venerdì 22 marzo 2024
L’Occidente a due velocità
Mentre procede il “disaccoppiamento” delle “catene di valore2 (catene produttive) – essenzialmente il disaccoppiamento dalla Cina promosso dagli Stati Uniti – si rileva, tra i paesi ricchi, un divario rilevante di crescita dell’economia tra gli Stati Uniti e l’Europa. Il Fondo Monetario Internazionale stima per il biennio 2023-2024 una crescita del pil americano del 2,5 e del 2,1 per cento, mentre quello europeo si limita allo 0,5 e allo 0,9. Nel 2025 il divario secondo il Fmi si restringe, ma secondo l’Ocse persisterà.
L’Europa arranca nella produttività
Chi lavora meglio, più produttivamente,
in Occidente: gli Stati Uniti o l’Europa? Un tema trascurato, la produttività, del
lavoro o dei materiali, in termini di resa per unità di costo. In America si
stima la migliore performance dell’economia rispetto all’Europa come l’effetto
della migliore produttività. L’investimento in nuove tecnologie in rapporto al
pil è stato nel 2022 il 3,7 per cento negli Usa e il 2,3 nell’Eurozona. La
spesa in ricerca e sviluppo, sempre in rapporto al pil, è stata nel 2012 del
3,5 negli Usa e del 2,3 nel’Eurozona. Il tasso di formazione dello stock di
capitale (escluse le abitazioni) in rapporto al pil è stato nei vent’anni
2002-2022 il 2,4 per cento annuo negli Usa, l’1,7 nel’Eurozona. I brevetti per
milione di abitanti nel 2023 sono stati 40 negli Usa e 28 nel’Eurozona. L’economista
Patrick Artus, specialista di questi calcoli, stima che la produttività pro
capite nel primo ventennio del millennio è cresciuta del 43 per cento negli
Stati Uniti e del 10 per cento nell’Eurozona.
Di parere opposto è l’“Economist”, che alla
produttività comparata ha dedicato un’indagine quattro mesi fa. Secondo l’“Economist”
gli Stati Uniti hanno registrato un’impennata nella produttività nel decennio
1995-2004, per la diffusione della tecnologia informatica. Ma dal 2011 hanno
ripreso a soffrire di un “declino secolare” della “produttività manifatturiera”.
Sia nei beni durevoli sia nei non durevoli.
Secondo le misurazioni della rivista, tra
il 2000 e il 2011 la produttività manifatturiera americana è cresciuta del 45 per
vento, contro il 38 per cento Ue (senza la Gran Bretagna). Nel decennio
successivo, tra il 211 e il 2022, è invece declinata, di un 5 per cento, mente
in Europa è cresciuta di un altro 21 per cento.
Quel delitto è mio
Una gara fra attrici, piccole e grandi, per imputarsi l’assassinio del produttore
sporcaccione, “assurgere agli onori della cronaca”, e quindi uscire
dall’anonimato o l’oblio e tornare al palcoscenico, con una propria
sceneggiatura dell’evento, e poi altre produzioni di sicuro successo di
pubblico.
Una trama gogoliana, di una vecchia commedia disimpegnata, boulevardière,
del 1934, già al quarto o quinto adattamento al cinema. Ozon la rende
gradevolissima con la velocità, e lunghe memorabili caratterizzazioni di
Fabrice Luchini, il giudice vanesio e scemo, e Isabelle Huppert, la vecchia
attrice che si rigenera contendendo l’assassinio alla giovane svagata Nadia
Tereskiewicz.
Nella sua filmografia di successo il regista di “8 donne e un mistero” e
di “Potiche”, della satira delle donne fatta dalle donne, infila un’altra
grassa risata, con un pizzico di suspense.
François Ozon, Mon Crime – La
colpevole sono io, Sky Cinema
giovedì 21 marzo 2024
La pax americana a rischio indecisi (indipendenti)
Con due ottantenni in gara, entrambi con
problemi, la prossima presidenza americana sarà una delle più imprevedibili. In
politica interna, sull’immgrazione e sullo stato della giustizia, e di più in
politica estera – è a rischio la pax americana, il governo morbido che
gli Stati Uniti esercitano sul mondo, con la finanza, gli scambi, e le presenze
militari e le azioni belliche diffuse in tutto il globo, ora nei confronti della
Cina, della Russia, e dell’islam. A meno di un colpo di scena, che porti uno
dei due in carcere, o lo dichiari ineleggibile – ipotesi da non escludere: la
politica a Washington sempre più somiglia a quella dell’antica Roma, e non solo
per i campidogli nei quali si recita.
C’è una disaffezione marcata del voto
popolare. L’identificazione degli elettori nell’uno o l’altro dei due grandi partiti,
il Democratico e il Repubblicano. A un sondaggio Gallup il 43 per ento degli
elettori si è definito “uncommitted”, indipendente. Erano il 18 per cento nel
1950, e il 30 per cento nel 2000. Si è quasi dimezzato il voto dichiaratamente
democratico: al 27 per cento, dal 45 per cento del 1950 (il 33 per cento nel
2000). L’identificazione col partito Repubblicano è scesa dal 31 al 27 per cento
(era al 28 per cento nel 2000).
Il voto non schierato, dunque, conterà molto
nell’elezione del nuovo presidente. Ma la campagna sarà agguerrita, perché
molti soldi vi saranno spesi di un nuovo tipo di organizzazione, i Pac,
Poltical Action Comimittee, che possono raccogliere e spendere liberamente
fondi, accanto alla campagna elettorale ufficiale, per l’uno o l’altro dei candidati
o anche contro – ma senza farli confluire nella capacità di spesa delle campagne
ufficiali, solo raccordandosi con esse. C’è un FF Pac (Future Forward Usa Pac) pro
Biden, e un MA GA (Make America Great Again) pro Trump, un Teamsters Pac
(sindacati) pro Biden, e un National Rifle Association Pac pro Trump. Circa
duemila di questi Super Pac hanno riportato sottoscrizioni per oltre un miliardo
di dollari a fine febbraio.
Ma, alla fine, si sa che il presidente
sarà scelto da cinque Stati, non grandi, 45 milioni di abitanti in tutto (sui
430 totali, un dieci per cento), né influenti economicamente, ma swinging,
nei quali cioè il voto cambia a ogni elezione, determinando il “voto elettorale”
dello Stato, da aggiungere (con peso diverso) al voto popolare: nel 2016 hanno
eletto Trump su H. Clinton, con propensione netta, nel 2020 Biden su Trump. Sono
Pennsylvania, tredici milioni di abitanti, Georgia, undici, Michigan, dieci,
Arizona, sette, e Wisconsin, sei. Gli “indipendenti” tra i votanti, cioè non iscritti
ai partiti, sono in Pennsylvania attorno al 20 per cento, in Georgia, Michigan
e Wisconsin attorno al 30, e in Arizona al 40.
Cronache dell’altro mondo – truffatrici – (259)
Ammontano a 10 miliardi di dollari le
frodi domestiche l’anno scorso, secondo i dati pubblicati dalla Federal Trade
Commission, l’Antitrust americano.
La cifra di 10 miliardi è ritenuta
approssimata per difetto: “Molte persone, per la vergogna, o per il timore, di
essere incolpate o derise, si tengono segrete le truffe di cui sono state
vittime”.
I metodi sono per lo più sofisticati. Sempre
sfruttando l’“isolamento sociale” e i “bisogni insoddisfatti” (per o più di reddito,
di disponibilità): contanti, carte prepagate, criptovalute, informazioni personali.
Con richieste dirette (denaro per un congiunto – il nipote o pronipote – o un
amico in difficoltà) o schemi di guadagno, per soldi-subito, una volta accertato
il bisogno di liquidità.
Le truffe hanno più successo di quanto si
pensi. Il novanta per cento di un’indagine demoscopica specifica si è detto in
grado di fiutare e prevenire le truffe,
ma più del venticinque per cento ha anche detto di esserne stato
vittima.
Generalmente colpite sono persone che
vivono da sole. Che quindi non possono discutere o controllare le proposte. Spesso
anziane. Ma l’età incide in percentuale minore della solitudine: non sono gli
anziani le “vittime tipiche di truffe”.
Ma quanti film (e quante canzoni) sono di Morricone
Tre ore con Morricone, personaggio semplice, e musicista
straordinario perché semplice. Condotte dallo stesso Morricone, novantenne
giovanile, in chiave biografica. Piene di belle canzoni e colonne sonore famose.
Oltre che delle testimonianze solite dei biopic: Gianni Morandi, che a Morricone
arrangiatore deve i grandi successi dei suoi inizi, Quentin Tarantino, Clint
Eastwood – “la sua musica mi ha reso un attore complesso” - Bernardo Bertolucci,
Verdone, Piovani, Bruce Springsteen, Pat
Metheni, entrambi entusiasti, Edoardo Vianello, Barry Levinson, Oliver Stone,
lo stesso Tornatore, per il quale fece
la clonna soora che guidò la riedizione di “Nuovo Cinema Paradiso” – quella
che conosciamo, molto più compatta di una prima che era caduta nela disattenzione.
E Roland Joffé, il regista anglo-francese (con pratica dell’italiano) di “Mission”,
film praticamente rimontato sulla musica che Morricone scrisse, dopo essere stato
girato con altro, roboante, accompagnamento musicale. 0
Una narrazione ordinata, come il personaggio – si fa seguire per gli eccezionali momenti
musicali, come sono nati (casualmente),
come si sono sviluppati, come sono stati applicati, non per colpi di scena,
rivelazioni o avventure. Partendo dagli inizi: bambino indirizzato alla tromba dal
padre, che la suonava di professione. Al conservatorio di Santa Cecilia in
varie classi, infine in composizione con Petrassi. Sempre suonando la tromba,
la sera agli avanspettacoli o in qualche comparsata tv, p. es. col Quartetto
Cetra o al Musichiere. Il rapporto filiale con Petrassi, che ne disapproverà lo
“scadimento” di compositore a musiche da cinema, ma lo seguirà sempre.
Arrangiatore di moltissimi successi della Rca, per Morandi, Mina, Paul Anka,
Edoardo Vianello, Gino Paoli. Dipendente per un giorno della Rai, il tempo di
sapere che le sue musiche, da dipendente, non potevano essere eseguite alle radio
e le tv della stessa Rai. L’esperienza di Nuova Consonanza, con la sperimentazione
di suoni “concreti”, di materiali poveri. E le colonne sonore, per cui è diventato
famoso: ne ha composte “cinquecento”, una numerazione alla “Don Giovanni” ma
prossima alla realtà. Candidato sfortunato cinque volte all’Oscar, poi Oscar
alla carriera, nel 2007, e quindi Oscar in concorso con “The Hateful Eight”, l’ultimo
film di Tarantino, anch’esso rimontato sulla sua colonna Sonora.
Con molte foto
e filmati d’epoca. Di Morricone in famiglia, con Petrassi, con Sergio Leone, con
Pasolini, (anche “Uccellacci e uccellini” si apre e si svolge sulla sua musica),
agli esordi, suonatore di tromba. Tre ore dense di cose.
Giuseppe Tornatore, Ennio, Rai 1, Raiplay
mercoledì 20 marzo 2024
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (554)
Giuseppe Leuzzi
Da Bossi a Salvini, maestri di scuola
La
Lega al governo ha appena varato un decreto contro i “troppi 100 e lode al Sud”,
alla maturità, integrando il diploma con i test
Invalsi, che gli stesi test, dopo venti anni, vengono riconosciuti non del tutto
affidabili, e comunque da revisionare. Inattaccabili, perché sono test in cui “Milano”
fa meglio del Sud, ma – si vede – non vanno più bene nemmeno a “Milano”, alla
maturità.
C’è il razzismo in
Italia. E c’è fra Nord e Sud più che contro gli immigrati, che bene o male
vengono accettati: per motivi umanitari, e perché sono utili e anche necessari,
e per di più costano poco. Tra italiani invece c’è razzismo. Non del Sud verso
il Nord, ma del Nord sì. All’ultima maturità, 2023, due licei hanno registrato
un numero di 100 record: il classico “Orazio” di Bari, con otto 100, di cui
quattro con lode, in un’unica classe, e l’Itis “Fermi” di Modena, con sette
100, di cui quattro con lode. Su Modena nessuna osservazione, vituperio su
Bari.
L’Invalsi, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, è un istituto pubblico. Creato nel 1999 dal ministro Luigi Berlinguer, lo stesso che ha che ha cacciato la storia e la geografia dalla scuola, per scopiazzare le high school americane (una delle tante scopiazzature americane degli ex comunisti). È operativo da vent’anni, dapprima speriementalmente. Poi perfezionato dalle ministre di destra Moratti e Gelmini, le privatizzatrici dell’università e le scuole. Valuta le conoscenze a freddo, con elaborati e domande al computer. Le risposte analizzando non si sa con quale criterio, specie quella d’italiano – le alre prove sono di matematica e d’inglese. Prove per le quali, come per i quiz al test di Medicina, una preparazione sepcifica, che nulla a che vedere con la cultura, viene predisposta in alcune scuole.
L’insegnamento e l’apprendimento sarebbero un’altra cosa. E comunque non si fanno a macchina e non prescindono dal dialogo. Fatto è che i vilipesi 100 e lode del ud poi risytano i migiiori laureati delel migliori univevrsità – che naturalmente sono al Nord.
Da Bossi a Salvini
sembrerebbe impossibile, ma il sapere è leghista, anche lui.
La mafia dell’antimafia
Sì, l’indagato, nello scandalo delle
indagini patrimoniali abusive, mette le mani avanti - deve difendersi. Forse
anche, probabile, lancia “avvertimenti”, cioè minaccia, benché sia un ufficiale
di polizia – tenente della Guardia di Finanza, specializzato in informatica. Ma
dice cose che tutti sanno - lui le dice.
È impressionante l’intervista di Pasquale Striano
al quotidiano “La Verità: “Ho fatto 40 mila accessi (intrusioni nei conti, n.d.r.), non 4 mila. Ma agivo su ordine dei pubblici ministeri”. E aggiunge: “Alla
Dna (Direzione Nazionale Antimafia, n.d.r.) si pensa poco alla mafia e molto al
potere”.
Su
Striano c’è una indagine penale. La Procura di Perugia lo persegue per
l’ipotesi che abbia utilizzato il suo ruolo di capo del gruppo informatico
d’indagine sulle Segnalazioni di Operazioni Sospette (Sos) della Uif, Unità
Informazioni Finanziarie (portale Infostat-Uif) della Banca d’Italia, per
compilare dossier scandalistici con un certo numero di giornalisti.
Indagato come lui è il magistrato in pensione Antonio Laudati, in qualità di ex responsabile
delle segnalazioni nella Procura Nazionale Antimafia. Per la diffusione di
queste intrusioni sono indagati anche otto giornalisti. In totale sono
indagate quindici persone.
L’intervista
di Striano è difensiva, contro la Procura di Perugia (“loro”) che indaga: “Io
di segnalazioni di operazioni sospette (le Sos) non ne ho visionate 4.000, come
dicono loro, ne ho visionate 40.000. Era il mio lavoro. Io ero una persona
super professionale che acquisiva notizie a destra e a sinistra. Lo ammetto,
anche con metodi non sempre ortodossi. Ma non mi devono far passare
per quello che non sono”, cioè un ladro di dati, da condividere (a pagamento?)
con alcuni giornalisti.
Questo
non interessa, è parte di una difesa giudiziaria – “Non hanno capito nulla dei
numeri che hanno dato, non sanno quali fossero le procedure, non sanno nulla. Il
mio lavoro era di fare attività Antimafia e di farla bene. Di occuparmi di
fenomeni che potevano essere calzanti: gli affari dietro al Covid, i bitcoin, i
nigeriani. Ho fatto sempre ed esclusivamente questo”.
Ma
poi va oltre, sulla Direzione Nazionale Antimafia, che conosce bene, dal
di dentro: “Non ha motivo di esistere. Se la Dna fosse come la ha concepita
Falcone, così come la Direzione investigativa antimafia per cui ho lavorato – e
non sono uno che sputa nel piatto dove ha mangiato – allora sarebbe diverso. Ma
purtroppo lì ci sono uomini che non sono più in grado di fare le indagini. Io
ho evidenziato a chi di dovere le criticità e non cercavo gratificazioni”.
Anche
questo può andare bene: la Dna non fa indagini, le coordina. Ma “poi”, continua
l’ufficiale, “non lo scopro io, esisteva una lotta tra magistrati. Una gara a
chi era più bravo, a chi era più bello, a chi aveva più potere”. Specie sul suo
lavoro, che era al centro di molte “invidie”: “Non solo invidie interne, perché
lì a livello nazionale c’è un macello”, tra Procuratori.
Sono
sempre i giudici del metodo Palamara? I primi riscontri dicono di sì. E qui si
tratta dei livelli massimi, non di piccole carriere. Laudati ha fatto sapere dai
suoi avvocati che lui agiva su impulso del Procuratore Nazionale, che era
Cafiero de Raho. De Raho, ora senatore, vice-presidente della Commissione parlamentare
(Antimafia) che indaga sulle intercettazioni, ribatte agli avvocati di Laudati,
ma non ritiene di doversi dimettere da questo incarico.
Cafiero
de Raho è ora senatore grillino. Senatori (del Pd) sono stati i suoi
predecessori, Franco Roberti e Piero Grasso. Utilizzare la politica per fare carriera
(fece scandalo a suo tempo la modalità con cui, per la nomina di Grasso, fu impedita
la candidatura di Giancarlo Caselli), uscire dalla carriera col massimo,
Procuratore Nazionale, utilizzare la carica per avviarne un’altra senza
soluzione di continuità (cinque anni, due anni, un anno – ai manager si
richiede, perfino agli allenatori di calcio), e maturare un secondo, ricco,
vitalizio, tutto questo non è edificante. E la mafia?
P.S. A proposito di mafia. Cafiero de Raho ha fatto il balzo alla Dna sacrificandosi
a Reggio Calabria quattro anni, dal 2013 al 2017. Durante i quali non è mai
uscito di casa, per non “infettarsi”, come disse una volta (“si vive soli, la nostra vita è in ufficio. La
società è collusa o compiacente”).
Il nobiluomo è uno dei tanti napoletani
giurisperiti che si sacrificano per qualche anno in Calabria, specialmente
Reggio e Catanzaro sono indigeste, per un motivo – sono destinazioni scelte,
non imposte: sono sicuri poi con l’antimafia di fare carriera. Ma come si governa
una città e una provincia, mezzo milione di persone, disprezzandole? Per
quattro anni Cafiero de Raho non ha potuto giocare a tennis, non trovava a
Reggio un partner affidabile.
Cronache della
differenza: Calabria
Nella fiction Rai “Mameli”, il genovese Nino Bixio parla
calabrese, denunciano i social. Invece è l’unico personaggio convincente, l’unica
interpretazione riuscita – gli altri parlano romano: l’unico che parla con
cadenza genovese. Amedeo Gullà, l’attore che lo interpreta, è calabrese, è vero
– e er questo non può “fare” altro?
“Ho fatto un’esperienza politica che mi stava portando
al suicidio”, l’imprenditore Filippo Callipo confida a Carlo Macrì sul “Corriere
della sera” dopo l’ennesimo “avvertimento” contro la sua azienda a colpi di
pistola: “Tremenda. Vedevo cose contro natura, accettarle era impensabile.
Quella breve parentesi seduto sugli scranni del Consiglio Regionale mi ha sconvolto
il cervello.…,Non ero andato lì per avere privilegi. Invece sono stato tradito
dalla mia stessa coalizione di centro-sinistra”. A parte gli “scranni”, un mondo
infetto, irrecuperabile?
Si tenta da qualche anno (sull’onda del boom della
pizzica in Salento?) il recupero della tarantella, con scuole, festival, feste.
E – per maggior richiamo? – la si vuole stranamente ballo della ‘ndrangheta. La
quale è stata creata dalla Repubblica, quindi da poco, ed è mafiosa nel senso
di bruta e ignorante. Mentre si trovano tarantelle in composizioni e compositori
della migliore specie, perfino in Chopin, “Fantasia in Fa minore op. 49”, 1841.
O in Rossini. E in tanti russi, Stravinskij, Prokof’ev.
È curioso un mondo che cerca i suoi quarti di nobiltà
nella delinquenza senza onore, recenziore.
“I calabresi hanno un senso della
fatalità” – molta Calabria riemerge nel diario in pubblico di Corrado Alvaro, “Quasi una vita”:
specie in tarda età - molte annotazioni sulle origini sono del 1939 e posteriori.
“Concepiscono la loro vita sull’argine
delle loro fiumare che presto o tardi travolgono ogni cosa. «Piegati, albero, che passa
la piena» è nostro motto”.
Ma è ormai molto tempo che le
fiumare non travolgono più, una settantina d’anni – saranno state canalizzate opportunamente. E allora? Il “senso della fatalità” c’è sempre: è l’accettazione della mafia, del “discorso sulla mafia”.
“Corruzione del popolo al mio paese”,
è ancora Alvaro, subito dopo: “E del popolo basso, né artigiano né contadino né pastorale”
- “Paese mio, dolce e feroce\ esperto ed insano”, è un frammento di “In viaggio”.
Vincenzo Sofo, europarlamentare
FdI, marito di Marion Maréchal, la nipote di Marine Le Pen con la quale è in rotta, ora vice di
Éric Zemmour nel partito di estrema destra Reconquête, “Il Sole 24 Ore” lo ricorda milanese ma “nato
«da sangue 100 per cento calabrese»”, e “per un’azione dal gusto dannunziano nella terra d’origine
dei suoi genitori” nel 2014. A sostegno di Sgarbi, che contestava il no ministeriale alla richiesta
milanese di illustrare l’Expo con i Bronzi di Riace, inscenò al Museo di Reggio “un rapimento simbolico
delle statue dei due guerrieri”. Calabrese in effetti più che milanese, per la “veduta”, il bel gesto.
Emily Lowe, la viaggiatrice inglese
di metà Ottocento, prima capitano donna di una nave, nella memoria di viaggio che le diede la
celebrità che cecava, Unprotected
Females in Sicily, Calabria and on the Top of Mount Aetna (1859), vi sbarca dalla Sicilia come alla “terra che
pericoli romanzeschi
proteggono dall’invasione dei viaggiatori”.
leuzzi@antiit.eu
Amori gelati a Milano
Tre avvocate, tre generazioni, s’immaginerebbero
faville e invece fanno quello che una
volta si chiamava la “scrittura femminile”: s’incapricciano, si lasciano,
oppure no, cose da boudoir. Divorziste, hanno passioni adulterine, più o
meno travolgenti, e maternità abortite, spontaneamente e non. Il tutto nel gelo
diMilano, uffici, caffè e abitazioni d’architetto, roba nuda spigolosa.
Un regista e un cast d’eccezione non ci possono
nulla.
Nella rotazione Rai, con le tante Napoli,
Sicilia e Matera d’obbligo, tocca a Milano, dopo Genova, Torino e Bari. Se l’ambientazione
è veritiera, si può prendere la miniserie come un documento d’epoca, glaciale.
Simone Spada, Studio Battaglia, Rai 1,
Raiplay
martedì 19 marzo 2024
Letture - 546
letterautore
Dante – L’“Inferno” Flaiano vedeva come una massa
di italiani che rompono i coglioni agli altri italiani”.
Era reazionario,
non conservatore, sostiene Marcello Veneziani, “visto da destra”, nel dibattito
pubblico su “destra” e “sinistra” in politica tenuto alla “Scuola Fo di Cittadinanza”
un anno fa (ora in “Destra e Sinistra”, a cura di Domenico De Masi): “Dante non
era conservatore, era reazionario, perché Dante sognava il Sacro Romano Impero”.
E ancora: “Dante sognava la grande tradizione, era a disagio nel suo tempo e
immaginava nostalgicamente un ritorno ai padri. La sua stessa passione per la lingua
italiana, di cui appunto è diventato innovatore e fondatore, è correlata al suo
legame fortissimo con il mondo classico e latino”.
Veneziani
interviene sulla critica che De Masi aveva mosso al ministro della Cultura Sangiuliano,
che Dante voleva il primo conservatore: “Proprio lui che rifiutò il latino e
impose la lingua nuova”. Veneziani continua obiettando: “Per lui la lingua latina
è la lingua dei padri, il volgare è la lingua delle madri, e quindi sono
entrambe importanti”, la tradizione e l’innovazione.
Inghilterra - Il plenipotenziario
Majskij ha insignito il re d’Inghilterra dell’ordine di Lenin” – N. Berberova,
“Il quaderno nero”, marzo 1942.
Machiavelli – “Uno sconfitto”, lo dice Giacomo
Marramao in “Destra e Sinistra”, la serie di conferenze tenutesi al cinema
Farnese di Roma tra febbraio e marzo del 2023. E “Il Principe” “un messaggio in
bottiglia”, da naufrago: quando ha scritto “Il Principe” Machiavelli “non
contava più nulla, non era più il segretario di Stato, il ministro degli Esteri
della Repubblica fiorentina, ed era costretto a vivere in esilio”.
Massoni – Sono, erano a
Parigi negli anni della guerra, di destra, la Grande Loge, e di sinistra, il
Grand Orient.
Mosca – “È difficile
trovare un’altra capitale come Mosca”, viene detto da Famusov, un personaggio
della commedia di Griboedov, “Che disgrazia l’ingegno”, 1823, in tono di apprezzamento.
Bulgakov riprende la notazione un secolo dopo, in tono semiserio, in “Mosca, la
captale nel blocknotes”, annegata nell’inflazione, monetaria e di nepman,
arricchiti della Nuova Politica Economica, di mercato, appena aperta.
Politica - Una scienza - la scienza di una pratica
– nata anche questa nella disgrazia, nel disagio. Il termine nasce con
Aristotele, col trattato omonimo, argomenta sempre Marramao, scritto da
Aristotele “quando era precettore di Alessandro Magno: in un momento in cui
ormai la Grecia era sottoposta al dominio macedone e il miracolo della polis ateniese solo un ricordo del
passato, destinato ad essere sostituito dal sogno imperiale e dalla koiné ellenistica dell’impero
alessandrino”.
Pound – “Lavorare meno, lavorare tutti”, la key-note
del suo “ABC dell’economia”, 1933, è di Keynes, 1932: “lavoreremo meno per
lavorare tutti”?
Rinascimento russo – a
Ottobre del 1939, da Longchêne vicino Parigi, dove abitava esule da quindi
anni, Nina Berberova, dopo avere registrato con disappunto due mesi prima
l’alleanza Molotov-Ribbentrop, fa questa riflessione: “Il Rinascimento russo di
fine Ottocento-inizio Novecento si distingue dai «soliti Rinascimenti» per la
consapevolezza che aveva di essere condannato. Fu un Rinascimento che presagiva
la sua stessa morte. Resurrezione e morte. Inizio e fine, nello stesso arco di
tempo, della storia della cultura russa. Un singolare fenomeno russo”.
Russia – “I russi
piangono molto”, Nina Berberova, “Quaderno nero”, marzo 1942, dopo il
bombardamento alleato di Billancourt (Parigi) – “perlomeno assi più dei
francesi, che non piangono mai”.
“Com’è possibile non impiccarsi”, ancora N.Berberova a febbraio del 1942,
all’arrivo a Parigi della notizia che la
poetessa Cvetaeva si è impiccata a Moscal’11 agosto, “se l’amata Germania bombarda
l’amata Mosca, se i vecchi amici hanno paura d’incontrarsi, e non c’è niente da
mangiare?”
La Russia si è modernizzata (europeizzata) guardando alla Germania e con i
suoi principi e generali – e un po’ all’Italia.
La Russia la letteratura “sottomette alla politica”, nota Berberova nel
“Quaderno nero”, a proposito di una censura imposta alla prima pubblicazione de
“Il dono” di Nabokov nel 1937 su “Sovremennye Zapinski”, “memorie contemporanee”,
la rivista russa degli emigrati che si pubblicò a Parigi dal 1920 al 1937: i
socialisti-rivoluzionari che editavano la rivista omisero il quarto capitolo,
la biografia di Černyševskj, considerato un’icona inavvicinabile. Berebrova ricorda
la censura nel ritratto di Vladimir Zenzinov, il socialista-rivoluzionario che
pretese la censura. E commenta: il “potere delle tenebre” che allignava anche
nell’emigrazione “continuava una vecchia tradizione russa”.
Stato – Il termine è invenzione di Machiavelli, può
dire risoluto Marramao (“Destra e sinistra”, p. 123), citando in appoggio l’incipit
del “Principe”. “Tutti li stati, tutti e’ domini che hanno avuto et hanno
imperio sopra li uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati”. Aggiungendo:
“È la prima volta che si usa il lemma Stato, che più di un secolo dopo Thomas
Hobbes, nel ‘Leviatano’, riprenderà affermando l’equivalenza tra i termini State,
Civitas e Commonwealth”.
Strindberg – Pubblicò
“L’apologia di un pazzo” dopo l’impegno della moglie (la terza, Harriet Bośse)
di non leggerla. E la moglie non la lesse, malgrado lo scandalo che la pubblicazione
aveva creato – pur vivendo ancora quasi settant’anni (fino al 1961).
L’“Apologia”, 1893, porrebbe essere per i temi, se non per la scrittura, di un
secolo dopo, fine Novecento: un uomo sopraffatto economicamente, socialmente e sessualmente
dalla dona.
Tolstoj – Ossessionato
dal sesso. Così lo dice N. Berberova in una due riletture sorprendenti che ne nel
“Quaderno nero”, pp.39-40): “Ho riletto ‘Il Diavolo’. Oggi ci appare chiaro che
Tolstoj era ossessionato dal sesso. Vedeva il sesso nella musica, nelle cosce
robuste delle contadine, in un bel vestito, nella Venere di Milo”, Anche “Padre
Sergio” si può aggiungere, racconto dell’ultimo Tolstoj - che non lo pubblicò
ma non lo distrusse: una sorta di autocoscienza.
L’altra notazione è, malgrado il tanto impegno sociale, di una sorta di
misantropia: “Ho riletto ‘Guerra e pace’. L’ho sempre pensato e ora sono convinta
che questo libro non ha eguali quanto a obiettivi realizzati. Ecco alcune osservazioni:
l’umanità del romanzo è paragonata:1) alle formiche, 2) alle api e, 3) alle formiche.
Si tratta forse di una svista? Oppure è il risultato di un disprezzo inconscio
di Tolstoj per l’umanità?”
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Anime morte a Mosca
Personaggi della Mosca della Nep, la Nuova Politica Economica, di mercato, sperimentata nella Russia sovietica dal 1921 al 1928, di arricchiti con le mani sempre piene di pacchi di rubli, le loro mogli e amanti ingioiellate, macchinone, conti non pagati, e della bohème, la povertà di Bulgakov. Nonché delle tante furbizie per guardarsi dai controlli occhiuti di funzionari ossuti della burocrazia Sovietica, con montagne di moduli, da cento domande, subito protocollati in uscite, e quindi perduti. O le razioni per classi, da lavoratore d'assalto, da accademico...
Una sorta di scoperta, tra il divertito e l’ammirato,
del provinciale Bulgakov, appena approdato nella capitale “senza pari”, da Kiev
dove era nato e cresciuto, e dopo alcuni anni da medico condotto. in Ucraina
nella provincia di Smolensk, e negli Urali, a Vladikavkaz. Già autore di
racconti, Bulgakov decide a trent’anni di trasferirsi a Mosca e di abbandonare
la medicina per dedicarsi alla scrittura. Racimola qualcosa per vivere con questi
“taccuini”, che pubblica qua e là. A Mosca non ebbe vita facile, materialmente
prima ancora che per i problemi che avrà sempre con la censura, specie come
autore teatrale, benché benvoluto da Stalin.
Prose modeste. Ma allegre. E senza politica: i burocrati
rivoluzionari sono presi in giro allo stesso modo come i riccastri della Nep. In
un capitolo rifà anche Gogol’, altro grande russo di Kiev, “Le anime morte”,
in chiave contemporanea, tra le sgangheratezze del regime che tutto controlla - un sogno che è una satira radicale, più che un tributo al conterraneo. L’ammirazione per Mosca, da provinciale inurbato, è
però genuina, benché limitata alla pietra (piazze, palazzi). E condizionata dalla miseria - la proletarizzazione. Un tributo a una città svanita.
Una edizione riccamente illustrata, con un centinaio di foto e la topografia di ogni racconto.
Michail A. Bulgakov, Mosca, la capitale nel
blocknotes, Excelsior 1881, remainders, pp. 255, ill. € 7,25
lunedì 18 marzo 2024
Secondi pensieri - 529
zeulig
Bene
– È la risultante di una concezione ordinata e
progressista – teleologica – del mondo. Del “Giudizio” di Kant soprattutto, più
che di sant’Agostino – fino alla deriva hegeliana. E di Candido.
Globalizzazione
– Ha rovesciato il mondo. L’ha proposta e gestita l’Occidente – gli Stati Uniti di fatto, l’Europa l’ha
subita (l’Occidente è poco europeo) – a scopi di maggio profitto. Ma ha
liberato il resto del mondo, aprendo le porte al commercio, senza dazi né
contingenti, e ha portato al declino o eclissi dell’Occidente stesso. Comunque ha
creato un altro rapporto di forze, rompendo l’equilibrio plurisecolare dalla
navigazione oceanica e le scoperte in poi, dal ‘400.
Le sanzioni contro la Russia,
gesto isolato dell’Occidente, e lo stesso conflitto, una guerra Nato per
procura, alla Russia per mezzo dell’Ucraina, cadute nel nulla nel Resto del
Mondo ne sono un esempio: una guerra che, a differenza di quelle del Novecento,
non si può più dire “mondiale”, per nessun verso. Compresa forse la minaccia nucleare.
L’Occidente finisce da apprendista stregone: ha aperto i cancelli del mercato
al mondo – per guadagnare di più, non per generosità naturalmente ma nemmeno
per disegno politico – e in pochi anni ne è diventato una parte, non più il
tutto: non decide e non governa.
Felicità
–
Prima che nella Costituzione americana era in Aristotele, come si sa, che alla eudamonìa
ha dedicato lunghe considerazioni - e si direbbe la pone al centro della sua
etica. Ma la più pratica la dà nel trattato “Politica”: “Da che cosa dipende la
felicità? La felicità è costituita dalle seguenti parti: buona nascita,
abbondanza di amici, ricchezza, abbondanza di figli e buoni figli, buona
vecchiaia, buona condizione fisica. Cioè: bellezza, forza, statura alta,
atleticità, oltre a fama, onore, fortuna e virtù”. Come un medico che ordinasse
tuta la farmacia.
Intelligenza
artificiale – Emilio Segré era
scettico, ancora negli anni 1970, dal punto di vista neurologico, delle
ricerche sui neuroni. Eco ne parla nel 1991 come un dato di
fatto, a proposito dei frames, schemi
di azione (andare al ristorante, alla stazione, aprire l’ombrello) conoscendo i
quali un computer è in grado di capire diverse situazioni. Anche di gestirle,
si direbbe, già negli anni di Eco, p.es. il navigatore. Ma di capire nel senso
di riflettere? No, di recepire, che è diverso. Le ultime applicazioni
d’intelligenza artificiale, ai testi, fanno pena – gli input non sono
all’altezza di essere intelligenti.
Natura – È incoercibile. Nella sua costruttività\distruttività – imprendibile,
indomabile. Ma è un mezzo. “Usare la natura come mezzo” è di Kant, “Critica della
facoltà di giudizio”, Einaudi, p.264, per
realizzare attraverso di essa la libertà.
Ortodossia –
Le buone azioni vi contano meno delle parole – Dio raggiunge con la preghiera
(le fede).
Storia
- Luigi XIV, che non si lavava, non era figlio
di Luigi XIII? È possibile: la regina Anna d’Austria potrebbe averlo fatto con
un amante, o non averlo fatto. La sua gestazione fu tenuta nel mistero da
Richelieu, che la odiava per tanti motivi, tra l’altro perché faceva figlie
femmine. Ma ciò non è indifferente alla storia, la Francia sarebbe bastarda. O
no, cioè sì, è la storia che è bastarda: la materia essendo ignota, è la terra
nata da un uovo, in Australia, o da una goccia di latte?, tutti siamo figli in
realtà di NN - se la storia degli uomini fosse scritta dalle loro donne, ci
sarebbe assai poco da studiare, celia Alvaro. La storia universale è quella di
Borges, storia di un uomo solo: dell’uomo senza la donna, che ora si rivela e
rifiuta i figli. Se il cuore ha una storia, si spiega che la storia sia scienza
dell’infelicità umana: gli uomini, e le donne, non si amano. Gli aztechi
cavavano il cuore agli uomini vivi per ridare energia al mondo. Temevano
l’entropia.
Il movimento si vuole autonomo, sempre la
rivoluzione si fa in avanti. E la realtà è sempre anacronistica. È
anarchica. Ecco dov’è l’autonomia della classe operaia: c’è e non c’è, figlia
anch’essa di padre ignoto. La storia è
l’attività attraverso cui si realizza la libertà, il fine assoluto del mondo,
si può marciare con Hegel, perché no, e Croce, quel convinto hegeliano: la
storia del mondo è la storia della libertà dell’uomo. C’è da crederci. Che
altro? Ma
la storia è anche rimozione. Memoria
selettiva, per conservare la libertà - rimuovere è muoversi, senza rimozione è
un mondo di statue, figure senza ombre. Storia è imparare a ridere delle ori-gini.
Delle genealogie. Della questione dell’essere. Ma
bisogna ricordare che si rimuove, il rifiuto della storia non esime. Il rifiuto
di quale storia?
La storia è del
passato, non c’è dubbio, lo attesta il filosofo Gentile. Dove si trova di
tutto, la storia è una puttana vecchia. Non da buttare: nei cambiamenti la
tradizione pesa, e il modo d’essere, più che l’ideologia e i programmi. Ma i
giorni trascorsi non tornano, se non nel ricordo. Che è asfittico, spiega
Yourcenar: “La vita passata è
una foglia secca, screpolata, senza linfa né clorofilla, crivellata di buchi,
lacerata e sfrangiata, che, vista in controluce, presenta soltanto lo scheletro
delle sue nervature sottili e friabili. Ci vuole un certo sforzo per renderle un
aspetto carnoso e verde”. È un classico: “Il campo della storia mi è sempre
sembrato simile alla valle di Giosafat, un campo pieno di ossa; ed ecco, erano
molto secche”, lo diceva già Hamann – Johann Georg Hamann,
concittadino, amico, beneficiato, ma disistimatore di Kant, autore della
massima: “Solo la discesa all’inferno ci apre la via dell’apoteosi”.
Secondo il Burckhardt di Cantimori la minoranza, vinca o perda, fa la
storia in ogni tempo. Chateaubriand è apocalittico, forse in colpa per aver
scopato tutte le signore: “La storia è il braccio secolare della vendette dei
popoli”, dice. Mentre Vattimo sostiene che la storia ricorda solo ciò che ha
vinto, ma va bene lo stesso. La fanno gli uomini, si capisce. La storia è lo
stampo che l’uomo libero appone al destino, Jünger attesta che le ha viste
tutte, la storia autentica non la possono fare che uomini liberi: “È lì che si trova la sostanza della storia,
nell’incontro dello uomo con se stesso, cioè con la sua potenza divina”. La
storia parte dall’ozio. Per il
bisogno di battere la noia. Quando l’ominide si stancò di vivere in branco,
saltellare, ruminare, accoppiarsi, come le scimmie oggi, e prese a ululare alla
luna, modulando poi l’urlo, scagliare pietre, affilare selci. Da qui la luna
nella poesia: è un reperto protostorico. Finché Marx insuperabile, filosofo
della storia, ne ha fatto la libertà, e la scienza insieme della libertà.
Perfino il giornale di Giolitti la diceva Grande Vergine.
Uguaglianza
– “Uno vale uno” in diritto, una bestialità
nel resto.
L'elogio della femminilità
Sorprese , cose viste, emozioni della
scrittrice, russa emigrata, quarantenne, “somigliante a Katherine Hepburn”, vedova
dello scrittore Chodasevič, sposa dal 1936 di un V.N.M., a Parigi durante la Guerra
e fino a qualche anno dopo. Tra il 1939 e il 1950. A Longchêne, a due ore da
Parigi. Con due pause in Svezia. Anni ridotti “allo stendhaliano lectutre et
agriculture” – l’unico piacere possible sotto la Restaurazione, “dopo la
caduta d Napoleone”.
Il quaderno si apre col patto Stalin-Hitler. Una
conferma per gli emigrati di stare dalla parte giusta, e l’inizio di nuove
disgrazie. Prima a opera dei francesi, poi dei tedeschi occupanti, quando la
Germania invade l’Unione Sovietica – i russi emigrati vengono censiti, molti
reclusi in campi di concentramento, altri arruolati come forza lavoro, in
quanto anti-comunisti.
Il diario registra la vita degli emigrati russi
nella guerra, le cene tra amici, le serate di poesia, feste e balli, e anche la
miseria, dei tanti finiti male per malattia, alcol, miseria. Con commedie e
sceneggiate. Per lo più per promuovere raccolte fondi per i letterati poveri, “per
attrarre le persone facoltose (soprattutto ebrei generosi e di buon cuore, gli
emigrati russi non si interessavano alla letteratura o erano troppo poveri)”.
Ricordi di un mondo com’era. Di Blok, che Berberova
studia, Belyi, Gor’kij, che l’ha ospitata a Sorrento nel 1925, Tolstoj,
Strindberg. E di Nabokov (da lei stimato – sarà la prima e massima filologa del
fenomeno “Lolita” – ma non popolare tra gli emigrati), il Nobel Bunin,
Chodasevič, Merežkowskij, Zajcev, Remizov, Rozanov, di passaggio Erenburg, “funzionario
sovietico” . Con una peculiare attenzione alla massoneria, alle due massonerie:
di destra. Grande Loge, e di sinistra, Grand Orient, intercambiabili, divisioni
cioè bonarie, ma non senza rilevare che “la massoneria politica ebbe un ruolo
fondamentale” nell’avvio della rivoluzione russa, nel 1917 (e sottolineare: “Non
fecero mai parte della massoneria le seguenti persone: Chodasevič, Merežkowski, Bunin, Remizov, Zajcev, Muratov”).
Particolari le annotazioni sulla guerra: i bombardamenti,
prima tedeschi, subito poi alleati, le notti nei rifugi, gli sfollati. “Quanto
più rimbomba l’artiglieria, tanto più cantano gli usignoli, ogni notte…. (nel
rifugio) i bambini tremano…le fragole sono mature e tutte nere…”. O le donne e
la guerra - questione sempre omessa: che fare? “Tricotez”, consiglia
Colette, fate la calza.
Con poco di se stessa, ma impregnante. In
Svezia, ospite di due gentildonne nella loro villetta estiva, dalle notti
bianche, riesce una notte, sola ai remi, a vincere la fobia dell’acqua che la
perseguita da una vita. A Natale del 1941 i bambini di un tagliaboschi spagnolo,
un dei profughi della guerra civile che la Francia aveva internati, vanno a casa
di Nina e il marito per cantare le canzoncine, due ragazzi e due bambine, Anita
di tre anni e Ramona di sei, con tromba e tamburino, “tutti con vestiti puliti
e in ordine”, e un groppo di lacrime le sale agli occhi: regala a Ramona un nastro
e glielo annoda sulle trecce a coroncina – “era come se in lei convergessero
tutta la compassione, la tristezza e la bellezza de mondo”. Conosceva Ramona: “Un
mese fa l’incontro con la piccola mi ha liberato – grazie all’ammirazione, alla
compassione, alla rassegnazione – da uno dei miei stati d’animo più opprimenti,
dalla sensazione di aridità e di gelo”. In poche righe, con discrezione, il cruccio
di una vita, la mancata maternità – Ramona, incontrata per caso dal lattaio un
mese prima, coi suoi stracci, coi “suoi occhi mansueti”, aveva scatenato una tempesta, “era comparsa per risvegliarmi, per capovolgere le morte stratificazioni
dentro di me, per togliere via dall’anima il sangue e la muffa”.
Tardi, nel 1949, brusco il congedo dal marito, l’enigmatico
V.N.M.: “L’uomo con cui continuo a vivere (smetto di vivere):\ non è allegro,\
non è buono,\ non è tenero.\ Non riesce a combinare nulla. Ha dimenticato tutto
quello che sapeva fare. Non ama nessuno e anche gli altri smettono a poco a
poco di amare lui”. Ma con un elogio della femminilità che la fa tanto più
grande oggi, nel deserto del viragismo – “se un giorno scriverò di me, dovrò
dire di non avere mai sofferto del fatto di essere nata donna”, etc. etc..
Un estratto
dalle più ampie memorie, (“Il corsivo è mio”), con un “regesto dei nomi più rilevanti.
Nina Berberova, Il quaderno nero, Adelphi,
pp.175 € 12
domenica 17 marzo 2024
Ombre - 711
Il debito americano è
raddoppiato in dieci anni in rapporto al pil, dal 60 al 120 per cento. E cresce di
100 miliardi ogni dieci giorni. Ma di questo non si fa caso – giusto in
“controluce”, una noticina di Graziani, della redazione Finanza&Mercati del
“Sole 24 Ore”.
La quota del debito
americano detenuta da investitori esteri si è dimezzata nei dieci anni, al
25-30 per cento del totale. Chi più aveva investito in Usa più ha disinvestito:
Cina, Giappone, petromonarchie. Troppa voglia di menare le mani, in America?
La “Duilio” abbatte
due droni, forse Huthi, forse non ostili, a 2 miglia di distanza, sul Mar Rosso,
e la cosa si racconta come una epopea, e una guerra vinta. È solo fantagiornalismo – ma
esulta anche il capo di Stato Maggiore, che pure è un ammiraglio, Cavo Dragone?
O ci siamo persi la nozione di cosa è una guerra?
Insiste il presidente
francese a voler inviare soldati in Ucraina. Come se questo non fosse entrare
in guerra, anche senza dichiarazione. Insiste perché sa che non si può fare e
non si farà, oppure, anche lui, perché non sa che cosa è – sarebbe – una guerra
contro la Russia?
Una stelloncino anodino
sul “Sole 24 Ore” per Meloni che pure porta al Cairo la
commissione di Bruxelles (la presidente Von der Leyen), niente sul “Corriere
della sera”. Pregiudizio politico non può essere - non per “Il Sole”, che non è
Pd, non dichiarato. Distrazione? Ignoranza? Meloni è riuscita ad avviare
una politica mediterranea europea. Nientedimeno.
Sembra niente, ma è una
politica che la Ue ha sempre evitato - quando non l’ha rifiutata, negli anni
1980, quando l’Italia con insistenza la proponeva. Nella distrazione, anche allora,
della Francia, che aveva, come ha, rapporti variamente stretti col Nord Africa
occidentale.
È strano che le presidenziali
russe non siano contestate sui dati, sull’affluenza prima ancora che sulle percentuali
di vittoria di Putin, sul voto all’estero, sul voto online. Mentre si magnifica
la resistenza, che è consistita in una molotov buttata da una donna impacciata.
Non c’è materia, o le intelligence occidentali non fanno gli
straordinari?
Il 23 agosto ricorre il
75mo del patto Molotov-Ribbentrop: Stalin si mette con Hitler per prendersi mezza
Polonia - grazie ai tank tedeschi (con la Finlandia non ce l’ha fatta). La
Russia è fatta in una certa maniera.
Roma "riqualifica" (decide di utilizzare) l'Ex
Arsenale Pontificio, una grande superficie di pregio sul Tevere. Dopo 154 anni.
Il Campidoglio è probabilmente il più grande proprietario immobiliare e
fondiario d’Europa, se non del mondo, e un soggetto pubblico fra i più
indebitati.
Il Congresso Usa non sta a sottilizzare: TikTok è
americana? No? come si permette, 200 milioni di followers americani! Cinesi
che fanno business in America? E se la prende, al ribasso. Semplice, il
mercato funziona cosi.
Ma un ragione ci vuole. E
allora, siamo puritani: Tik Tok diseduca i figli. Con un padrone americano non
li diseduca, come fanno Instagram e Meta, parola di Congresso. Ipocrisia non è, come spesso succede con i puritani, anzi è sfacciataggine.
Il Procuratore della
Repubblica (il Procuratore Generale di Perugia) che nega di avere fatto quello
che ha fatto (un richiamo alla Procura della Repubblica della stessa città) è
proprio il magistrato italico: presuntuoso e violento, che vuol essere reputato
furbo.
Il papa l’ha sparata
grossa sull’Ucraina - tanto grossa che forse ha qualche problema. Ma si può
capirne il candore – dal “Candido” di Voltaire – a fronte della pervicace ipocrisia
del conflitto, che non c’entri la Nato.
Solo due righe per dire che la Nato è presente
e opera in Ucraina –perché lo ha detto un ministro polacco, come fosse un mezza
calzetta. Quando la Nato non solo finanzia e arma l’Ucraina, ma la guerra ha provocato.
E alimenta anche con soldati: si sa che tuta l’artiglieria è Nato, dai missili
e droni ai calcolo trigonometrico del puntamento, che non s’impara leggendo le
istruzioni.
Blogger (Google) ha
sospeso un post sulla povertà in America, un anno e mezzo fa (senza
comunicarlo), in automatico, perché “non rispondente ai codici della comunità”.
Cioè perché ricorreva, tra virgolette, il termine “bianchi neri”, in uso al Sud
alcuni decenni fa per dire i bianchi impoveriti, o poveri. L’inciampo è stato
trovato dopo vari tentativi: sostituendo “bianchi neri” con “bianchi a pallini
neri” (un altro dei termini in uso) il post è passato. Un politicamente
corretto convoluto – si suole dire barocco, ma questo è proprio stupido.
La spesa per il gioco d’azzardo
in Italia nel 2022 è stata di 136, virgola qualcosa, miliardi. A cui vanno
aggiunti 20 miliardi per il gioco illegale o irregolare. Sono i numeri del
“Libro Blu” dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Alla faccia del paese
povero dell’avvocato Conte.
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Ferrari vince contro tutto
Un film forte, su tre temi drammatici. La
determinazione dell’imprenditore:
Ferrari ingegnere nasce artigiano e diventa industriale, con mercato
mondiale, sia perfezionando il prodotto sia superando continui buchi finanziari.
Le bigamie forzate di anni ancora recenti in Italia - il divorzio arriverà a gine
1970: di Ferrari come di De Sica o di Coppi, per stare alle più note – con tensioni
violente in entrambe le situazioni. La scarsa o nessuna sicurezza delle corse
automobilistiche, sia per i piloti sia per il pubblico: Castellotti muore in
circuito, de Portago, in testa alle Mille Miglia, una vittoria che doveva
essere il biglietto da visita per la Ferrari sul mercato mondiale del lusso,
provocando una strage di bambini per un sasso che squarcia una gomma (la Mille
Miglia anticipata nei titoli di testa con materiale d’epoca è epica, ma quanta insicurezza sulle strade di tutti – “tra
galline e bambini” si dice nel film).
Un racconto molto ben sceneggiato e montato. Girato
a Modena. Con prove eccezionali di tutti gli attori, specie di Penelope Cruz,
un cult, la moglie trascurata di Ferrari, e di Adam Driver, Ferrari.
Presentato a Venezia, è stato del tutto trascurato (che occasione persa con
Penelope Cruz, ruolo e interpretazione) – forse perché Mann vi ha presieduto
una dozzina d’anni fa la giuria?
Michael Mann, Ferrari, Sky Cinema
sabato 16 marzo 2024
Spagna-Italia (di giornalismo) 10-2
In Spagna, 57 milioni di abitanti, due
meno dell’Italia, il quotidiano “El Paìs” ha iniziato il 2024 con 350 mila abbonati.
Il quotidiano di Barcellona, “La Vanguardia, con 125 mila. “La Voz de la Galicia”,
altro quotidiano regionale, con un numero di lettori superiore a “La Vangaurdia”,
anche se con appena 20 mila abbonati. Il quotidiano “El Mundo”, anch’esso di Madrid,
nazionale come “El Paìs”, di proprietà di Rcs Mediagroup (Urbano Cairo), con 123
mila abbonati. Abbonamenti pagati.
In Italia, due milioni di abitanti più
della Spagna, dove tutti i quotidian perdono copie costantemente, e tutti,
eccetto il “Corriere dela sera”, vendono sotto le 100 mila copie, le maggiori vendite
per abbonamento (il giornale digitale si legge in abbonamento) sono: “Corriere
della sera” 45 mila, “la Repubblica” 26 mila, “Sole 24 Ore” 23 mila, “Fatto
quotidiano” 19 mila.
La diffusione della stampa spagnola, online,
è privilegiata dall’uso ampio del castigliano in America: l’America ispanica
conta 400 milioni di persone. Ma è un mondo poco alfabetizzato e poco
esercitato all’informazione o opinione pubblica. Il problema è italiano. Gli italiani
leggono poco? Ma in sei milioni compravano il giornale venti anni fa – “Corriere
della sera” e “la Repubblica” vendevano più di 600 mila copie al girono. Sono i
giornali non appetibili?
Cronache dell’altro mondo – giustiziarie quater – (258)
La Procuratrice della Georgia che vuole
incarcerare Trump per tentato colpo di Stato, Fani Willis, può continuare a
farlo, anche se dell’indagine a carico di Trump aveva incaricato un avvocato
suo amante, Nathan Wade. Un giovanissimo giudice, Sott McAfee, cui è toccato di deliberare sul caso di incompatibilità, ha espresso qualche perplessità, a
futura memoria: la condotta di Willis, in tribunale e fuori, ha giudicato “non
professionale”, e la relazione con l’amante “un terribile errore di valutazione”.
Ma salomonicamente ha solo deciso che uno dei due deve lasciare l’incarico, per
“evitare l’apparenza di un conflitto d’interesse”. Una condanna molto
dispiaciuta.
McAfee ha deciso dopo un’indagine di due
mesi, in udienze pubbliche in tv. Una serie di udienze per accertare se Willis
e Wade erano amanti prima dell’incarco, oppure lo erano diventati dopo. E chi
dei due manteneva l’altro (conti d’albergo, ristorante, vacanze, noleggio).
Appalti, fisco, abusi (241)
Netildex, un collirio antibiotico che si
usa per dieci applicazione post-cataratta, si vende in confezione di 60 fiale,
ognuna delle quali serve per tre applicazioni. Si compra in 60 fiale, di cu se
ne utilizzano tre-quattro, solo per pagare 25 euro invece di due o tre? Per poi
buttare le restanti 57 fiale – non è che si faccia una cataratta ogni poche settimane.
Il costo dei medicinali è artefatto non solo
per le grandi e grandissime specialità, ma anche, tramite le pratiche
commerciali, per la medicina ordinaria.
La spesa sanitaria delle famiglie si aggira
sui 42-44 miliardi (l’Istat non se ne occupa: l’ultima rilevazione è del 2021,
e stimava 38 miliardi). Di cui un terzo per medicinali, 14-15 miliardi. Che, nel
caso del Natildex, si potrebbe ridurre di nove decimi, diciannove ventesimi per
esser precisi. I prezzi dei medicinali
sono controllati ma la confezione base – la spesa obbligata – no.
Il costo dei medicinali resta praticamente
tutto a carico privato, mediante la riqualificazione di molte specialità in parafarmaci.
Un espediente semplice, che consente alle assicurazioni di non coprirne il
costo. E anche allo Stato, di non accettare la spesa in detrazione d’imposta.
Furbi.
Una casa, un appartamento, qualsiasi
fabbricato che abbia bisogno dell’elettricità ma venga utilizzato uno-due mesi l’anno
paga per i restanti dieci mesi € 55,68 a bimestre per zero consumi. Un regalo
nei dieci mesi di € 278,40, allo Stato (di chi?), e anche, senza nessun costo operativo, all’azienda elettrica. A gratis?
La poesia malgrado tutto
La vita e l’opera di Alda Merini, una rievocazione
basata soprattutto sul rapporto che negli ultimi anni intraprese con Arnoldo
Mosca Mondadori, giovane pronipote dell’editore, uno di convinzioni religiose
forti, come Alda (ma di questo non c’è traccia). E un dei fiduciari dell’ultima
poesia di Alda, che usava telefonare i suoi versi, apparentemente all’impronta,
a due o tre persone – un altro che ne registrò molte, anche di più e più
variate di Mosca Mondadori, è Alberto Casiraghy – che tra l’altro avrebbe bene
figurato nel racconto, un poeta anch’esso “naturale”, e pittoresco, ma qui nemmeno
si cita.
Una rievocazione commovente, conoscendo la vita
e l’opera di Alda Merini. Anche se girata, seppure da un regista molto colto,
con approssimazione: Laura Morante, che impersona Merini vecchia, non
abbandona la sua cadenza toscana, poco o minimo ricorso alla poesia, ai suoi temp, ai suoi tempi, ai riconoscimenti. E con taglio singolare, segmentato: il ruolo
di Giacinto Spagnoletti, il rapporto tempestosissimo con Giorgio Manganelli, il
lungo corteggiamento telefonico e poi il matrimonio con Albino Pierro, un altro
mondo. Molto anche manca: Casiraghy, gli amori senili, l’editore Scheiwiller, l’invasione
di ammiratrici, soprattutto, e ammiratori nel suo modesto riparo, i locali dei
Navigli per i quali si trascinava. Prodotto dalla Rai, evidentemente, che pure
fa grandi produzioni per niente, con la lesina: tre o quattro scene, pochi giorni
di lavorazione, e via al montaggio.
Una seconda consolazione è che molti hanno continuato
a vedere il docufilm, malgrado lo scarso appeal. Non un grande successo
ma tre milioni di spettatori per la vita di un poetessa, senza grandi colpi di scena,
eccetto quello, non attraente, del manicomio, non sono pochi.
Roberto Faenza, Folle d’amore, Rai 1,
Raiplay
giovedì 14 marzo 2024
Problemi di base giornalistici - 795
spock
Il giornalismo è
meglio che lavorare?
Spiegare quello
che non si sa e non si è capito?
Celebrare un
morto di cui non si sapeva che fosse vivo?
Dire la verità
oppure occultarla?
Scoop nel
senso di scopare (spazzare) o di scoppiare?
La verità che
non ti ho mai detto?
spock@antiit.eu
Perché la sanità non se la passa bene
La sanità pubblica è in difficoltà dappertutto.
Si dice a causa dell’aggravio della “crisi fiscale degli Stati” per effetto
della crisi bancaria (moltiplicazione del debito per salvare le banche, minori
capacità di spesa). Ma questo è vero solo in parte: le spese militari sono
cresciute, per la guerra in Ucraina e anche prima, mentre quelle sanitarie non
si sono incremetarte o si sono ridotte.
La pandemia ha mostrato ovunque, secondo
i rapporti unanimi delle commissioni internazionali, un sottofinanziamento
diffuso dei sistemi sanitari (s’intende pubblici). Con gli effetti noti sui
bisogni terapeutici ordinari: visite, accertamenti, interventi, e anche sulle
prime cure ospedaliere (pronto soccorso).
Anche la causa è nota. A seguito della crisi
la spesa pubblica per il personale è stata bloccata: niente assunzioni, e niente
aumenti. L’effetto è la carenza di personale. A fronte di abbandoni senza nuove
assunzioni. E per l’aumento dela domanda
La carenza di personale affligge molti paesi
europei e gli Stati Uniti. L’Italia è uno di questi. Secondo le statistiche Ocse,
l’Italia ha 6,5 infermieri praticanti ogni mille abitanti, la Germania il
doppio, 12,8. L’Italia ha 1,5 infermieri per medico ospedaliero, la Germania e
la Francia ne hanno 2,7.
La verità di Elena Ferrante
Un libro curioso
per due ragioni, anzi per tre. La terza essendo che è una critica letteraria a
più mani, come in conversazione. Ma non in contemporanea, di persona. Per
iscritto, attraverso uno scambio di lettere - da qui il titolo. Per
sperimentare una forma di critica co-dipendente, una forma di “intelligenza
collettiva”. Come è di tutte le forme culturali. Per questo esperimento quattro
giovani accademiche americane hanno scelto Elena Ferrante, il Quartetto
Napoletano, perché la stessa autrice ha posto il suo metodo di lavoro, di creatività,
in questa prospettiva: “Non c’è lavoro di letteratura che non sia il frutto di
tradizioni, di molte capacità, di una sorta di intelligenza collettiva” (intervista
a “The Paris Review”). Queste sensibilità e questo metodo applicando nella
quadrilogia, con le compenetrazioni fra i due caratteri, Lenù e Lila, l’una
antitesi dell’altra. Una compenetrazione che Lenù, la scrittrice, dichiara
scoprendo il quadernetto di Lila alle elementari: “Le pagine infantili di Lila
erano il cuore segreto del mio libro” – un’amicizia stretta che fa il
libro, lo scrive.
Le altre due curiosità
sono che il libro è di quattro anni fa e non è stato tradotto, nemmeno citato. La seconda è che su “Elena Ferrante” non c’ è
in Italia una mobilitazione critica pari solo anche a una frazione di questo
libro e al dibattito che ha acceso. Non c’è più la critica?
Sarah Chihaya-Merve
Emre-Katherine Hill-Jill Richards, The Ferrante Letters, Columbia University
Press, pp. 288 $ 25
mercoledì 13 marzo 2024
Spesa medica catastrofica
La spesa sanitaria “catastrofica” è
crescente in tutti i Paesi europei, compresa l’Italia.
S’intende per “spesa sanitaria catastrofica”
quella che assorbe il 40 per cento del reddito familiare una volta detratte le
spese necessarie. Per spese necessarie s’intendono alimentazione, abitazione e
utenze – non l’abbigliamento, per esempio, o gli svaghi, sport etc., per quanto
anch’essi necessari. La crescita di questa spesa è il segnale del ricorso, più
o meno obbligato, alla sanità privata. Anche se con gli obblighi fiscali si è
finanziata la sanità pubblica.
L’ultima
rilevazione Ue di questo indicatore è pre-covid e non è buona – anche perché si
sa che è peggiorato con la pandemia. La quota di famiglie oberate da “spesa
catastrofica” era mediamente il 7 per cento di tutta l’Unione. Con una
variabilità ampia, dal 15 per cento (Romania) al 2 per cento (Islanda). L’Italia
era sopra la media, al 9,4 per cento – un famiglia su dieci ha una spesa medica
catastrofica”.
Putin e non più Putin
Ci sarà ancora Putin a capo della Russia
per san Giuseppe, il voto di quest’anno è scontato. Anche la partecipazione al
voto è scontata, superiore alle medie occidentali. Ma non ci sarà più Putin fra sei anni: la previsone è scontata alla Farnesina e nelle altre cancellerie europee. A fine mandato Putin avrà eguagliato, forse superato di qualche mese, come uomo solo al comando, al governo o alla presidenza, il lungo potere di Stalin - dietro la recordwoman Caterina II di tre anni. E non potrà carcerare, esiliare o uccidere chiunque faccia politica. Per un’inquieudine
crescente tra le sue stesse file, anche se l’opinione a lui contraria in Russia
è ancora minoritaria – urbana e professionale. E prima o poi l’errore della “guerra
lampo” contro l’Ucraina peserà.
L’opinione è invece generale in Russia che
il futuro del più grande paese del mondo è in Europa e con l’Europa. Malgrado
lo stato di quasi guerra attuale. Tutti i think-tank di politica estera,
a Mosca e San Pietroburgo, centri studi o centri universitari, nelle esercitazioni
di questi due anni di guerra hanno solo rilevato l’impossibilità per la Russia
di asiatizzarsi, malgrado i cerimoniali Brics – che non sono un’alternativa
all’Occidente, non avendo strumenti monetari propri, e restando produttivamente
e finanziariamente connessi a Usa e Ue - e comunque sono a trazione cina. La quale non è e non può essere un alleato
militare. E come partner economico apre poche prospettive: ha bisogno di
petrolio e gas, ma di nient’altro dalla Russia, che quindi non può comprare
molto in Cina. Inoltre, la lunghissima frontiera che corre tra i due paesi non
è tranquilla - l’ex impero russo-sovietico sopravvive solo in Asia, lungo la
Cina.
Il regime sembra seguire un disegno opposto,
ma in chiave contingente, della guerra in corso. “L’obiettivo della Russia nel
2024”, ha statuito a inizio anno il ministro degli Esteri Lavrov, “è di eliminare
qualsiasi forma di dipendenza dall’Occidente, sia in termini finanziari che di catene
di approvvigionamento”. Ma lo stesso ministro in interventi meno ufficiali si richiama
spesso alla necessità – “non in questo momento” – di tornare alle “virtù del
multipolarismo”.
Quanto erano banali i nazisti
La vita della famiglia
Höss, del carceriere capo di Auschwitz, nella villa accanto al lager,
dotata di un grande giardino, dove i figli giocano con i figli degli altri carcerieri,
e le mogli passano le giornate facendo le signore, servite a tavolino, quando
non usano la piscina, o pareggiano un rampicante. O fanno i romantici sul Soła,
che costeggiava il campo, prima della confluenza nella Vistola. In una eterna
primavera: non piove mai e non nevica, né c’è l’afa con le msche, nel terribile
clima continentale che aveva promosso la scelta di Auschwitz-Oświęcim.
In una scena Höss,
promosso capo dei carcerieri del Governatorato Generale, è in conferenza con i
suoi capi, grigi e molli come lui, per discutere l’arrivo di 700 mila ebrei
dall’Ungheria. Senza pathos – forse per sottolineare la “banalità del male”. In
un’altra riceve in ufficio una giovane – una prostituta (troppo in carne e ben
vestita per essere una prigioniera)? – e poi passa qualche minuto a ripulirsi
lo scroto.
Un onesto film da
Giorno della Memoria, ma spento. In una scena si adombra un istante una nuvola
di cenere, e poi si discute ingegneristicamente come va migliorato il forno crematorio.
Ma la specificità dell’Olocausto non è il forno crematorio, quello è una misura
d’igiene, è come ci si arriva.
Niente a che vedere
col romanzo di Martin Amis da cui si vuole tratto, che è tutt’altra storia, e
comunque vive di un linguaggio brioso. La simulazione placida è stupidità. I
tedeschi erano stupidi? Qui sono massicci e pallidi, come malati, specie le donne.
E parlano poco, non sapendo che dire, se non la loro mediocrità quotidiana. Con
due o tre serve che non parlano (saranno polacche?), solo ingombrano la scena
andando avanti e indietro, come in un vaudeville. E forniture quotidiane
di ogni ben di Dio. Perfino i ragazzi, i figli del carceriere, sono inautentici
– è difficile farli scemi?
Una produzione
abborracciata. Un minuto di schermo grigio apre e chiude il film. Che scorrerà
però anch’esso grigio e piatto – nemmeno arrabbiato. Il tempo primaverile non è
l’unica incongruenza. Le immagini, anche, sono grigie, come sfocate, riprese a
malincuore – e montate peggio. Oscar miglior film e migliore musica – inavvertita
– forse in omaggio alla Memoria.
Jonathan Glazer, La
zona d’interesse
martedì 12 marzo 2024
Appalti, fisco, abusi (240)
Un
quarto degli italiani paga tre quarti di tutte le tasse (“Libro Blu”
dell’Agenzia Dogane e Monopoli). Esattamente, il 22,5 per cento paga iil 74,26
per cento delle Entrate, cioè tutta l’Irpef, e e la maggior parte di Irap,
Ires, imposte sostitutive, imposte indirette.
L’evasione
dell’Iva, elevata, al 22 per cento, è la parte maggiore dell’evasione fiscale. L’ineludibilità
dell’Iva è infatti anche la causa maggiore dell’evasione Irpef, che è dovuta
soprattutto ai fornitori di servizi (elettricisti, idraulici, meccanici,
carrozzieri, etc.): evitando la fatturazione, molto onerosa per l’utente, evitano
ii denunciare il reddito maturato.
La
bolletta del gas è pià che raddoppiata.
444 mc l’anno scorso tra dicembre e gennaio hanno pagato € 217, quest’anno
nello stesso periodo 321 mc rilevati pagno 333 euro.
Cento
euro sono di spesa da trasporto e gestione contatore – 100 euro per due mesi di
trasporto, e una sola lettura del contatore. Altri 100 di tasse, metà Iva e
metà “oneri di sistema”, finanziamenti a fondo perduto alla fonti di energia
cosidette “pulite”.
Gli
“oneri di sistema” – una tassa di scopo – sono l’abuso maggiore della
“transizione verde”. Un caso fra i tanti della disonestà statale – tante
piccole patrimoniali camiffate variamente, di “boli”, “tasse di scopo”, etc.
Con un distinto odore di sottogoverno, cioè di corruzione. Si prendono soldi
sui consumi irrinunciabili per regalarli, senza controlli, ai cosiddetti
gestori di energia verde (essenzialmente pale eoliche e pannelli solari) senza
alcun controlo sugli investimenti effettivi, e sula, resa di questi investimenti.
Da un paio d’anni anche ai fabbricanti di auto elettriche. Un obolo ai ricchi.
Nel dolore la forza
Umiliato dalla violenza paterna, che lo costringe alla sedia a rotelle, ma aiutato dai cani, di cui
condivide la vita (che il padre invece sfruttava per le corse), finito
disabile in un orfanotrofio-casa di correzione, impara a leggere e vivere con
Shakespeare, grazie a una insegnante di sostegno che vive e fa vivere di
teatro, fa vita comune con i cani, dapprima in un canile protettivo dello stato di New Jersey di cui ha la gestione, poi da solo, malgrado
tutto si diverte, e diverte. E quando alla
fine decide di lasciarsi andare, regala un’iniezione di fiducia alla psichiatra
cui la Polizia aveva dato l’incarico di analizzarlo.
Nulla a che vedere col
“Dogman” italiano - il delitto del “Canaro”. Tra horror e mélo, sul filo
dell’inverosimile, Besson costruisce una serie di sequenze tutte accattivanti,
rapide e lente, repulsive e commoventi, tragiche e ridicole. Imperdibili le
serate nel locale dragqueen. O i cani
ladri di notte. Con la violenza americana, tutta benedizioni e invocazioni
divine.
Una prova mostruosa di Caleb
Landry Jones – per questo non premiato a Venezia? Se poi è lui che canta al
club dragqueen (rifà Piaf e Marlene
Dietrich), e non mima il playback,
diventa memorabile. Anche la psichiatra non è male: sfiduciata,
divorziata-con-madre-e-neonato, è Jojo T. Gibs, un’attrice comica. Cosa
condividono i due? Il dolore. Ma non lo fanno pesare.
Luc Besson, Dogman, Sky Cinema
lunedì 11 marzo 2024
Dalla non proliferazione alla proliferazione
Prima Trump, poi Putin, con la
Cina naturalmente, nuova grande potenza, e Giappone e Germania progettano
l’atomica. Abbandonando le preclusioni che si erano imposte, politiche o
costituzionali.
Senza censure, senza neppure
annunci espressi, il panorama è passato dalla rigida non-proliferazione, il
trattato con cui le potenze nucleari hanno escluso fino ad ora la
disseminazione dell’armamento atomico, alla proliferazione libera. Con Giappone
e Germania, anche la Corea del Sud valuta l’ipotesi. Tutt’e tre i Paesi si
ritiene che potrebbero sviluppare l’armamento atomico in poco tempo.
In Giappone e in Corea del Sud
l’ipotesi è stata avanzata dai primi ministri. In Germania il cancelliere Scholz
è personalmente impegnato a tenere il paese fuori dal nucleare (“il governo non
valuta altra ipotesi se non quella di continuare la partecipazione nucleare con
gli Stati Uniti all’interno della Nato”). Ma tra i Liberali, che sono parte del
governo Scholz, e tra i media, specie la “Frankfurter Allgmeine Zeitung”, il
“Corriere della sera” tedesco, e “Handelsblatt”, l’equivalente del “Sole 24 Ore”,
l’ipotesi viene discussa, con favore.
Ecobusiness
La transizione energetica
(risparmi, nuove tecnologie) si fa in parallelo con lo sviluppo di tecnologie
e mercati altamente tossici.
L’intelligenza artificiale è ad elevatissimo
consumo di elettricità. La sola ChatGPT consuma oltre mezzo milione di kWh al
giorno. Una sola transazione di bitcoin consuma più energia del consumo medio
giornaliero familiare in America.
Il mining di Bitcoin (la rete globale di computer che opera per
garantire che le transazioni siano legittime, e siano aggiunte correttamente
alla blockchain della criptovaluta) si
alimenta con 145 miliardi di hWh l’anno – che è un po’ più del consumo annuo
dell’Olanda. E la dispersione di due biliardi di litri d’acqua, per il
raffreddamento dei server –venti miliardi
di ettolitri.
Produrre l’energia necessaria ad
alimentare il mining di Bitcoin
implica la produzione anche di 85 milioni di tonnellate di anidride carbonica,
che è più di quanto tutto il Maroco immette nell’atmosfera in un anno.
La strega racconta le fiabe
Una
lunga serie di riscritture, diciassette, di altrettante fiabe dei Fratelli Grimm.
Comprede le più note, “Cappuccetto rosso”, “Biancaneve”, “Cenerentola”,
“Hânsele e Gretel”. Qualcuna aggiornata: “Comare morte” diventa “Padrino
morte”, il godfather di Mario Puzo.
Tutte rivestite di un nuovo linguaggio, un po’ insolente. Un po’ sbugiardate, specie
le inverosimiglianze, un po’ arricchite, anzi parecchio, rispetto agli
originali.
Una
scrittura divertita, e anche divertente. Dell’autrice e della traduttrice, un vulcanica
Rosaria Lo Russo. Anne Sexton, lei stessa “strega di mezza età” al secondo
verso della raccolta, le pubblicò nel 1971, quando era, a 43 anni, all’apice
della fama, come poetessa, già premio Pulitzer, e come performer – in parte già pubblicate su riviste di largo consumo, “Playboy”
e “Cosmopolitan”. Con la presentazione di Kurt Vonnegut, per sancire lo spirito
irriverente o ludico dei rifacimenti. Uno scherzo più che una cattiveria, di
spirito lieve – anche se tre anni dopo l’autrice si suiciderà.
Originali
con traduzione.
Anne
Sexton, Trasformazioni, La nave di
Teseo, pp. 196 € 19
domenica 10 marzo 2024
Ombre - 710
“Guerra
nel mar Rosso”. Si fa anche degli Huthi (Houthi?) un nemico terribilissimo. Mentre
sono formazioni terroristiche. Come Al Qaeda, di cui sono nemici radicali. In
territorio limitato, anche se sul mar Rosso. Indigesti anche all’Iran,
che li ha armati contro i sauditi. L’Arabia Saudita ci ha fatto
pace, in qualche modo, benché siano sciiti, quindi nemicissimi. Biden ci fa la
solita guerra aerea. Coi soliti “volenterosi” a terra, qui in mare - tra cui
sempre l’Italia. A quando lo sbarco, una guerra di Grenada ci vuole ogni tanto?
Entrate
e Guardia di Finanza “mettono nel mirino” le\gli influencer - che già pagano le tasse,
c’è un legge specifica, dal 2016 - e
tutti siamo contenti, giustizia è fatta. La giustizia fiscale è sempre alla
Loren in carcere, invece di far pagare le tasse, seriamente, con applicazione.
Che non è un fatto impossibile, contrariamente a quanto si fa credere - solo in
Italia succede, fra i paesi che non sono paradisi fiscali.
Però:
dopo tante “giustizie fiscali”, proliferano come le gr ida dei “Promessi sposi”,
perché non fare dell’Italia un paradiso?
“Il
contributo statale che Roma riceve per il trasporto pubblico locale”, lamenta
il sindaco Gualtieri, “è tra i più bassi in Italia in proporzione alla superficie, 85 euro per
cittadino contro i 191 di Milano”. Che
bisogno c’è dell’Autonomia differenziata”?
Al Pigneto, quartiere già di artigiani (falegnami,
meccanici, idraulici…), da molti anni ormai uno dei centri della movida giovanile a Roma, si spaccia liberamente.
Un problema? No, assicura una coppia al “Corriere della sera-Roma”. “Nostro
figlio”, dice lui, “può andare a scuola da solo e a giocare al calcio al campetto
che noi genitori spesso ripuliamo armati di guanti e bastoni: gli artigiani lo
conoscono e lo controllano. Certo di sera le cose cambiano, lo spaccio è
palese, ti fermano anche per offrirti droga, ma basta dire «no grazie» e tirare
dritto”.
Si
fa strame di tutti, non appena uno antipatico abbia solo preso una multa per
divieto di sosta, ma non del sottotenente
(luogotenente?) Pasquale Striano, l’intercettatore dei conti correnti. Di lui
solo il nome. Non sappiamo nemmeno che grado ha nella Guardia di Finanza, se è
sempre in servizio e dove, l’età, la provenienza, la famiglia, la militanza,
una foto, anche solo la fotina della patente.
La discrezione in questo caso è assoluta. Chi ha paura di Pasquale
Striano?
Crolla
Tim in in Borsa. Non è una novità, ma complotti si evocano, anche se solo tecnologici
– colpa dell’algoritmo. Un’azienda già monopolista che lotta per la
sopravvivenza, anche fuori della Borsa. Ma nel peggiore dei modi. Senza un
servizio agli utenti. Con canoni non competitivi. Che per di più fa propagandare a un costo: chiamate
multiple, ogni giorno, da anni, ai non clienti. La tecnica peggiore per allargare
l’utenza. Che, seppure in automatico, ha un costo. Un’azienda che si continua a
depredare, ancora, dove venticinque anni?
Alessandro
Borghi: “In questo paese bigotto Siffredi significa libertà”. Ne è davvero
sicuro, che “questo Paese” (l’Italia) sia bigotto? Per gli inglesi, maschi e
femmine, è, era, un paese di mandrilli (anche per le americane): ci facevano il
Grand Tour apposta, e spesso si insabbiavano.
L’Italia
è, per gli italiani (per i media), un paese di stereotipi.
“Le
19 donne miliardarie. L’Italia è quarta al mondo”. Alla faccia del patriarcato.
L’Italia
è seconda in Europa: ospita 19 donne miliardarie, “solo poche in meno della Germania”.
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La diversità ebraica
È difficile, si direbbe
impossibile, per un israeliano elaborare il lutto del 7 ottobre. Dell’attacco a sorpresa e della carneficina
di Hamas, della profanazione del sabato. Una guerra, benché non dichiarata, fuori
dal diritto di guerra, su suolo israeliano – o “dichiarata” dal 1948. Grossman
ci riesce, trascurando i sentimenti e i risentimenti (l’oltraggio, lo
smarrimento, la paura) per mettere i fatti in prospettiva storica e politica.
La sensazione di vivere in Israele non come in una casa, in casa propria, ma come
in una fortezza, assediata. Per una guerra lunga ormai ottant’anni, e senza
sbocco. Sì nel senso comune – non si vive in guerra permanente – non nella realtà,
la “strana attrazione verso l’autodistruzione” in Israele, “verso la
distruzione della nostra stessa casa”.
Grossman, per quanto onesto,
non arriva al nucleo della questione. Come mai i palestinesi, sempre sconfitti
e per lo più inermi, sono sempre in armi, e anche pericolosi. Come ma Israele
sempre vincente, è insicuro e si costringe alla violenza. Gli Stati nascono e
s’impongono lottando. Contro i padroni, contro i nemici, anche contro i vicini.
Ma non si ricorda uno Stato, un popolo, che si sostituisce a un altro. Gli
ultimi furono gli Unni, che però occuparono ma non governarono – o per poco. Ci
prova ora Putin, che dice l’Ucraina russa, ma – se poi lo dice – per ubbie di
onnipotenza.
Grossman però individua, e
pone bene in chiaro, conciso e preciso, anche se retoricamente, come considerazione,
il problema persistente dell’ebraismo, anche dopo o malgrado il sionismo, malgrado
Israele: “Il punto più vulnerable e fragile del popolo ebraico, il suo senso di
estraneità fra i popoli, la sua solitudine esistenziale”. Un privilegio, e un’afflizione:
“Quel punto dal quale gli ebrei non trovano rifugio, che spesso li condanna a commettere
i loro errori più fatali e distruttivi,
sia per i loro nemici che per loro stessi”. L’ostacolo alla pace, l’unico esito
ragionevole, non sono i coloni o Netanyahu, è questa estraneità – i Netanyahu
passano.
David Grossman, La pace è l’ultima strada, Mondadori,
pp. 96 € 16
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