrazzo, che si ricandida, parte con gli handicap del ticket sanitario a 4 euro e cinque anni di governo inutile. In bilico sarebbe pure il Piemonte. Se conquista il Lazio, Berlusconi non potrà essere mandato a casa.

L'Inpgi non basta più, bisogna intaccare i coefficienti

Hanno passato quota 500 (sono a 503) i prepensionamenti di giornalisti alla ripresa dopo le vacanze. Al mega pensionamento del gruppo l’Espresso-Repubblica si sono aggiunti quelli del “Messaggero”, cinquanta, dell’Ansa e dell’agenzia Italia. Non è finita, poiché anche la Rai sta mettendo a posto un programma di liquidazione annunciata. Per cui le quiescenze anticipate potrebbero ammontare quest’anno per l’Inpgi, la previdenza dei giornalisti, a mille o poco meno. Una cifra abnorme – gli iscritti all’Istituto sono poco più di dieci volte tanto. Che solo in parte la nuova 416, la legge delle provvidenze all’editoria, ammortizza.
Il conferimento dello Stato all’Inpgi, in conto prepensionamenti che la stessa legge autorizza, e finanzia fiscalmente per la parte editoriale, è di venti milioni. A un onere aggiuntivo medio per l’Inpgi di 200 mila euro a prepensionato, lo Stato copre appena un quinto dei prepensionamenti già autorizzati. Un’altra parte è stata posta a carico degli editori, nell’ultimo contratto dei giornalisti. Ma lo scossone per l’Inpgi non potrà essere colmato.
Al fondo riemerge così l’ipotesi di ridurre i coefficienti delle future pensioni. Se nera parlato in passato solo per escludere ogni riduzione, stante la florida gestione dell’Istituto. Ma dopo questo assalto alla diligenza è certo che questo sarà il nodo centrale del prossimo contratto. Il ministero del Lavoro, autorità di vigilanza sulle casse autonome, è già in allarme. In passato, una sana gestione autonoma della previdenza era considerata il primo baluardo della libertà di stampa.

lunedì 21 settembre 2009

Montagna incantata, Mann feroce

"La Montagna incantata” come romanzo dell'ipocondria? La malattia che si coltiva è una condanna grave per ogni altro su cui pesa, parente, innamorato, amico. Si spiega che se ne possa fare gigantesca vendetta, con gli eletti confinati in un sanatorio per reggia, e con un dottore per re, una scena grottesca, insopportabile, di maschere. Ma è anche un teatrino dello psicologismo, molto fin-de-siècle. E una micro rappresentazione dell'Europa? Un’agghiacciante – lunga, insistita, irata – presa per il culo: della sensibilità di fine Ottocento, o morbosità, della estenuazione del romanticismo? Scritta dopo la carneficina della guerra. Una fin de partie. Del romanticismo perenne, anche: introspezione, inerzia, culto del disordine e del dolore, autogratificazione. Ma ottocento pagine d’ironia a corpo 8 sono troppe. Con chi ce l'ha Thomas Mann? Perché questo ghgino stiracchiato invece di una pernacchia semplice? Perché c'era dentro. Ma non lui, non direttamente. Se fosse la moglie, che si è fatta ricoverare a lungo in sanatorio? Con la quale ha fatto tanti figli, come il Tolstòj della "Sonata a Kreutzer". Ma che è l'oggetto, si sa, di "Sangue velsungo", racconto molto violento. Il mondo della moglie, ebrei snob, entusiasti di ogni tendenza, proni a ogni moda? L'irritazione palese di "Sangue velsungo", e anche dell'"Eletto", è indizio di un malanimo forte. Il Berghof è il mondo dei pamés di fine secolo (Montesquiou, Proust). Chi vi si diverte è la signora Salamon, nome ebraico per definizione, anche se la connotazione viene taciuta. Nel saggio del 1939 Thomas Mann ne dice tutt'altro. Ma forse lui stesso idealizza la "Montagna incantata". C’è molta amarezza in Thomas Mann, qui e non solo. Tanto più se si considera che l’ironia non è divertente per il signore di Lubecca, sotto le sembianze del rivoluzionario Settembrini: “L’ironia è il fiore velenoso del quietismo, il falso splendore dello spirito corrotto, la maggiore delle dissolutezze”. Con chi ce l’ha? Settembrini non rileva mai connotati razziali, H.Castorp e l'autore sì. L'autore non è Settembrini. Settembrini è Heinrich? Thomas è stato sempre ambiguo in politica, per ultimo con il Bruder Hitler, fratello Hitler. L'autore si colloca tra i due "vestiti neri", di suo nonno e del nonno di Settembrini, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi in rotta col presente? Poche cose di Thomas Mann non sono ironiche: i “Buddenbrook”, “Giuseppe”, “Morte a Venezia”, per quanto melodrammatico. Alcune volte è feroce. In “Sangue velsungo” per esempio. Qui nell’ “innamoramento” di Castorp – le donne, la malattia. O nelle cineserie dei titoli: “Rispettabile annuvolarsi del volto”, “Zuffa dell’eternità (è l’“innamoramento”) e luce improvvisa”… Tomas Mann fa il verso all’ipocondria, al romanticismo estenuato, per ridere del quale gli viene buono anche Carducci, alla noia come arte, all’introspezione inerte. Di una “profondità di petto”, se la tubercolosi si potesse dire in musica, cioè esterna. Vent’anni dopo tenterà di salvare il tutto battendo su questo tasto: un concentrato di svariati mondi spirituale risucchiati dalla voluttà della morte. Che non è falso: tutti quelli che entrano al sanatorio, sia pure per una visita di poche ore, “hanno” una malattia. È l’aura di Léon Daudet (“Mélancholie”). E si può dire al contrario: va, anche casualmente, al sanatorio chi è “portato” alla malattia. Ma Thomas Mann può non essere cosciente che ha ridicolizzato un mondo, con ragli acutissimi e sberleffi anche tropo insistiti (sempre l’“innamoramento” di Castorp)? Se così fosse il romanzone è agghiacciante. Perché tanta rabbia? E tanta ipocrisia? Il Grande Borghese era terribilmente in dissidio: col mondo che lo circondava, come spesso dice, e quindi, come si suol dire, al fondo con se stesso. Ma, se così è, per portare le colpe di altri. Questa “storia ermetica”, nell’“addio” finale di Castorp, è una resa dei conti con qualcosa che l’autore non riesce a liquidare, o non può. Che non è la Germania – la difenderà anche contro gli Usa che l’avevano ospitato esule e onorato.E non è se stesso, Thomas Mann è inscalfibile: lui è, e solo lui, un Buddenbrook, un signore del “reale”, delle cose solide - o meglio degli “uomini vestiti di nero” (“per porre una severa distanza fra sé e le epoche nelle quali vivevano”), qui sotto i nomi di Castorp e Settembrini, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi tutti d’un pezzo. Una curiosità resta la lettura seriosa che Thomas Mann fa dell'Italia: era così l'Italia di fine Ottocento? O era lui così? Più positivo, quindi, che sarcastico. Una seconda curiosità è la ricorrenza di molti tempi agostiniani, delle "Confessioni": storia, tempo, memoria. Sarebbe stato più ovvio trattarli alla maniera di Aristotele, "Fisica", e più divertente, o di Platone, "Timeo". Chi è Thomas Mann? Thomas Mann, La montagna incantata

Letture - 14

letterautore

Dante – Alla fine ha messo cinque papi all’inferno, e due eretici in paradiso.

Longfellow ha iniziato la traduzione di Dante, la traduzione sistematica della “Commedia”, nel 1861 e non è più uscito di casa. Jacqueline Risset, che la “Commedia” per ultimo ha reso in francese, testimonia lo stress, il “consumo” che l’autore fa del traduttore. Anche in senso proprio: la “Commedia” di Jacqueline Risset è Dante, benché in francese, benché a fine Novecento.
Il traduttore come un doppio dell’autore, dunque, se riesce a immedesimarsi in lui. Ma non avviene per tutti gli autori, non è necessario – e anzi può essere controproducente: essere proustiani con Proust, per esempio, riesce sempre stuccosissimo.

È l’uomo, l’essere umano maschile. Che eleva il desiderio – Beatrice - allo stato angelico. L’inverso non c’è – non è possibile – e non perché le donne non amano gli uomini, ma per l’impossibile trasformazione dell’angelo in desiderio, si brucerebbe le ali.

Dantesco è l’infernale, sta per odio, esilio, solitudine, e per orrido, macabro, trucido. Mentre il suo viaggio è verso il paradiso, l’amore cioè e la sapienza. Da uomo colto, il più colto dei suoi anni, profondo conoscitore di tutte le arti liberali e anche della geografia, buon filosofo e filologo.

Per Gadda (“Novelle del ducato in fiamme”) Dante è “grande pettegolo”.

Galileo – La scoperta (riscoperta) dell’invenzione non è cosa da poco – o l’invenzione della scoperta. Invenzione si vuole ridurre etimologicamente a ritrovamento, come a dire: “Nulla di nuovo”. E invece è una forma di conoscenza nuova, in quanto, passando per l’astrazione (p.es.: studiare la caduta dei pesi nel vuoto), passa per l’ignoto. Sarà una ricognizione dell’esistente, poiché creatori non siamo, ma intrepida e fantastica.
Il coraggio di Galileo non è solo il metodo ma una diversa umanità. Per il principio della libertà individuale, nella geometria del mondo. Un’individualità che si può enucleare anzitutto, senza offendere Dio, e quindi felice. E si esercita “all’aperto”, nella natura, non nel chiuso della malinconia o della magia, e procede con ardimento e socievolezza.

Kafka – Letto attraverso i diari e le lettere disamora. Non è più un creatore ma un ometto sul sofà dell’analista.
Avvicinare l’opera alla vita e alla personalità dell’autore è rischioso. Il personaggio Proust delle lettere, degli articoli, delle frequentazioni allevia di simpatia la mostruosità della “Recherche”. Il personaggio Kafka rende mostruoso, perfino sinistro, il fascino della sua opera. Persona di un egocentrismo totale, attento unicamente alle sue fobie (quell’io, io, io delle lettere), chiuso alla comunicazione, con le donne e con gli amici, chiuso alla passione (“Lettere al padre”). Scrive da entomologo perché vive da millepiedi.
Brod ne nobilita l’insensibilità sentimentale nell’ascesi, nella religiosità esoterica se non nell’ebraismo. E invece Kafka non è sensibile alla religione, nemmeno sotto forma di paura.

Joyce – In quanto scrittore delle prime, impressionanti, parolacce, si è “liberato” nella parlata comune di Roma e Trieste?

Malaparte – Sostiene (“Benedetti italiani”) che Firenze è tutto, romanica, bizantina, gotica, ma non rinascimentale. È possibile: i fiorentini, noiosi attaccabrighe, non è possibile che abbiano fatto il Rinascimento, così positivo, compiaciuto. Forse con alcuni fiorentini di Roma, Leone X, Clemente VII, Beato Angelico, Michelangelo.
Malaparte vuole essere gotico, dalla “Rivolta dei santi maledetti” a “La pelle”. Invece è un rinascimentale in ritardo – un rondista: levigato, proporzionato, sontuoso, grande e bello.

Ha al suo attivo due prime mondiali: il primo “romanzo” della (contro la) grande guerra, “La rivolta dei santi maledetti”, e il primo della guerra di Hitler e Mussolini, “Kaputt”.

Thomas Mann – È lui, e solo lui, un Buddenbrook, un signore del “reale”, delle cose solide. O meglio degli “uomini vestiti di nero” (“per porre una severa distanza fra sé e le epoche nelle quali vivevano”, sotto i nomi di Castorp e Settembrini nella “Montagna incantata”, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi tutti d’un pezzo).

Marx - “Liberale quanto un dogma religioso”, lo dice Chesterston. Ma non era il barbone collerico che si vuole, anzi come Democrito, il primo materialista, se la rideva. Era, insomma, un borghese – quello che lui magnificò come borghese. Pensa anche come Napoleone più che, criticamente, come Hegel: semplifica la storia perché vuole farsene una.
Rilancia, sul supporto di Hegel e della storia rivelazione, l’unicità della Rivoluzione francese nel senso della compattezza, e anzi della monoliticità. Che è quella che la Rivoluzione diede di sé nel mondo, ma questo a opera di Napoleone, della conquista napoleonica. La Rivoluzione fu episodica, si sa, e frammentata: mozioni confuse, assemblee vaganti, strane peripezie dei protagonisti, che sono tanti e nessuno, la violenza della piazza parigina, il grande, assordante silenzio del popolo francese. Che quando si espresse fu contro i regicidi e i ghigliottinardi. Ci furono semmai tante rivoluzioni, insieme e in successione. Napoleone ne fissò il nome, che non vuole dire nulla.

È evangelico, è vero, anche se non lo sa, è Cristo – se era ebreo, si è convertito. Per il dovere del paradiso in terra, della giustizia. Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat.

La verità è, è sempre stata, che la fabbrica non ha consistenza, il vero lavoro è sovrastruttura, qualsiasi esperto di produzione l’ha sempre saputo. E che ciò è auspicabile, anche politicamente: altrimenti il comunismo è di schiavi, senza umanità, avendo eliminato ogni spazio, comune e personale.

Novecento – La letteratura è, per la prima volta, monotematica e formale, radicalmente, nel secolo più fattivo (non si può dire costruttivo) della storia. Fino a tutto l’Ottocento si voleva piena di cose. Le cose del Novecento letterario sono presto dette:
Proust: “Gli svaghi di un ragazzo un po’ malato (molto avviene a letto)”
Céline: “Un cavaliere contro la guerra”
Joyce: “Sesso e lingua (sesso è lingua?)”
Kafka: “?”
Musil: “Far parlare l’afasico, con protesi stuzzicante (l’omosessualità, l’incesto)”
Thomas Mann: è dell’Ottocento
Hemingway: “A caccia e a pesca”
Calvino: “La superficie delle cose”
Sciascia: “Siamo tutti siciliani – per non esserlo”
Pirandello: è di tutti i secoli, come Shakespeare.
Per la prima volta? Ma già Petrarca, l’ellenismo, i lirici greci. Non è ritornante, questa malinconia dello spirito, l’autismo della parola?

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La politica della non politica

Brunetta si deve difendere sul “Corriere della sera” di avere usato le parolacce contro una certa sinistra. Lo fa con piacere, si vede, da piccolo Barthes della piccola semiologia quotidiana: bisogna urlare per poter dire “buongiorno”, cioè “eccomi qui”. Da tempo si sa che non ci sono più argomenti ma ingiurie e bestemmie, che non c’è più politica ma, al più, un teatrino, di belli guaglioni e belle veline, che non c’è più informazione ma gossip, eccetera: siamo nell’epoca dell’effimero. Ma si parla ugualmente di politica: a che fine?
Per non parlare di politica. Non c’è altra risposta: il mondo non s’è fermato perché i giornali solo fomentano scandali, a cui non credono. Il mondo va avanti tra scandalo e scandalo, e al di sotto di essi. Si diverte per un po’, se non si è tappate le orecchie, e poi procede, indisturbato. C’è la crisi, c’è la guerra, più di una, c’è l’influenza A, e non c’è più la sanità, che pure tanto costa. E tutto questo non è congruo: se i giornali e i politici-non-politici parlano di altro non è per caso, è che non vogliono che si parli di quello di cui il mondo parla. Brunetta, che sa cosa è la politica, ha semplicemente deciso di fare un diversivo.
Mettiamo che Brunetta abbia ragione, e che quello che ha detto sia vero. E che è stato anche bravo, perché è riuscito a farsene fare grancassa da tutti i giornali e da tutti i tg, benché, tutti, non gli siano favorevoli. Ma l’unico effetto che avrà ottenuto è l’assoluzione di certa sinistra da quel peccato – che ha finora pagato pesantemente in termini elettorali – o la sua derubricazione a peccato veniale. Degli eroici furori, dunque, per nulla? No, per tenere lontana la politica.
Il “Corriere” del resto lo dimostra, non è ambiguo: il mellifluo minuetto col ministro marchia con foto-estratti dall’“Observer” e “El Paìs”, che, dice, criticano l’Italia di Brunetta. Il giornale delle spie ha scoperto, spiega il “Corriere” con aria terribilista, che le donne italiane si stanno liberando, con foto di Anna Magnani. Il giornale spagnolo della speculazione profetizza, come ogni giorno, un futuro fosco, ma all’Italia e non alla Spagna – che, com’è noto, non ha disoccupati, e la libertà garantisce al telefono: basta una telefonata in Comune e si cambia sesso.

venerdì 18 settembre 2009

Kaputt è l'Europa

Malaparte è autore di primizie. Molte insuperate, bisogna dire, anche a distanza, che ormai è lunga. “Kaputt” fu il primo best-seller mondiale del dopoguerra, un “romanzo” molto italiano, sull’orrore molto italiano della guerra, scritto da un “maledetto italiano”. Un “romanzo storico” lo vorrà Malaparte nei suoi diari parigini qualche anno dopo. Il romanzo dell’Europa sconfitta. Della guerra dell’Europa alla Russia, che la Russia, scrive Malaparte nel 1942, vincerà. In un mistilinguismo alla “Guerra e pace”, impensabile nella gloriosa marcia odierna delle lettere italiane. Con tutto Arbasino, buona parte di Primo Levi, mezzo Fellini, mezzo Visconti - e Dante naturalmente, col lago infernale ghiacciato alla prima scena. Tolstojani anche i racconti di cani e cavalli: Malaparte è il primo, e per ora unico, scrittore che anima gli animali.
Malaparte, scrisse Répaci, ama girovagare per “porti amari”. Di “Kaputt” sempre si ricorda la definizione dello stesso autore, di “libro orribilmente allegro e crudele”, che si avvia con l’aneddoto raccapricciante dei cavalli imprigionati dal ghiaccio nel lago Ladoga - un ossimoro che ne definisce l’ambiguità suo marchio di fabbrica, ricercata fin dalle prime prove da ragazzo, la “Rivolta dei santi maledetti”, volontario nella guerra e la morte. Ma è anche un libro segreto, che sfugge, nel capitolo iniziale “Storia di un manoscritto”, alle SS di mezza Europa, “Živago” al confronto fu un’edizione di stato. È sempre deludente cercare di parodiare un certo genere di emozioni negative (disgusto, violenza): il lettore ha bisogno di essere dalla parte dell’autore. E questo Malaparte lo evita. Ed è effettivamente un romanzo resistenziale, per i tempi, essendo stato scritto nella prima metà del 1944 (ma forse già nell’estate del 1943: poi Malaparte passò attraverso varie prigioni, alleate e antifasciste, anche se solo per poche ore: molto tempo dovette spendere a difendersi), e per i temi, comprese le crudeltà sugli animali. Entro cornici labili: pranzi seduti, notti lunghe tra amici, cocktail parties – con ufficiali tedeschi, tra nobili moldavi – e incontri al caffé. Ma di forte felicità narrativa, mezzo rondista mezzo hemingwayana, e in definitiva sua propria, malapartiana.
L’invenzione è più spesso di scuola che vista o vissuta, di lettura, letteraria. L’aneddoto più famoso, della mandria di cavalli congelati nel Ladoga, un lettore curioso aveva già letto in “Inshallah” di Maud von Rosen, baronessa, bellissima virago svedese-americana, pubblicato nel 1935, in quel caso la carovana era di cammelli, seppellita da una bufera di neve sui monti Elburz in Persia – Malaparte che sapeva il tedesco era in grado di leggere lo svedese, e comunque “Inshallah” era stato tradotto in inglese. Ma l’effetto in lui è sempre di una sorprendente verità storica, dietro le ambiguità esibite, a partire anche qui dal suo primo reportage, “La rivolta dei santi maledetti”, seppure contemporanea ai fatti, e più a distanza di tempo.
Malaparte si fa forte anche qui del racconto hoffmanniano come sogno, da lui introdotto in Italia nei viaggi un decennio prima. Degli a parte geniali, il “cielo proustiano di papier gros bleu”, il colore dei pacchi di pasta da due e cinque chili, la pasta dei poveri, “La provincia è la vera patria parigina di Proust”, il famoso Hitler è donna, di cui si gloriava di essere lo scopritore, l’“Io ti amo e tu dormi”. E delle figure romanzesche nella loro ordinarietà, qui innumerevoli: Axel Munthe, il re Gustavo V di Svezia che in guerra ricama, Mannerheim, Edda Mussolini, un fantasma che domina Roma e l’Italia, Galeazzo Ciano “il levantino”, Himmler, Hans Frank, il Re hitleriano di Polonia, che “suona Chopin come Paderewski”, con la fantastica corte dei governatori hitleriani della Polonia occupata nella sua reggia al Wawel di Cracovia, Ante Pavelic, patriota sincero e crudele, che parla italiano “con lieve accento toscano”, Max Schmeling, il campione dei massimi paracadutista a Creta, e il “coté Guermantes” che più volte ritorna, Harold Nicolson, Oswald Mosley, i diplomatici italiani Alfieri, Anfuso, Cicconardi, Umberto di Savoia, Maria José, Isabelle Colonna, la Maria Angiolillo del regime, il conte Gawronskij, i fratelli Antonescu, i soggiorni al Forte dei Marmi con Suni e Clara Agnelli ragazze. E quel personaggio più che malapartiano, ignoto in Italia, che fu Agustìn de Foxà, conte, ricco, diplomatico, scrittore, falangista non franchista. In tutto copia di Malaparte, nella scrittura e nel fisico, che solo se ne distinguerà per morire alcuni mesi dopo lo scrittore toscano. Con una sensibilità speciale per i cibi in tavola, i sapori e i colori, e per le tavolate, un gargantuismo inedito (una delle poche cose non imitate di Malaparte) che sottolinea l’imbelvimento generale. E una continua, costante interrogazione dell’umanità tedesca che la guerra rivela: la paura del debole, il silenzio, del viso, dello sguardo, “l’elemento morboso, femminile”, e quelli che “stanno dalla parte dei salmoni ma obbediscono ai generali”.
Un “romanzo” vecchio di sessanta e più anni che si rilegge con interesse è un segnale che la storia della letteratura del Novecento è da rifare, quando il Muro sarà crollato anche in Italia. Adelphi lo riedita con le molle, selettivamente dice, benché con succose note filologiche, per “Kaputt” di Giorgio Pinotti. E non lo sostiene, non se ne parla. L’ultima cosa che si è detta di Malaparte è di Raffaele La Capria, un paio d’anni fa, che sul “Corriere della sera” gli ha rimproverato la teatralità: “Le cose che racconta Malaparte sono inverosimili perché sembrano false, ed è il modo come sono raccontate a falsificale”. Che è vero, ma nel senso più complesso del vero\falso. La Capria dice che l’inverosimile di Kafka, Rabelais, Cervantes non sembra falso. Ma perché è falso. I racconti di “Kaputt” sono malapartiani, sgangheratamente crudi. Ma per essere veri – inverosimili ma veri. A partire dalla cornice delle cornici: in manoscritti strappati, da affidare ad amici di diversa origine e destinazione, per sfuggire alle SS, e poi assemblati. Che sembra anch’essa una “storia” malapartiana, inventata, e invece è vera. La Capria si confessa ancora stizzito, in quanto napoletano. Ma, in tema di realismo, pochi direbbero che Malaparte non è realistico – anche su Napoli, prima e più di molti scrittori napoletani, anzi ne ha rinnovato il genere: Napoli è quella di Malaparte.
Malaparte è Malaparte, ufficiale di collegamento a Napoli con gli inglesi e gli americani, che si fa all’inizio del 1944 una biografia marxista, e di studioso dell’Urss. Esibendo stili di vita e di scrittura di destra, allora e per lungo tempo ancora. Un fascista che Mussolini ha mandato in carcere tre o quattro volte. Un politicamente corretto sempre scorretto. Detto questo, è scrittore vero anche se inverosimile, e di fantasia stimolante, sa raccontare – non gli si vuol bene, ma perché lui si voleva antipatico: per la sindrome D’Annunzio, il grande rimosso, la tessitura non tanto segreta del Novecento. Si è inventato molte cose della sua vita, ma delle cose che racconta è come se non se le fosse inventate.
“Kaputt” è il romanzo della guerra, cioè della morte. E della morte degli ebrei, l’Olocausto è raccontato già nel 1943: il pogrom (“nell’Europa orientale i pogrom sono sempre preparati ed eseguiti con la connivenza delle autorità ufficiali”), il ghetto di Varsavia, il treno piombato, le ragazze prostituite. È un libro per questo feroce, per i cavalli congelati, e per il cannibalismo, i “mostri” di Napoli nelle caverne, “’o sangue” di san Gennaro, archetipo di tanta narrativa, e una prima serie di animali in tavola. ”Kaputt” è, come poi “La pelle”, e come il libro d’esordio di Malaparte, “La rivolta dei santi maledetti”, il racconto della guerra. Che non può essere fatto come nei film inglesi e americani, che sono di propaganda, la guerra è la stalla dell’uomo, piena di letame, scannamenti, squartamenti. È perciò un racconto dell’orrore, un genere non italiano. Di cui Malaparte si vuole esploratore, congruo – non si può fare sempre della guerra una retorica.
Curzio Malaparte, Kaputt, Adelphi, pp.476, 22, € 18,70

Quando c'era la Cortina di ferro - 9

Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano (unica eccezione domenica il supplemento culturale del “Sole 24 Ore”, che ha dedicato agli avvenimenti due pagine): il comunismo sovietico che finisce nel disonore.

5 novembre
IL PRIMO GIORNO DI FUGA AUTORIZZATA
BONN – “L’esodo non può essere la soluzione della questione tedesca. Noi vogliamo che i cittadini dell’Est possano vivere nella loro patria d’origine”. Nel corso di un intervento al congresso federale della Croce Rossa, il cancelliere Helmut Kohl ha riaffermato la volontà di Bonn di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche nei paesi dell' Est. È stato questo il primo commento del governo tedesco-federale alla decisione del nuovo leader della Rdt Egon Krenz di aprire le frontiere e dare via libera ai profughi. Il fatto che i tedeschi dell' Est possano liberamente passare all’Ovest attraverso la Cecoslovacchia significa, come hanno affermato alcuni commentatori a Bonn, che praticamente, è come se non ci fosse più il Muro.

10 novembre
CHE ANNO QUELLO CHE SIAMO VIVENDO..., di Sandro Viola
A quali formidabili avvenimenti abbiamo infatti assistito negli ultimi mesi! In una trentina di settimane, una breccia dopo l’altra, gli assetti dell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale sono in gran parte crollati. Già adesso l’Europa somiglia pochissimo, quasi niente, a quel che era stata in questo quarantennio: e presto sarà un’altra (altri equilibri politici, altre relazioni economiche, altri legami culturali), anche se per ora nessuno può dire esattamente come sarà. La terminologia che avevamo usato per decenni, l’ottica con cui guardavamo alla spaccatura del Continente sono già finiti nella soffitta della storia. Espressioni come cortina di ferro, paesi satellite, comunità socialista, Europa comunista e persino impero sovietico, hanno perso tutto o quasi il loro significato.
(fine)

mercoledì 16 settembre 2009

Berlusconi si squaglia

Visto da Vespa, per la cera, il gonfiore, il soliloquio, l’ira incontrollata, Berlusconi ha dato di sé l’immagine dell’uomo oppresso dall’odio, l’ingratitudine, l’indifferenza. Che sono il paesaggio morale dell’Italia oggi. Ma anche dell’Italia sua, che lo adora e lo vota. Dei suoi beneficati, Buttiglione, Casini, Fini, che addirittura ha invocato per lui la prigione a Palermo, e della sua famiglia. Ed era forse, per la prima volta, un’immagine sincera e non voluta, non il solito arrangiamento teatrale.
Il teatrante è padrone dei tempi, Berlusconi ha tradito il suo trionfo all’Aquila con un’esibizione di pena. Il giorno in cui anche Tremonti, l’uomo con il quale si sono più volte salvati, ha inteso rubargli la scena e dargli una pugnalata. Spostandosi sul “Corriere” dalemiano a proporre la grande coalizione, nientemeno, sul solido terreno dell’ennesimo scudo fiscale per i grandi borghesi. La materia per l’ira non manca. Ben più consistente, aspra, velenosa che non gli scolastici arroccamenti dell’opposizione sulla libertà di stampa e d’immigrazione.
Qualcosa di nuovo insomma c’è, e più di una zeppa, nel ciclo berlusconiano. Nessun dubbio che tra Berlusconi da una parte, e Fini, Casini e Tremonti dell’altro non c’è partita, i tre “non esistono” politicamente – divisi peraltro tra di loro dal solito odio. Anche in chiave elettorale: le regionali sono solidamente bipartitiche, chi non si schiera perde in partenza. Contro le legittime aspirazione di Fini, Tremonti e ogni altro a smarcarsi dalla tutela del capo, Berlusconi può opporre la loro inconsistenza politica, a parte il profilo di bravi ex ragazzi: i governi dei tecnici, di destra-sinistra, dei bravi, della società civile, di cui farfugliano sono solo scemenze. E tuttavia faglie si sono aperte che non sono ricomponibili.

Olocausto fondamentalista?

Della “Questione morale”, di cui in un anno Goldhagen ha fatto nel 2003 una nuova edizione, il titolo intiero è: “Una questione morale. Il ruolo della chiesa cattolica nell’Olocausto e il suo mancato dovere di ravvedimento”. Forte, come si vede. Da polemista che sa vendere la sua copia in più. Se non che Goldhagen è storico a Harvard, e pretende di aver fatto opera di storia. Per le colpe di Pio XII, ché di questo si tratta - le prove essendo tratte preferibilmente da una Susan Zuccotti, una che il papa l’ha demolito: “Le sue prove hanno letteralmente distrutto la reputazione del pontefice”.
Nella nuova edizione della “Questione morale” Goldhagen fa una pomposa introduzione, piena di se stesso, ignaro del dibattito sulla Colpa. Hannah Arendt liquidando come una che tolse sistematicamente ai carnefici la patente di antisemitismo. E non sono i Vangeli, e altri libri del Nuovo Testamento, antisemiti? Per chiedersi, alla fine del nuovo capitolo: “Quando si tratta dell’Olocausto, l’indagine sulla Chiesa e i suoi rappresentanti incontra un muro di prudenza. Come mai?” Già, come mai l’Olocausto si affida a libri come questo, pieni di chiacchiere e livore, che fa così largo uso dei peggiori (più scaltri) stilemi e artifici dell’antisemitismo?
Il precedente “I volenterosi carnefici di Hitler”, del 1997, s’era fatto notare per altre due studiate esagerazioni. La più ovvia è che tutti i tedeschi erano e sono antisemiti, anche Niemöller e Karl Barth – che però è svizzero. Anche, e più di Hitler, i congiurati di Stauffenberg. Questo perché il conte era cattolico. In generale, e così per i due teologi, Goldhagen, che tutto lascia presumere un non credente, alza gli steccati su basi religiose, da fondamentalista ebraico. La forzatura più insidiosa è, d’acchito, al primo capitolo, la certezza che gli ebrei non c’entrano con l’antisemitismo, che “l’antisemitismo senza gli Ebrei era la regola nel Medio Evo e nell’Europa moderna”, permanente, anche se più o meno manifesto.
Il rischio che i due fortunati libri comportano è più generale: dell’unicità dell’Olocausto, che ha solo il significato di esclusività. E non può essere, l’Olocausto non dev’essere la ricostituzione di un ghetto, sia pure di Giusti. L’allegro oltranzismo di Goldhagen è esemplare di come l’Olocausto non si debba isolare, non nella storia, dalle politiche generali di sterminio di Hitler, dal Novecento, dalle guerre e le rivoluzioni del secolo così tanto, troppo, lungo.
Daniel Goldhagen, Una questione morale, la chiesa cattolica e l’Olocausto
I volenterosi carnefici di Hitler

Ombre - 28

Dunque, Berlusconi aveva inventato pure Moana, Moana in tv. Che ora Murdoch gli copia, su Sky. Con grandi soldi al solito, dell’abbonamento a 500 euro, più pubblicità.
Speriamo che non ci costringano a scegliere: fra i due monopolisti non potremmo non stare con Berlusconi, più intelligente, meno prodigo, non dei soldi altrui.

Franceschini vuole abolire l’Auditel, per dare “qualità alla televisione". Non sa nemmeno cos’è l’Auditel.

A destra i voti, a sinistra l’aristocrazia dello spirito – è l’ultima frontiera. Sotto i colpi della odiosa Lega, del common sense di Bossi e del ridicule, la sinistra si erige un monumento culturale. Sarà buono per le residue professoresse della scuola affondata.

“Repubblica” riferisce di un’inchiesta del “Guardian” sulla Lybian Connection tra Berlusconi e Gheddafi: petrolio, tv, banche e Milan, sono tanti gli affari tra i due, promette il giornale. Che meglio del “Guardian” avrebbe potuto fare l’inchiesta, il posto dove si sa più e meglio della Libia è l’Italia.
È leggendo “Repubblica”, infatti, che si sanno gli interessi veri della Libia in Italia: con Profumo, un banchiere democratico (in realtà è con Geronzi, ma il beneficiario è Profumo) e, si auspica, con Bernabé, altro manager democratico, per “salvare” Telecom Italia – che una coraggiosa “razza padrona” democratica ha depredato. Ma, certo, “Repubblica” , non avrebbe potuto beneficiare del dossier dei servizi inglesi, come il “Guardian”.

E così, nell’anno 2009, ai vescovi che sta per ordinare, il papa ha dovuto ricordare tre obblighi che il più folle degli uomini riconoscerebbe automaticamente: la fede, la bontà, la prudenza. Sentendosi obbligato a specificare: “Qui bisogna subito eliminare un malinteso. La prudenza è una cosa diversa dall'astuzia. Prudenza, secondo la tradizione filosofica greca, è la prima delle virtù cardinali; indica il primato della verità, che mediante la “prudenza” diventa criterio del nostro agire. La prudenza esige la ragione umile, disciplinata e vigilante, che non si lascia abbagliare da pregiudizi; non giudica secondo desideri e passioni, ma cerca la verità - anche la verità scomoda. Prudenza significa mettersi alla ricerca della verità ed agire in modo ad essa conforme. Il servo prudente è innanzitutto un uomo di verità e un uomo dalla ragione sincera”.
Che bisogno c’è di scomodare la tradizione filosofica greca? È che i cinque vescovi devono essere italiani.

Venezia coerente non premia i film di Berlusconi. Nemmeno “Baarìa” – giusto un contentino a Placido, che alla mostra è ritornato alla macchia, facendo finta che la trentenne Jasmine Trinca sia una debuttante. Saranno contenti sia Tornatore sia lo stesso Placido, e già in paradiso.
Ma combattere Berlusconi con applausi entusiasti a Chávez (a Chávez…), con premi a un film contro la guerra e contro gli arabi, e a un film calligrafico di una sofisticata signora parigina, in cui soprattutto non si parla di ayatollah né di islam, con le escort, con le veline, anche con le “minorenni”, e contro il buon cinema, seppure italiano, che resistenza è questa?

“Repubblica” apre e impegna alcune pagine sulle virtù di Zapatero. Non ultima la prudenza, che gli ha consigliato di non interloquire alla Maddalena con lo sguaiato Berlusconi. Dando forse un orgasmo alle isteriche sue lettrici. Ma obbligando Zapatero, che forse non ne aveva voglia, a telefonare a Berlusconi e abbracciarlo moralmente. “Repubblica” non lavorerà per il “re di Prussia”?

Comunione e Liberazione si è onorata a Rimini quest’anno dei Murdoch, del figlio e del manager del padre Mockridge. Dopo avere a lungo corteggiato Berlusconi, direttamente e sotto le specie di Gianni Letta, Confalonieri, Dell’Utri eccetera. Sempre di destra si tratta, e non c’è incoerenza – anche se Murdoch-Sky si smarca ora a sinistra, in chiave anti-Berlusconi. Ma perché Cl ha bisogno sempre dell’ombrello di un monopolista?

Fini dice che bene fanno i giudici di Palermo a indagare sulle stragi del 1992-93. I giudici di Palermo rispondono che non hanno nulla da indagare. Impudenza di Fini? Ingratitudine – i giudici di Palermo dovrebbe “indagare” per ricondurre la mafia a Berlusconi?
Fini è l’ennesimo “salvato” di Berlusconi che gli si rivolta contro con ferocia, come già Montanelli, Travaglio e altri fascisti. È dunque un caso palese d’incapacità in Berlusconi: scegliersi gli amici.

martedì 15 settembre 2009

L'Italia sovietica

La ricostruzione strepitosa dell’Aquila e dell’aquilano deve cedere alle beghe della Rai, di Floris contro Vespa, o viceversa, con spiegamento di tante preziose energie dell’onesto Zavoli, trincee per la libertà di stampa, e appelli al presidente della Repubblica. L’Italia sovietica non muore mai, dove si vota sempre e mai nulla cambia. Forse perché la Costituzione, come dice Padoa Schioppa, è stata a lungo sovietica, a metà, e non ha perso il vizio. Sovietica non è solo la parte economica: imperando il tutto è politica che è la non politica, e un sindacato di partito, caso unico al mondo, la politica si fa tracotante, con i casi Floris, e il popolo subisce l’aggressione quotidiana, ora per ora, minuto per minuto, della Rai, dei giornali, delle tricoteuses, dei procuratori. I megafoni sembra di sentire dei romanzi orwelliani, l’aria è lo stesso plumbea. Con la libertà dei centri commerciali, certo, i non luoghi, e le pizzerie compagne a sessanta euro, a testa. Ma con in più i vescovi e i presidenti delle Camere, che, non avendo fatto nulla per la ricostruzione dopo il terremoto, se ne prendono il merito.
Orwell, con non luogo
Si dice che l’Italia è vittima di Berlusconi. È vero, è doppiamente vero, perché quest’uomo vince le elezioni promettendo di liberarla, e invece la lascia dov’era, l’ultimo, l’unico, paese sovietico a vent’anni dalla caduta del Muro. È tutto qui il grigio che opprime l’Italia. Delle città toscane, Firenze in prima fila, che ripetono le città dell’Est, Lipsia, Dresda, prima del disgelo: mute, buie. Delle file alle Poste interminabili, che ora sono anche banche e centri d’immigrazione, con meno uffici e meno impiegati di quaranta e cinquant’anni fa. Dei treni da vomito, per la sporcizia e il tempo incalcolabile. Del biglietto del tram che non si trova, nessuno lo vende, e le macchinette sono otte, appena le cambiano, a caro prezzo, si rompono. Dei musei chiusi ad arbitrio degli uscieri. Per settimane e anche per mesi. A Brera come a Reggio Calabria da anni, che ha il numero più elevato di uscieri. Dei vigili esosi, dovendovi estorcere anche le multe di quella metà della popolazione che ne è esente, loro parenti e amici – e di Equitalia: sarebbe piaciuta a Breznev, vigile e fredda, sbirraglia che paghiamo due volte, con lo stipendio e con gli aggi. Degli eserciti di bidelli pagati per aprire le porte la mattina e chiuderle al pomeriggio. Nient’altro, hanno questo alto ruolo, e il sindacato lo fa remunerare bene e stabilmente. Per le pulizie i presidi pagano “imprese” esterne, se la scuola ha fondi. Che più spesso sono presidesse, dure contestatrici di ogni riforma che faccia lavorare la persone. Perché il lavoro è sacro e non va perseguito.
È patetico Brunetta che si accanisce contro i burocrati infingardi, perché trascura una cosa: l’obbligo per lo Stato di non lavorare. Sancito dalla Costituzione e dai Tar. Il sindacato fa causa per non far lavorare i dipendenti pubblici nei Comuni. E il Tar gli dà ragione. Niente è più doveroso dei lavori socialmente utili, che stipendiano un paio di centinaia di miglia di “giovani” per non lavorare.
Fare causa per non lavorare
Il lavoro è una rendita, senza obbligo di produzione. Non solo nel pubblico, anche nelle aziende protette del mercato: Telecom, Enel, banche. L’(ex) monopolista Telecom può fare impunemente, e anzi con l’elogio delle “Pravde”, quello che mai ha potuto fare quand’era statale: jugulare casalinghe e anziani con contratti truffa, e tutti con una rete arretrata di un’epoca, avendo abolito i telefoni pubblici per i pochi che non usano il telefonino - li tiene belli in vista, a grappoli, ma nessuno funziona.
Questo in un’Europa che ha perso finanche la memoria della storia, che era il segreto della sua intelligenza, della grandezza di un piccolo continente, minuscolo. L’Europa non ricorda Monaco né il patto Ribbentrop-Molotov. Né la guerra di Hitler e Stalin alla Polonia, e all’Europa. Non ricorda neppure il Muro. E non se ne libera. Ma non alle profondità dell’Italia. È l’Italia l’ultimo paese sovietico. Con un tocco di sacrestia. O meglio detto: è il primo paese sovietico ricco. Piagnone. Che sempre si vuole debole, piccolo, perseguitato, e come tale è riconosciuto dagli sbirri che esprime, siano carabinieri o giudici. Anche quando è spietato profittatore e freddo killer. E obbligatoriamente popolare.
Il paese degli ospedali governati dai portantini. Che costano il doppio di quanto dovrebbero – a Roma si vede, per il confronto con gli ospedali del Vaticano, che sono anche più grandi e meglio attrezzati. Della spazzatura non raccolta dagli spazzini. Con giudici che, a Napoli ma non solo, mandano sotto processo tutti quelli che raccolgono la spazzatura. Non quelli che impediscono la raccolta della spazzatura. Per motivi politici dicono, d’igiene e di protezione dell’ambiente. Degli operatori ecologici che al più passano in gruppo, quando passano, per passare il tempo celiando, senza mai raccogliere una foglia o una cartaccia. Figurarsi i vetri e i cessi dei treni, i gabinetti delle scuole e degli ospedali, le scale dei ministeri e degli assessorati. Se il sovietismo non è ormai un imprinting. Un paese di anarchici che ora s’acconcia a una dichiarazione delle tasse con 160 pagine di avvertenze, a corpo 6. E aspetta tranquillo mezzora e anche un’ora un mezzo pubblico – a Roma succede (Roma che però, va precisato, è l’unica grande città italiana bene amministrata, al confronto per esempio con Milano).
Immemore, senza tempo
Un paese non solo immemore ma anche senza tempo. I duecento giorni utili, tolti i week-end, le festività, le vacanze, riducendo a centocinquanta per una serie di adempimenti, il tempo non tempo dell’ananke sistemica. Quattro giornate di coda alle Poste, per pagare i conti o ritirare le raccomandate. Una settimana per gli adempimenti fiscali, non per gli adempimenti in sé ma per raccogliere una documentazione che mai è sufficiente. E per le cartelle pazze (imposte o multe non dovute, o già pagate, o contestate, e ripetute). Un tempo obbligato che Equitalia mediamente raddoppia, l’esattore del Tesoro, quintessenza della burocrazia strapotente e strafottente (fa pignoramenti per cento euro, magari non dovuti). Due giorni per avere le ricette del medico di base. Due giorni per riuscire a fare le analisi mediche di routine – in alcuni ospedali bisogna arrivare entro le 8 e aspettare fino alle 2. Un paio di giorni per cercare la tessera mensile dei mezzi pubblici, il biglietto dei mezzi, i francobolli per una lettera.
Ma più di tutto pesa il potere. Più dell’Urss di Breznev l’Italia è il paese delle auto blu: ce ne sono 607 mila. Anche se gli amministratori politici, ai Comuni, le Province, le Regioni e nello Stato, non sono più di 150 mila. Le auto blu sono 75 mila nel paese secondo in classifica, gli Stati Uniti d’America, che però sono grandi ventotto volte l’Italia, o ventinove, 64 mila in Francia, 55 mila in Gran Bretagna, e solo 53 mila in Germania, che è quasi due volte l’Italia. È il paese delle scorte, che non si negano a nessuno: almeno duemila, che con l’uso medio di tre uomini, su tre turni, costano diciottomila uomini ben portanti, onusti di straordinari e trasferte. E dello stipendio doppio ai parlamentari, dacché il provvido Violante ha disposto il rimborso spese a forfait, senza obbligo di ricevute. Con uffici gratis al centro di Roma. Con uscieri e telefoni.
Annientare il nemico
Si leggono i giornali come la “Pravda”, ineluttabili. Che nessuno leggeva ma non era mal fatta: c’erano molti articoli interessanti, sulla letteratura, la storia, il teatro, la medicina, la scienza, l’ambiente. Solo la politica era indigesta, era il panino di oggi, o pastone. Con la funzione precisa di renderla indigesta. E si ascolta la Rai, prevedibile come radio Tirana: dieci, quindici minuti di cos’hanno detto Fini, Casini, Veltroni, Franceschini, e talvolta anche D’Alema e Berlusconi, la parrocchia non è cinese com’era in Albania ma del centro, che sempre è grande. Con i politici recitati da giornalisti impassionate, androidi con voce chioccia. È come se i famosi cavalli di Stalin fossero veramente all’abbeveratoio a piazza san Pietro.
Un paese unico anche nel senso che ha i reality da realismo socialista. Squadrati, monotoni, monocordi. Ossessivi. Di pretta scula Vyshinski. Cupi. Senza mai uno scarto. Inespressivi, Fazio Santoro, Dandini, Tg 3, Linea Notte, implacabili. Se non per quel ghigno saputo che dice “io sono furbo”. E quando alla fine ridono, con Vauro, con Litizzetto, sgomentano: non c’è nulla da ridere. Ma loro parlano di Berlusconi e del papa, e ridono - di marca Vyshinski ma di naura peraltro italica.
Ci sarebbero poi i giudici, che si fanno pagare carissimo, e sono il doppio che in altri paesi europei, per non fare sentenze. Ma perfettamente in linea, con le intercettazioni, le indiscrezioni, i processi sommari, e – a parte la tortura fisica – ogni altro strumento del totalitarismo sovietico. Compreso l’annientamento del nemico e il controllo rigoroso dei giornali e della Rai: non si è non in linea impunemente. Solo in Italia si vede un giudice al processo rifiutare, con un sorriso saputo, testimoni e prove a discarico dell’imputato – il giudice si è già formato un giudizio, democratico naturalmente, è da quel lato che il giudice si assolutizza (si slega dalla legge) apriori. Una prassi che si dice a torto inquisitoriale, essendo solo fascista : l’Inquisizione si occupava di sentire bene le ragioni dell’imputato, a lungo, ripetutamente. Tutto per il bene della nazione e il progresso del popolo.
Ma questa è già politica, l’Italia non c’entra, fino a non molto tempo fa era un paese spensierato.

Quando c'era la Cortina di ferro - 8

Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano: il comunismo sovietico che finisce nel disonore.

8 ottobre
“LA PERESTROJKA CI CONSOLA”, di Domenico Del Rio
SEUL - Papa Wojtyla sorvola la Russia ed elogia la perestrojka. "È una consolazione", dice. Elogia la fede del popolo russo. "La luce viene dall’Oriente", esclama. Giovanni Paolo II sta andando a Seul, prima tappa di questo suo viaggio in Estremo Oriente. È la prima volta che un papa attraversa i cieli dell’Unione Sovietica, Gorbaciov gli ha dato il permesso di transito.

13 ottobre
BERLINO FINISCE L' EUROPA DI JALTA, di Bernardo Valli
ANCORA venerdì scorso migliaia di giovani in camicia azzurra sfilavano con le fiaccole sulla Unter den Linden. Erich Honecker era fiero di poter mostrare a Gorbaciov, accanto a lui sul palco, quella bella e fedele generazione tedesca figlia della rivoluzione. Chi stava tra la folla non aveva dubbi sul significato di quell’imponente spettacolo. Il vecchio padrone di casa voleva convincere il dubbioso (e detestato) ospite che non tutti fuggivano dalla Germania Orientale come da un lager, voleva dimostrare alle telecamere europee e in particolare a quelle tedesco-occidentali che molti giovani si identificavano ancora con lo Stato socialista, nonostante l’esodo verso Ovest. Davanti a quelle immagini trionfalistiche un osservatore appostato all’angolo della Friedrichstrasse poteva anche lasciarsi convincere. Ma per breve tempo. Infatti, poche ore dopo quella fiaccolata prussiana, Honecker veniva platealmente umiliato in quello stesso centro di Berlino Est, probabilmente dagli stessi ragazzi e ragazze che si erano appena tolti di dosso le camicie azzurre della Freie Deutsche Jugend, e che riversatisi all' improvviso sulla Alexanderplatz invocavano Gorby e libertà.

17 ottobre
“QUEL MURO È INUTILE”, di Ezio Mauro
MOSCA – “Io non so se vedrò la fine del muro di Berlino. Ma so che i fatti nuovi della Germania Orientale e dell' Ungheria, lo sconvolgimento di tutto l'’Est, e la stessa perestrojka hanno ormai tolto a quel muro ogni suo significato”. Willy Brandt è a Mosca, circondato dagli onori di un capo di Stato… Ma fuori da ogni protocollo, sono i ragazzi della perestrojka che alle quattro del pomeriggio lo circondano nell' aula magna dell’Università e strappano i foglietti dai loro quaderni per spedire le domande all’uomo dell’Internazionale Socialista, solitario e imponente sotto il busto bianco di Lenin, tra le bandiere rosse dei giganteschi mosaici ipersovietici. Oggi, per i ragazzi di Mosca, è uno di quei giorni in cui la politica diventa simbolo: il protagonista dell’Ostpolitik che torna a Mosca nel momento in cui la questione tedesca riesplode nel cuore dell' Europa, la perestrojka incoraggia la fuga di massa da Berlino Est e l’Occidente incomincia a chiedersi se Gorbaciov riuscirà a governare la crisi che ha innescato nella sua parte del mondo.
(continua)

domenica 13 settembre 2009

Grandi viaggiatori, anche gli italiani

Occasione esemplare di come una letteratura di viaggio si potrebbe avere ben viva in Italia. Dov’è nata e poi sarebbe morta. Occasione che questo stesso libro manca: Luigi Testaferrata vi ha raccolto venticinque anni fa testi sparsi di Malaparte, evitando però il viaggio etrusco che Malaparte fece per il “Corriere della sera” nella primavera del 1936. Se non per i tre o quattro pezzi che gli consentivano il titolo. Che bastano tuttavia a marcare una cifra superiore. D.H.Lawrence, al confronto, nel quasi contemporaneo “Etruscan Places” è didascalico al più, e quasi sempre ininteressante. Se non in un paio di casi, il fauno, l’asfodelo.
Malaparte racconta convincente come siano loro, i misteriosi Rasenna, ad avere inventato l’inferno. Come sono gli Umbri autoctoni a fare tutto, mentre i molli Etruschi oziano e giocano. Con “pacchi imbottiti e trecce finte”. Scopre l’Apollo etrusco, “delicato e forte”, “dalle lunghe trecce di donna sparse sugli omeri atletici”, che diventerà Cristo. E inaugura il sogno nel racconto, all’Argentario, allora Argentaro, il sogno invece del reale. Una prosa rondista, quale sarà ancora di Malaparte dopo la guerra, nei romanzi della crudeltà, e tuttavia sempre vivace.
In aggiunta, c’è il Malaparte che inaugura D’Annunzio in Versilia, dove fa rivivere “Alcione” e, al Cinquale, l’ “Iliade”. E il fortunato modello “come me”: “Città come me” (Prato: altro viaggio memorabile), “Santo come me”,
Curzio Malaparte, Il dorato sole dell’inferno etrusco

Il mondo com'è - 22

astolfo

Gattopardismo – È inteso trucco dei gruppi dominanti. Così lo intendeva lo stesso Tomasi di Lampedusa: era il suo orizzonte politico, di Borboni e Piemontesi uguali. Mentre il popolo, a lui sconosciuto, è fino a prova contraria buono. Ma è un errore, è il popolo che più spesso non vuole cambiamenti, la massa.
Sessant’nni di voto libero lo documentano. La gente si lamenta ma è molto partigiana: sono semrpe gli altri che rubano, governano male, o ci privano della libertà – prima i comunisti, poi Craxi, e sempre i democristiani, ora Berlusconi. Quando c’è mai stata una rivolta popolare in Italia? Forse i Vespri Siciliani, ma chi ne sa nulla? Le rivolte sono effimere, e quasi sempre di comodo: non c’è idealità sufficiente nemmeno ad arrivare a un cambio di governo, uno vero. È fra i gruppi dirigenti che, al contrario, si trovano lampi d’illuminismo e d’idealità, ma nella democrazia i voti si contano.
Gli inglesi, reputati flemmatici e conservatori, riescono a cambiare perfino dentro la reazione: la Thatcher è stata un cambiamento radicale, a partire dalla sua persona. Noi conserviamo tutto. E tutti conservano, il potente partito Comunista come la Dc, e ora Berlusconi – i socialisti e i laici, che volevano cambiare e stavano cambiando, li hanno eliminati.

Giustizia – Il giorno del giudizio Dio “giudicherà secondo giustizia”, dice san Paolo. Si può giudicare secondo giustizia, o senza (contro).

Grecale – Come fa un vento di Levante a spirare sul Tirreno? Attraverso le montagne? Via mare seguendo le correnti? O i venti non si formano come gli antichi greci pensavano: per il capriccio di un genio tellurico, fosco, grumoso, tanto incandescente da essere freddo, e tagliente come il ferro acuminato? I venti soffiano improvvisi, per coagulazioni bizzarre, da un certo punto in una certa direzione. Costanti, però, nei millenni.

Intellettuale – Ha bisogno di stare fuori, ipercritico – o depresso cronico. E se ne fa un dovere e un privilegio. Non per l’utopismo irenico del Cinque-Seicento, quando l ruolo si configurò. È semplicemente voglia di stare fuori, una nevrosi igienistica: è sporco il politico, è sporco l’economico, è sporca l’editoria con tutti i letterati, è sporca l’università.
Non è superbia, è un residuo della decadenza: dopo l’estetismo c’è solo l’ingiuria, la misantropia, la follia. Gli intellettuali alla deriva individuano a stento, con dubbi ricorrenti, cioè odi, un sentiero proprio, fuori del corso delle cose, della storia, cui guardano con fastidio. Parlare di se stessi a se stessi (ai complici) è l’ultimo rimedio.
C’è gratificazione evidentemente in questa pratica. Che, da intellettuali, sarebbe abominevole: l’autocompiacimento nelle persone semplici è comprensibile, si muovono in un orizzonte breve, non in chi filosofa, poeta, storicizza. Ma si è intellettuali nel tempo, o non si è.

Négritude – Elaborata con lo scopo di servire la liberazione degli africani, d’irrobustirne la personalità storica, ha finito invece presto per limitare l’una e l’altra. è una petizione di principio e un folklore.

Occidente – Pur viaggiando a Occidente, Colombo ritiene che il paradiso terrestre, sua metà d’obbligo, sia a Oriente, al fondo dell’Oriente. Lo stesso viaggio è paradigmatico: arrivare all’Oriente per via di Occidente: l’Occidente è una scorciatoia, l’età dell’oro è in Oriente. Che non vuol dire nulla, ma è pensarsi ancillari, servili.

Usa - I tre tipi di pensiero giuridico di Carl Schmitt, ciascuno dei quali attribuisce a un popolo: il normativismo, il decisionismo, e l’ordinamento concreto (la prassi). Il pensiero giuridico dell’America è il primo, anche se Schmitt lo limita agli ebrei – “senza territorio, senza Stato, senza Chiesa, esistono soltanto nella «Legge»”. A differenza degli ebrei del tempo di Schmitt, l’America ha un territorio e uno Stato, ma non ha una chiesa, e non ha realmente una storia.

Ci sono negli Usa due Rome, contradittorie, che poi sono le due Atene di Tucidide. C’è la repubblica popolare, in realtà aristocratica, e c’è la repubblica imperiale, molto democratica, quella dell’“armiamoci e partite”, che fu sempre in crisi e durò cinque secoli. L’America le ha adottate tutt’e due, e niente ci salverà da questa.
La verità più semplice è indimostrabile, che l’America è una sorta di opera di fantascienza, un mondo possibile reale. Oppure, direbbe lo storico, una rivoluzione, la prima dopo la Repubblica romana, a opera dei belli-e-buoni della nazione – le avanguardie, le élites, le logge, ogni orientamento politico la può vedere in modo lievemente diverso – che ne disegnarono i contorni, il corpo e la fisiologia. Con materiali esistenti, non agisce l’uomo altrimenti, ma secondo un meccanismo suo proprio. Ma radicale, come la rivoluzione vuol essere, avendo cancellato gli indiani da una parte e la madrepatria dall’altra, la cultura autoctona (che invece, preservata comunque dagli spagnoli, condiziona il resto dell’America, non felicemente) e quella inglese.
Democratica, nel senso che periodicamente si sottopone a censura. Ma non più di un orologio, che deve muoversi secondo i congegni. E protettiva, come ogni rivoluzione vuole, se non di una ortodossia ideologica, proprio del dominio della legge. Con cui periodicamente sterilizza l’infima materia di cui è fatta l’America, quegli emigranti che hanno molta forza nel fisico e nella mente, ma il più turpe bagaglio delle loro provenienze, vecchio, rivendicativo, abborracciato.

astolfo@antiit.eu

Quando c'era la Cortina di ferro - 7

Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano: il comunismo sovietico che finisce nel disonore
13 settembre


3 ottobre
UN FIUME UMANO DA TRE FRONTIERE
Negli ultimi giorni l' itinerario dei treni speciali passa direttamente dal confine tra le due Germanie. (Nelle settimane scorse) migliaia di profughi, partiti dalla Germania Est, hanno attraversato la Cecoslovacchia, l’Ungheria e oltrepassata la Cortina di ferro smantellata dal governo di Budapest hanno raggiunto l’Austria per terminare la loro fuga in Germania Ovest. Nuove direttrici di fuga (sono ora aperte) dopo le trattative di Genscher con le autorità di Berlino Est. Da sabato, le migliaia di profughi rifugiati nelle ambasciate di Bonn a Praga e Varsavia, sono riusciti a raggiungere in treno il territorio tedesco occidentale passando direttamente attraverso la frontiera tra le due Germanie.

4 ottobre
QUEL PEZZO D' EUROPA CHE CERCA L' OCCIDENTE, di Sandro Viola
BUDAPEST . Adesso o mai più. È un pensiero, un affanno del genere che ha impregnato e impregna la strabiliante evoluzione politica dell' Europa Centrale. Da una parte l’opposizione anticomunista; dall’altra quei comunisti che avevano deciso di salvare il salvabile d’un quarantennio di potere scendendo a patti con gli avversari, tutti hanno fatto lo stesso ragionamento. Muoversi adesso, cambiare il più in fretta possibile la forma di questi regimi. Prima che sia troppo tardi, prima che l’opportunità svanisca, prima cioè che Mikhail Gorbaciov esca di scena. Non fosse stato un pensiero del genere, l’incredibile accelerazione con cui Polonia e Ungheria hanno imboccato la strada del post-comunismo diverrebbe inspiegabile. Un anno fa, infatti, nulla o quasi era ancora successo. A Budapest c’era un fermento, a Varsavia una tensione profonda: ma i due regimi recalcitravano ancora, e come, dinanzi alla prospettiva di cedere il monopolio del potere. Adesso a Varsavia c' è un primo ministro cattolico, anticomunista sin nelle viscere, e Budapest si prepara ad avere sei o sette partiti anticomunisti in Parlamento.

GORBACIOV 'I CONFINI NON SI TOCCANO', di Ezio Mauro
“La fuga dall’Est preoccupa Mosca”
PARIGI - Vadim Zagladin, consigliere di Mikhail Gorbaciov per la politica estera, ha espresso a Parigi il suo sentimento di dolore per l’esodo massiccio dei rifugiati della Rdt anche se ha precisato di non trascurare la necessità di comprendere. Presiedendo una conferenza stampa di una delegazione sovietica in visita in Francia, Zagladin ha dichiarato di provare una certa paura davanti al rischio di una destabilizzazione dell'’Europa. Zagladin ha aggiunto che tutto il mondo sta cambiando , all’Est come a Ovest. Alle istanze di cambiamento ogni parte risponde alla sua maniera ma tutto il mondo cambia comunque. Ancora più chiaro un altro membro della delegazione, Nikolas Portugalov, specialista di questioni tedesche che ha espresso a sua volta preoccupazione per quanto accade in Rdt pur dicendosi convinto che si arriverà presto ad una soluzione di questa crisi. Presto o tardi ha detto Portugalov la perestrojka toccherà da una parte all’altra tutti i paesi dell’Europa dell’Est. E noi dobbiamo fare il possibile per evitare la destabilizzazione. Tenere le porte le finestre aperte per fare entrare il vento della Libertà è il solo modo di costruire la casa comune europea Compito della delegazione sovietica guidata da Zagladin è appunto quello di tenere conferenze ed incontri con la popolazione francese sul tema della perestrojka.
(continua)