skip to main |
skip to sidebar
Secondi pensieri - 590
zeulig
Arte – Perché non sarebbe filosofica – vecchio problema? Tra Nietzsche e Wagner,
nota Carlo Galli, “Nietzsche e Wagner scontro di titani”, “ciò che vi è di
vero, di non parossistico, in quello scontro titanico, tutto tedesco, è che vi
si manifesta ancora una volta l’antichissima ostilità della filosofia verso
l’arte: nell’antiplatonico Nietzsche è all’opera il medesimo riflesso intellettuale
che porta Platone a escludere dalla sua città perfetta gli artisti, troppo
lontani dalla verità, e a detestare i poeti tragici”.
Dalla “verità”? I poeti tragici non lo sono molto meno di
Platone, lontani – dalla verità delle cose?
Nietzsche
contro Wagner - Li accomuna, e li divide,
l’“inattualità” – “la decostruzione delle architetture razionali della civiltà”
(Carlo Galli). Detta così l’inimicizia insorge come gelosia e invidia, seppure
i due agissero in campi lontani, l’uno decomponendo frasi, tempi e soggetti nel
caos atonale, l’altro spopolando “col martello”. Contro ogni metafisica – a cui
assimila il teatro wagneriano, l’“arte totale” – “il rovesciamento del platonismo
diventa teatro, come dirà Heidegger”, può notare Galli.
Heidegger che non è uno satirico, e nemmeno ironico. La
“filosofia tedesca” decisamente ha bisogno di una ripassata.
Populismo –
È la forma della democrazia nel millennio. Non della
democrazia in quanto ordinamento giuridico (sempre tuttora fondamentalmente montesquieviano),
ma di molte sue espressioni reali, politiche, in Europa, in America, e in Asia
– India, Giappone, Corea del Sud. E dunque? È una reazione all’altrettanto
diffuso “mercato”, o mercatismo? Sicuramente sì, è la perplessità dei più di
fronte a un “patto” troppo sbilanciato per i meno o i pochi, furbi più che
cattivi (il sempiterno “fascismo” di ogni analisi, così incredibilmente attardate).
La colonna ne è l’antipolitica, da Mussolini a Bossi, da
“Mani Pulite”, il gruppo d’assalto, composto da andreottiani (Borrelli e Di
Pietro), comunisti e fascisti, alla liberaldemocrazia), a Grillo. Oggi
sdoppiata: opinione pubblica (essenzialmente social) e giudici “dei poveri” contro l’opinione pubblica e la
giustizia mainstream. Che sono risentite
- ma
sono di fatto, per ogni testimonianza, giocando a favore degli interessi
costituiti (finanza, editoria, rete) contro la sovranità democratica (costituzionale) - del carrierismo
più che della democrazia.
Molto è difensivo - “il supermarket della paura” se ne è
potuto dire.
Perché questa domanda sarebbe di destra? Non è
prevaricatrice, non è ristretta, nasce e si alimenta di debolezze, non ha o non
sa usare la forza. I richiami al fascismo intanto sono fuorvianti – una
polemica politica di bassissimo conio, da incapaci più che prepotenti.
È un domanda
di ricomposizione del patto sociale, se si vuole. In Italia, p.es., dopo un
trentennio, quasi quarantennio, di febbre liberista, dall’ex Pci (le “lenzuolate”
di liberalizzazioni, di privatizzazioni) a molti degli stessi “populisti”
(dipietristi, grillini), di liberismo assoluto. Quale unico criterio di qualità,
e il più democratico – della deriva darwiniana, del “più adatto” (magari solo
più furbo). Che ha finito per depauperare e marginalizzare il glorioso sistema
sanitario nazionale, per una sanità non migliore e anzi molto peggiore, er
molto costosa, anche all’interno dell’offerta pubblica (ospedali, medicinali) –
con primari e aiuti che si risparmiano la mattina per il pomeriggio, a 300 euro
l’ora) .Con un welfare che è sempre
costoso ma è ridotto a un placebo.
Si può dire che la
libertà ha tradito le sue promesse. Ma. poi, è la libertà commerciale, direbbe
Constant - avrebbe detto due secoli fa. Che eviterà pure le guerre (ma non
sembra), ma si esercita obbligando alla difensiva. Al populismo, sia pure prospettato come buona volontà, fino
al “dispotismo mite” di Tocqueville, ma inerme e inefficace, quando non è dannoso
– è Di Maio, dimenticato vice-capo del governo, che si affaccia al balcone e
decreta: “Abbiamo sconfitto la povertà”.
La riflessione è semplice
ma ardua, perché il richiamo è variegato, ma sempre su base e a fini politici,
immediati. In Italia si fa carico del populismo al governo di centrodestra in
carica oggi. Che però si è fatto e si fa carico del riequilibrio fiscale . Nell’alveo,
se si vuole, della Destra storica, che governò l’Italia postunitaria con
effetti controversi, comunque in linea col mantra europeo, del rientro dal
debito, della spesa limitata alle entrate. Mentre i governi della passata
legislatura, compreso da ultimo anche Draghi, che certamente aveva cognizione
di quanto succedeva, hanno creato dei mostri di spesa, dal reddito di cittadinanza
(“abbiamo sconfitto la povertà”, quello era) al superbonus edilizio, due fantasmi costati 400 miliardi – senza
beneficio per il sistema produttivo, giusto un’elemosina miliardaria ai beneficiari.
Una somma con cui costruire il welfare di
milioni di persone per decine di anni.
C’è insomma populismo e
populismo, uno destruens, uno construens? Certamente c’è stato, non solo
in Italia, un populismo della dissipazione. Tocqueville non c’entra, si sarebbe
meravigliato moltissimo - non era filo-italiano, non ne aveva ragione, ma aveva
studiato la storia romana.
(fine)
Possessione
– “Forma primaria di conoscenza la vuole Calasso, “La follia che viene dalle Ninfe”,
“nata molto prima dei filosofi che la nominano”. Da Omero, al primo verso dell’
“Iliade”: “L’ira di Achille è una forma di possessione”. Come dire essere
conosciuti per conoscere.- ognuno è posseduto da forme d’essere?
“Incursio,
ricordiamo”, insiste Calasso, “è il termine tecnico della possessione”. Incursioni
come segnali di una metamorfosi, “e ogni metamorfosi era un’acquisizione di
conoscenza”. Era, e perché non sarebbe?
“Era” un procedimento? Che può essere un semplice
disvelamento, la forma “naturale” (ovvia, logica) della conoscenza.
Subaltern
Studies - Senza i rigori (truismi) di Spivak, erano già di Ernesto
De Martino: popoli “subalterni” ricorrono, ricorrevano, anche nel “Mondo magico”. Anche se la loro redenzione
era effetto dell’etnologia, degli studi storico-folklorici, invece che della
politica. Nella fattispecie nel saggio del 1949, “Intorno a una storia del
mondo popolare subalterno”, pubblicato nel n. 3 di “Società”, 1949. Ma per ciò
non più intimamente – la “rivoluzione” politica è quasi ovunque fallita, specie
nell’“Africa delle indipendenze” (ma anche nel sub-continente indiano da cui
Spivak origina, dove il Pakistan nonsa darsi altra identità che islamica – e settaria,
sunnita) .
In una curiosa polemica in cui Pavese fa entrare De Martino
con Franco Fortini a proposito del saggio sulla subalternità, quest’ultimo fa
obiezione De Martino in quanto, studioso marxista, introduce nella dinamica
rivoluzionaria “magia, mistica, irrazionale” – che Fortini avvicina alla
“recente cultura irrazionalistica e in fondo folcloristica”.
Fortini aveva torto? Allora? E oggi?
zeulig@antiit.eu
Nessun commento:
Posta un commento