Salvatrice dell’America, apprezzata in Africa, dove è l’unica presenza straniera che ha prodotto sviluppo, la Cina si appresta a diventare patrona, in discreta misura, anche dell’euro e dell’Europa. Tre mesi di viaggi nel più profondo della crisi finanziaria ne hanno consacrato il ruolo. A ottobre il primo ministro Wen Jiabao ha visitato Atene e Roma. A novembre il presidente Hu Jintao è stato a Lisbona e a Parigi. A gennaio una lunga tournée ha portato il vice-premier Li Keqiang in Spagna, Germania, Gran Bretagna e Ungheria. I successi del presidente Hu Jintao negli Usa, di fronte a un impotente Obama, a fine gennaio hanno consacrato questo ruolo.
In Europa la Cina è, per ora, il solo vero baluardo contro il partito dei “defaultisti”. Che è “anglosassone”, fatto cioè di banche anglo-americane, e del vorticoso intreccio di professionalità e interessi che stanno sotto il nome di banche d’affari. Ma è sempre forte nell’amministrazione americana. E, non dichiarato, anche in Germania. È il partito di coloro per i quali la bancarotta di uno o più paesi dell’euro non sarebbe una disgrazia fatale e sarebbe anzi benefica.
Acquistando (avendo già acquistato secondo le banche) debito europeo a rischio, in Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, per una ventina di miliardi (200 secondo le fonti bancarie), la Cina si vuole protettrice sicura dell’euro. Secondo le valutazioni di mercato, d’altra parte, la Cina è già il maggior creditore dell’euro, avendo acquistato debito europeo per 850 miliardi di dollari, poco meno degli acquisti di debito Usa, 900 miliardi. Che però è un “cliente” di vecchia data dei fondi cinesi, mentre l’euro è un fronte recente. Inoltre, mentre la protezione europea, del nuovo Fondo di garanzia, Efsf (European Financial Stability Facility), va soggetta caso per caso a una valutazione politica, prima che di merito economico, la Cina non pone condizioni.
mercoledì 9 febbraio 2011
Internet perde l’innocenza
Wael Ghonim si candida a succedere a Mubarak dopo avere agitato la sua “piazza”, che è Google, di cui è il manager in Egitto. Ha usato Google in tutti i modi per propagandarsi, comprese le lacrime mentre ammetteva l’uso di parte del motore di ricerca e se ne scusava con gli utenti - il messaggio è: “La libertà prima di tutto”. La Rete sta perdendo la verginità, che non aveva ma non si sapeva,il pensiero unico la vuole al di sopra delle parti.
Lunedì Assange ha del resto “annunciato” al Tg 3 che “fra qualche giorno” ci saranno sul sito Wikileaks “vari documenti sull’Italia, sulla politica, l’economia, e casi di corruzione”. Confermando, se ce ne fosse bisogno, che non c’è automatismo nella pubblicazione dei documenti: Wikileaks è un sito governato, con scelta dei tempi dei destinatari, della tipologia dei documenti. La sua informazione “aperta” è invece ad accesso limitato, sorvegliato, probabilmente anche “editato”.
La Rete non è neutra. La sua neutralità è stata, è tuttora, una forte ideologia. Di cui ancora non si studiano le motivazioni. Cioè non vengono spiegate, sicuramente sono state indagate e si conoscono.
Lunedì Assange ha del resto “annunciato” al Tg 3 che “fra qualche giorno” ci saranno sul sito Wikileaks “vari documenti sull’Italia, sulla politica, l’economia, e casi di corruzione”. Confermando, se ce ne fosse bisogno, che non c’è automatismo nella pubblicazione dei documenti: Wikileaks è un sito governato, con scelta dei tempi dei destinatari, della tipologia dei documenti. La sua informazione “aperta” è invece ad accesso limitato, sorvegliato, probabilmente anche “editato”.
La Rete non è neutra. La sua neutralità è stata, è tuttora, una forte ideologia. Di cui ancora non si studiano le motivazioni. Cioè non vengono spiegate, sicuramente sono state indagate e si conoscono.
È verde la corruzione
Sei miliardi quest’anno in bolletta, il costo di una “manovra”, per le fonti di energia rinnovabili: eolico, solare, fotovoltaico, bioetanolo. È il conto che il presidente uscente dell’Autorità per l’energia fa dei sovrapprezzi che il consumatore è tenuto a pagare per fonti di energia ritenute preziose perché ridurrebbero l’inquinamento e affrancherebbero l’Italia dalle importazioni. Nel 2010 il costo è stato di 3,5 miliardi. Negli ultimi dieci anni il maggior costo è stato di 23 miliardi. Senza effetti sull’ambiente o sulla bilancia dei pagamenti. E tra pratiche sicuramente corruttive, perché molta potenza risulta installata solo sulla carte, oppure installata ma non funzionante.
L’industria verde, o protezione dell’ambiente, si conferma essere la fonte privilegiata del sottogoverno: ciò che si è sempre saputo è ora cifrato e ufficiale. Le energie alternative sono peraltro uno dei filoni di una corruzione molto più vasta. Un altro è la depurazione delle acque. Che si paga anche quando l’impianto di depurazione non c’è, o non funziona: è una tassa, hanno stabilito i giudici. Poi ci sono gli infiniti adempimenti in materia di combustibili, del riscaldamento, delle automobili, di consumi elettrici e di gas, di sicurezza, che costano soldi e tempo, a tutti - a beneficio di una classe di tecnici di scarsa affidabilità, e comunque senza effetto per la proetzione ambientale. Il filone maggiore è naturalmente l’agricoltura biologica, organica, anti-Ogm. Una miniera, senza alcun costo. Che il consumatore paga direttamente al banco del fruttivendolo, e indirettamente attraverso il bilancio dell’Unione Europea. Ortis, del resto, ha reso pubbliche le cifre dopo aver lasciato l’Autorità, che da sola, e senza alcun beneficio per il consumatore, costa poco meno di un miliardo l’anno.
Quella verde è una corruzione diffusa, facile, garantita. E non solo legale ma apprezzata: politicamente corretta e anzi avanzata.
L’industria verde, o protezione dell’ambiente, si conferma essere la fonte privilegiata del sottogoverno: ciò che si è sempre saputo è ora cifrato e ufficiale. Le energie alternative sono peraltro uno dei filoni di una corruzione molto più vasta. Un altro è la depurazione delle acque. Che si paga anche quando l’impianto di depurazione non c’è, o non funziona: è una tassa, hanno stabilito i giudici. Poi ci sono gli infiniti adempimenti in materia di combustibili, del riscaldamento, delle automobili, di consumi elettrici e di gas, di sicurezza, che costano soldi e tempo, a tutti - a beneficio di una classe di tecnici di scarsa affidabilità, e comunque senza effetto per la proetzione ambientale. Il filone maggiore è naturalmente l’agricoltura biologica, organica, anti-Ogm. Una miniera, senza alcun costo. Che il consumatore paga direttamente al banco del fruttivendolo, e indirettamente attraverso il bilancio dell’Unione Europea. Ortis, del resto, ha reso pubbliche le cifre dopo aver lasciato l’Autorità, che da sola, e senza alcun beneficio per il consumatore, costa poco meno di un miliardo l’anno.
Quella verde è una corruzione diffusa, facile, garantita. E non solo legale ma apprezzata: politicamente corretta e anzi avanzata.
Il professor Sartori al talk-show
Gli specialisti della politica fanno i conti, nei fondi di giornale e in tv, capitanati dal decano emerito professor Sartori, di quanto Berlusconi ha pagato i transfughi in Parlamento a suo sostengo, Barbareschi piuttosto che Moffa. Ineccepibili, sempre nel solco del “sistema”corrotto. Specie a fronte degli specialisti, che si vogliono invece vestali incorrotte. Senza mai dire che molti dei finiani sono stai abbandonati dagli elettori, al Nord, a Roma e in Calabria, nei loro circoli in circoscrizione, nelle sezioni, nei comitati. Il che ha comportato delle resipiscenze.
I politologi di destra invece si dissociano. Quelli di destra professi, non come Sartori, che è di destra ma trova opportuno parlare a sinistra. Non si può supporre che i politologi supposti di sinistra non sappiano quelo che tutti sanno, e anche i loro colleghi finiani veri – sarebbero gli unici. E dunque dov’è il loro “tradimento”, degli specialisti della politica? Forse in una consulenza. Più probabilmente in un invito ai talk show, dove si accede solo col pensiero unico. Per alcuni di loro, per Sartori sicuramente, a quel che si vede, dev’essere l’unico modo per avvicinare le vallette, anche se in forma di giornaliste. Che è sempre meglio che dare loro settemila euro. Anche perché la Rai e Sky sicuramente non sono dei bordelli. L’esercizio del moralismo ha un prezzo, e bisogna contentarsi.
I politologi di destra invece si dissociano. Quelli di destra professi, non come Sartori, che è di destra ma trova opportuno parlare a sinistra. Non si può supporre che i politologi supposti di sinistra non sappiano quelo che tutti sanno, e anche i loro colleghi finiani veri – sarebbero gli unici. E dunque dov’è il loro “tradimento”, degli specialisti della politica? Forse in una consulenza. Più probabilmente in un invito ai talk show, dove si accede solo col pensiero unico. Per alcuni di loro, per Sartori sicuramente, a quel che si vede, dev’essere l’unico modo per avvicinare le vallette, anche se in forma di giornaliste. Che è sempre meglio che dare loro settemila euro. Anche perché la Rai e Sky sicuramente non sono dei bordelli. L’esercizio del moralismo ha un prezzo, e bisogna contentarsi.
Ombre - 77
Bruti Liberati, il Capo della Procura di Milano, ha potuto fare per dieci giorni, ogni giorno, un annuncio del tipo: richiederemo il giudizio per Berlusconi, forse domani stesso. Che è una forma di condanna. Alternandolo, perché non cadesse nella disattenzione: un giorno lo ha rinviato per concussione, un giorno per traffico di minorenni, un giorno per tutt’e due i reati. Senza scandalo per nessuno, a Milano, al Csm.
A Milano un effetto il Procuratore l’ha prodotto: il “Corriere della sera” ha scoperto oggi “la notizia che crea il fatto”. Quando scoprirà la notizia che crea il danno?
A scoprirlo è peraltro, al giornale che è la coscienza del giornalismo, l’ex direttore Ostellino, da tempo “liberale allo zoo”, specie protetta – che l’“altra metà del cielo” a via Solferino vedrebbe comunque volentieri in manette, anche senza minorenni.
Napolitano, ex ministro dell’Interno, e Maroni, titolare ora del dicastero, dicono “inammissibili, preoccupanti”, le violenze nelle manifestazioni politiche. Ma il giudice di Milano subito scarcera i violenti. È ancora una volta il vecchio schema, dopo l’autunno caldo del 1969 a Milano: la polizia ferma i futuri terroristi, i giudici pronti li liberano. Seppure con la distinta percezione che la seconda volta della tragedia finisce in commedia – è una consolazione che i giudici milanesi non si siano inventati altro per distruggerci, in quarant’anni.
È però vero che Maroni, lombardo e leghista, ha successo a Sud e non a Nord. Che la lotta alla mafia è più produttiva (efficace, incisiva) di quella a “Milano”, alla violenza endemica della città: politica, finanziaria, di opinione pubblica.
Alla manifestazione milanese sabato contro Berlusconi due signore, una mamma e una zia, portano un bambino. Che gli organizzatori esibiscono sul palco. Il direttore dell'“Unità”, Concita De Gregorio poi ne farà l'elogio. E in effetti la tradizione è quella, dei bambini Morosov inventati da Stalin. Il cui compito era di denunciare i padri, non le madri.
C'era poca gente sabato a Milano contro Berlusconi. Malgrado vedettes di grido, come Eco e Saviano. Ma le cronache non lo dicono.
Ne aveva raccolti tre e quattro volte di più Borrelli dieci anni fa. Un Procuratore attira più delle vedettes televisive? Bisognerebbe dirlo alle vallette-veline-showgirls-minorenni.
O è perché Saviano dice cose di questo tipo: “Chiunque si espone pubblicamente sa che pagherà un prezzo in termini di diffamazione, di delegttimazione”. Per esempio Berlsuconi?
Nessun dubbio che il giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo non avallerà il processo immediato per Berlusconi. In altro sistema giudiziario il dubbio sarebbe d’obbligo, a Milano no.
I tempi sono stati scelti anche per far attendere Berlusconi al giudizio immediato da due suoi nemici dichiarati, i giudici Nicoletta Gandus oppure Oscar Magi.
Scomparse a Milano, le foto del Berlusconi nudo riappaiono a Napoli. Quando si dice le coincidenze – questo sito lamentava or non è molto il mancato collegamento di Berlusconi con la Gomorra che l’ha arricchito.
Non ricompaiono a Napoli le foto, ma i Procuratori e i loro giornalisti in cerca delle foto. Si può anche dirla così: esclusa la Procuratrice Boccassini, napoletana a Milano, dalla ricerca, la ricerca è stata riaperta dai Procuratori napoletani di Napoli. Sempre “Milano chiama, Napoli risponde” è, l’accoppiata che governa l’Italia. E questa è la giustizia: deposti gli ermellini della inaugurazioni, nell’ananke quotidiana si vuole nuda.
Lo schema però è sempre lo stesso: il giorno dopo scompare la notizia del giorno prima, scacciata da un’altra notizia. Scompaiono le foto e compare una prostituta. Poi scomparirà la prostituta e apparirà la droga. Poi scomparirà la droga e apparirà la camorra, etc.
La puttana, per darle peso, la si fa telefonare affannosamente a mezza Italia, mentre viene intercettata. E questo “il Mattino” e il “Corriere della sera”, che ce lo raccontano, dovrebbero risparmiarcelo: si sputtanano anche loro dovendo il giorno dopo pubblicare la rettifica di coloro che non hanno avuto il commercio vantato dalla puttana. Senza vergogna?
“Mafia pronta a un nuovo affondo”, annuncia il Procuratore di Palermo Ingroia domenica sul “Sole 24 Ore”: il passaggio alla terza Repubblica sarà una fase ad alto rischio, e il latitante Matteo Messina Denaro potrebbe diventare il regista di una nuova stagione stragista. Ma il Procuratore non dice che strage si prepara, o chi glielo ha detto, né cosa sta facendo per impedire questa catastrofe. E c’è una Terza Repubblica?
Il Procuratore di Palermo non sembra nemmeno preoccupato, nella bellissima foto a colori che illustra la pagina. L’Italia, dice a Galullo, inviato del giornale milanese, è una Repubblica fondata sulle stragi. Dei padroni, cioè del “Sole”? O di chi altro?
Il “Corriere della sera”, che si fregia di regalare ai lettori i classici del pensiero libero, e fa due pagine per Padoa Schioppa, l’ultimo uomo libero, cioè onesto, con se stesso e quindi con gli altri, confina sabato Piero Ostellino a un colonnino, tra le lettere. Che osa dire la violenza della Procura di Milano, nelle perquisizioni, nelle indiscrezioni - che non usa più nemmeno al Cairo. Liberali si vogliono ma di qualche secolo fa.
Morganti fa la partita anche tra Palermo e Juventus, dopo quella tra Lazio e Roma a novembre. Con tre errori ogni volta, tutti per la stessa squadra, il Palermo e la Roma, in modo cioè che siano condizionanti. È il miglior arbitro su piazza, quindi sa quello che fa.
Con uno così autorevole si può vincere molto, scommettendo. Per questo forse non lo si denuncia – la scuola di Collina e la scuderia sono sempre solide. Altrove il signor Morganti non avrebbe arbitrato più. Anche senza le intercettazioni.
Non c’è la prova tv per gli arbitri? C’è, ma non vale, il gioco arbitrale è superiore. Risponde ai Massimi Sistemi.
“Ingrato, gli ho pagato vent’anni di studio legale”: Antoine Bernheim, a lungo protettore di Sarkozy, si scaglia nelle memorie contro il suo protetto, benché presidente della Repubblica. Senza meraviglia, se ne riferisce anzi senza scandalo, come di normale amministrazione, che un uomo di finanza si crei un capo-partito e un presidente della Repubblica. Perché la politica è così, e semplice. In Francia naturalmente.
Un sindaco donna che a Milano si occupa di trovare, ristrutturare e assegnare abitazioni decenti ai padri separati dice molto. Non però per la legge, o i giudici, i quali hanno creato questi paria, e continuano indisturbati ad accrescerne le fila.
Aldo Nove celebra su “Repubblica” il “vivere vintage – la nostalgia come forma culturale”. Di chi? Un tempo si diceva della borghesia, con disprezzo. Oggi è patente di nobiltà?
Si perquisisce l’ufficio, l’abitazione, i cellulari, la persona stessa di un onorevole membro del Csm. Su indicazione di due testimoni che l’avrebbero visto frugare in carte segrete. Che invece non ci sono. Si perquisisce in realtà su intercettazioni telefoniche, operate senza alcun indizio di reato. Ma non c’è scandalo, Milano lo può fare, Tace pure il consesso dei magistrati, che parla per ogni quisquilia. Così come i suoi augusti patroni, dal vicepresidente Vietti in su.
La Procura di Milano li tiene per le palle? Magari sono solo incapaci: lottizzati per essere inetti.
Elisa Benedetti può morire di freddo a Perugia, dopo avere chiesto aiuto per mezz’ora al 118 – esattamente per ventisette muniti, che sono un tempo enorme al telefono, spropositato a un numero di emergenza. Nel suo caso non si sono attivate le cellule Telecom, le reti, la tracciabilità. Non era berlusconiana.
A Milano un effetto il Procuratore l’ha prodotto: il “Corriere della sera” ha scoperto oggi “la notizia che crea il fatto”. Quando scoprirà la notizia che crea il danno?
A scoprirlo è peraltro, al giornale che è la coscienza del giornalismo, l’ex direttore Ostellino, da tempo “liberale allo zoo”, specie protetta – che l’“altra metà del cielo” a via Solferino vedrebbe comunque volentieri in manette, anche senza minorenni.
Napolitano, ex ministro dell’Interno, e Maroni, titolare ora del dicastero, dicono “inammissibili, preoccupanti”, le violenze nelle manifestazioni politiche. Ma il giudice di Milano subito scarcera i violenti. È ancora una volta il vecchio schema, dopo l’autunno caldo del 1969 a Milano: la polizia ferma i futuri terroristi, i giudici pronti li liberano. Seppure con la distinta percezione che la seconda volta della tragedia finisce in commedia – è una consolazione che i giudici milanesi non si siano inventati altro per distruggerci, in quarant’anni.
È però vero che Maroni, lombardo e leghista, ha successo a Sud e non a Nord. Che la lotta alla mafia è più produttiva (efficace, incisiva) di quella a “Milano”, alla violenza endemica della città: politica, finanziaria, di opinione pubblica.
Alla manifestazione milanese sabato contro Berlusconi due signore, una mamma e una zia, portano un bambino. Che gli organizzatori esibiscono sul palco. Il direttore dell'“Unità”, Concita De Gregorio poi ne farà l'elogio. E in effetti la tradizione è quella, dei bambini Morosov inventati da Stalin. Il cui compito era di denunciare i padri, non le madri.
C'era poca gente sabato a Milano contro Berlusconi. Malgrado vedettes di grido, come Eco e Saviano. Ma le cronache non lo dicono.
Ne aveva raccolti tre e quattro volte di più Borrelli dieci anni fa. Un Procuratore attira più delle vedettes televisive? Bisognerebbe dirlo alle vallette-veline-showgirls-minorenni.
O è perché Saviano dice cose di questo tipo: “Chiunque si espone pubblicamente sa che pagherà un prezzo in termini di diffamazione, di delegttimazione”. Per esempio Berlsuconi?
Nessun dubbio che il giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo non avallerà il processo immediato per Berlusconi. In altro sistema giudiziario il dubbio sarebbe d’obbligo, a Milano no.
I tempi sono stati scelti anche per far attendere Berlusconi al giudizio immediato da due suoi nemici dichiarati, i giudici Nicoletta Gandus oppure Oscar Magi.
Scomparse a Milano, le foto del Berlusconi nudo riappaiono a Napoli. Quando si dice le coincidenze – questo sito lamentava or non è molto il mancato collegamento di Berlusconi con la Gomorra che l’ha arricchito.
Non ricompaiono a Napoli le foto, ma i Procuratori e i loro giornalisti in cerca delle foto. Si può anche dirla così: esclusa la Procuratrice Boccassini, napoletana a Milano, dalla ricerca, la ricerca è stata riaperta dai Procuratori napoletani di Napoli. Sempre “Milano chiama, Napoli risponde” è, l’accoppiata che governa l’Italia. E questa è la giustizia: deposti gli ermellini della inaugurazioni, nell’ananke quotidiana si vuole nuda.
Lo schema però è sempre lo stesso: il giorno dopo scompare la notizia del giorno prima, scacciata da un’altra notizia. Scompaiono le foto e compare una prostituta. Poi scomparirà la prostituta e apparirà la droga. Poi scomparirà la droga e apparirà la camorra, etc.
La puttana, per darle peso, la si fa telefonare affannosamente a mezza Italia, mentre viene intercettata. E questo “il Mattino” e il “Corriere della sera”, che ce lo raccontano, dovrebbero risparmiarcelo: si sputtanano anche loro dovendo il giorno dopo pubblicare la rettifica di coloro che non hanno avuto il commercio vantato dalla puttana. Senza vergogna?
“Mafia pronta a un nuovo affondo”, annuncia il Procuratore di Palermo Ingroia domenica sul “Sole 24 Ore”: il passaggio alla terza Repubblica sarà una fase ad alto rischio, e il latitante Matteo Messina Denaro potrebbe diventare il regista di una nuova stagione stragista. Ma il Procuratore non dice che strage si prepara, o chi glielo ha detto, né cosa sta facendo per impedire questa catastrofe. E c’è una Terza Repubblica?
Il Procuratore di Palermo non sembra nemmeno preoccupato, nella bellissima foto a colori che illustra la pagina. L’Italia, dice a Galullo, inviato del giornale milanese, è una Repubblica fondata sulle stragi. Dei padroni, cioè del “Sole”? O di chi altro?
Il “Corriere della sera”, che si fregia di regalare ai lettori i classici del pensiero libero, e fa due pagine per Padoa Schioppa, l’ultimo uomo libero, cioè onesto, con se stesso e quindi con gli altri, confina sabato Piero Ostellino a un colonnino, tra le lettere. Che osa dire la violenza della Procura di Milano, nelle perquisizioni, nelle indiscrezioni - che non usa più nemmeno al Cairo. Liberali si vogliono ma di qualche secolo fa.
Morganti fa la partita anche tra Palermo e Juventus, dopo quella tra Lazio e Roma a novembre. Con tre errori ogni volta, tutti per la stessa squadra, il Palermo e la Roma, in modo cioè che siano condizionanti. È il miglior arbitro su piazza, quindi sa quello che fa.
Con uno così autorevole si può vincere molto, scommettendo. Per questo forse non lo si denuncia – la scuola di Collina e la scuderia sono sempre solide. Altrove il signor Morganti non avrebbe arbitrato più. Anche senza le intercettazioni.
Non c’è la prova tv per gli arbitri? C’è, ma non vale, il gioco arbitrale è superiore. Risponde ai Massimi Sistemi.
“Ingrato, gli ho pagato vent’anni di studio legale”: Antoine Bernheim, a lungo protettore di Sarkozy, si scaglia nelle memorie contro il suo protetto, benché presidente della Repubblica. Senza meraviglia, se ne riferisce anzi senza scandalo, come di normale amministrazione, che un uomo di finanza si crei un capo-partito e un presidente della Repubblica. Perché la politica è così, e semplice. In Francia naturalmente.
Un sindaco donna che a Milano si occupa di trovare, ristrutturare e assegnare abitazioni decenti ai padri separati dice molto. Non però per la legge, o i giudici, i quali hanno creato questi paria, e continuano indisturbati ad accrescerne le fila.
Aldo Nove celebra su “Repubblica” il “vivere vintage – la nostalgia come forma culturale”. Di chi? Un tempo si diceva della borghesia, con disprezzo. Oggi è patente di nobiltà?
Si perquisisce l’ufficio, l’abitazione, i cellulari, la persona stessa di un onorevole membro del Csm. Su indicazione di due testimoni che l’avrebbero visto frugare in carte segrete. Che invece non ci sono. Si perquisisce in realtà su intercettazioni telefoniche, operate senza alcun indizio di reato. Ma non c’è scandalo, Milano lo può fare, Tace pure il consesso dei magistrati, che parla per ogni quisquilia. Così come i suoi augusti patroni, dal vicepresidente Vietti in su.
La Procura di Milano li tiene per le palle? Magari sono solo incapaci: lottizzati per essere inetti.
Elisa Benedetti può morire di freddo a Perugia, dopo avere chiesto aiuto per mezz’ora al 118 – esattamente per ventisette muniti, che sono un tempo enorme al telefono, spropositato a un numero di emergenza. Nel suo caso non si sono attivate le cellule Telecom, le reti, la tracciabilità. Non era berlusconiana.
lunedì 7 febbraio 2011
Il pensiero era unico già col bolscevismo
Americanismo e bolscevismo si somigliano, e minacciano l’Europa – col “cavallo di Troia” dell’americanizzazione più che del comunismo. Sotto la superstruttura, direbbe Marx, dei diritti individuali e della libertà di opinione, o “apparenza di democrazia”, la struttura è la stessa: la meccanizzazione, la standardizzazione, e l’uomo-massa suddito, di un’idea che per lui è solo organizzazione, sottomissione. Queste considerazioni che si rieditano, costanti in Evola in tutta la sua vita di pubblicista, sono naturalmente datate (“Scritti sugli Stati Uniti 1930-1968”), ma, sullo sfondo de “Il cerchio si chiude”, il quaderno della Fondazione Evola che raccoglie il saggio “Americanismo e bolscevismo” in tre delle sue quattro redazioni, 1929, 1934 e 1969, propone una traccia interessante del passaggio senza residui dal mondo bipolare al pensiero unico.
L’America, dice Evola, è anticartesiana, che il “penso, dunque sono” traspone in “non penso, eppure sono”. In “Americanismo e bolscevismo”, nelle varie edizioni, ripeterà: “Stalin e Ford si danno la mano e il cerchio si chiude: la standardizzazione inerente a ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo produce e lo consuma, l’uniformità dei gusti, una progressiva riduzione a pochi tipi… Tutto in America concorre a questo scopo: conformismo, likemindedness, è la parola d’ordine , su tutti i piani”. Che non è una posizione antindustrialista, o non di mero antindustrialismo: denuncia lo svuotamento dell’individuo, il suo declassamento a produttore massificato.
“Civiltà americana” (qui in edizione ampliata rispetto alla prima vent’anni fa) testimonia un interesse costante, seppure pregiudizialmente critico, verso gli Usa come potenza antioccidentale. Proprio così: antieuropea. Ostile, perlomeno, all’idea che Evola aveva a avrebbe voluto dell’Europa. Che non è quella della baronessa Ashton e di Bruxelles, che pure è governata da democristiani e conservatori. In “Civiltà americana” la critica, sempre insistita, è diversificata. In “Americanismo e bolscevismo” è sistematica. Benché il saggio sia una lettura in parallelo di due opere del 1927 ancora “nuove”, quella di René Fülop-Miller, “The Mind and Face of the Bolshevism”, sul bolscevismo, e quella di André Siegfried, un Tocqueville del Novecento meno accomodante, “Gli Stati Uniti di oggi”. Con l’aggiunta, per il freddo tecnicismo di Lenin, dei due scritti di Malaparte, “Lenin Buonanima” e “Tecnica del colpo di Stato”.
Più che antibolscevica, come ci si aspetterebbe da un filosofo che si vuole di Destra, la critica di Evola è antiamericana. Perché già ottant’anni fa “esisteva”, a suo parere, un solo sistema, produttivo e concettuale, quello americano. E perché l’America è ben Occidente, e pertanto insiste sulla tradizione europea che invece Evola vuole tutta all’opposto dell’americanismo. Di cui anzi l’americanismo (Evola ha difficoltà a togliere le virgolette alla parola “civiltà” accostata agli Usa) sarebbe il cavallo di Troia, per una conquista e un immiserimento da parte delle potenze della meccanizzazione, funzionale all’arricchimento. Il marketing spinto è l’applicazione del behaviorismo, l’onnipotenza del training. La libertà dal bisogno un mero auspicio, ipocrita, che Evola apparenta a “Mahagonny”, l’opera di Brecht e K.Weil, alla “disperazione bianca” che l’opera inscena, di chi ha donne, giochi e whisky, e tuttavia gli manca sempre qualcosa, “und doch es fehlt etwas”. Il sesso vi è sterile, dominio della contrattualistica matrimoniale – anche nella verginità, e nell’adulterio. Il fordismo è come il bolscevismo, dentro e fuori della fabbrica: “Non vi è aspetto dell’esistenza e della psicologia del lavoratore che venga trascurato, e l’indagine non si restringe alla vita di fabbrica ma investe anche il suo ambiente sociale e il complesso delle sue relazioni”. Il sistema produttivo nel suo complesso è una forma di “autocrazia”, managerial autocracy. Nel quadro di una democrazia che Evola vede solo negativamente: “La democrazia, in America come altrove, è solo lo strumento di un’oligarchia sui generis, la quale segue il metodo dell’«azione indiretta», con cui si assicura possibilità di abuso e di prevaricazione assai maggiori di quelle che comporterebbe un giusto sistema gerarchico lealmente riconosciuto”.
Per “azione indiretta” è da intendersi il circolo vizioso dell’opinione pubblica. In “Americanismo e bolscevismo” Evola si rifà al “Tao Tê Ching” che aveva tradotto, alla massima “Buon imprigionatore chiude senza sbarre,\ buon vincolatore lega senza corda né nodi”, per affermare: “Il più profondo grado d’intossicazione non è in colui che ancora riesce a sentirsi piegato ed inane, ma in colui che è privo della stessa coscienza di essere schiavo, ed agendo pensa di essere autonomo e spontaneo”. Nella stessa opera ha molte definizioni ultimative, solo apparentemente riduttive, sulla “diversità” dell’America. In particolare, essa non codifica l’uomo-massa “perché di fatto se lo reca contessuto nella sua anima: l’oro, la forza mostruosa ed impersonale di quella finanza senza patria che guida la rete inesorabile dei trusts d’America…se ne può dire il corpo, in cui vive invisibilmente la «Bestia senza Nome»”, la Bestia dell’Apocalisse. Il femminismo è, nella redazione del 1934, un “processo per cui la donna degenera, da personalità diviene «tipo» in contraffazione di uomo, tende quindi al neutro…”
Al sovietismo sono riservate poche considerazioni. È una realtà solo militaresca, non c’è una cultura “comunista”, non c’è una “civiltà proletaria”. In “Americanismo e bolscevismo” c’è di più: il bolscevismo è “meccanizzazione, disintellettualizzazione e «razionalizzazione» di ogni attività, su tutti i piani”. La libertà liquidando, con Lenin, come “pregiudizio borghese”. Nulla di originale, se non appunto l’appaiamento all’americanismo, sin dai tempi di Lenin, Majakovskij, dell’arte costruttivista, e poi di Stalin. Gianfranco de Turris, curando vent’anni fa il quaderno su “Americanismo e bolscevismo”, appare testimone sconcertato, da giornalista, dell’accettazione supina dell’“americanismo” da parte di Gorbacev. Nei rapporti con gli Usa, e con la Germania - Kohl a Mosca compra la riunificazione da Gorbacev con contratti vantaggiosi, il giorno anniversario della caduta del Muro, il 9 novembre 1990.
Questo “destra-sinistra” dell’analisi non è isolato e anzi è diffuso nell’Europa degli anni a cavaliere del 1930, che teme di essere “sommersa” da Oriente e da Occidente. Da destra (Pound, Céline) e da sinistra (ancora Céline, Brecht). Brecht irriconoscente annota nel suo “Diario di lavoro” il 7 febbraio 1942, al tempo della guerra contro l’Asse e di F.D.Roosevelt, esule confortevole negli Usa: “Un fascismo americano sarebbe democratico”. Heidegger lo rileva, benché poveramente, gravandone l’ignaro Hölderlin, nello stesso 1942, quando ancora la guerra era vinta: “Il mondo anglosassone dell’americanismo è deciso ad annientare l’Europa, cioè la patria, l’inizio dell’Occidente”. Ma già per Hegel l’America non esiste, non entrando nella triade, di tesi, antitesi, sintesi. E questo è più vero: l’America non è un’altra Europa - Tocqueville ha visto tutto, ma non che l’America non è Europa. Mentre l’Occidente è l’America: è nella costituzione americana, il Western Hemisphere. La frontiera cioè, il nemico. L’americano è uno attorniato da nemici, cattivi, infidi - Evola ne fa un cardine ribadito di “Americanismo e imperialismo”: la self-righteousness, l’autorappresentazione dell’americano come il giusto, da moralista senza morale.
Evola resta un personaggio scomodo, anzi “sulfureo”. Antifascista (da destra), che però curava “Diorama filosofico”, una pagina periodica su “Il Giornale Fascista”, di Farinacci – con contributi peraltro egregi, di Gottfried Benn, Valéry, Guénon, e l’attenzione ammirata della giovane Yourcenar (alla quale si dovrà l’acuto epicedio: “Il barone Julius Evola, che nulla ignorava della grande tradizione tantrica tibetana, non s’è mai dotato dell’arma segreta dei lama, il pugnale-per-uccidere-l’Io”). Un antirepubblicano che aderisce alla repubblica di Salò, per un suo senso dell’eroismo. Né fascista né antifascista, “l’antifascismo” considerando “nulla, il fascismo troppo poco”. Un antirazzista di lungo corso, nella lunga stagione dell’antisemitismo, molto vocifero anche contro il razzismo biologico e l’eugenetica, che si vuole orrificato, negli anni Sessanta, dalla parificazione dei “negri”. Il suo nome, prima che i suoi scritti, sono oggetto di anatema: l’Anpi e Rifondazione Comunista si sono mobilitate nel 2008 per impedire che un convegno di studi su Evola si tenesse. In un’Italia, peraltro, in cui gli ex neofascisti di Fini sono gli alfieri del partito Democratico.
Un altro siciliano “estremo”, come Scelsi, come Pirandello. Anticonformista, in un paese “cattolico” in questo senso, che non accetta l’anticonformismo, in assenza di delitti (Evola fu pure processato, nei primi anni Cinquanta, per gli atti di terrorismo delle Far neofasciste, ma assolto in istruttoria): l’anticonformismo non si vuole far perdonare.
Evola, studioso orientalista, riporta quello che sarà il pensiero unico a radici ahrimaniche, dell’“Ahriman” Angra Mainyu, il dio del male dello zoroastrismo. Ma, sotto l’apparenza esoterica, ne individua connotati storici e psicologici congrui e sempre attivi. Comprese le insorgenze democratiche (il politicamente corretto, le forme di diritto eccezionali, femminili, razziali), solo espedienti al principio sovrano dell’interesse. Si dice dell’utilità, ma l’utile è concetto molto ampio, e soprattutto non è del più forte abile, furbo, potente). Che gli interessi degli Usa e dell’Europa siano più conflittuali che convergenti, una volta finita la guerra fredda e la necessaria “interdipendenza”, è sotto gli occhi di tutti a ogni evento importante che implichi gli interessi primari dell’Europa. Dalla crisi del petrolio alla creazione dell’euro, alla pacificazione del Medio Oriiente, a quest’ultima crisi nel Mediterraneo. Dove l’apparente politica ondivaga di Washington non nasconde un intersse al tanto peggio tanto meglio, col sostengo, malgrado l’inafferrabile Al Qaeda e l’11 settembre, all’islam radicale, in Pakistan, Iran, Afghanistan, Algeria, perfino in Turchia, e ora in Egitto (il mezzo passo indietro di Obama e Hillary Clinton è dovuto alla fermezza dei generali). Sulla base, dottrinale e politica, enucleata da Kissinger nei primi anni Settanta a partire dal Pakistan di Zia ul Haq – ma in una visione geopolitica anteriore, fin dalla crisi di Suez nel 1956, se non dal protettorato saudita a inizio Novecento, o dall’invio delle corazzata e Tripoli da parte di Jefferson antimperialista. Si parla qui di interessi economici e geopolitici. Che però hanno anche una distinta matrice culturale: l’assolutezza (la purezza, l’inattaccabilità) del modello americano, in nessun modo compromissorio - l’americano, dice Evola, si ritiene sempre nel giusto, anche quando è violento e non committed o dedicated, compassionevole.
Il succubismo europeo è d’altra parte più spesso “volontario”, frutto dell’ignoranza progressiva che sta invadendo il continente. A fronte – per restare all’attualità – delle cognizioni che l’America ha di ogni angolo del mondo, e dei continui aggiornamenti, la superficialità si può dire copra il 90 per cento, se non il 99, dell’informazione che l’Europa si dà del mondo circostante. Dall’“extracomunitario”, che non vuole dire niente, all’indistinto arabo, per cui Mubarak e Gheddafi sono la stessa persona, o Ben Alì, l’Egitto è la Libia, e nel Libano ci sono strani cristiani. Totale è, e non da oggi, l’identificazione acritica, anzi ancillare, sul fronte culturale: la musica, pop e no, l’arte, la letteratura, l’architettura, e ogni concettualità, se non si può più parlare di filosofia. Che riguardi le leggi elettorali e la rappresentanza politica, o la giustizia, o l’informazione come pettegolezzo, gossip, e la stessa aberrante e falsa dottrina del mercato quale fonte di democrazia, oltre che di ricchezza per i pochi. È il mercato, la concorrenza, la società pulviscolare, che ci riporta dritti a Evola, o all’Europa come ottant’anni fa non avrebbe voluto essere.
Julius Evola, Civiltà americana, Quaderni di testi evoliani n. 45, pp.83, €10
Il cerchio si chiude. Americanismo e bolscevismo, Quaderni di studi evoliani n.24, pp. 63,€ 7
L’America, dice Evola, è anticartesiana, che il “penso, dunque sono” traspone in “non penso, eppure sono”. In “Americanismo e bolscevismo”, nelle varie edizioni, ripeterà: “Stalin e Ford si danno la mano e il cerchio si chiude: la standardizzazione inerente a ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo produce e lo consuma, l’uniformità dei gusti, una progressiva riduzione a pochi tipi… Tutto in America concorre a questo scopo: conformismo, likemindedness, è la parola d’ordine , su tutti i piani”. Che non è una posizione antindustrialista, o non di mero antindustrialismo: denuncia lo svuotamento dell’individuo, il suo declassamento a produttore massificato.
“Civiltà americana” (qui in edizione ampliata rispetto alla prima vent’anni fa) testimonia un interesse costante, seppure pregiudizialmente critico, verso gli Usa come potenza antioccidentale. Proprio così: antieuropea. Ostile, perlomeno, all’idea che Evola aveva a avrebbe voluto dell’Europa. Che non è quella della baronessa Ashton e di Bruxelles, che pure è governata da democristiani e conservatori. In “Civiltà americana” la critica, sempre insistita, è diversificata. In “Americanismo e bolscevismo” è sistematica. Benché il saggio sia una lettura in parallelo di due opere del 1927 ancora “nuove”, quella di René Fülop-Miller, “The Mind and Face of the Bolshevism”, sul bolscevismo, e quella di André Siegfried, un Tocqueville del Novecento meno accomodante, “Gli Stati Uniti di oggi”. Con l’aggiunta, per il freddo tecnicismo di Lenin, dei due scritti di Malaparte, “Lenin Buonanima” e “Tecnica del colpo di Stato”.
Più che antibolscevica, come ci si aspetterebbe da un filosofo che si vuole di Destra, la critica di Evola è antiamericana. Perché già ottant’anni fa “esisteva”, a suo parere, un solo sistema, produttivo e concettuale, quello americano. E perché l’America è ben Occidente, e pertanto insiste sulla tradizione europea che invece Evola vuole tutta all’opposto dell’americanismo. Di cui anzi l’americanismo (Evola ha difficoltà a togliere le virgolette alla parola “civiltà” accostata agli Usa) sarebbe il cavallo di Troia, per una conquista e un immiserimento da parte delle potenze della meccanizzazione, funzionale all’arricchimento. Il marketing spinto è l’applicazione del behaviorismo, l’onnipotenza del training. La libertà dal bisogno un mero auspicio, ipocrita, che Evola apparenta a “Mahagonny”, l’opera di Brecht e K.Weil, alla “disperazione bianca” che l’opera inscena, di chi ha donne, giochi e whisky, e tuttavia gli manca sempre qualcosa, “und doch es fehlt etwas”. Il sesso vi è sterile, dominio della contrattualistica matrimoniale – anche nella verginità, e nell’adulterio. Il fordismo è come il bolscevismo, dentro e fuori della fabbrica: “Non vi è aspetto dell’esistenza e della psicologia del lavoratore che venga trascurato, e l’indagine non si restringe alla vita di fabbrica ma investe anche il suo ambiente sociale e il complesso delle sue relazioni”. Il sistema produttivo nel suo complesso è una forma di “autocrazia”, managerial autocracy. Nel quadro di una democrazia che Evola vede solo negativamente: “La democrazia, in America come altrove, è solo lo strumento di un’oligarchia sui generis, la quale segue il metodo dell’«azione indiretta», con cui si assicura possibilità di abuso e di prevaricazione assai maggiori di quelle che comporterebbe un giusto sistema gerarchico lealmente riconosciuto”.
Per “azione indiretta” è da intendersi il circolo vizioso dell’opinione pubblica. In “Americanismo e bolscevismo” Evola si rifà al “Tao Tê Ching” che aveva tradotto, alla massima “Buon imprigionatore chiude senza sbarre,\ buon vincolatore lega senza corda né nodi”, per affermare: “Il più profondo grado d’intossicazione non è in colui che ancora riesce a sentirsi piegato ed inane, ma in colui che è privo della stessa coscienza di essere schiavo, ed agendo pensa di essere autonomo e spontaneo”. Nella stessa opera ha molte definizioni ultimative, solo apparentemente riduttive, sulla “diversità” dell’America. In particolare, essa non codifica l’uomo-massa “perché di fatto se lo reca contessuto nella sua anima: l’oro, la forza mostruosa ed impersonale di quella finanza senza patria che guida la rete inesorabile dei trusts d’America…se ne può dire il corpo, in cui vive invisibilmente la «Bestia senza Nome»”, la Bestia dell’Apocalisse. Il femminismo è, nella redazione del 1934, un “processo per cui la donna degenera, da personalità diviene «tipo» in contraffazione di uomo, tende quindi al neutro…”
Al sovietismo sono riservate poche considerazioni. È una realtà solo militaresca, non c’è una cultura “comunista”, non c’è una “civiltà proletaria”. In “Americanismo e bolscevismo” c’è di più: il bolscevismo è “meccanizzazione, disintellettualizzazione e «razionalizzazione» di ogni attività, su tutti i piani”. La libertà liquidando, con Lenin, come “pregiudizio borghese”. Nulla di originale, se non appunto l’appaiamento all’americanismo, sin dai tempi di Lenin, Majakovskij, dell’arte costruttivista, e poi di Stalin. Gianfranco de Turris, curando vent’anni fa il quaderno su “Americanismo e bolscevismo”, appare testimone sconcertato, da giornalista, dell’accettazione supina dell’“americanismo” da parte di Gorbacev. Nei rapporti con gli Usa, e con la Germania - Kohl a Mosca compra la riunificazione da Gorbacev con contratti vantaggiosi, il giorno anniversario della caduta del Muro, il 9 novembre 1990.
Questo “destra-sinistra” dell’analisi non è isolato e anzi è diffuso nell’Europa degli anni a cavaliere del 1930, che teme di essere “sommersa” da Oriente e da Occidente. Da destra (Pound, Céline) e da sinistra (ancora Céline, Brecht). Brecht irriconoscente annota nel suo “Diario di lavoro” il 7 febbraio 1942, al tempo della guerra contro l’Asse e di F.D.Roosevelt, esule confortevole negli Usa: “Un fascismo americano sarebbe democratico”. Heidegger lo rileva, benché poveramente, gravandone l’ignaro Hölderlin, nello stesso 1942, quando ancora la guerra era vinta: “Il mondo anglosassone dell’americanismo è deciso ad annientare l’Europa, cioè la patria, l’inizio dell’Occidente”. Ma già per Hegel l’America non esiste, non entrando nella triade, di tesi, antitesi, sintesi. E questo è più vero: l’America non è un’altra Europa - Tocqueville ha visto tutto, ma non che l’America non è Europa. Mentre l’Occidente è l’America: è nella costituzione americana, il Western Hemisphere. La frontiera cioè, il nemico. L’americano è uno attorniato da nemici, cattivi, infidi - Evola ne fa un cardine ribadito di “Americanismo e imperialismo”: la self-righteousness, l’autorappresentazione dell’americano come il giusto, da moralista senza morale.
Evola resta un personaggio scomodo, anzi “sulfureo”. Antifascista (da destra), che però curava “Diorama filosofico”, una pagina periodica su “Il Giornale Fascista”, di Farinacci – con contributi peraltro egregi, di Gottfried Benn, Valéry, Guénon, e l’attenzione ammirata della giovane Yourcenar (alla quale si dovrà l’acuto epicedio: “Il barone Julius Evola, che nulla ignorava della grande tradizione tantrica tibetana, non s’è mai dotato dell’arma segreta dei lama, il pugnale-per-uccidere-l’Io”). Un antirepubblicano che aderisce alla repubblica di Salò, per un suo senso dell’eroismo. Né fascista né antifascista, “l’antifascismo” considerando “nulla, il fascismo troppo poco”. Un antirazzista di lungo corso, nella lunga stagione dell’antisemitismo, molto vocifero anche contro il razzismo biologico e l’eugenetica, che si vuole orrificato, negli anni Sessanta, dalla parificazione dei “negri”. Il suo nome, prima che i suoi scritti, sono oggetto di anatema: l’Anpi e Rifondazione Comunista si sono mobilitate nel 2008 per impedire che un convegno di studi su Evola si tenesse. In un’Italia, peraltro, in cui gli ex neofascisti di Fini sono gli alfieri del partito Democratico.
Un altro siciliano “estremo”, come Scelsi, come Pirandello. Anticonformista, in un paese “cattolico” in questo senso, che non accetta l’anticonformismo, in assenza di delitti (Evola fu pure processato, nei primi anni Cinquanta, per gli atti di terrorismo delle Far neofasciste, ma assolto in istruttoria): l’anticonformismo non si vuole far perdonare.
Evola, studioso orientalista, riporta quello che sarà il pensiero unico a radici ahrimaniche, dell’“Ahriman” Angra Mainyu, il dio del male dello zoroastrismo. Ma, sotto l’apparenza esoterica, ne individua connotati storici e psicologici congrui e sempre attivi. Comprese le insorgenze democratiche (il politicamente corretto, le forme di diritto eccezionali, femminili, razziali), solo espedienti al principio sovrano dell’interesse. Si dice dell’utilità, ma l’utile è concetto molto ampio, e soprattutto non è del più forte abile, furbo, potente). Che gli interessi degli Usa e dell’Europa siano più conflittuali che convergenti, una volta finita la guerra fredda e la necessaria “interdipendenza”, è sotto gli occhi di tutti a ogni evento importante che implichi gli interessi primari dell’Europa. Dalla crisi del petrolio alla creazione dell’euro, alla pacificazione del Medio Oriiente, a quest’ultima crisi nel Mediterraneo. Dove l’apparente politica ondivaga di Washington non nasconde un intersse al tanto peggio tanto meglio, col sostengo, malgrado l’inafferrabile Al Qaeda e l’11 settembre, all’islam radicale, in Pakistan, Iran, Afghanistan, Algeria, perfino in Turchia, e ora in Egitto (il mezzo passo indietro di Obama e Hillary Clinton è dovuto alla fermezza dei generali). Sulla base, dottrinale e politica, enucleata da Kissinger nei primi anni Settanta a partire dal Pakistan di Zia ul Haq – ma in una visione geopolitica anteriore, fin dalla crisi di Suez nel 1956, se non dal protettorato saudita a inizio Novecento, o dall’invio delle corazzata e Tripoli da parte di Jefferson antimperialista. Si parla qui di interessi economici e geopolitici. Che però hanno anche una distinta matrice culturale: l’assolutezza (la purezza, l’inattaccabilità) del modello americano, in nessun modo compromissorio - l’americano, dice Evola, si ritiene sempre nel giusto, anche quando è violento e non committed o dedicated, compassionevole.
Il succubismo europeo è d’altra parte più spesso “volontario”, frutto dell’ignoranza progressiva che sta invadendo il continente. A fronte – per restare all’attualità – delle cognizioni che l’America ha di ogni angolo del mondo, e dei continui aggiornamenti, la superficialità si può dire copra il 90 per cento, se non il 99, dell’informazione che l’Europa si dà del mondo circostante. Dall’“extracomunitario”, che non vuole dire niente, all’indistinto arabo, per cui Mubarak e Gheddafi sono la stessa persona, o Ben Alì, l’Egitto è la Libia, e nel Libano ci sono strani cristiani. Totale è, e non da oggi, l’identificazione acritica, anzi ancillare, sul fronte culturale: la musica, pop e no, l’arte, la letteratura, l’architettura, e ogni concettualità, se non si può più parlare di filosofia. Che riguardi le leggi elettorali e la rappresentanza politica, o la giustizia, o l’informazione come pettegolezzo, gossip, e la stessa aberrante e falsa dottrina del mercato quale fonte di democrazia, oltre che di ricchezza per i pochi. È il mercato, la concorrenza, la società pulviscolare, che ci riporta dritti a Evola, o all’Europa come ottant’anni fa non avrebbe voluto essere.
Julius Evola, Civiltà americana, Quaderni di testi evoliani n. 45, pp.83, €10
Il cerchio si chiude. Americanismo e bolscevismo, Quaderni di studi evoliani n.24, pp. 63,€ 7
Ingeborg, Paul, Max, scoprirsi raccontandosi
La migliore (più ambiziosa, più rapida, più sapida) narrativa di Ingeborg Bachmann si lega anche qui alle cose viste, e anzi all’autobiografia, seppure analitica. Nel racconto più lungo, che dà il titolo alla raccolta in italiano (il titolo originale è quello del primo testo, “Simultaneo”), tratteggia con rispetto il padre, pure in pubblico rifiutato per le sue vecchie simpatie naziste – il padre come avrebbe dovuto o voluto essere. E accenna la tentazione dell’incesto, l’amore del fratello, di cui lascerà tante pagine confuse, poi confluite ne “Il caso Franza”. Nel “Latrato” tratteggia la madre, di cui il figlio si occupa poco e male, da lei peraltro non amato – come tra la stessa Ingeborg e la propria madre. Nell’innominata interprete di “Simultaneo”, nella Beatrix di “Problemi problemi”, e nella Miranda di “Occhi felici” è la Ingeborg che la convivenza con Max Frisch a Roma negli anni attorno al 1960 ha portato a nudo. Una figura curiosa e divertente, e poi drammatica, che Ingeborg scopre essa stessa sorpresa (era ben la musa di mezza letteratura tedesca) e, apparentemente, divertita, negli occhi di Frisch diversificato in vari partner: dormigliona, demi-vierge, indecisa a tutto, eccetto che nelle frivolezze, a cui lui paziente fa “sempre notare tutti i suoi errori di ragionamento”. O dell’irresolutezza in amore, la poltroneria, se non l’ipocondria, e la mancanza del senso del tempo, il rifiuto della realtà. A dieci anni dai fatti, a otto dalla versione che Frisch ne ha rappresentato in “Il nome sia Gantenbein”, e dopo un doloroso e alla fine irreparabile crollo fisico.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta in italiano è peraltro notevolissimo per il ricco ritratto di Paul Celan, “Franz Josef Eugen Trotta”, i mitici nomi “cacanici” di Paul a Vienna quando ancora poteca scherzare, che risvegliò Ingeborg all’amore e all’intelligenza della vita, e qui, da ultimo, ritorna in tutto il lungo racconto: il “lieve sarcasmo” che mai lo abbandonava, il “dissolvimento” conseguente a Parigi al perfetto bilinguismo, il possesso geloso della lingua, il tedesco, anche contro i tedeschi. Notevole pure l’intelligenza della storia e la politica che la poetessa manifesta dal fondo della remota provincia: la sofisticata lettura della Colpa collettiva, diversa per i tedeschi e per gli austriaci, nonché delle guerre del Terzo mondo (Ingeborg si accredita una partecipazione all’insurrezione algerina, con l’aiuto ad alcuni ribelli a passare “in un luogo sicuro, soprattutto in Italia”), della rappresentazione della guerra che i giornali fanno, e dello stesso impegno politico – “molte riviste si pubblicavano a Parigi sul Terzo mondo, che sapevano tutto sui problemi della Bolivia e niente dei normali problemi che toccavano direttamente i parigini”. Se non è fiabesca o d’invenzione(azione, avventura, sentimenti, storia, crimine), il racconto che si vuole di verità, psicologico, d’introspezione, dev’essere di cose viste e vissute. È anche una consolazione: Ingeborg poi chiuderà male la sua storia, morendo pochi medi dopo la pubblicazione nell'incendio del suo appartamento a Roma, ma qui si diverte.
Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago
Il racconto che dà il titolo alla raccolta in italiano è peraltro notevolissimo per il ricco ritratto di Paul Celan, “Franz Josef Eugen Trotta”, i mitici nomi “cacanici” di Paul a Vienna quando ancora poteca scherzare, che risvegliò Ingeborg all’amore e all’intelligenza della vita, e qui, da ultimo, ritorna in tutto il lungo racconto: il “lieve sarcasmo” che mai lo abbandonava, il “dissolvimento” conseguente a Parigi al perfetto bilinguismo, il possesso geloso della lingua, il tedesco, anche contro i tedeschi. Notevole pure l’intelligenza della storia e la politica che la poetessa manifesta dal fondo della remota provincia: la sofisticata lettura della Colpa collettiva, diversa per i tedeschi e per gli austriaci, nonché delle guerre del Terzo mondo (Ingeborg si accredita una partecipazione all’insurrezione algerina, con l’aiuto ad alcuni ribelli a passare “in un luogo sicuro, soprattutto in Italia”), della rappresentazione della guerra che i giornali fanno, e dello stesso impegno politico – “molte riviste si pubblicavano a Parigi sul Terzo mondo, che sapevano tutto sui problemi della Bolivia e niente dei normali problemi che toccavano direttamente i parigini”. Se non è fiabesca o d’invenzione(azione, avventura, sentimenti, storia, crimine), il racconto che si vuole di verità, psicologico, d’introspezione, dev’essere di cose viste e vissute. È anche una consolazione: Ingeborg poi chiuderà male la sua storia, morendo pochi medi dopo la pubblicazione nell'incendio del suo appartamento a Roma, ma qui si diverte.
Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago
Il mondo com'è - 55
astolfo
Antiamericanismo – È “una malattia psicologica” per Massimo Teodori, “Raccontare l’America. Due secoli di orgogli e pregiudizi”. O al contrario, non è una “malattia” politica, un residuato della guerra fredda? L’America è stata liberatrice per tutti, finché non sono intervenuti i blocchi – l’antologia di Piero Craveri e Gaetano Quagliariello, “Destra, sinistra, cattolici: il pregiudizio antiamericano nel Novecento”, lo spiega, che dal titolo sembra una quasi unanimità, destra, sinistra e cattolici lasciano poco fuori in Italia, ma conferma che il pregiudizio è politico, è illiberale.
Diversa è invece la posizione del tradizionalismo, la corrente di pensiero europea così forte tra il 1920 e la guerra. L’antiamericanismo (l’antioccidentalismo di marca anglosassone) è centrale nella rivoluzione conservatrice tedesca, di Spengler, Möller van den Bruck, Schmitt, Heidegger, per quel poco che capiva di politica, e in Italia di Evola. E sarebbe rimasto radicato anche fra quelli di loro che nel dopoguerra si faranno scudo degli usa contro Mosca, Schmitt o Evola. Perché è una visione del mondo che essi respingono, livellata dal materialismo nella non-entità. Ritenuta più insidiosa nel caso americano perché coperta dalla libertà di espressione, benché pleonastica.
Germania – La riunificazione era nei fatti, anche dovuta, ma è stata, è, “diversa” – da questo punto di vita è la Germania il paese che non riesce a essere “normale”: la Germania è sempre quella del Nullpunkt, il punto zero del 1945. Si controlla, lavora, si affanna a rassicurare, magari pagando, ma non ha un senso e una prospettiva del suo essere al centro dell’Europa e al mondo. Perché non ha elaborato un’analisi vera della tragedia, malgrado i tanti Mea Culpa, non si è ribattezzata, non si è liberata.
Il senso tribale è sempre prevalente. La Dieta di Francoforte ha fatto un censimento che né gli anni, né le sconfitte, né le trasformazioni del mondo intaccano. Da duecento e più anni i tedeschi a Ekaterinenburg gli Außiedler continuano a parlare tedesco. Male, malissimo, ma si sentono tedeschi in terra straniera. E così pure in Ucraina- o nel Kazakistan, dove Stalin li aveva confinati. E si censiscono. E la Germania ha pagato e paga per essi, come il riscatto ai saraceni, come se fosse in terra ostile e non di emigrazione o occupazione, come se fosse in un armistizio nel corso di una interminabile guerra. Il sogno è sempre quello del Großdeutschland: il nazionalismo dell’Ottocento con la lavateriana Schwärmerei (patetismo). La dote nobile e minacciosa del “Tedeschi di tutto il mondo, unitevi!”.
Il complesso di colpa non c’è – non opera – perché non è introiettato, vissuto, capito (c’è solo Norimberga). Mentre ci sono tanti buoni motivi per la revisione, per una critica della sconfitta e degli assetti assurdi del dopoguerra, peraltro fondata. Della Polonia, colonizzata (russificata) a Est e colonizzante a Ovest, della Bessarabia, degli immarcescibili Außiedler e Einsiedler, e delle origini e le responsabilità della guerra, delle sue atrocità. Dopodiché? Si potrà razionalmente procedere al riassetto (revisione) della storia contemporanea. Dopodiché? Non ci potrà più essere, per quanto la Germania diventi ricca, un impero tedesco. È allora un problema di quando: quando la Germania accetterà la “normalità”?
La storia si può anche dire così: il tedesco è un popolo appassionato. Perché “giovane”, non ha ancora avuto la sua maturità, un primato. I latini l’hanno avuto, e sono più scettici. Gli anglosassoni pure, e sono pragmatici. Gli slavi lo hanno tentato con grandi ambizioni, e si sono ricreduti. I tedeschi lo cercano, lo cercano come popolo, malgrado una politica ora prudente. Se con Hitler hanno definitivamente perduto l’occasione, dove deborderà tutta questa energia? Quali sconquassi dobbiamo attenderci prima che i tedeschi diventino ragionevoli? Un popolo che per metà (la metà celtica?) è bon vivant, di arcigni, modesti, conservatori, bevitori, cantori. È contadina la metà Sud, con molte aree del Nord. Traumatizzata a sua volta dal destino imperiale. Questa metà non ha ceduto, nella psicologia, la sociologia, l’economia, al contrario della campagna italiana, non si è dissolta, ma è diventata schizofrenica.
Occidente – È quello che ha perduto la fede, unico al mondo. Anche nel comunismo. Nel nome del quale però si fa grande, Stalin è l’ultimo conquistatore europeo.
L’Occidente è l’America, è nella costituzione americana, il Western Hemisphere. La frontiera cioè, il nemico - l’americano è uno attorniato da nemici, cattivi, infidi.
È evidente che l’Occidente ha molti nemici, ebrei, musulmani, induisti, buddisti, arabi, africani, asiatici, latinoamericani, che ne minano le basi morali e culturali, di libertà, democrazia, carità. Ma i suoi peggiori nemici, i più duraturi e devastanti, sono gli occidentali stessi, gli unni un tempo e le chiese, poi i fascisti e i comunisti, e la buona volontà disarmata. Hegelianamente l’Occidente, cioè l’Europa, è l’antitesi, che fa passi avanti grazie a nuove sintesi, ma si tiene su con affanno. Geograficamente è una deriva dell’Oriente, le migrazioni, le invasioni, si fanno da Est a Ovest. L’Europa non ha mai mandato la peste a Oriente. Religiosamente è l’area mitraico-ebraica, quindi cristiana, dall’Oxus in qua - a Babilonia comincia l’Oriente. Storicamente nasce al primo rigo di Erodoto, dopo il mito la storia, e con Francesco Saverio, che inventò l’Oriente metafisico, inesistente se non in funzione antioccidentale, una reazione all’inizio degli stessi occidentali. L’Oriente è creazione dell’Occidente, l’Occidente pure, e così tutto ciò che è anti, imperialista, europeo, occidentale. In una sommatoria, di segni più con segni meno, è già scomparso.
L’Occidente si può dire nervoso per costituzione, essendo altro nome per caduta: da qui l’irrequietezza, per uscirne o, temendola, andarle incontro o affrettarla. È cagionevole. Ogni tanto si salva, a Salamina, o a Maratona dove combatté Eschilo, a Granada, a Lepanto, a Stalingrado, per un miracolo. L’Occidente miracolato da Stalin non è male. O da Franco a Hendaye. L’Occidente è una spugna: coltiva l’ozio e la guerra, lo sport e il cavillo, imita le orde per farsene una colpa, e si ubriaca. Ma filosoficamente si nutre di se stesso, checché esso sia, genealogia, filologia, epica, ermeneutica, vino d’annata, invenzione della tradizione. Con la fissa, ora, delle donne senza tette - “Quando le mosche per il mondo andavano\con le cicale mostrando le tette” si ricorda in qualche ciclo di Bertoldo. E questo è quanto, quanto è rimasto: no bra perché non ce n’è più bisogno, anoressici perché obesi, afflitti dall’abbondanza.
Già per Evola, quindi almeno cinquant’anni fa, è la negazione (deiezione, rovesciamento) della tradizione europea. “L’uomo occidentale moderno (che per noi è un tipo regressivo) lo si può paragonare, sotto molti riguardi, a un crostaceo: tanto è «dura» la parte esteriore nei comportamenti dell’uomo d’azione, dell’imprenditore senza scrupoli, dell’organizzatore ecc., altrettanto è «molle», inconsistente, e senza forma la sua sostanza esteriore. Ciò è vero in grado eminente per l’Americano, in quanto egli rappresenta il tipo occidentale portato all’estremo”. Qui poi Evola trascende nel razzismo – questa critica è compresa nell’articolo “Negri americani” (1957), contro l’ipotesi d’integrazione razziale. Ma è chiaro che gli Usa sono l’Occidente dell’Occidente, e non solo per la posizione geografica.
L’Occidente anglosassone è già criticato, prima di Evola, da Th.Mann con violenza (per la Germania evocando un “destino” non europeo, salvo finire esule volontario, proprio negli Usa, sebbene ancora irriconoscente), Spengler, Möller van den Bruck, Schmitt. Cioè da una tradizione europeista che di fatto è in contraddizione con la guerra del 14-18 che essa idealizza, ed è perdente. Su tutti i fronti, il primo in difesa di se stessa – Evola è, come tutti, meno convincente sulla tradizione e l’Europa che invoca.
Rinascimento – È innovazione tecnica. Il Rinascimento si caratterizza per la ricerca del nuovo, geografico, tecnico (militare: fortificazioni, esplosivi, armatoria), finanziario (banca). Prevale il desiderio di saperne di più, piuttosto che di compiangersi.
astolfo@antiit.eu
Antiamericanismo – È “una malattia psicologica” per Massimo Teodori, “Raccontare l’America. Due secoli di orgogli e pregiudizi”. O al contrario, non è una “malattia” politica, un residuato della guerra fredda? L’America è stata liberatrice per tutti, finché non sono intervenuti i blocchi – l’antologia di Piero Craveri e Gaetano Quagliariello, “Destra, sinistra, cattolici: il pregiudizio antiamericano nel Novecento”, lo spiega, che dal titolo sembra una quasi unanimità, destra, sinistra e cattolici lasciano poco fuori in Italia, ma conferma che il pregiudizio è politico, è illiberale.
Diversa è invece la posizione del tradizionalismo, la corrente di pensiero europea così forte tra il 1920 e la guerra. L’antiamericanismo (l’antioccidentalismo di marca anglosassone) è centrale nella rivoluzione conservatrice tedesca, di Spengler, Möller van den Bruck, Schmitt, Heidegger, per quel poco che capiva di politica, e in Italia di Evola. E sarebbe rimasto radicato anche fra quelli di loro che nel dopoguerra si faranno scudo degli usa contro Mosca, Schmitt o Evola. Perché è una visione del mondo che essi respingono, livellata dal materialismo nella non-entità. Ritenuta più insidiosa nel caso americano perché coperta dalla libertà di espressione, benché pleonastica.
Germania – La riunificazione era nei fatti, anche dovuta, ma è stata, è, “diversa” – da questo punto di vita è la Germania il paese che non riesce a essere “normale”: la Germania è sempre quella del Nullpunkt, il punto zero del 1945. Si controlla, lavora, si affanna a rassicurare, magari pagando, ma non ha un senso e una prospettiva del suo essere al centro dell’Europa e al mondo. Perché non ha elaborato un’analisi vera della tragedia, malgrado i tanti Mea Culpa, non si è ribattezzata, non si è liberata.
Il senso tribale è sempre prevalente. La Dieta di Francoforte ha fatto un censimento che né gli anni, né le sconfitte, né le trasformazioni del mondo intaccano. Da duecento e più anni i tedeschi a Ekaterinenburg gli Außiedler continuano a parlare tedesco. Male, malissimo, ma si sentono tedeschi in terra straniera. E così pure in Ucraina- o nel Kazakistan, dove Stalin li aveva confinati. E si censiscono. E la Germania ha pagato e paga per essi, come il riscatto ai saraceni, come se fosse in terra ostile e non di emigrazione o occupazione, come se fosse in un armistizio nel corso di una interminabile guerra. Il sogno è sempre quello del Großdeutschland: il nazionalismo dell’Ottocento con la lavateriana Schwärmerei (patetismo). La dote nobile e minacciosa del “Tedeschi di tutto il mondo, unitevi!”.
Il complesso di colpa non c’è – non opera – perché non è introiettato, vissuto, capito (c’è solo Norimberga). Mentre ci sono tanti buoni motivi per la revisione, per una critica della sconfitta e degli assetti assurdi del dopoguerra, peraltro fondata. Della Polonia, colonizzata (russificata) a Est e colonizzante a Ovest, della Bessarabia, degli immarcescibili Außiedler e Einsiedler, e delle origini e le responsabilità della guerra, delle sue atrocità. Dopodiché? Si potrà razionalmente procedere al riassetto (revisione) della storia contemporanea. Dopodiché? Non ci potrà più essere, per quanto la Germania diventi ricca, un impero tedesco. È allora un problema di quando: quando la Germania accetterà la “normalità”?
La storia si può anche dire così: il tedesco è un popolo appassionato. Perché “giovane”, non ha ancora avuto la sua maturità, un primato. I latini l’hanno avuto, e sono più scettici. Gli anglosassoni pure, e sono pragmatici. Gli slavi lo hanno tentato con grandi ambizioni, e si sono ricreduti. I tedeschi lo cercano, lo cercano come popolo, malgrado una politica ora prudente. Se con Hitler hanno definitivamente perduto l’occasione, dove deborderà tutta questa energia? Quali sconquassi dobbiamo attenderci prima che i tedeschi diventino ragionevoli? Un popolo che per metà (la metà celtica?) è bon vivant, di arcigni, modesti, conservatori, bevitori, cantori. È contadina la metà Sud, con molte aree del Nord. Traumatizzata a sua volta dal destino imperiale. Questa metà non ha ceduto, nella psicologia, la sociologia, l’economia, al contrario della campagna italiana, non si è dissolta, ma è diventata schizofrenica.
Occidente – È quello che ha perduto la fede, unico al mondo. Anche nel comunismo. Nel nome del quale però si fa grande, Stalin è l’ultimo conquistatore europeo.
L’Occidente è l’America, è nella costituzione americana, il Western Hemisphere. La frontiera cioè, il nemico - l’americano è uno attorniato da nemici, cattivi, infidi.
È evidente che l’Occidente ha molti nemici, ebrei, musulmani, induisti, buddisti, arabi, africani, asiatici, latinoamericani, che ne minano le basi morali e culturali, di libertà, democrazia, carità. Ma i suoi peggiori nemici, i più duraturi e devastanti, sono gli occidentali stessi, gli unni un tempo e le chiese, poi i fascisti e i comunisti, e la buona volontà disarmata. Hegelianamente l’Occidente, cioè l’Europa, è l’antitesi, che fa passi avanti grazie a nuove sintesi, ma si tiene su con affanno. Geograficamente è una deriva dell’Oriente, le migrazioni, le invasioni, si fanno da Est a Ovest. L’Europa non ha mai mandato la peste a Oriente. Religiosamente è l’area mitraico-ebraica, quindi cristiana, dall’Oxus in qua - a Babilonia comincia l’Oriente. Storicamente nasce al primo rigo di Erodoto, dopo il mito la storia, e con Francesco Saverio, che inventò l’Oriente metafisico, inesistente se non in funzione antioccidentale, una reazione all’inizio degli stessi occidentali. L’Oriente è creazione dell’Occidente, l’Occidente pure, e così tutto ciò che è anti, imperialista, europeo, occidentale. In una sommatoria, di segni più con segni meno, è già scomparso.
L’Occidente si può dire nervoso per costituzione, essendo altro nome per caduta: da qui l’irrequietezza, per uscirne o, temendola, andarle incontro o affrettarla. È cagionevole. Ogni tanto si salva, a Salamina, o a Maratona dove combatté Eschilo, a Granada, a Lepanto, a Stalingrado, per un miracolo. L’Occidente miracolato da Stalin non è male. O da Franco a Hendaye. L’Occidente è una spugna: coltiva l’ozio e la guerra, lo sport e il cavillo, imita le orde per farsene una colpa, e si ubriaca. Ma filosoficamente si nutre di se stesso, checché esso sia, genealogia, filologia, epica, ermeneutica, vino d’annata, invenzione della tradizione. Con la fissa, ora, delle donne senza tette - “Quando le mosche per il mondo andavano\con le cicale mostrando le tette” si ricorda in qualche ciclo di Bertoldo. E questo è quanto, quanto è rimasto: no bra perché non ce n’è più bisogno, anoressici perché obesi, afflitti dall’abbondanza.
Già per Evola, quindi almeno cinquant’anni fa, è la negazione (deiezione, rovesciamento) della tradizione europea. “L’uomo occidentale moderno (che per noi è un tipo regressivo) lo si può paragonare, sotto molti riguardi, a un crostaceo: tanto è «dura» la parte esteriore nei comportamenti dell’uomo d’azione, dell’imprenditore senza scrupoli, dell’organizzatore ecc., altrettanto è «molle», inconsistente, e senza forma la sua sostanza esteriore. Ciò è vero in grado eminente per l’Americano, in quanto egli rappresenta il tipo occidentale portato all’estremo”. Qui poi Evola trascende nel razzismo – questa critica è compresa nell’articolo “Negri americani” (1957), contro l’ipotesi d’integrazione razziale. Ma è chiaro che gli Usa sono l’Occidente dell’Occidente, e non solo per la posizione geografica.
L’Occidente anglosassone è già criticato, prima di Evola, da Th.Mann con violenza (per la Germania evocando un “destino” non europeo, salvo finire esule volontario, proprio negli Usa, sebbene ancora irriconoscente), Spengler, Möller van den Bruck, Schmitt. Cioè da una tradizione europeista che di fatto è in contraddizione con la guerra del 14-18 che essa idealizza, ed è perdente. Su tutti i fronti, il primo in difesa di se stessa – Evola è, come tutti, meno convincente sulla tradizione e l’Europa che invoca.
Rinascimento – È innovazione tecnica. Il Rinascimento si caratterizza per la ricerca del nuovo, geografico, tecnico (militare: fortificazioni, esplosivi, armatoria), finanziario (banca). Prevale il desiderio di saperne di più, piuttosto che di compiangersi.
astolfo@antiit.eu
La scuola inetta e ignorante, non solo alla Rai
Lo sceneggiato “Fuoriclasse” di Rai Uno, campione di audience nel prime time la sera di domenica, si segnala per alcune vistose, insistite, incongruenze. Per essere una produzione, anzitutto, fuoriclasse, con un cast di prim'ordine, su testi di Starnone e sceneggiatura di Piccolo. Ma con personaggi ridicoli - forse per volerli fare realistici? Gli insegnanti, di liceo classico, vi sono vanitosi, inetti, fannulloni, incolti. Le ragazze sono ignoranti e capricciose, più stupide che non. I ragazzi invece sono tutti buoni, e in parte anche gli insegnanti maschi: lo spacciatore per soldi si limita all’erba, quando deve passare alle droghe forti si ribella; il cattivo dà vita alla poliomielitica, difende il compagno di scuola nero, non infierisce sul gay; sono maschi gli unici studenti e insegnanti ragionevoli. Non sono eccezioni al politicamente corretto, e al politicamente corretto della Rai, sono “errori” apparenti di sceneggiatura: la scuola che si rappresenta ha una sola chiave di lettura, la risata.
Poi si leggono le cronache di Roma, di una diciassettenne polacca molto bella, Dominika, che s’impicca nel bagno della scuola a Monterotondo, e si è trasposti tal quali nella realtà. I suoi compagni e gli insegnanti parlano come in “Fuori classe”, lei stessa, nelle immagini di sé postate su Facebook, si rappresenta come una delle ragazze dello sceneggiato. La scuola di Monterotondo ha anzi due psicologi, mentre quella di “Fuori classe” ne ha una. E loro non si sbilanciano, sono tenuti alla privacy, afferma il preside – che anche lui sembra uscito dallo sceneggiato.
Poi si leggono le cronache di Roma, di una diciassettenne polacca molto bella, Dominika, che s’impicca nel bagno della scuola a Monterotondo, e si è trasposti tal quali nella realtà. I suoi compagni e gli insegnanti parlano come in “Fuori classe”, lei stessa, nelle immagini di sé postate su Facebook, si rappresenta come una delle ragazze dello sceneggiato. La scuola di Monterotondo ha anzi due psicologi, mentre quella di “Fuori classe” ne ha una. E loro non si sbilanciano, sono tenuti alla privacy, afferma il preside – che anche lui sembra uscito dallo sceneggiato.
sabato 5 febbraio 2011
Bazoli torna su Generali
Geronzi e la quota Generali in Rcs sono un falso scopo, l’obiettivo vero è il passaggio di Generali nell’orbita Intesa. Della Valle è un ariete manovrato da Bazoli, che se l’è asservito con l’ipotesi di farlo editore di riferimento di Rcs. C’è solo fastidio, al vertice di Generali, all’ammuìna provocata dall’industriale calzaturiero. Ma con molta preoccupazione: a Della Valle si accredita una megalomania senza limiti, e a Bazoli la spietatezza – peraltro ben nota dietro le apparenze curiali.
Potrebbero Generali cadere nel calderone di Intesa? In teoria sì. Sono la sola preda mancata nel Blitz di Bazoli, l’avvocato che trent’anni fa gestiva ancora il patrimonio della diocesi di Brescia, per l’opposizione di Fazio (la Banca d’Italia è il secondo maggiore azionista di Trieste), che ha già pagato col disonore, e di Geronzi. Una preda che potrebbe ora essere matura, già alla prossima stagione delle assemblee.
Più che Geronzi, il presidente di Generali, Bazoli deve battere Mediobanca, che Trieste vuole suo investimento privilegiato. E il management di Generali, che ritiene l’assetto proprietario attuale il migliore: molti azionisti, con poco peso individuale, sotto l’ombrello benevolo di Mediobanca. di rilievo. Bazoli sa anche che Mediobanca non è in condizione di resistere. Così come Unicredit dopo Profumo - cioè Geronzi e qualcuno dei grandi soci di Unicredit, quali Paolo Biasi. Il presidente di Mediobanca, Pagliaro, ha creduto di potersi comprare una tregua offrendo a Bazoli la quota in Rcs, ma in pochi giorni gli schemi si sono precisati in tutt’altra chiave: Bazoli può comunque contare sulla Rcs come sua, cioè sul “Corriere della sera”, e concentrarsi su Generali. Generali stessa, insomma, non si sente più protetta da Mediobanca. Mentre Bazoli non è nuovo a manovre che sembrano partire svagate – ora usando come ariete il suo critico d’ieri, il “modaiolo”, come lo chiama, Della Valle. Questo effettivamente è il modo a lui consueto di attaccare, saggiare prima il terreno, per poi stringere fulmineo.
Ma il gioco non è fatto: il vertice di Trieste – l’amministratore delegato Perissinotto come Geronzi – intende fare quadrato. La prima risposta la darà evitando di mettere sul mercato la quota Rcs. Quanto all’aumento di capitale Rcs, di cui non si parla ma che è dato per scontato, tutto sarebbe “da discutere”. Non per l’aumento in sé ma perché è lo strumento attraverso il quale Bazoli avrebbe prospettato a Della Valle la possibilità di diventare il “padrone del «Corriere della sera»”.
Potrebbero Generali cadere nel calderone di Intesa? In teoria sì. Sono la sola preda mancata nel Blitz di Bazoli, l’avvocato che trent’anni fa gestiva ancora il patrimonio della diocesi di Brescia, per l’opposizione di Fazio (la Banca d’Italia è il secondo maggiore azionista di Trieste), che ha già pagato col disonore, e di Geronzi. Una preda che potrebbe ora essere matura, già alla prossima stagione delle assemblee.
Più che Geronzi, il presidente di Generali, Bazoli deve battere Mediobanca, che Trieste vuole suo investimento privilegiato. E il management di Generali, che ritiene l’assetto proprietario attuale il migliore: molti azionisti, con poco peso individuale, sotto l’ombrello benevolo di Mediobanca. di rilievo. Bazoli sa anche che Mediobanca non è in condizione di resistere. Così come Unicredit dopo Profumo - cioè Geronzi e qualcuno dei grandi soci di Unicredit, quali Paolo Biasi. Il presidente di Mediobanca, Pagliaro, ha creduto di potersi comprare una tregua offrendo a Bazoli la quota in Rcs, ma in pochi giorni gli schemi si sono precisati in tutt’altra chiave: Bazoli può comunque contare sulla Rcs come sua, cioè sul “Corriere della sera”, e concentrarsi su Generali. Generali stessa, insomma, non si sente più protetta da Mediobanca. Mentre Bazoli non è nuovo a manovre che sembrano partire svagate – ora usando come ariete il suo critico d’ieri, il “modaiolo”, come lo chiama, Della Valle. Questo effettivamente è il modo a lui consueto di attaccare, saggiare prima il terreno, per poi stringere fulmineo.
Ma il gioco non è fatto: il vertice di Trieste – l’amministratore delegato Perissinotto come Geronzi – intende fare quadrato. La prima risposta la darà evitando di mettere sul mercato la quota Rcs. Quanto all’aumento di capitale Rcs, di cui non si parla ma che è dato per scontato, tutto sarebbe “da discutere”. Non per l’aumento in sé ma perché è lo strumento attraverso il quale Bazoli avrebbe prospettato a Della Valle la possibilità di diventare il “padrone del «Corriere della sera»”.
Una “vecchia” Torino perde la Fiat, e non lo sa
Marchionne dice l’ovvio, che Fiat potrebbe essere “americana” anche di diritto, e il sindaco di Torino Chiamparino non trova di meglio che chiedergli “un colloquio chiarificatore”. Si mostra così, come un abisso, la frattura fra la città, che per un secolo fu il luogo dell’innovazione, garantendo all’Italia il passo col mondo, e la contemporaneità. O forse solo fra una cultura politica obsoleta, dopo essere stata incapace, e la contemporaneità. Che politica è quella che non capisce il mondo? Ma è inutile chiederlo ai nostalgici – anche se non si sa di che.
Chiamparino, buon uomo, intende probabilmente proporre a Marchionne la mozione degli affetti. Ma dovrebbe sapere, uno che fa il sindaco di una città di un milione di persone, che un’azienda si batte ogni giorno per vivere, non può guardare al passato, se il passato non è espediente. E in cosa serve Torino alla Fiat? Che ancora poche settimane fa stava votando per non avere le vetture Chrysler a Mirafiori? Da parte di lavoratori che la cultura politica di Chiamparino illude che siano occupati a vita, e non si sa perché. Cioè si sa, se considera i metalmeccanici di Detroit stupidi o asserviti, e i suoi buoni perché utili a un titolo di giornale – si sa ma non si dice: il conformismo è doppio.
Dalla Juventus ai giornali il disimpegno da Torino dei vari rami della famiglia Agnelli è d’altra parte evidente da alcuni anni. Si può criticarlo (per poi magari, alla fine, ritenerlo giusto), ma come non vederlo? Come fa la politica torinese a non accorgersene? Magari imbracata nello schema Don Camillo e Peppone, che però è roba di cinquant’anni fa, sessanta, se mai lo fu. Dell’odio-amore, a base di “cattivi padroni” e “affettuosi operai”, come se gli affari fossero buffetti e pacche sulle spalle, magari all’osteria. La cultura del niente.
Chiamparino, buon uomo, intende probabilmente proporre a Marchionne la mozione degli affetti. Ma dovrebbe sapere, uno che fa il sindaco di una città di un milione di persone, che un’azienda si batte ogni giorno per vivere, non può guardare al passato, se il passato non è espediente. E in cosa serve Torino alla Fiat? Che ancora poche settimane fa stava votando per non avere le vetture Chrysler a Mirafiori? Da parte di lavoratori che la cultura politica di Chiamparino illude che siano occupati a vita, e non si sa perché. Cioè si sa, se considera i metalmeccanici di Detroit stupidi o asserviti, e i suoi buoni perché utili a un titolo di giornale – si sa ma non si dice: il conformismo è doppio.
Dalla Juventus ai giornali il disimpegno da Torino dei vari rami della famiglia Agnelli è d’altra parte evidente da alcuni anni. Si può criticarlo (per poi magari, alla fine, ritenerlo giusto), ma come non vederlo? Come fa la politica torinese a non accorgersene? Magari imbracata nello schema Don Camillo e Peppone, che però è roba di cinquant’anni fa, sessanta, se mai lo fu. Dell’odio-amore, a base di “cattivi padroni” e “affettuosi operai”, come se gli affari fossero buffetti e pacche sulle spalle, magari all’osteria. La cultura del niente.
Letture - 52
letterautore
Arbasino – L’unico autore italiano non premiato.
Non concorrere ai premi fa, questo solo, un autore.
Bibbia – È un testo sacro, ma anche comico. Esagerato, sprezzante, perfino volgare. Noè, per esempio, che inventa il vino dopo il diluvio universale.
Dice Origene nel commento al “Levitico”: “La Scrittura è costituita, in un certo senso, da un corpo visibile, da un’anima che si può conoscere attraverso il corpo, e da uno spirito che è l’esempio e l’ombra dei beni celesti”. Questo lavoro, immenso e lunghissimo, di redazione fu svolto sotto un cielo terso, dentro un’aria profumata, tra le acque fresche, che fanno il paradiso dei poeti. In tutt’e tre le dimensioni di Origene la Scrittura ha posto per il sorriso. Il comico s’identifica più spesso col corpo: ma è una forma di conoscenza, per quanto bassa. E non è pensabile che i “beni celesti” di cui la Scrittura costituisce “l’esempio e l’ombra” escludano il riso.
Perché escludere che uno, o due, o tre, dei tanti redattori della Bibbia abbiano avuto spirito comico e l’abbiano travasato nella Scrittura? Con finezza, come un testo sacro richiede. La Bibbia si compone di visioni e profezie, maledizioni, invocazioni, atrocità, storie d’amore fedele e d’amore infedele e anzi assassino, eroismi, sublimi o banalmente quotidiani, tradimenti – beneficiando dell’ombra della luce, dice Clemente d’Alessandria: “L’ombra della luce non è tenebra, ma illuminazione”. Ma è ben artefatta.
La Palestina ne era un’ombra, come la stessa Scrittura. Che oggi in Palestina si sia instaurata cattiva coscienza (è la cattiva coscienza che riduce il comico all’ironia – che è una forma di aggressività – di se stessi, l’unica forma di comico che in quella regione persista), questo non impedisce che nei tempi andati essa fosse “libera e bella”, direbbe il Vate, come ogni altro angolo della terra.:
Dandy – Al tempo di Baudelaire era parte di un’aristocrazia, che rifiutava sdegnosa la massificazione incipiente. Oggi è un isolato un po’ disperato. Braccato dalla civiltà dei consumi, che immediatamente pubblicizza tutto, e quindi anche ogni trovata d’ingegno, di gusto, d’élite, impoverendolo delle sue stesse qualità.
Si salva facendo il pesce pilota della fascia di consumi che pretende al rinnovamento e al buongusto: il sistema della moda (Simmel, Barthes). Ma da pagliaccio: sberleffato prima, quando avvia la moda, e dopo, quando la sua moda è di massa. La massa è infettiva.
Diavolo – Belzebù è il “principe dei diavoli” secondo Dante. Che però non conosceva l’ebraico, che la parola ha coniato, ba’ al zebūb. Col significato, si dice, di “dio mosca”, o “dio delle mosche” o “dei vermi delle mosche”.
Era diffusissimo: le città erano per i moralisti post-medievali sedi di Satana.
Donna – Sono stati i greci a dividere la donna. In tre: madre-genio domestico, prostituta, vergine. Ad assolutizzarne il modo d’essere, fuori da ogni realtà.
Fallimento – “Nessun uomo che possegga ancora della vanità può essere considerato un fallimento completo”, Max Beerbohm, “Enoch Soames”, in “Storie straordinarie”, 74. C’è una dignità dell’insuccesso, che non è solo revanscismo.
Fascismo – Ha radici italiche insospettabili, risorgimentali: o Roma o morte, ci siamo e ci resteremo, la parola è d’acciaio, il posto al sole, il destino – e la terra, il ferro, la spada, il pugnale, l’aratro. Il mito del pugnale è durato un secolo e mezzo (Chénier, Puškin) perché le radici ultime sono nella rivoluzione francese. Anche la pretesa a una nuova era.
Gadda– È stato giovane bello, alto, magro, appassionato. Quando finì prigioniero a Celle in Germania, con Buonaventura Tecchi e altri giovani altrettanto appassionati della guerra. Poi frequentatore di salotti, sempre amoroso delle belle dame, purché non sciocche. Non il manzoniano cav. grand’uff. spaventato dei suoi maturi aficionados (Parise, Arbasino, un po’ meno Cattaneo). La sua prosa è giovane – si legge meglio giovane: irrituale, e un po’ scettica.
È riconosciuto come gaddiano a Roma. La diversa felicità personale delle testimonianze romane (Cattaneo, che pure è tanto fiorentino, Contini, Parise, Citati, Arbasino…) e in quelle malevoli fiorentine (con l’eccezione di Giorgio Zampa, a sua volta molto romano). Dopo essere fuggito, senza ritorno, da Milano. A Roma Gadda si sente abilitato a scherzare, pettegolare, spernacchiare, buttare giù la maschera della nevrosi – si pensi alle tragicommedie dei premi, Strega, Formentor. E vi è riconosciuto come autore comico – come autore.
Inglese – È la lingua di tutti perché non ha grammatica né sintassi? Ma è ricco di ottima letteratura, nonché di filosofia, ed è insuperato nella narrazione, d’invenzione e storica.
Morfologia e fonetica sono le basi naturali di una lingua. Ma l’italiano, che “ha l’ortografia più semplice e più logica del mondo” (P. Louÿs, “Archipel”), non lo parla nessuno. Mentre la lingua di tutti è quella che ha le peggiori morfologia e fonetica. È l’indistinto il segno prevalente della comunicazione, preferito? Come della narrazione: la comunicazione è narrazione, anch’essa.
Italia – J.Giono, nel fulminante “Voyage d’Italie”, vi trova la grandezza (la felicità) dell’ordinario: Machiavelli al suo tempo non era Machiavelli, né uomo di corte odi potere, era l’oste, il barbiere, il droghiere.
Petrarca scrive a Urbano V, nell’autunno del 1366 (“Senili”, 7,1) di una discussione col cardinale Guy de Boulogne, il quale sosteneva che l’Italia è bella ma la Francia meglio governata. Petrarca ribatte che l’Italia può sempre governarsi bene, ma che la Francia non può darsi una natura variata e bella quanto l’Italia. E se fosse la natura a rendere impossibile il buon governo?
Kafka - Ha nelle lettere, compresa quella al padre, e nelle parti meno cesellate uno stile rococò, l’agudeza dell’angoscia, che molto nasconde invece di rivelare – es. le “Lettere a Milena”, p. 152. Nascondere nella narrazione rende: è il thrilling di Kafka. La scrittura però resta sempre sopra (o si dice sotto?) le righe. È “una forma di preghiera” per la componente rituale, non per quella liberatoria.
Le lettere a grafia di Milena, ma non scritte da lei, che giravano per Praga (ib., n.83) chi le ha scritte, chi era il grafologo? Poteva essere il marito, o Max Bord, o Kafka stesso.
C’è in tedesco una scrittura piana, dopo Goethe? Il grande uso che Kafka fa del tedesco burocratico, germanico o austriaco, potrebbe non essere ironico.
Borges (“Altre inquisizioni”) immagina Kafka un Supereroe postero – sarà Kafka, dopo un secolo, a dare carattere kafkiano a un racconto di Hawthorne. E anche nelle vesti di Precursore. Non è più semplice dire che Kafka ha inventato Kafka? Certo non quadra con l’immobilità (circolarità) degli esseri, la chiave di tanto Borges.
È la materializzazione dei limiti di Freud, la cui analisi è confinata alla fisiologia. Vive e scrive dark perché non è uscito dall’ombra del grande Padre. Padre come alterità, cioè mondo esterno o reale, con le guerre, il dopoguerra, il lavoro, la convivenza obbligata, la malattia, e padre come se stesso, come materializzazione del suo essere, la coscienza di un modo d’essere. Qui è per esempio la radice dell’eterno (non sveviano – Svevo si sposò, che era anche un manager e un imprenditore) rinvio del matrimonio. Kafka non teme la donna. Con Cora Diamant vivrà solo e isolato, in una città a lui estranea e in subbuglio, tra riti femministi ch’egli non comprendeva, senza soldi, con cure insufficienti, uno strato di mancanze per lui del tutto nuovo, a cui non ci si allena in età adulta. Né temeva i figli, se stava a suo agio tra i nipoti e i bambini. Temeva la vita familiare, impersonata dalla patria potestas, il cardine del rapporto tra il personale (affetti, abitudini, piccoli misteri e piccoli drammi) e il reale.
letterautore@antiit.eu
Arbasino – L’unico autore italiano non premiato.
Non concorrere ai premi fa, questo solo, un autore.
Bibbia – È un testo sacro, ma anche comico. Esagerato, sprezzante, perfino volgare. Noè, per esempio, che inventa il vino dopo il diluvio universale.
Dice Origene nel commento al “Levitico”: “La Scrittura è costituita, in un certo senso, da un corpo visibile, da un’anima che si può conoscere attraverso il corpo, e da uno spirito che è l’esempio e l’ombra dei beni celesti”. Questo lavoro, immenso e lunghissimo, di redazione fu svolto sotto un cielo terso, dentro un’aria profumata, tra le acque fresche, che fanno il paradiso dei poeti. In tutt’e tre le dimensioni di Origene la Scrittura ha posto per il sorriso. Il comico s’identifica più spesso col corpo: ma è una forma di conoscenza, per quanto bassa. E non è pensabile che i “beni celesti” di cui la Scrittura costituisce “l’esempio e l’ombra” escludano il riso.
Perché escludere che uno, o due, o tre, dei tanti redattori della Bibbia abbiano avuto spirito comico e l’abbiano travasato nella Scrittura? Con finezza, come un testo sacro richiede. La Bibbia si compone di visioni e profezie, maledizioni, invocazioni, atrocità, storie d’amore fedele e d’amore infedele e anzi assassino, eroismi, sublimi o banalmente quotidiani, tradimenti – beneficiando dell’ombra della luce, dice Clemente d’Alessandria: “L’ombra della luce non è tenebra, ma illuminazione”. Ma è ben artefatta.
La Palestina ne era un’ombra, come la stessa Scrittura. Che oggi in Palestina si sia instaurata cattiva coscienza (è la cattiva coscienza che riduce il comico all’ironia – che è una forma di aggressività – di se stessi, l’unica forma di comico che in quella regione persista), questo non impedisce che nei tempi andati essa fosse “libera e bella”, direbbe il Vate, come ogni altro angolo della terra.:
Dandy – Al tempo di Baudelaire era parte di un’aristocrazia, che rifiutava sdegnosa la massificazione incipiente. Oggi è un isolato un po’ disperato. Braccato dalla civiltà dei consumi, che immediatamente pubblicizza tutto, e quindi anche ogni trovata d’ingegno, di gusto, d’élite, impoverendolo delle sue stesse qualità.
Si salva facendo il pesce pilota della fascia di consumi che pretende al rinnovamento e al buongusto: il sistema della moda (Simmel, Barthes). Ma da pagliaccio: sberleffato prima, quando avvia la moda, e dopo, quando la sua moda è di massa. La massa è infettiva.
Diavolo – Belzebù è il “principe dei diavoli” secondo Dante. Che però non conosceva l’ebraico, che la parola ha coniato, ba’ al zebūb. Col significato, si dice, di “dio mosca”, o “dio delle mosche” o “dei vermi delle mosche”.
Era diffusissimo: le città erano per i moralisti post-medievali sedi di Satana.
Donna – Sono stati i greci a dividere la donna. In tre: madre-genio domestico, prostituta, vergine. Ad assolutizzarne il modo d’essere, fuori da ogni realtà.
Fallimento – “Nessun uomo che possegga ancora della vanità può essere considerato un fallimento completo”, Max Beerbohm, “Enoch Soames”, in “Storie straordinarie”, 74. C’è una dignità dell’insuccesso, che non è solo revanscismo.
Fascismo – Ha radici italiche insospettabili, risorgimentali: o Roma o morte, ci siamo e ci resteremo, la parola è d’acciaio, il posto al sole, il destino – e la terra, il ferro, la spada, il pugnale, l’aratro. Il mito del pugnale è durato un secolo e mezzo (Chénier, Puškin) perché le radici ultime sono nella rivoluzione francese. Anche la pretesa a una nuova era.
Gadda– È stato giovane bello, alto, magro, appassionato. Quando finì prigioniero a Celle in Germania, con Buonaventura Tecchi e altri giovani altrettanto appassionati della guerra. Poi frequentatore di salotti, sempre amoroso delle belle dame, purché non sciocche. Non il manzoniano cav. grand’uff. spaventato dei suoi maturi aficionados (Parise, Arbasino, un po’ meno Cattaneo). La sua prosa è giovane – si legge meglio giovane: irrituale, e un po’ scettica.
È riconosciuto come gaddiano a Roma. La diversa felicità personale delle testimonianze romane (Cattaneo, che pure è tanto fiorentino, Contini, Parise, Citati, Arbasino…) e in quelle malevoli fiorentine (con l’eccezione di Giorgio Zampa, a sua volta molto romano). Dopo essere fuggito, senza ritorno, da Milano. A Roma Gadda si sente abilitato a scherzare, pettegolare, spernacchiare, buttare giù la maschera della nevrosi – si pensi alle tragicommedie dei premi, Strega, Formentor. E vi è riconosciuto come autore comico – come autore.
Inglese – È la lingua di tutti perché non ha grammatica né sintassi? Ma è ricco di ottima letteratura, nonché di filosofia, ed è insuperato nella narrazione, d’invenzione e storica.
Morfologia e fonetica sono le basi naturali di una lingua. Ma l’italiano, che “ha l’ortografia più semplice e più logica del mondo” (P. Louÿs, “Archipel”), non lo parla nessuno. Mentre la lingua di tutti è quella che ha le peggiori morfologia e fonetica. È l’indistinto il segno prevalente della comunicazione, preferito? Come della narrazione: la comunicazione è narrazione, anch’essa.
Italia – J.Giono, nel fulminante “Voyage d’Italie”, vi trova la grandezza (la felicità) dell’ordinario: Machiavelli al suo tempo non era Machiavelli, né uomo di corte odi potere, era l’oste, il barbiere, il droghiere.
Petrarca scrive a Urbano V, nell’autunno del 1366 (“Senili”, 7,1) di una discussione col cardinale Guy de Boulogne, il quale sosteneva che l’Italia è bella ma la Francia meglio governata. Petrarca ribatte che l’Italia può sempre governarsi bene, ma che la Francia non può darsi una natura variata e bella quanto l’Italia. E se fosse la natura a rendere impossibile il buon governo?
Kafka - Ha nelle lettere, compresa quella al padre, e nelle parti meno cesellate uno stile rococò, l’agudeza dell’angoscia, che molto nasconde invece di rivelare – es. le “Lettere a Milena”, p. 152. Nascondere nella narrazione rende: è il thrilling di Kafka. La scrittura però resta sempre sopra (o si dice sotto?) le righe. È “una forma di preghiera” per la componente rituale, non per quella liberatoria.
Le lettere a grafia di Milena, ma non scritte da lei, che giravano per Praga (ib., n.83) chi le ha scritte, chi era il grafologo? Poteva essere il marito, o Max Bord, o Kafka stesso.
C’è in tedesco una scrittura piana, dopo Goethe? Il grande uso che Kafka fa del tedesco burocratico, germanico o austriaco, potrebbe non essere ironico.
Borges (“Altre inquisizioni”) immagina Kafka un Supereroe postero – sarà Kafka, dopo un secolo, a dare carattere kafkiano a un racconto di Hawthorne. E anche nelle vesti di Precursore. Non è più semplice dire che Kafka ha inventato Kafka? Certo non quadra con l’immobilità (circolarità) degli esseri, la chiave di tanto Borges.
È la materializzazione dei limiti di Freud, la cui analisi è confinata alla fisiologia. Vive e scrive dark perché non è uscito dall’ombra del grande Padre. Padre come alterità, cioè mondo esterno o reale, con le guerre, il dopoguerra, il lavoro, la convivenza obbligata, la malattia, e padre come se stesso, come materializzazione del suo essere, la coscienza di un modo d’essere. Qui è per esempio la radice dell’eterno (non sveviano – Svevo si sposò, che era anche un manager e un imprenditore) rinvio del matrimonio. Kafka non teme la donna. Con Cora Diamant vivrà solo e isolato, in una città a lui estranea e in subbuglio, tra riti femministi ch’egli non comprendeva, senza soldi, con cure insufficienti, uno strato di mancanze per lui del tutto nuovo, a cui non ci si allena in età adulta. Né temeva i figli, se stava a suo agio tra i nipoti e i bambini. Temeva la vita familiare, impersonata dalla patria potestas, il cardine del rapporto tra il personale (affetti, abitudini, piccoli misteri e piccoli drammi) e il reale.
letterautore@antiit.eu
venerdì 4 febbraio 2011
Napolitano salva il federalismo – e il Pd?
Non può emanare il federalismo per decreto, ma salverà la riforma: il no di Napolitano al decreto federalista è in realtà un sì. È una maniera per il presidente della Repubblica di smarcarsi dal condizionamento, che al Quirinale si definisce “pesante”, del presidente della Camera Fini. Che avrebbe fatto boicottare il federalismo alla Bicameralina non per un’opzione politica o un principio ma per tattica, se non per motivi personali.
Al Quirinale si considera che anche alla Camera, oltre che al Senato, il federalismo ha una maggioranza. Qualificata dal punto di vista politico, cioè della maggioranza di governo. Ma ancora più ampia al di fuori del gioco politico tra maggioranza e opposizione. Di interesse comune dell’Anci, l’associazione dei Comuni. E anche del centro-sinistra, sopra e sotto l’Appennino ovunque dove il centro-sinistra governa: in Friuli-Venezia Giulia, in Piemonte, in Liguria, e nelle regioni centrali. Dove il partito Democratico è radicato, la riforma federalista è ritenuta prioritaria per la società civile e l’elettorato, soprattutto dai sindaci ma anche dai presidenti delle Province e delle Regioni, e qualificante per l’opinione pubblica. Se si votasse sul federalismo, come avverrebbe in caso di rigetto dei decreti, Bossi e Berlusconi avrebbero il successo assicurato.
Al Quirinale si considera che anche alla Camera, oltre che al Senato, il federalismo ha una maggioranza. Qualificata dal punto di vista politico, cioè della maggioranza di governo. Ma ancora più ampia al di fuori del gioco politico tra maggioranza e opposizione. Di interesse comune dell’Anci, l’associazione dei Comuni. E anche del centro-sinistra, sopra e sotto l’Appennino ovunque dove il centro-sinistra governa: in Friuli-Venezia Giulia, in Piemonte, in Liguria, e nelle regioni centrali. Dove il partito Democratico è radicato, la riforma federalista è ritenuta prioritaria per la società civile e l’elettorato, soprattutto dai sindaci ma anche dai presidenti delle Province e delle Regioni, e qualificante per l’opinione pubblica. Se si votasse sul federalismo, come avverrebbe in caso di rigetto dei decreti, Bossi e Berlusconi avrebbero il successo assicurato.
Il Pd si smarca dai Procuratori finiani
Mentre è sospeso il giudizio sull’alleanza elettorale con Fini proposta da D’Alema e Bersani, c’è la quasi unanimità al vertice del Pd su una presa di distanza da Procuratori e Procure che sono giudicate eccessivamente finiane – oltre che da Di Pietro. In particolare dal capo della Procura di Roma, Ferrara, da quello di Firenze, Quattrocchi, e dai Procuratori vicari di Palermo e Milano, Ingroia e Boccassini. A Milano, dove è aperto un fronte sensibile contro Berlusconi, c’è fiducia che il capo della Procura Bruti Liberati saprà gestire il caso Ruby senza danni. Ci sono dubbi invece sulle inchieste di Firenze e Perugia sui Grandi Lavori, e su quelle di Roma sulla P 3, Finmeccanica e il caso “Giornale”.
Il dissenso è sempre aperto, rispetto alla gestione Bersani-D’Alema, dei veltroniani e degli ex Popolari sull’alleanza elettorale con Fini. A molti ripugna l’idea di fare campagna elettorale con gli ex fascisti, e magari votarli là dove la desistenza giocherà a favore dei candidati di Fini. Molti voti democratici, si ritiene, potrebbero defluire favore della sinistra di Vendola. Ma sul piano giudiziario c’è concordia su una posizione di attesa, e anche di dissociazione, con l’eccezione di Franceschini e Rosy Bindi.
Il dissenso si è generalizzato dopo le recenti iniziative del Procuratore di Roma Ferrara. Che ha proposto di non indagare Fini per la casa di Montecarlo, e di indagare invece Frattini, che su quella casa si è limitato a mandargli i documenti, non sollecitati, ricevuti da St.Lucia. E ha messo in opera, senza avere aperto alcuna indagine giudiziaria e senza alcun indizio di reato, una serie di perquisizioni, col denudamento degli inquisiti, attraverso una magistrata che si ritiene a lui vicina, Silvia Sereni, senza il “rispetto della dignità e del pudore” che il codice prescrive. Senza flagranza di reato, senza avere aperto un indagine giudiziaria, e senza un indizio di reato.
Il dissenso è sempre aperto, rispetto alla gestione Bersani-D’Alema, dei veltroniani e degli ex Popolari sull’alleanza elettorale con Fini. A molti ripugna l’idea di fare campagna elettorale con gli ex fascisti, e magari votarli là dove la desistenza giocherà a favore dei candidati di Fini. Molti voti democratici, si ritiene, potrebbero defluire favore della sinistra di Vendola. Ma sul piano giudiziario c’è concordia su una posizione di attesa, e anche di dissociazione, con l’eccezione di Franceschini e Rosy Bindi.
Il dissenso si è generalizzato dopo le recenti iniziative del Procuratore di Roma Ferrara. Che ha proposto di non indagare Fini per la casa di Montecarlo, e di indagare invece Frattini, che su quella casa si è limitato a mandargli i documenti, non sollecitati, ricevuti da St.Lucia. E ha messo in opera, senza avere aperto alcuna indagine giudiziaria e senza alcun indizio di reato, una serie di perquisizioni, col denudamento degli inquisiti, attraverso una magistrata che si ritiene a lui vicina, Silvia Sereni, senza il “rispetto della dignità e del pudore” che il codice prescrive. Senza flagranza di reato, senza avere aperto un indagine giudiziaria, e senza un indizio di reato.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (79)
Giuseppe Leuzzi
Mafia
Prospera in situazioni di illegalità diffusa. Ma non è un governo nel governo, un nucleo o un potere autonomo e eversivo: è un’estensione brutale dello stesso governo. Tradizione, omertà, povertà concorrono. Ma in una situazione definita, di diritto e di forza (polizia), le mafie si estinguono. I casi di Marsiglia, Chicago, New York a varie epoche e con varie mafie, di Las Vegas negli anni 1960. La Piana di Gioia Tauro è passata rapidamente, cinquant’anni fa, in cinque-dieci anni, da ‘ndrangheta, una onorata società separata, minuscola (contrabbando di sigarette, spaccio di banconote false, rituali, pellegrinaggi, riunioni, muffu o fazzoletti da collo…) a mafia, radicate in tutta la società, agricoltura, commercio, finanza, politica, professioni, compresa la giudicatura, e nel regime comunitario dell’olio d’oliva, del bestiame e degli agrumi (i mafiosi ne sono padroni), gli appalti, la droga, l’usura, così benevola e così diffusa.
Sul piano pratico ne è riscontro l’impunità accordata, in situazioni di mafiosità acclarata e perfino professa, dalle autorità – carabinieri, Procure. Nei piccoli reati: porto d’armi, assicurazione auto, guida o parcheggio scorretti, multe stradali, parcheggi, occupazione di suolo pubblico. E anche nei grandi: vengono abbuonati anche atti di violenza alla persona. A fronte della brutale, perfino cinica, applicazione delle regole al resto della comunità per reati anche minimi, il caffè degli impiegati o la patente dimenticata a casa.
In paese c’è un assassino acclarato, che però non è stato condannato. È anzi diventato guardia forestale, e col suo gippone spesso occupa la strada, il tempo che gli piace per prendersi un caffè, conversare, comprarsi le sigarette (questo forse no, non fuma). Si dice in questi casi che sono confidenti. Non si vuole mai perdere la speranza.
Lo Stato è ordine e insieme disordine. Il disordine non sempre è un male: è cambiamento, e può essere benefico. Non al Sud, dove lo Stato è invece necrofilo, fomentando l’imbroglio: la mafia prospera in una situazione di piccola delinquenza economica diffusa: invalidità, contributi, assicurazioni, integrazione di prezzo Ue, appalti, protezioni.
La “mafia imprenditrice” (Arlacchi) è nozione falsa: la mafia non intraprende, ma ricicla. E non è nemmeno espediente alla sociologia, per allargare cioè la ricerca. Essendo in realtà un’equazione rovesciata - l’imprenditore è un mafioso - che porta fascine al ribellismo. Non per caso Pino Arlacchi l’ha elaborata col Procuratore Cordova, magistrato di formazione conservatrice e propensione reazionaria, nel quadro delle mistiche anticapitaliste.
I mafiosi vanno in Mercedes corpulente o Bmw. Perché alcune di questa macchine tedesche nascono blindate – sarà per divertimento: non si possono dire i tedeschi mafiosi. Preceduti da Punto o Fiesta civetta. Non contro i carabinieri. Hanno case con cancellate o muri di protezione, e videocitofono. Non per ostentazione: le case sono spesso non intonacate e non finite.
L’odio-di-dé meridionale
È una categoria che si deriva dal Selbsthass ebraico, formulato a fine Ottocento a proposito di chi, soprattutto in ambito germanofono, per assimilarsi rinnegava le origini. Se ne trovano molti cenni nelle polemiche giornalistiche. Specie in raffronto al sionismo, il movimento delle radici del popolo ebraico dei primi del Novecento. Costeggia dunque l’antisemitismo. “Der Operirte Jud”, l’ebreo operato, una satira del 1893 di Oskar Panizza, lo scrittore di Bad Kissinger, di padre cattolicissimo, di una famiglia di pescatori del lago di Como, e di aristocratica madre ugonotta, ne sintetizza, seppure in chiave grottesca (critica) gli stereotipi: un giovane medico ebreo tenta di mutare fisionomia e carattere sottoponendosi a una serie di operazioni, compresa una trasfusione di sangue da parte di “vergini ariane”, per poi finire, al momento del matrimonio con la bella tedesca bionda, in una massa gelatinosa al suolo. L’ultimo caso clamoroso è stato cinquant’anni fa quello di Dan Burros, un giovane ebreo americano diventato parte attiva del Partito Nazista Americano e di uno dei gruppi più feroci del Ku Klux Klan, che si suicidò quando le sue origini furono rivelate dal “New York Times”. Ma la categoria è sistematizzata in ambito ebraico. Da Daniel Felleiter, “Jüdischer Selbsthaß. Eine Betrachtung der Ansätze von Theodor Lessing, Otto Weininger und Sigmund Freud”, 2010, considerazioni sul tema. Sulla base dell’ormai classico “L’odio di sé ebraico” di Theodor Lessing, 1930.
Selbsthass non è l’opportunismo, questo è facile da definire, oltre che da individuare. È credersi qualcosa che non si è, e non si può essere. Non che sia impossibile essere italiani, e anzi lo si è, per lingua, usi e leggi, ma ci sono italiani buoni e altri no – come gli ebrei tedeschi, che erano ben tedeschi, e molti titoli di merito s’erano acquisiti e avevano acquisito alla Germania, nella letteratura, le arti, la filosofia, la scienza, l’industria, la finanza, eccetera, ma non potevano esserlo.
L’odio di sé ebraico diviene così una delle radici dell’antisemitismo: “Il bisogno di sentirsi odiato per sapere che non si è commiserato”, nota Rilke di Thalmann-Wassermann. Donde la sottile sfida tra simili, seppure non consanguinei. Furono ebrei in Germania alcuni dei più furiosi antisemiti. Non fino ai forni crematori, ma non ne ebbero l’occasione. Molti intellettuali: da Pfefferkon a Weininger, Trebitsch, Grossmann, Rathenau, Max Scheler, che Th.Lessing dice “il vero Caino ebraico”. Era ebreo pure Torquemada, che però non era tedesco. Benedikt Friedländer, suicida per essere ebreo, l’ingente patrimonio lasciò al dottor Eugen Dühring, il mangiatore di ebrei, grato per aver da lui “appreso la verità”. Al giubileo del 1900 Walther Rathenau, che mobiliterà la Germania in guerra con l’appello “Noi tedeschi”, aveva pubblicato un altro appello famoso, “Ascolta Israele”, che esortava al battesimo collettivo e al germanesimo. Maximilian Harden si votò alla “causa dell’uomo tedesco”, come poi Walter Benjamin: “Se muove da intime convinzioni”, disse Harden, “la lotta contro il semitismo non dovrebbe essere considerata in sé e per sé più spregevole di quella contro il cattolicesimo, il capitalismo, gli junker e il socialismo”. “Mosè era un forte antisemita”, ha scritto Freud a Arnold Zweig, e “non nascondeva di esserlo. Forse era in realtà egiziano. E aveva comunque ragione”. Una lettura di Mosé, della Legge, che viene ascritta al Selbsthass - che Freud terapeuta depreca, ma di cui si è nutrito.
La nozione è semplice, e tuttavia è difficile parlarne, perché si assume come buona la condanna contro cui essa si elabora. Un equivoco di fondo è alla sua origine: Th. Lessing, che l’ha sistematizzata, “pensa di fatto, paradossalmente, a una figura di ebreo costruita su un calco non troppo lontano da quello utilizzato dagli ideologi völkisch per articolare i mitologemi pangermanici di impostazione razzista da consegnare al consumo non riflesso delle masse” - così deve concludere Maurizio Pirro, introducendo la traduzione di “L’odio di sé ebraico”(Besa Editrice, s.d.). Th. Lessing - “Io sono sionista. Sono tedesco. Sono comunista” – fu a scanso di equivoci un attivo pacifista e socialista, tanto da procurarsi diffidenze negli stessi ambienti progressisti della repubblica di Weimar, e morirà assassinato dai nazisti nel 1933, perseguitato fin nell’esilio a Praga, e infine a Marienbad, l’ultima sua stazione. Anche lui scoprì l’ebraismo e cominciò a “sentirsi ebreo” ai trent’anni, “sentendo levarsi tendenze antisemite”. Anche lui come molti meridionali, che hanno scoperto nella maturità, al lavoro, sui giornali, di essere meridionali. Con la stessa incapacità di sentirsi diversi, tale era il grado di assimilazione: una falsa identificazione – Th. Lessing elesse a suo amico di adolescenza Ludwig Klages, che sarà capofila dell’antisemitismo, e non rinnegherà mai questa amicizia.
La categoria nasce però solida, non è fumo polemico, né scandalismo. È un passo indietro per sgomberare l’orizzonte e la via. Nella sintesi di Pirro: “Theodor Lessing si basa sulla distinzione tra uno stato di unità dell’essere anteriore alla nascita della coscienza e uno stato posteriore di scissione e di privazione determinato dalla rottura dell’equilibrio naturale a opera di turbamenti non più precisamente ricostruibili. L’insorgere di un «malessere nell’ambito dell’elemento vitale in riposo» induce l’uomo a riflettere sulla propria posizione nel mondo”.
L’opera principale di Th. Lessing, dopo “Europa e Asia”, una sorta di antropologia dello spirito, è “Die Geschichte als Sinngebung des Sinnlosen”, la storia come attribuzione di senso all’insensato. Lo studioso sa pure che l’antisemitismo è una sorta di “vizio inglese”, una dilettazione in autoflagellazione, sulla carne di altri: il “rabbioso nemico dell’uomo” parte sempre dall’odio di sé. E questo è il vero problema dell’antimeridionalismo: che chi ci governa non ne ha le qualità. Non le qualità del buongoverno: l’ultima verità della questione meridionale è che essa nasce per non essere risolta.
Anche questo Th. Lessing sapeva. “Come mai tutti gli uomini amano se stessi e solo l’ebreo è così poco in grado di farlo?”, chiede. Perché è dentro una gabbia da cui non può uscire. Una prima via d’uscita è: “Può accadere che proprio l’uomo dagli ignobili natali diventi giudice del mondo”. La seconda “volge tutte le spine contro il proprio cuore: gli altri sono assolti e tu diventi il tuo giudice e il tuo boia”. La terza è nota: “La grande metamorfosi riesce, la tua mimicry ha successo, diventi «uno degli altri» e fai un effetto favolosamente autentico”. Finché servi. “Forse un po’ troppo tedesco per essere veramente tedesco”, aggiunge Th. Lessing. E anche questo è vero: ci sono immigrati troppo milanesi.
Di fronte alla classe politica che ci viene data – che Milano che ci governa ci dà, compresa la Procura della Repubblica della città - la conclusione è tanto più vera in questa seconda Repubblica. Perché la via d’uscita vera, cui tutto porta, è quella falsa: è la prima, le altre sono succedanee. Dühring e Trebisch, fortissimi antisemiti, quest’ultimo anche ebreo, morirono ciechi, nota Th. Lessing con soddisfazione. Ma la mala erba non muore - con Trebisch erano tanti gli ebrei che si camuffavano, o prendevano altre pelli, proprio, ma non si salvavano.
Analizzata la categoria, anch’essa riporta alla casella base: il problema del Sud è il Sud. Ci possono essere state, ci sono state, prevaricazioni, furbate, distruzioni di valore, ma ora non più. Da tempo ormai. La classe dirigente italiana è del resto stata per lunghi periodi, prima e dopo Giolitti e il fascismo, meridionale. Siamo sporchi e cattivi come i cattivi dickensiani, che di se stessi dicono: “Sono vendicativo, sono falso e meschino, sono insensibile, ma fin da piccolo sono stato tiranneggiato, ogni più elementare necessità della vita mi è stata negata, non ho istituzioni, libertà, doveri, sono cresciuto con ladri e violenti. E questo può essere più o meno vero, storicamente come nella vita di un uomo, ma non conduce a nulla. E se ripetuto non è una buona scusa, e anzi non è più vero.
Felleiter trova in Freud una ragione peculiare dell’odio-di-sé: “Freud analizza la tendenza all’autocritica tipica dell’humour ebraico”. Che può non essere vero in ambito ebraico – Freud su questo è contestato. Ma non è chi non veda questa autocritica insopprimibile tra i meridionali. Un settentrionale non andrà mai a caccia dei propri difetti, e non li scaverà per confidarli a un meridionale, il meridionale solo sa esprimersi ridendo di se stesso. Tanto più in presenza del settentrionale, per compiacerlo. Felleiter dice anche che Freud “tenta nel suo lavoro analitico di emanciparsi dal gergo ebraico”. Ma di questo non c’è bisogno: una buona liberazione anzi farebbe tesoro della capacità di vedere l’“altro” lato dell’esistenza e del mondo – basta non farsene una colpa.
La squalifica del Sud
Il calciatore Neuville ha madre calabrese nelle cronache tedesche delle scommesse sul calcio. Quando ha giocato la finale del Mondiale del 2002 non aveva madre.
Per Tommy, il bambino di Parma rapito e ucciso da due barbari, il “Corriere della sera” evocava un complice “siciliano nato a Parma”.
La guerra per Trento e Trieste non l’hanno combattuta i trentini e i giuliani, ma i calabresi, i siciliani e i sardi. E questo è male. Hanno distrutto la Mitteleuropa, regno armonioso di pulizie etniche, nei Sudeti, nel Banato, nei Siebenbürgen, in Istria, Dalmazia, Moldavia, Transinistria, in ogni dove, da Scutari a Lubecca. Hanno provocato biblioteche di lacrime, di nostalgia.
Ma già prima le cose non andavano bene: c’è una Radetzskystrasse in ogni città e paese della Mitteleuropa, che i trentini e i giuliani ancora rimpiangono, molti lombardi e qualche veneto.
leuzzi@antiit.eu
Mafia
Prospera in situazioni di illegalità diffusa. Ma non è un governo nel governo, un nucleo o un potere autonomo e eversivo: è un’estensione brutale dello stesso governo. Tradizione, omertà, povertà concorrono. Ma in una situazione definita, di diritto e di forza (polizia), le mafie si estinguono. I casi di Marsiglia, Chicago, New York a varie epoche e con varie mafie, di Las Vegas negli anni 1960. La Piana di Gioia Tauro è passata rapidamente, cinquant’anni fa, in cinque-dieci anni, da ‘ndrangheta, una onorata società separata, minuscola (contrabbando di sigarette, spaccio di banconote false, rituali, pellegrinaggi, riunioni, muffu o fazzoletti da collo…) a mafia, radicate in tutta la società, agricoltura, commercio, finanza, politica, professioni, compresa la giudicatura, e nel regime comunitario dell’olio d’oliva, del bestiame e degli agrumi (i mafiosi ne sono padroni), gli appalti, la droga, l’usura, così benevola e così diffusa.
Sul piano pratico ne è riscontro l’impunità accordata, in situazioni di mafiosità acclarata e perfino professa, dalle autorità – carabinieri, Procure. Nei piccoli reati: porto d’armi, assicurazione auto, guida o parcheggio scorretti, multe stradali, parcheggi, occupazione di suolo pubblico. E anche nei grandi: vengono abbuonati anche atti di violenza alla persona. A fronte della brutale, perfino cinica, applicazione delle regole al resto della comunità per reati anche minimi, il caffè degli impiegati o la patente dimenticata a casa.
In paese c’è un assassino acclarato, che però non è stato condannato. È anzi diventato guardia forestale, e col suo gippone spesso occupa la strada, il tempo che gli piace per prendersi un caffè, conversare, comprarsi le sigarette (questo forse no, non fuma). Si dice in questi casi che sono confidenti. Non si vuole mai perdere la speranza.
Lo Stato è ordine e insieme disordine. Il disordine non sempre è un male: è cambiamento, e può essere benefico. Non al Sud, dove lo Stato è invece necrofilo, fomentando l’imbroglio: la mafia prospera in una situazione di piccola delinquenza economica diffusa: invalidità, contributi, assicurazioni, integrazione di prezzo Ue, appalti, protezioni.
La “mafia imprenditrice” (Arlacchi) è nozione falsa: la mafia non intraprende, ma ricicla. E non è nemmeno espediente alla sociologia, per allargare cioè la ricerca. Essendo in realtà un’equazione rovesciata - l’imprenditore è un mafioso - che porta fascine al ribellismo. Non per caso Pino Arlacchi l’ha elaborata col Procuratore Cordova, magistrato di formazione conservatrice e propensione reazionaria, nel quadro delle mistiche anticapitaliste.
I mafiosi vanno in Mercedes corpulente o Bmw. Perché alcune di questa macchine tedesche nascono blindate – sarà per divertimento: non si possono dire i tedeschi mafiosi. Preceduti da Punto o Fiesta civetta. Non contro i carabinieri. Hanno case con cancellate o muri di protezione, e videocitofono. Non per ostentazione: le case sono spesso non intonacate e non finite.
L’odio-di-dé meridionale
È una categoria che si deriva dal Selbsthass ebraico, formulato a fine Ottocento a proposito di chi, soprattutto in ambito germanofono, per assimilarsi rinnegava le origini. Se ne trovano molti cenni nelle polemiche giornalistiche. Specie in raffronto al sionismo, il movimento delle radici del popolo ebraico dei primi del Novecento. Costeggia dunque l’antisemitismo. “Der Operirte Jud”, l’ebreo operato, una satira del 1893 di Oskar Panizza, lo scrittore di Bad Kissinger, di padre cattolicissimo, di una famiglia di pescatori del lago di Como, e di aristocratica madre ugonotta, ne sintetizza, seppure in chiave grottesca (critica) gli stereotipi: un giovane medico ebreo tenta di mutare fisionomia e carattere sottoponendosi a una serie di operazioni, compresa una trasfusione di sangue da parte di “vergini ariane”, per poi finire, al momento del matrimonio con la bella tedesca bionda, in una massa gelatinosa al suolo. L’ultimo caso clamoroso è stato cinquant’anni fa quello di Dan Burros, un giovane ebreo americano diventato parte attiva del Partito Nazista Americano e di uno dei gruppi più feroci del Ku Klux Klan, che si suicidò quando le sue origini furono rivelate dal “New York Times”. Ma la categoria è sistematizzata in ambito ebraico. Da Daniel Felleiter, “Jüdischer Selbsthaß. Eine Betrachtung der Ansätze von Theodor Lessing, Otto Weininger und Sigmund Freud”, 2010, considerazioni sul tema. Sulla base dell’ormai classico “L’odio di sé ebraico” di Theodor Lessing, 1930.
Selbsthass non è l’opportunismo, questo è facile da definire, oltre che da individuare. È credersi qualcosa che non si è, e non si può essere. Non che sia impossibile essere italiani, e anzi lo si è, per lingua, usi e leggi, ma ci sono italiani buoni e altri no – come gli ebrei tedeschi, che erano ben tedeschi, e molti titoli di merito s’erano acquisiti e avevano acquisito alla Germania, nella letteratura, le arti, la filosofia, la scienza, l’industria, la finanza, eccetera, ma non potevano esserlo.
L’odio di sé ebraico diviene così una delle radici dell’antisemitismo: “Il bisogno di sentirsi odiato per sapere che non si è commiserato”, nota Rilke di Thalmann-Wassermann. Donde la sottile sfida tra simili, seppure non consanguinei. Furono ebrei in Germania alcuni dei più furiosi antisemiti. Non fino ai forni crematori, ma non ne ebbero l’occasione. Molti intellettuali: da Pfefferkon a Weininger, Trebitsch, Grossmann, Rathenau, Max Scheler, che Th.Lessing dice “il vero Caino ebraico”. Era ebreo pure Torquemada, che però non era tedesco. Benedikt Friedländer, suicida per essere ebreo, l’ingente patrimonio lasciò al dottor Eugen Dühring, il mangiatore di ebrei, grato per aver da lui “appreso la verità”. Al giubileo del 1900 Walther Rathenau, che mobiliterà la Germania in guerra con l’appello “Noi tedeschi”, aveva pubblicato un altro appello famoso, “Ascolta Israele”, che esortava al battesimo collettivo e al germanesimo. Maximilian Harden si votò alla “causa dell’uomo tedesco”, come poi Walter Benjamin: “Se muove da intime convinzioni”, disse Harden, “la lotta contro il semitismo non dovrebbe essere considerata in sé e per sé più spregevole di quella contro il cattolicesimo, il capitalismo, gli junker e il socialismo”. “Mosè era un forte antisemita”, ha scritto Freud a Arnold Zweig, e “non nascondeva di esserlo. Forse era in realtà egiziano. E aveva comunque ragione”. Una lettura di Mosé, della Legge, che viene ascritta al Selbsthass - che Freud terapeuta depreca, ma di cui si è nutrito.
La nozione è semplice, e tuttavia è difficile parlarne, perché si assume come buona la condanna contro cui essa si elabora. Un equivoco di fondo è alla sua origine: Th. Lessing, che l’ha sistematizzata, “pensa di fatto, paradossalmente, a una figura di ebreo costruita su un calco non troppo lontano da quello utilizzato dagli ideologi völkisch per articolare i mitologemi pangermanici di impostazione razzista da consegnare al consumo non riflesso delle masse” - così deve concludere Maurizio Pirro, introducendo la traduzione di “L’odio di sé ebraico”(Besa Editrice, s.d.). Th. Lessing - “Io sono sionista. Sono tedesco. Sono comunista” – fu a scanso di equivoci un attivo pacifista e socialista, tanto da procurarsi diffidenze negli stessi ambienti progressisti della repubblica di Weimar, e morirà assassinato dai nazisti nel 1933, perseguitato fin nell’esilio a Praga, e infine a Marienbad, l’ultima sua stazione. Anche lui scoprì l’ebraismo e cominciò a “sentirsi ebreo” ai trent’anni, “sentendo levarsi tendenze antisemite”. Anche lui come molti meridionali, che hanno scoperto nella maturità, al lavoro, sui giornali, di essere meridionali. Con la stessa incapacità di sentirsi diversi, tale era il grado di assimilazione: una falsa identificazione – Th. Lessing elesse a suo amico di adolescenza Ludwig Klages, che sarà capofila dell’antisemitismo, e non rinnegherà mai questa amicizia.
La categoria nasce però solida, non è fumo polemico, né scandalismo. È un passo indietro per sgomberare l’orizzonte e la via. Nella sintesi di Pirro: “Theodor Lessing si basa sulla distinzione tra uno stato di unità dell’essere anteriore alla nascita della coscienza e uno stato posteriore di scissione e di privazione determinato dalla rottura dell’equilibrio naturale a opera di turbamenti non più precisamente ricostruibili. L’insorgere di un «malessere nell’ambito dell’elemento vitale in riposo» induce l’uomo a riflettere sulla propria posizione nel mondo”.
L’opera principale di Th. Lessing, dopo “Europa e Asia”, una sorta di antropologia dello spirito, è “Die Geschichte als Sinngebung des Sinnlosen”, la storia come attribuzione di senso all’insensato. Lo studioso sa pure che l’antisemitismo è una sorta di “vizio inglese”, una dilettazione in autoflagellazione, sulla carne di altri: il “rabbioso nemico dell’uomo” parte sempre dall’odio di sé. E questo è il vero problema dell’antimeridionalismo: che chi ci governa non ne ha le qualità. Non le qualità del buongoverno: l’ultima verità della questione meridionale è che essa nasce per non essere risolta.
Anche questo Th. Lessing sapeva. “Come mai tutti gli uomini amano se stessi e solo l’ebreo è così poco in grado di farlo?”, chiede. Perché è dentro una gabbia da cui non può uscire. Una prima via d’uscita è: “Può accadere che proprio l’uomo dagli ignobili natali diventi giudice del mondo”. La seconda “volge tutte le spine contro il proprio cuore: gli altri sono assolti e tu diventi il tuo giudice e il tuo boia”. La terza è nota: “La grande metamorfosi riesce, la tua mimicry ha successo, diventi «uno degli altri» e fai un effetto favolosamente autentico”. Finché servi. “Forse un po’ troppo tedesco per essere veramente tedesco”, aggiunge Th. Lessing. E anche questo è vero: ci sono immigrati troppo milanesi.
Di fronte alla classe politica che ci viene data – che Milano che ci governa ci dà, compresa la Procura della Repubblica della città - la conclusione è tanto più vera in questa seconda Repubblica. Perché la via d’uscita vera, cui tutto porta, è quella falsa: è la prima, le altre sono succedanee. Dühring e Trebisch, fortissimi antisemiti, quest’ultimo anche ebreo, morirono ciechi, nota Th. Lessing con soddisfazione. Ma la mala erba non muore - con Trebisch erano tanti gli ebrei che si camuffavano, o prendevano altre pelli, proprio, ma non si salvavano.
Analizzata la categoria, anch’essa riporta alla casella base: il problema del Sud è il Sud. Ci possono essere state, ci sono state, prevaricazioni, furbate, distruzioni di valore, ma ora non più. Da tempo ormai. La classe dirigente italiana è del resto stata per lunghi periodi, prima e dopo Giolitti e il fascismo, meridionale. Siamo sporchi e cattivi come i cattivi dickensiani, che di se stessi dicono: “Sono vendicativo, sono falso e meschino, sono insensibile, ma fin da piccolo sono stato tiranneggiato, ogni più elementare necessità della vita mi è stata negata, non ho istituzioni, libertà, doveri, sono cresciuto con ladri e violenti. E questo può essere più o meno vero, storicamente come nella vita di un uomo, ma non conduce a nulla. E se ripetuto non è una buona scusa, e anzi non è più vero.
Felleiter trova in Freud una ragione peculiare dell’odio-di-sé: “Freud analizza la tendenza all’autocritica tipica dell’humour ebraico”. Che può non essere vero in ambito ebraico – Freud su questo è contestato. Ma non è chi non veda questa autocritica insopprimibile tra i meridionali. Un settentrionale non andrà mai a caccia dei propri difetti, e non li scaverà per confidarli a un meridionale, il meridionale solo sa esprimersi ridendo di se stesso. Tanto più in presenza del settentrionale, per compiacerlo. Felleiter dice anche che Freud “tenta nel suo lavoro analitico di emanciparsi dal gergo ebraico”. Ma di questo non c’è bisogno: una buona liberazione anzi farebbe tesoro della capacità di vedere l’“altro” lato dell’esistenza e del mondo – basta non farsene una colpa.
La squalifica del Sud
Il calciatore Neuville ha madre calabrese nelle cronache tedesche delle scommesse sul calcio. Quando ha giocato la finale del Mondiale del 2002 non aveva madre.
Per Tommy, il bambino di Parma rapito e ucciso da due barbari, il “Corriere della sera” evocava un complice “siciliano nato a Parma”.
La guerra per Trento e Trieste non l’hanno combattuta i trentini e i giuliani, ma i calabresi, i siciliani e i sardi. E questo è male. Hanno distrutto la Mitteleuropa, regno armonioso di pulizie etniche, nei Sudeti, nel Banato, nei Siebenbürgen, in Istria, Dalmazia, Moldavia, Transinistria, in ogni dove, da Scutari a Lubecca. Hanno provocato biblioteche di lacrime, di nostalgia.
Ma già prima le cose non andavano bene: c’è una Radetzskystrasse in ogni città e paese della Mitteleuropa, che i trentini e i giuliani ancora rimpiangono, molti lombardi e qualche veneto.
leuzzi@antiit.eu
giovedì 3 febbraio 2011
Problemi di base - 49
spock
Ma il ministro Ronchi è ministro di quale governo?
E chi è Casini – a parte il nome?
Come avvenne che Dio ebbe un volto?
Dio come Adonai (assenza), trasmigrando dalla Bibbia alla metafisica tedesca, Heidegger incluso, non imbroglia la matassa?
Dove sarebbe il mondo senza la filosofia tedesca? E la filosofia?
Perché la cronaca giudiziaria la fanno le donne?
E le foto nude di Ruby? E di Anna Maria Greco? Non se le vorrà tenere la dottoressa Sereni?
Perché Berlusconi non è camorrista? Mafioso sì e camorrista no? Lui che si è arricchito con Gomorra.
E le intercettazioni dei Procuratori? In ufficio e a letto?
Sarebbe urgente, non ne possiamo più di Berlusconi nudo.
Perché la prova tv non vale per gli arbitri?
spock@antiit.eu
Ma il ministro Ronchi è ministro di quale governo?
E chi è Casini – a parte il nome?
Come avvenne che Dio ebbe un volto?
Dio come Adonai (assenza), trasmigrando dalla Bibbia alla metafisica tedesca, Heidegger incluso, non imbroglia la matassa?
Dove sarebbe il mondo senza la filosofia tedesca? E la filosofia?
Perché la cronaca giudiziaria la fanno le donne?
E le foto nude di Ruby? E di Anna Maria Greco? Non se le vorrà tenere la dottoressa Sereni?
Perché Berlusconi non è camorrista? Mafioso sì e camorrista no? Lui che si è arricchito con Gomorra.
E le intercettazioni dei Procuratori? In ufficio e a letto?
Sarebbe urgente, non ne possiamo più di Berlusconi nudo.
Perché la prova tv non vale per gli arbitri?
spock@antiit.eu
La bestemmia non batte il conformismo
Papini è al meglio – che si continua trascurare, vent’anni dopo la caduta del Muro. I suoi tre scritti valgono la lettura di questa piccola antologia di “Lacerba” (“I cattivi”,”La vita non è sacra”, “Marcia del coraggio”): il paradosso non è gratuito, né volgare, la brevità feconda. I cattivi” è perfino esemplare per acutezza: per comprensione e capacità di giudizio delle leggi. Il resto risente del linguaggio artefatto di “Lacerba”, come di ogni avanguardia, presto caduco. Italo Tavolato, qui presente con cinque testi, è del resto ben dimenticato. Benché abbia titoli accattivanti quali il famoso “Elogio della prostituzione” e le “Bestemmie”, contro la democrazia, contro il giornalismo: i testi sono manierati e informi, colpa maggiore per un avanguardista e un blasfemo.
Le avanguardie, contrariamente al nome, non sono un investimento nel futuro, nemmeno il futurismo, che si voleva tutto modernità, perché non sono né si pretendono durevoli: sono, al meglio, un divertimento. “Il significato migliore che si può riconoscere al Futurismo è di essere stato arte della bestemmia”, conclude Anna K. Valerio, che per Ar, le edizioni di Franco Freda, cura questa buffa antologia. Si giustificano in epoca di conformismo, e questo è tutto – oggi, certo, non è poco: la pianta dei tartufi non commestibili è comune.
Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Italo Tavolato, Bestemmia contro la democrazia, Ar Edizioni, pp. 55, € 8
Le avanguardie, contrariamente al nome, non sono un investimento nel futuro, nemmeno il futurismo, che si voleva tutto modernità, perché non sono né si pretendono durevoli: sono, al meglio, un divertimento. “Il significato migliore che si può riconoscere al Futurismo è di essere stato arte della bestemmia”, conclude Anna K. Valerio, che per Ar, le edizioni di Franco Freda, cura questa buffa antologia. Si giustificano in epoca di conformismo, e questo è tutto – oggi, certo, non è poco: la pianta dei tartufi non commestibili è comune.
Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Italo Tavolato, Bestemmia contro la democrazia, Ar Edizioni, pp. 55, € 8
mercoledì 2 febbraio 2011
L’indiscrezione è solo della Procura
I verbali della Minetti sono secretati dall’inflessibile Bruti Liberati, collaboratore emerito di “Repubblica”, Procuratore Capo a Milano. Ma non per i giornali. Per tutti i giornali, bisogna riconoscere, non solo per “Repubblica”. E non tutti: ogni giornale ha la sua porzione, equamente divisa, della deposizione. Se ne lamenta il presidente della Repubblica, indignato dalla “abnorme invadenza di cronaca nera e cronaca giudiziaria” nei media, ma a Milano la giustizia è uguale per tutti.
Se non che ci sono alcune cose inquietanti. Un giorno c’è la droga, che il giorno dopo scompare. A casa di Berlusconi, s’intende. Al posto della droga subentra Iris, una minorenne, un’altra, che il giorno dopo scompare. Ed emerge invece una prostituta, una cioè di professione, che il giorno dopo scompare. Lasciando il posto alla mamma della minorenne di Casoria. Che poi scompare, e lascia il posto a foto compromettenti. Che poi scompariranno anche loro. Oppure no. Inquietante non è il fatto che ci siano notizie che scompaiono, i giornalisti non si curano della verità. Ma che c’è qualcuno che elabora e lancia queste informazioni.
Non alla Procura, beninteso. Dove invece il Procuratore, quando non ha nulla di dire, dice che è pronto il processo immediato per Berlusconi. Domani – domani si vota il federalismo, che non c’entra nulla con l’annuncio, ma forse sì. Oppure fra una settimana. Sicuro comunque di averlo, il giudizio immediato, domani o fra una settimana: è il bello di poter fare insieme l’accusatore e il giudice - giudice (a Milano) non morde procuratore.
E perché non si può parlare male della Boccassini? Cioè si viene automaticamente perquisiti, spogliati, e magari fotografati nudi - le famose foto promesse? Senza nessun indizio di reato. Questo nemmeno nel ventennio si faceva, le barzellette si potevano dire.
Se non che ci sono alcune cose inquietanti. Un giorno c’è la droga, che il giorno dopo scompare. A casa di Berlusconi, s’intende. Al posto della droga subentra Iris, una minorenne, un’altra, che il giorno dopo scompare. Ed emerge invece una prostituta, una cioè di professione, che il giorno dopo scompare. Lasciando il posto alla mamma della minorenne di Casoria. Che poi scompare, e lascia il posto a foto compromettenti. Che poi scompariranno anche loro. Oppure no. Inquietante non è il fatto che ci siano notizie che scompaiono, i giornalisti non si curano della verità. Ma che c’è qualcuno che elabora e lancia queste informazioni.
Non alla Procura, beninteso. Dove invece il Procuratore, quando non ha nulla di dire, dice che è pronto il processo immediato per Berlusconi. Domani – domani si vota il federalismo, che non c’entra nulla con l’annuncio, ma forse sì. Oppure fra una settimana. Sicuro comunque di averlo, il giudizio immediato, domani o fra una settimana: è il bello di poter fare insieme l’accusatore e il giudice - giudice (a Milano) non morde procuratore.
E perché non si può parlare male della Boccassini? Cioè si viene automaticamente perquisiti, spogliati, e magari fotografati nudi - le famose foto promesse? Senza nessun indizio di reato. Questo nemmeno nel ventennio si faceva, le barzellette si potevano dire.
La chiesa è di Pilato
Universale è il silenzio in Italia, paese proponente, sul’indisponibilità dell’Unione europea a condannare gli attacchi ai cristiani nei paesi islamici. A condannare gli attacchi sì, ma non quelli ai cristiani: la baronessa Ashton, che esiste, non è un personaggio da commedia dell’arte malgrado le apparenze, è il ministro degli Esteri e della Difesa dell’Unione, non vuole. Ma non solo lei. Il “Corriere della sera”, giornale del cristianissimo Bazoli, dedica alla cosa sei contortissime righe. Mentre nella “Stampa” di Johnny Elkan, padre di Oceano, la cosa “non esiste” – Mario Calabresi continua a essere fuori stanza.
Soltanto la laicissima “Repubblica” ha fatto un’adeguata, professionale, corrispondenza, grafica e testuale, con foto e circostanziata corrispondenza di Andrea Bonanni. Intitolata : “Ue, schiaffo all’Italia sulla difesa dei cristiani”. Niente menzione esplicita nel documento sulle persecuzioni religiose. E Frattini lo fa ritirare. Il ministro italiano: “Questo laicismo esasperato è dannoso per la credibilità dell’Ue”.
Ma non c’è solo il laicismo in campo, ci sono anche i preti. Monsignor Fisichella, ministro vaticano “per la promozione della nuova evangelizzazione”, si consola che “tutto è cenere” – ash è cenere. Bella battuta, si suppone, da talk show. Più sorprendente ancora il commento dei vescovi: sul loro quotidiano, “Avvenire”, il cui sito reca una fascione a colori sotto la testata, “Cristiani perseguitati”, e sotto la testatina “Cristianofobi”, si leggono una breve corrispondenza e un commento, a firma Andrea Lavazza, dal titolo “L’indicibile tragedia”, che non dice nulla. Anzi, conclude chiedendosi: “Perché quel tabù, viene da chiedersi per l'ennesima volta? “, il tabù della parola cristiano. Già, perché? Cioè, è giusto che lo chiedano a noi, la chiesa è nata con Pilato. E un laico non ha che da congratularsi: magari non dovrà più spendere per altre carissime missioni peacekeeping delle forze armate.
“La vicenda”, spiega Bonanni, “parte dalla mobilitazione del governo italiano dopo l'attentato suicida contro i cristiani copti di Alessandria d'Egitto e altri episodi di violenze interreligiose che hanno colpito le comunità cristiane in Medio Oriente e in particolar modo in Iraq. Frattini si era battuto per avere una dura posizione di condanna da parte dell’Unione europea. Ma nella bozza di comunicato, messa a punto dal servizio diplomatico che fa capo alla Ashton, si parlava in modo generico di violenze contro «le comunità religiose», senza citare in modo specifico quelle cristiane.
“Il ministro degli esteri italiano si era impegnato per far cambiare il testo, e domenica sera era venuto anticipatamente a Bruxelles per un incontro con i quindici ministri degli esteri che fanno capo al Partito Popolare europeo, di ispirazione democristiana. «Una larga maggioranza di paesi, sia per dimensioni sia per numero, aveva condiviso la mia proposta di emendamento, che era quella di menzionare gli attentati terroristici contro le comunità cristiane ed anche quelli contro la comunità sciita di Kerbala», ha riferito Frattini. Ma, poiché la Ashton non aveva modificato la propria proposta, l'emendamento italiano avrebbe potuto essere approvato solo all'unanimità. Al momento del voto, invece, almeno quattro paesi si sono detti contrari a modifiche: Spagna, Portogallo, ma anche Lussemburgo e Irlanda, che hanno governi conservatori”.
Tanto più “sorprendente” (Ruini) appare la lettera che Giovanni Paolo II, in prima persona, indirizzò ai vescovi italiani per l'Epifania del 1994, quando veniva travolta la Democrazia Cristiana, sull'Europa, e sull'Italia in Europa:
“Sono convinto che l' Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l' Europa. Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l' Italia sono negative per l' Europa stessa e nascono anche sullo sfondo della negazione del cristianesimo. In una tale prospettiva si vorrebbe creare un'Europa, e in essa anche un'Italia, che siano apparentemente «neutrali» sul piano dei valori, ma che in realtà collaborino alla diffusione di un modello postilluministico di vita. Ciò si può vedere anche in alcune tendenze operanti nel funzionamento di istituzioni europee. Contro l' orientamento di coloro che furono i padri dell' Europa unita, alcune forze, attualmente operanti in questa comunità, sembrano piuttosto ridurre il senso della sua esistenza e della sua azione ad una dimensione puramente economica e secolaristica.
“All' Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l' Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. Di questo preciso compito dovrà avere chiara consapevolezza la società italiana nell' attuale momento storico, quando viene compiuto il bilancio politico del passato, dal dopoguerra ad oggi”.
“Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l'Italia...”. Era un altro mondo? Certo, non c'è una uguaglianza delle intelligenze, l'opportunismo è più forte. Un talk show poi è attrazione irresistibile, altro che Ruby!
Soltanto la laicissima “Repubblica” ha fatto un’adeguata, professionale, corrispondenza, grafica e testuale, con foto e circostanziata corrispondenza di Andrea Bonanni. Intitolata : “Ue, schiaffo all’Italia sulla difesa dei cristiani”. Niente menzione esplicita nel documento sulle persecuzioni religiose. E Frattini lo fa ritirare. Il ministro italiano: “Questo laicismo esasperato è dannoso per la credibilità dell’Ue”.
Ma non c’è solo il laicismo in campo, ci sono anche i preti. Monsignor Fisichella, ministro vaticano “per la promozione della nuova evangelizzazione”, si consola che “tutto è cenere” – ash è cenere. Bella battuta, si suppone, da talk show. Più sorprendente ancora il commento dei vescovi: sul loro quotidiano, “Avvenire”, il cui sito reca una fascione a colori sotto la testata, “Cristiani perseguitati”, e sotto la testatina “Cristianofobi”, si leggono una breve corrispondenza e un commento, a firma Andrea Lavazza, dal titolo “L’indicibile tragedia”, che non dice nulla. Anzi, conclude chiedendosi: “Perché quel tabù, viene da chiedersi per l'ennesima volta? “, il tabù della parola cristiano. Già, perché? Cioè, è giusto che lo chiedano a noi, la chiesa è nata con Pilato. E un laico non ha che da congratularsi: magari non dovrà più spendere per altre carissime missioni peacekeeping delle forze armate.
“La vicenda”, spiega Bonanni, “parte dalla mobilitazione del governo italiano dopo l'attentato suicida contro i cristiani copti di Alessandria d'Egitto e altri episodi di violenze interreligiose che hanno colpito le comunità cristiane in Medio Oriente e in particolar modo in Iraq. Frattini si era battuto per avere una dura posizione di condanna da parte dell’Unione europea. Ma nella bozza di comunicato, messa a punto dal servizio diplomatico che fa capo alla Ashton, si parlava in modo generico di violenze contro «le comunità religiose», senza citare in modo specifico quelle cristiane.
“Il ministro degli esteri italiano si era impegnato per far cambiare il testo, e domenica sera era venuto anticipatamente a Bruxelles per un incontro con i quindici ministri degli esteri che fanno capo al Partito Popolare europeo, di ispirazione democristiana. «Una larga maggioranza di paesi, sia per dimensioni sia per numero, aveva condiviso la mia proposta di emendamento, che era quella di menzionare gli attentati terroristici contro le comunità cristiane ed anche quelli contro la comunità sciita di Kerbala», ha riferito Frattini. Ma, poiché la Ashton non aveva modificato la propria proposta, l'emendamento italiano avrebbe potuto essere approvato solo all'unanimità. Al momento del voto, invece, almeno quattro paesi si sono detti contrari a modifiche: Spagna, Portogallo, ma anche Lussemburgo e Irlanda, che hanno governi conservatori”.
Tanto più “sorprendente” (Ruini) appare la lettera che Giovanni Paolo II, in prima persona, indirizzò ai vescovi italiani per l'Epifania del 1994, quando veniva travolta la Democrazia Cristiana, sull'Europa, e sull'Italia in Europa:
“Sono convinto che l' Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l' Europa. Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l' Italia sono negative per l' Europa stessa e nascono anche sullo sfondo della negazione del cristianesimo. In una tale prospettiva si vorrebbe creare un'Europa, e in essa anche un'Italia, che siano apparentemente «neutrali» sul piano dei valori, ma che in realtà collaborino alla diffusione di un modello postilluministico di vita. Ciò si può vedere anche in alcune tendenze operanti nel funzionamento di istituzioni europee. Contro l' orientamento di coloro che furono i padri dell' Europa unita, alcune forze, attualmente operanti in questa comunità, sembrano piuttosto ridurre il senso della sua esistenza e della sua azione ad una dimensione puramente economica e secolaristica.
“All' Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l' Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. Di questo preciso compito dovrà avere chiara consapevolezza la società italiana nell' attuale momento storico, quando viene compiuto il bilancio politico del passato, dal dopoguerra ad oggi”.
“Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l'Italia...”. Era un altro mondo? Certo, non c'è una uguaglianza delle intelligenze, l'opportunismo è più forte. Un talk show poi è attrazione irresistibile, altro che Ruby!
lunedì 31 gennaio 2011
Secondi pensieri - (62)
zeulig
Cristo - È mito umano, la divinità vi è poco presente. Ma ha mai peccato? No. E allora, che uomo è?
È un uomo dell’Oriente che “fa carriera” in Occidente. È l’agente dell’Oriente che conquista l’Occidente? Quant’è la parte di Cristo nel cristianesimo, e quanta la parta di san Paolo e dei Padri, è vecchio problema.
Linguaggio e temi dei Vangeli sono più vicini alla bibbia o alla tradizione iranica (indiana)? Le parabole. L’irenismo. I miracoli. Gli angeli. Lo stesso monoteismo, più indoeuropeo che ebraico. Di biblico c’è la promessa della salvezza, e il Messia, l’Incarnazione.
Cristo è vicino alla Bibbia. Che è vicina alle culture mediorientali.
Dio - È nel cristianesimo un’ipotesi consolatoria, anche nella sua cattiveria, che può essere senza limiti. Non può essere creazione demoniaca, ma la felicità inafferrabile è idea malvagia in sé.
Nietzsche dodicenne (Halévy, 24) pensava che lo Spirito Sato fosse in realtà il Diavolo. Ma dirà poi a Deussen (ib.,52): “Se sacrifichi Gesù, devi sacrificare anche Dio”.
A. Cohen lo vuole, con Pivot, “una nostra invenzione: l’hanno inventato gli ebrei nella Bibbia. È la proiezione dello spirito profetico”. È la nostra Mancanza, l’ipostasi dei desideri inappagabili? Il diavolo è allora la realtà – la materia – che si configura invece come impenetrabile. Dio è soggettivistico, idealistico, e il diavolo realistico? “Esiste un mondo reale, un problema reale del tempo, un problema reale dello sviluppo e un problema reale dell’aumento di entropia” (Popper di Boltzmann, “Società aperta universo aperto”, 68).
Resta il problema del perché l’uomo rifiuta il reale, lo abbandona al demonio. Il rifiuto della sessualità si spiegherebbe come paura della riproduzione, e quindi desiderio di morte. Oppure come rifiuto dei vantaggi evolutivi della riproduzione nei grandi numeri, e quindi come paura. Ciò non si spiegherebbe, saremmo in un circolo. Oppure si spiega proprio così.
“Ciò che si chiama Dio” (Tommaso d’Aquino) è incoerente: è in corsa per salare il mondo dalla sua condanna, cioè contro se stesso. Dante lo rileva - beffardo? – sulla porta dell’Inferno: “Fecemi la divina potestade, la somma sapienza e il divino amore”.
È vendicativo? La stessa incertezza materialista sui destini dell’universo è della fede religiosa – se Dio è ritenuto, come nell’ebraismo e nel cristianesimo, collerico e vendicativo. Anche in senso religioso il mondo può prendere significato unicamente in una prospettiva di “miglioramento”. Il filone pessimista dello storia come rotolamento verso il basso rispetto all’età dell’oro (Guénon et. al.) è anti-religiosa.
Ecologia – È la storicizzazione (sterilizzazione) della natura. Vecchia polemica del Tre-Quattrocento era il rigetto della natura in quanto corruttrice. Il rigorismo cristiano (stoico)e la morale ascetica negavano la natura. Natura era l’accettazione (epicurea) di se stessi, delle inclinazioni umane.
L’ecologia trasferisce alla natura il rigorismo ascetico: rinuncia, asepsi, silenzio. Una razionalità lineare, mentre la natura è eccessiva: violenta, imprevedibile, estrema.
Edonismo – Spiega da solo l’invadenza della morte: là dove c’è la paura della morte non può che esserci una cultura edonistica, o viceversa.
Perché l’Occidente cristiano anche se laico, fa la morte così brutta e insieme condanna l’edonismo? Forse perché è nell’edonismo che hanno le radici alcune piante pericolose, come la tolleranza e l libertà. Di cui l’Occidente si fa bandiera ma che ammette da poco e con riserve.
Fede – Il sesso è il più grande equalizzatore che ci sia, si sa (il sesso e non l’amore, né l’erotismo, più o meno raffinato che sia). Più della natura o ecologia – il trekking in solitudine, le chiare fresche dolci acque, eccetera. Anche la fede è un equalizzatore, e un piacere che non costa: Con un vantaggio e un handicap, rispeto al sesso: si può godere in solitario, ma vuole stimoli complessi.
Laicismo – È insufficiente per il pregiudizio antireligioso, specie delle religioni totalizzanti, cattolicesimo, islam, e soprattutto in Italia. Comportando la rinuncia a molti strumenti che, inestirpabili, rendono sterile la ragione che non ne tiene conto. Per esempio le “opere”: la soma di opere buone per il cristiano cattolico conduce alla salvezza, per cui i favori politici difficilmente si connotano negativamente. Oppure, salendo di livello rispetto alla politica, la “confessione”: il disprezzo della confessione (peraltro rivalutata in ambito psicanalitico, laico all’estremo) comporta il rifiuto, ingiustificabile, della sequenza colpa-rimorso-confessione da cui la natura umana (non solo gli ordinamenti in vigore, cioè) non può prescindere. Nato modernamente e male, per il pregiudizio anti-religioso, il laicismo s’impoverisce insieme col razionalismo..
Morte – La morte che non c’è finché viviamo, e quando non viviamo più non ce ne frega nulla, è Epicuro. Ma non vuole dire nulla.
Anche Cristo certo ne ebbe paura, e prima ancora della Passione. Ma è il suo peccato: non ebbe abbastanza speranza.
Razionalismo – È minato dall’identificazione con la modernità, e con la semplificazione. L’automobile, icona principe della modernità, non ha nulla di razionale (ingombro, costo, design, fatica, veleni) – se non quella sensazione di libertà che è la meno razionalizzabile, cioè semplificabile.
Razionalzzare è “andare avanti” e scegliere, cioè semplificare. Ma questa funzione richiede più, e non meno, saggezza. Mentre il razionalismo pratico induce un senso di superiorità che si accontenta di poca riflessione, e di ancora più ristretta considerazione. Così l’auto prospera, il sesso si sterilizza, e la procreazione, la politica si pensa disinfettata, e il primo ministro norvegese, una signora, può rimproverare al papa il mancato uso del preservativo.
È razionalista anche la “nuova razionalità”, quando non è indagine critica, modello aperto. Vale il principio della scoperta – “la spiegazione del noto mediante l’ignoto” (Popper, “Scienza e filosofia”, 52). Vale anche per la filosofia. È, come la scienza, il “venire a sé dello spirito”.
Riso – Il mistero è nel ridicolo. “Il ridicolo è più tagliente\ che la lama della ghigliottina”. Baudelaire, “Th. Gautier”. Dio non ne è capace, solo l’uomo. La statua di Giove ride sorniona nel “Caracalla” di Svetonio, Dio mai. È il senso critico? È una reazione nervosa?
Santità – È nozione fisica e comportamentale. Non si diventa santi per aver interpretato-capito Dio (teologi) ma per averlo imitato: è santo chi vuole, non lo si è per caso.
Resta il problema dell’umiltà. È orgoglio? In Ignazio sì, dichiaratamente, in Filippo Neri o Luigi Gonzaga pure, benché (proprio perché) negato: il santo è un superbo, come il diavolo.
La partizione è casuale? I santi costruttori hanno molto fiducia in se stessi, inclusi i teologi, i pauperistici (Francesco d’Assisi ha creato un’allegoria – francescano – e quindi un mondo), perfino i mistici. Ignazio ha creato un organismo: non una pietas, non una sensibilità, ma una strategia. Dell’amore missionario, compresi i gesuiti che governano Pechino fomentando alle frontiere la rivolta.
Ma resta, come all’origine, una difesa. Il termine in uso per la vita celebrativa dei santi – apologia – è all’origine argomentazione a favore di qualcosa o qualcuno oggetto di biasimo.
zeulig@antiit.eu
Ombre - 76
“Repubblica” schiera oggi una serie di governi alternativi. Uno lo fa Bocchino. Uno lo fa Follini. Ma non è follia. Né parole al vento. È la politica alla berlina. Vendola, anche lui interpellato, si defila.
Il Procuratore Generale di Milano Minale divide e sottrae e infine calcola che le intercettazioni della Procura di Milano non costano niente, una inezia. Procuratore non morde procuratore.
Il Procuratore Generale, esempio preclaro di onestà, è famoso per avere condannato Sofri mentre aspettava il trasferimento a quella Procura di Milano che della condanna di Sofri farà il fondamento del suo assalto alla politica e alle istituzioni.
Il primo presidente della Cassazione, in pelliccia di ermellino, toga rossa, tocco rosso con greca d’argento, cita il “Manifesto”. E difende l’ordinamento della giustizia italiana: “Il migliore al mondo”. A quando i telefoni bianchi?
I soli colpevoli della spazzatura a Napoli sono dirigenti della Protezione Civile. Poi si dice che la giustizia non è napoletana.
Continua a vincere cause civili Riccardo Fusi, a Firenze e a Roma, per la Scuola dei Marescialli a Firenze-Castello. Ma per la Procura di Firenze Fusi ha rubato l’appalto, in combutta con Verdini. Ci sono due giustizie, dunque. Ma quella di Fusi, delle assoluzioni, non ha spazio in nessun giornale, eccetto che, in piccolo, sulla “Nazione” di Firenze.
Murdoch ha fatto spiare per anni, fino a qualche mese fa, alcune migliaia di politici e giornalisti in Gran Bretagna, ed è per questo sotto processo. Ma non si dice. Quando si dice, in breve, si tace che è padrone (anche) del “Times”, giornale così severo contro la corruzione italiana. Nonché di Sky Italia, che ha profumati collaboratori molti giornalisti – con effetto domino sul resto del giornalismo italiano.
Casini e Bocchino lamentano che contro Bondi non hanno potuto schierare alla Camera le loro truppe, decimate dall’influenza, o dal Consiglio d’Europa a Strasburgo. Creduti e anzi giustificati con ampie paginate. Ma allora Bondi ha poteri taumaturgici, se manda indenni dall’influenza i suoi, o li rende ubiqui, a Strasburgo e a Montecitorio.
Poi si scopre che a Casini manca un solo deputato. Ma non si dice.
Pullulante di laici, l’opposizione chiede l’intervento della chiesa contro Berlusconi.
I cardinali ne sono lusingati: vanno così sui giornali e sono invitati ai talk show.
È la scuola politica della chiesa superiore, come si dice? Superiore a che? È saprofitica – parassitaria, dicevano i vecchi mangiapreti. In tanta merda, di Berlusconi, della Procura di Milano, di Milano, un vero prete, che il voto ha affrancato per sempre, avrebbe solo il compito di essere chiaro.
Cinesi e colf in fila a Napoli per votare il candidato del partito Democratico sono anche immagine, e anzi cinema. Una vera sceneggiata napoletana, aggiornata. Ma You Tube e i provvidi siti dei giornali non se ne accorgono – “l’Unità” non l’ha detto?
Il Procuratore Generale di Milano Minale divide e sottrae e infine calcola che le intercettazioni della Procura di Milano non costano niente, una inezia. Procuratore non morde procuratore.
Il Procuratore Generale, esempio preclaro di onestà, è famoso per avere condannato Sofri mentre aspettava il trasferimento a quella Procura di Milano che della condanna di Sofri farà il fondamento del suo assalto alla politica e alle istituzioni.
Il primo presidente della Cassazione, in pelliccia di ermellino, toga rossa, tocco rosso con greca d’argento, cita il “Manifesto”. E difende l’ordinamento della giustizia italiana: “Il migliore al mondo”. A quando i telefoni bianchi?
I soli colpevoli della spazzatura a Napoli sono dirigenti della Protezione Civile. Poi si dice che la giustizia non è napoletana.
Continua a vincere cause civili Riccardo Fusi, a Firenze e a Roma, per la Scuola dei Marescialli a Firenze-Castello. Ma per la Procura di Firenze Fusi ha rubato l’appalto, in combutta con Verdini. Ci sono due giustizie, dunque. Ma quella di Fusi, delle assoluzioni, non ha spazio in nessun giornale, eccetto che, in piccolo, sulla “Nazione” di Firenze.
Murdoch ha fatto spiare per anni, fino a qualche mese fa, alcune migliaia di politici e giornalisti in Gran Bretagna, ed è per questo sotto processo. Ma non si dice. Quando si dice, in breve, si tace che è padrone (anche) del “Times”, giornale così severo contro la corruzione italiana. Nonché di Sky Italia, che ha profumati collaboratori molti giornalisti – con effetto domino sul resto del giornalismo italiano.
Casini e Bocchino lamentano che contro Bondi non hanno potuto schierare alla Camera le loro truppe, decimate dall’influenza, o dal Consiglio d’Europa a Strasburgo. Creduti e anzi giustificati con ampie paginate. Ma allora Bondi ha poteri taumaturgici, se manda indenni dall’influenza i suoi, o li rende ubiqui, a Strasburgo e a Montecitorio.
Poi si scopre che a Casini manca un solo deputato. Ma non si dice.
Pullulante di laici, l’opposizione chiede l’intervento della chiesa contro Berlusconi.
I cardinali ne sono lusingati: vanno così sui giornali e sono invitati ai talk show.
È la scuola politica della chiesa superiore, come si dice? Superiore a che? È saprofitica – parassitaria, dicevano i vecchi mangiapreti. In tanta merda, di Berlusconi, della Procura di Milano, di Milano, un vero prete, che il voto ha affrancato per sempre, avrebbe solo il compito di essere chiaro.
Cinesi e colf in fila a Napoli per votare il candidato del partito Democratico sono anche immagine, e anzi cinema. Una vera sceneggiata napoletana, aggiornata. Ma You Tube e i provvidi siti dei giornali non se ne accorgono – “l’Unità” non l’ha detto?
domenica 30 gennaio 2011
Poste Italiane fa la cresta all’e-commerce
Le tasse sui libri e i dischi sono specialmente odiose. Specie se vengono messe due e tre volte. Ma non per Tremonti, o chi per lui, insomma per il ministero italiano del Tesoro, che attraverso le sue Dogane e le sue Poste Italiane ci riesce. Ma bisogna essere onesti: non a fini speculativi, il Tesoro non lo fa per incassare, solo per bloccare il famoso mercato. Si sa che Tremonti è un antimercatista, come dice lui. Quindi bisogna bloccare il mercato soprattutto là dove è più conveniente per i consumatori. Una convenienza che nel caso di eBay e di Amazon arriva al 100 e anche al 200 per cento, e quindi è specialmente pericolosa.
Il prezzo dei libri è negli Usa un terzo, mediamente, di quelli europei. Il prezzo dell’abbigliamento è, stessi marchi, stessi modelli, mediamente del 50 per cento inferiore. Ma agli italiani è impedito comprare negli Usa. Anche se nessuna legge lo prevede, non c’è protezionismo italiano o europeo contro gli Usa. Ecco allora cosa le Dogane e le Poste hanno escogitato. Si ordinino, per esempio su Amazon, libri per 40,51 dollari ad aprile del 2008, allora corrispondenti a € 25,80, più 14,46 dollari per trasporto e assicurazione, in totale 54,57 dollari, corrispondenti allora a € 41,35, in un pacchettino di piccole dimensioni. Le Poste pretendono altri 3 euro per spese postali, 2,50 euro per una cosiddetta presentazione in dogana, che non si sa cosa sia, e 2,16 euro di Iva, il 4 per cento, su tutto il valore della spedizione, compreso il trasporto e l’assicurazione. Oppure si ordinino oggi tre Dvd per 21 dollari. Le spese di spedizione siano 9 dollari, pagati all’origine. Alla consegna le Poste esigono 11,50 euro in più, l’80 per cento del costo originario, spese di spedizione incluse: 3 euro per spese postali, 2,50 per la famosa “presentazione in Dogana”, niente dazio, 6,10 euro di Iva, il 20 per cento. Pagare due volte le spese di spedizione, e due volte l’Iva sulla stessa transazioneè una truffa, ma non per Poste Italiane. Per non dire della costosissima, fantomatica, presentazione.
Che sia una truffa il destinatario lo sa quando fa reclamo alle Poste. Le Poste hanno un call center affabile, che risponde e prende nota del vostro reclamo, assicurandovi che riceverete la spiegazione richiesta entro trenta giorni per posta. Il destinatario ne lasci passare sessanta, senza ricevere la promessa lettera, e poi richiami. Gli verrà risposto, con cortesia, che una lettera gli è stata inviata, così risulta nel sito, ma che l’operatore non può leggerla. E gli verrà proposto di rinnovare il reclamo, assicurando che un’altra pratica, con nuovo numero, è stata aperta, in base alla quale riceverà una risposta entro trenta giorni. Il destinatario ne lasci passare sessanta, eccetera. Questa pratica è stata rinnovata tre volte, o quattro, ogni volta completa con numero di identificazione, e potrebbe sicuramente essere rinnovata all’infinito (sono passati quasi tre anni…).
Un’ultima cosa: si sa che uno non fa causa per 15 o 20 euro. Ma la pratica non ha interessato nessuna delle associazioni a protezione dei consumatori – tutte hanno accordi vantaggiosi con Poste Italiane?
Il prezzo dei libri è negli Usa un terzo, mediamente, di quelli europei. Il prezzo dell’abbigliamento è, stessi marchi, stessi modelli, mediamente del 50 per cento inferiore. Ma agli italiani è impedito comprare negli Usa. Anche se nessuna legge lo prevede, non c’è protezionismo italiano o europeo contro gli Usa. Ecco allora cosa le Dogane e le Poste hanno escogitato. Si ordinino, per esempio su Amazon, libri per 40,51 dollari ad aprile del 2008, allora corrispondenti a € 25,80, più 14,46 dollari per trasporto e assicurazione, in totale 54,57 dollari, corrispondenti allora a € 41,35, in un pacchettino di piccole dimensioni. Le Poste pretendono altri 3 euro per spese postali, 2,50 euro per una cosiddetta presentazione in dogana, che non si sa cosa sia, e 2,16 euro di Iva, il 4 per cento, su tutto il valore della spedizione, compreso il trasporto e l’assicurazione. Oppure si ordinino oggi tre Dvd per 21 dollari. Le spese di spedizione siano 9 dollari, pagati all’origine. Alla consegna le Poste esigono 11,50 euro in più, l’80 per cento del costo originario, spese di spedizione incluse: 3 euro per spese postali, 2,50 per la famosa “presentazione in Dogana”, niente dazio, 6,10 euro di Iva, il 20 per cento. Pagare due volte le spese di spedizione, e due volte l’Iva sulla stessa transazioneè una truffa, ma non per Poste Italiane. Per non dire della costosissima, fantomatica, presentazione.
Che sia una truffa il destinatario lo sa quando fa reclamo alle Poste. Le Poste hanno un call center affabile, che risponde e prende nota del vostro reclamo, assicurandovi che riceverete la spiegazione richiesta entro trenta giorni per posta. Il destinatario ne lasci passare sessanta, senza ricevere la promessa lettera, e poi richiami. Gli verrà risposto, con cortesia, che una lettera gli è stata inviata, così risulta nel sito, ma che l’operatore non può leggerla. E gli verrà proposto di rinnovare il reclamo, assicurando che un’altra pratica, con nuovo numero, è stata aperta, in base alla quale riceverà una risposta entro trenta giorni. Il destinatario ne lasci passare sessanta, eccetera. Questa pratica è stata rinnovata tre volte, o quattro, ogni volta completa con numero di identificazione, e potrebbe sicuramente essere rinnovata all’infinito (sono passati quasi tre anni…).
Un’ultima cosa: si sa che uno non fa causa per 15 o 20 euro. Ma la pratica non ha interessato nessuna delle associazioni a protezione dei consumatori – tutte hanno accordi vantaggiosi con Poste Italiane?
Il Mediterraneo, mare Usa
Spicca l’attivismo della Casa Bianca, in Tunisia prima e ora, specialmente esplicito, in Egitto. Tanto più al confronto del fragoroso silenzio dell’Europa. Dell’Unione Europea come dei singoli paesi: Italia, Francia, Spagna, Grecia, che ancora qualche anno fa si sarebbero molto preoccupati, com’è giusto, di quanto succede nei paesi arabi confinanti, consultandosi, mediando, proponendo, e ora sembra che non vedano e non odano. A parte il tifo da stadio per democrazie inafferrabili. Il commento più informato dice: “Sta cadendo un muro come nell’‘89”. Con grandi elogi e belle immagini di donne “in prima fila” – senza sapere, o dire, che sono le stesse che hanno rivoluto trent'anni fa il velo, e rifiutano da una quindicina d’anni il bilinguismo, col francese, con l’inglese, ereditato certo dal colonialismo, ma per il quale il resto del mondo, Asia, Europa, America Latina, pagherebbe.
Nessuno sembra sapere che l’esportazione della democrazia in Iraq e Afghanistan non sortisce dopo anni alcun effetto, se non la guerra civile con diecine di morti ogni giorno. Con una diferenza: per gli Usa la guerra civile in Iraq o in Afghanistan non è un problema, e nemmeno per l’Europa – in quei paesi c’è solo da dimostrare chi comanda. Ma per gli Usa non è un problema nemmeno l’instabilità del Mediterraneo del Sud, mentre l’Europa, anche questa Europa “tedesca” che solo si guarda l’ombelico, se il contagio si allarga a Libia e Algeria è già in difficoltà. I paesi del Mediterraneo subito, ma subito dopo anche gli altri paesi del’Unione. In grave difficoltà, per gli approvvigionamenti di gas e di petrolio. E domani, chissà, per una qualche democrazia islamica del tipo khomeinista alla porta di casa. Per non dire dei doveri di “equilibrio”, se non di protezione, che l’Europa ha, dovrebbe avere, nei confronti di Israele. Trascurando l’evidenza. Che per esempio in Libano, un paese che aveva un regime costituzionale e una democrazia parlamentare, l’islamizzazione forzata del paese non ha portato, da quasi quarant’anni, che guerra endemica – o non si vuol vedere per poter spendere in peacekeeping i soldi sottratti all’università?
C’è un diverso peso specifico degli Usa anche nel Mediterraneo, come in tutte le zone del globo. A loro il mondo arabo guarda con più attenzione, da almeno un trentennio, che all’Europa, falliti o abbandonati i disegni di integrazione euro-araba. Ma c’è soprattutto un gap culturale: gli Usa, pur essendo in guerra con mezzo mondo islamico, il terrorismo, il nazionalismo radicale filo palestinese, sono vicini agli arabi. Il governo americano, pur così remoto (e, nella puzza al naso europea, dilettantistico, con quegli ambasciatori alla Wikileaks), è molto meglio informato di cosa succede in quei paesi così vicini all’Europa. Conosce meglio le forze in campo. Sa come trattare con i governi, quelli in carica e quelli possibili. L’Europa non ne sa più niente, non la lingua e la cultura, e nemmeno la politica. O forse la differenza è d’intelligenza: gli Usa sanno benissimo che non esportano la democrazia, con le invasioni e i golpe, ma solo riaffermano il proprio controllo, l’Europa invece ci crede.
Nessuno sembra sapere che l’esportazione della democrazia in Iraq e Afghanistan non sortisce dopo anni alcun effetto, se non la guerra civile con diecine di morti ogni giorno. Con una diferenza: per gli Usa la guerra civile in Iraq o in Afghanistan non è un problema, e nemmeno per l’Europa – in quei paesi c’è solo da dimostrare chi comanda. Ma per gli Usa non è un problema nemmeno l’instabilità del Mediterraneo del Sud, mentre l’Europa, anche questa Europa “tedesca” che solo si guarda l’ombelico, se il contagio si allarga a Libia e Algeria è già in difficoltà. I paesi del Mediterraneo subito, ma subito dopo anche gli altri paesi del’Unione. In grave difficoltà, per gli approvvigionamenti di gas e di petrolio. E domani, chissà, per una qualche democrazia islamica del tipo khomeinista alla porta di casa. Per non dire dei doveri di “equilibrio”, se non di protezione, che l’Europa ha, dovrebbe avere, nei confronti di Israele. Trascurando l’evidenza. Che per esempio in Libano, un paese che aveva un regime costituzionale e una democrazia parlamentare, l’islamizzazione forzata del paese non ha portato, da quasi quarant’anni, che guerra endemica – o non si vuol vedere per poter spendere in peacekeeping i soldi sottratti all’università?
C’è un diverso peso specifico degli Usa anche nel Mediterraneo, come in tutte le zone del globo. A loro il mondo arabo guarda con più attenzione, da almeno un trentennio, che all’Europa, falliti o abbandonati i disegni di integrazione euro-araba. Ma c’è soprattutto un gap culturale: gli Usa, pur essendo in guerra con mezzo mondo islamico, il terrorismo, il nazionalismo radicale filo palestinese, sono vicini agli arabi. Il governo americano, pur così remoto (e, nella puzza al naso europea, dilettantistico, con quegli ambasciatori alla Wikileaks), è molto meglio informato di cosa succede in quei paesi così vicini all’Europa. Conosce meglio le forze in campo. Sa come trattare con i governi, quelli in carica e quelli possibili. L’Europa non ne sa più niente, non la lingua e la cultura, e nemmeno la politica. O forse la differenza è d’intelligenza: gli Usa sanno benissimo che non esportano la democrazia, con le invasioni e i golpe, ma solo riaffermano il proprio controllo, l’Europa invece ci crede.
Milano vuole le tangenti del gas - 2
Continua senza verecondia la campagna di Milano, da tempo traslocata sul “Corriere della sera”, di Edison e l’A2A, le grandi società energetiche di Milano, per avere i profitti dell’importazione del gas. Non tutti, una parte. A titolo di privativa: senza cioè andare a cercare il gas, né a importarlo, anzi nemmeno a venderlo, giusto così, per diritto di signoraggio. Che in termini moderni si chiama tangenti.
Il “Corriere della sera” se ne fa veicolo a giorni alterni. Sabato con un articolo che dice che il trafficante di questa importazioni in signoria è il presidente della Provincia Guido Podestà. Tipica tattica diversiva dei ricattatori, in artiglieria si dice del “falso scopo”. Per creare il trambusto necessario ad appropriarsi del bottino. Podestà infatti non c’entra niente, né può entrarci. Ma il quotidiano lo sostiene in perfetta allegria (il teso si può leggere in
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=X2XI0). Non senza effetto, bisogna dire.
L’obiettivo della campagna ricattatoria non è Podestà - fare il suo nome è solo un dispettuccio di Giuliano Zuccoli, grande manager della Lega e gran patron di A2A e Edison insieme, al berlusconiano presidente della Provincia. L’obiettivo è l’Eni, e l’Eni si penserebbe inattaccabile da A2A, sia pure attraverso il “Corriere della sera”. Molto solido, ben piantato sulle sue relazioni privilegiate con i grandi esportatori, Russia, Algeria, Libia. E forse lo è. Ma è subito addivenuto a un accordo con la Rcs, l’editrice del “Corriere”: le compra 60 mila copie di ognuno dei dieci Romanzi d’Italia che Rcs pubblica per il centocinquantenario da regalare nei suoi shop (non i romanzi, solo l’introduzione e il primo capitolo, un estratto inutile, giusto per rimpinguare l’editrice), e si fa fare tre antologie della sua storica rivista “Gatto selvatico”.
Il “Corriere della sera” se ne fa veicolo a giorni alterni. Sabato con un articolo che dice che il trafficante di questa importazioni in signoria è il presidente della Provincia Guido Podestà. Tipica tattica diversiva dei ricattatori, in artiglieria si dice del “falso scopo”. Per creare il trambusto necessario ad appropriarsi del bottino. Podestà infatti non c’entra niente, né può entrarci. Ma il quotidiano lo sostiene in perfetta allegria (il teso si può leggere in
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=X2XI0). Non senza effetto, bisogna dire.
L’obiettivo della campagna ricattatoria non è Podestà - fare il suo nome è solo un dispettuccio di Giuliano Zuccoli, grande manager della Lega e gran patron di A2A e Edison insieme, al berlusconiano presidente della Provincia. L’obiettivo è l’Eni, e l’Eni si penserebbe inattaccabile da A2A, sia pure attraverso il “Corriere della sera”. Molto solido, ben piantato sulle sue relazioni privilegiate con i grandi esportatori, Russia, Algeria, Libia. E forse lo è. Ma è subito addivenuto a un accordo con la Rcs, l’editrice del “Corriere”: le compra 60 mila copie di ognuno dei dieci Romanzi d’Italia che Rcs pubblica per il centocinquantenario da regalare nei suoi shop (non i romanzi, solo l’introduzione e il primo capitolo, un estratto inutile, giusto per rimpinguare l’editrice), e si fa fare tre antologie della sua storica rivista “Gatto selvatico”.
sabato 29 gennaio 2011
Tra Berlusconi e Milano la partita è ora decisiva
L’avocazione delle indagini da parte di Bruti Liberati potrebbe portare a un ennesimo rinvio, ma per ora tutto porta a dire infine decisivo quest’ultimo scontro tra Berlusconi e i suoi giudici milanesi. Peggio del resto sarebbe se Bruti Liberati chiedesse un supplemento di istruttoria, e dunque un rinvio. Uno scontro decisivo non per la riforma della giustizia. Che Berlusconi continua ad annunciare a cadenza sempre più ravvicinata (ne parlava prima a ogni elezione, poi ogni anno, adesso ogni paio di mesi), ma per la quale non ha pronto un progetto né un iter di formazione e parlamentare. Ma nella lotta di potere in corso da quindici anni tra Berlusconi e la Procura: questa volta o vince l’uno o vince l’altro. La posta per il resto d’Italia è delicata, anzi pericolosa, ma uno degli ingranaggi dell’antipolitica che tiene il paese in soggezione dovrebbe infine saltare.
Da un lato accuse estreme, l’abuso di minori, la vendita di cocaina, il prossenetismo. Che porteranno a un sicuro rinvio a giudizio di Berlusconi, se il processo rimarrà a Milano. E anche alla sua condanna. Dall’altra c’è la politica: tre fatti politici che pesano a favore di Berlusconi. Uno è che pure questo processo, benché “decisivo”, è avviato sul sensazionalismo, con illegalità di ogni sorta, anche se si riducono benevolmente a “irritualità”. Illegalità che gli avvocati di Berlusconi non sanno far valere ma che porta i molti a dubitare della loro fondatezza – Milano è molto scossa negli ultimi mesi, ma più sull’operato della Procura.
Il secondo fattore politico è l’attacco all’euro sempre incombente: non se ne parla, ma non è scongiurato e anzi è nei fatti. Il previsto ricambio in Spagna tra Zapatero e il suo vice creerà nuove tensioni, anche perché l’immobiliare spagnolo è sempre più un “buco insostenibile”, da 350 miliardi. E dopo la Spagna, l’Italia senza governo sarebbe facile preda: l’obiettivo di scardinare l’euro è troppo ghiotto, e le difese apprestate non ne possono garantire l’integrità in presenza di un attacco al debito spagnolo e a quello italiano. Il caos monetario è un deterrente a favore di Berlusconi nell’Italia che conta. Specie tra le banche e i banchieri che controllano i giornali.
Il terzo fattore è che Berlusconi sarà comunque in sella, anche col probabile giudizio e la condanna per direttissima, alle amministrative dell’8 maggio, e ha più probabilità di vincerle che di perderle. Se si votasse oggi, Berlusconi guadagnerebbe Napoli e Cosenza. E potrebbe, attraverso il candidato “civico”, guadagnare anche Bologna e Torino, dove Chiamaprino non si può ricandidare e il partito Democratico è litigioso. A rischio, tra le piazze berlusconiane, è solo Trieste, dove l’uscente Dipiazza non può più ricandidarsi. Milano appare perplessa, ma più, questa volta, sull’operato della Procura – e comunque Letizia Moratti, che non ha mai sbagliato un colpo, e deve portare a termine l’avventura dell’Esposizione 2015, è ben cautelata. Negli altri 1.300 Comuni dove si vota non si annunciano terremoti rispetto alle ultime scelte. Eccetto che in Campania, e in minor percentuale in Puglia e in Calabria, dove le prevalenti giunte di centro-sinistra saranno ridimensionate,
Sarebbe la quarta volta (se si votasse oggi) che Berlusconi vince le elezioni di seguito da due anni e mezzo. Ciò renderebbe arduo al presidente della Repubblica Napolitano, che personalmente ha cattiva memoria degli scioglimenti delle Camere per via giudiziaria nel 1994 e nel 1996, di attivare elezioni anticipate. Sull’altro versante, Bruti Liberati al posto di Ilde Boccassini potrà assicurare un qualche rispetto delle procedure, ma non potrà arrestare la direttissima. E quindi questa volta si andrà a fondo.
Da un lato accuse estreme, l’abuso di minori, la vendita di cocaina, il prossenetismo. Che porteranno a un sicuro rinvio a giudizio di Berlusconi, se il processo rimarrà a Milano. E anche alla sua condanna. Dall’altra c’è la politica: tre fatti politici che pesano a favore di Berlusconi. Uno è che pure questo processo, benché “decisivo”, è avviato sul sensazionalismo, con illegalità di ogni sorta, anche se si riducono benevolmente a “irritualità”. Illegalità che gli avvocati di Berlusconi non sanno far valere ma che porta i molti a dubitare della loro fondatezza – Milano è molto scossa negli ultimi mesi, ma più sull’operato della Procura.
Il secondo fattore politico è l’attacco all’euro sempre incombente: non se ne parla, ma non è scongiurato e anzi è nei fatti. Il previsto ricambio in Spagna tra Zapatero e il suo vice creerà nuove tensioni, anche perché l’immobiliare spagnolo è sempre più un “buco insostenibile”, da 350 miliardi. E dopo la Spagna, l’Italia senza governo sarebbe facile preda: l’obiettivo di scardinare l’euro è troppo ghiotto, e le difese apprestate non ne possono garantire l’integrità in presenza di un attacco al debito spagnolo e a quello italiano. Il caos monetario è un deterrente a favore di Berlusconi nell’Italia che conta. Specie tra le banche e i banchieri che controllano i giornali.
Il terzo fattore è che Berlusconi sarà comunque in sella, anche col probabile giudizio e la condanna per direttissima, alle amministrative dell’8 maggio, e ha più probabilità di vincerle che di perderle. Se si votasse oggi, Berlusconi guadagnerebbe Napoli e Cosenza. E potrebbe, attraverso il candidato “civico”, guadagnare anche Bologna e Torino, dove Chiamaprino non si può ricandidare e il partito Democratico è litigioso. A rischio, tra le piazze berlusconiane, è solo Trieste, dove l’uscente Dipiazza non può più ricandidarsi. Milano appare perplessa, ma più, questa volta, sull’operato della Procura – e comunque Letizia Moratti, che non ha mai sbagliato un colpo, e deve portare a termine l’avventura dell’Esposizione 2015, è ben cautelata. Negli altri 1.300 Comuni dove si vota non si annunciano terremoti rispetto alle ultime scelte. Eccetto che in Campania, e in minor percentuale in Puglia e in Calabria, dove le prevalenti giunte di centro-sinistra saranno ridimensionate,
Sarebbe la quarta volta (se si votasse oggi) che Berlusconi vince le elezioni di seguito da due anni e mezzo. Ciò renderebbe arduo al presidente della Repubblica Napolitano, che personalmente ha cattiva memoria degli scioglimenti delle Camere per via giudiziaria nel 1994 e nel 1996, di attivare elezioni anticipate. Sull’altro versante, Bruti Liberati al posto di Ilde Boccassini potrà assicurare un qualche rispetto delle procedure, ma non potrà arrestare la direttissima. E quindi questa volta si andrà a fondo.
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